Avventure 4: Baci

17 settembre 2010
Pubblicato da


di Giacomo Sartori

La prima sera le aveva solo augurato la buona notte attraverso la porta socchiusa: dopotutto all’università si erano conosciuti quasi solo di vista. La seconda invece entrò nella camera con le travi a vista e la finestrella di arenaria affacciata sugli oliveti ostentatamente indifferenti alla prossimità della nobile e cesellata città. Lei sotto il lenzuolo del tatami matrimoniale era completamente nuda. La sua pelle era elastica e nello stesso tempo lievissimamente ruvida, gli ricordava la gomma per matita alle elementari. Facendo l’amore non produceva alcun rumore, ma le vampe umide sulle sue gote e il turgore delle labbra erano prove inequivocabili del suo piacere. Il ragazzo le raccontò che era quasi solo per lei che all’università era venuto alle riunioni del collettivo politico. La cosiddetta politica già gli sembrava esprimere solo in modo indiretto e in fondo distorto i veri abissi delle persone: ma era ammaliato dalla densa cascata dei suoi capelli e dal suo sorriso da cerbiatta e dalla sua voce appena un po’ roca. Sentiva per lei un’attrazione che non aveva provato per nessun’altra. Lei con una lievissima ruga orizzontale sulla fronte (scherno?) gli ribatté che non se ne era assolutamente accorta. Ogni sera facevano combaciare i loro corpi della stessa identica lunghezza al buio, perché lei non voleva che accendesse la luce. La mattina si stringevano nella penombra diafana dell’alba, come forse si stringono i naufraghi. Il ragazzo/uomo avrebbe desiderato che lei passasse la giornata con lui, ma lei andava ogni giorno a lavorare. Si aggirava allora per il rustico rammodernato con segni di bambino sui muri, o andava a passeggio con il cane affettuoso e pacioccone per le assetate colline circostanti. Il fine settimana lei andò a passarlo dai suoceri: la figlia era da loro. Anche la seconda settimana nonostante le sue insistenze lei andò ogni giorno al lavoro. Per sua stessa ammissione in pieno agosto non c’era molto da fare, anzi pochissimo, ma a quanto pare non poteva nemmeno concepire di darsi malata. E quindi partiva, seppure ogni volta un po’ più tardi. Lui restava sdraiato sul divano come abbandonato a se stesso, o perlustrava stradine abbacinate con il cane che ormai lo considerava un amico inseparabile. Nel salotto disordinato ma accogliente (di sinistra) c’erano alcune foto della figlia e un ingrandimento del marito con gli occhi come biglie dure che non vedeva dai tempi del collettivo politico, quando non erano ancora sposati. Lei facendo l’amore continuava a non produrre nessun rumore, ma a un certo punto gli sussurrava nell’orecchio che era appagata. Una notte si mise a piangere, e con la sua voce di velluto antico disse che mai più avrebbe pensato di poter fare una cosa del genere al suo uomo. L’ultima sera lui la invitò a cena in un ristorante con bisbigli educati e nevrastenici tintinnii di calici per il vino. L’indomani lei lo accompagnò alla stazione: la loro storia sembrò dover finire con quell’implacabile ineluttabilità dei momenti chiave della vita. Poi però all’ultimo momento lei parcheggiò l’auto con mosse decise e prese il treno con lui. Nella città rosicchiata dai portici dormirono in un albergo con odori di portacenere e di muffe: come due amanti in incognito. Forse proprio per questo quando lui la mattina entrò nel bagno mentre faceva la doccia lo cacciò in malo modo (sei pazzo?). Cucendo i vari indizi il ragazzo ebbe la certezza che quell’irritabilità era dovuta al fatto che il marito sarebbe rientrato l’indomani dalla lunga missione a carattere umanitario in un paese poverissimo. Le scrisse molte lettere dalla città senza colori e senza odori dove lavorava. Lei gli rispondeva che le sue lettere le facevano piacere, ma tra il lavoro e la figlia non aveva mai il tempo per rispondergli. E davvero i suoi foglietti a quadretti strappati da un quaderno di poco prezzo erano sempre un po’ sbilenchi e sbrigativi. Lui però le scriveva sempre più spesso, le confidava che forse quello che provava era amore, e sul serio con il davanti della testa gli sembrava di amarla. Lei gli spiegava che doveva capire che lei amava suo marito, e non poteva pensare di vivere senza di lui. Poi invece in una lettera un po’ più lunga del solito si lasciò scappare che forse si possono amare due persone alla volta, chissà. La settimana seguente lo pregò però di non scriverle più, almeno per un periodo, perché aveva vergogna a leggere tutte le sere quei suoi lunghissimi espressi seduta sul divano accanto al suo uomo che chissà cosa pensava. Lui le spedì ancora qualche lettera, poi non le scrisse più. Lei ebbe un’altra figlia, e poi anche un figlio. Si rividero diversi anni dopo a un congresso della loro comune professione. E poi anche un’altra volta, finché divenne un’abitudine: ogni volta che passava dalla pretenziosa città dove aveva studiato le telefonava, e uscivano a cena. Poi in macchina si baciavano a lungo come due adolescenti avidi l’uno della saliva dell’altro. Il ragazzo che ormai era decisamente un uomo diceva che l’amava, l’aveva sempre amata. E davvero quando era con lei gli sembrava di amarla. Lei lo lambiva con uno dei suoi ancheggianti sorrisi da cerbiatta (c’era o non c’era un’ombra di scherno?), e gli diceva che anche lei forse un po’ l’amava. Però non voleva più andare in un albergo con prevedibili odori di chiuso e di esistenze alla deriva, e un po’ alla volta l’uomo sempre più uomo smise di proporglielo. Ma si baciavano come adolescenti avidi.

[l’immagine: Luca Coser, “L’Avventura”, 100 disegni tecnica mista su carta, cm 18×21,5]

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9 Responses to Avventure 4: Baci

  1. sparz il 17 settembre 2010 alle 13:09

    bella lettura, intensa e delicata, grazie.

  2. indice.it il 17 settembre 2010 alle 15:54

    Avventure 4: Baci – Nazione Indiana…

    La prima sera le aveva solo augurato la buona notte attraverso la porta socchiusa: dopotutto all’università si erano conosciuti quasi solo di vista. La seconda invece entrò nella camera con le travi a vista e la finestrella di arenaria affacciata s…

  3. quetzalina il 17 settembre 2010 alle 17:21

    Molto bello, delicato ,leggero ma un che di..prevedibile. Si leggeva fin dalle prime righe come sarebbe finita e che sarebbe finita.

  4. massimo il 18 settembre 2010 alle 13:17

    “Ancheggiante sorriso da cerbiatta”?

  5. giacomo sartori il 18 settembre 2010 alle 16:55

    non va bene?

  6. Anna Maria Papi il 18 settembre 2010 alle 22:28

    Perchè no “ancheggiante”? E’ risaputo che lecerbiatte hanno imparato ad “ancheggiare” dai sorrisi…Vada libero,Sartori,le sue minilovestories sono fortissime!!

  7. cristiano prakash il 19 settembre 2010 alle 09:21

    bello.

  8. Sterco il 19 settembre 2010 alle 15:27

    Nazione Indiana è diventata un bollettino di racconti liceali? Il vecchio professore grammaticoso si sarà coccolato il ragazzo crestomantico standard.

  9. giacomo sartori il 19 settembre 2010 alle 16:57

    aspettavamo te, amore mio



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