Pietro Mirabelli è morto

22 settembre 2010
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[Stamani apro la mail, e trovo la notizia: Pietro Mirabelli è morto. Resto senza fiato. E’ una mail di Simona Baldanzi, che Pietro me lo ha fatto conoscere e  ha frequentato a lungo, per la sua tesi di laurea che poi ha dato origine al suo Figlia di una vestaglia blu. Pietro era un minatore calabrese,  faceva gallerie, era un sindacalista che ha lottato, sempre. Pubblico la lettera che mi è arrivata da Simona Baldanzi, che due anni fa scrisse qui un testo che vale ancora, che vale ancora troppo, Noi buoni a nulla. Di seguito pubblico il capitolo di Lavorare uccide che dedicai  ai minatori della Tav, e a Pietro. E’ poco, è niente, Pietro non c’è più, ma se i libri possono qualcosa è almeno far memoria, e la memoria prima o poi si usa. Sarebbe stato meglio usarla prima, però, e invece Pietro non c’è più. marco rovelli]

 

E’ morto stanotte Pietro Mirabelli in galleria in Svizzera. Un masso si è staccato dal fronte mentre una squadra lavorava con il jumbo. È morto in ospedale nel Canton Ticino per troppe lesioni interne. Aveva di recente lavorato per un breve periodo alla Toto a Barberino, dopo il periodo di cassaintegrazione in seguito alla chiusura dei lavori dell’Alta Velocità. Aveva infatti lavorato dal 2000 in CAVET dove era stato RLS, RSU fino alla conclusione dell’opera. Pietro era un minatore calabrese, era un lancista, quello che sparava cemento al fronte della galleria, che aveva lavorato in una miriade di cantieri, per le grandi opere, per la velocità e il benessere del Nord, mentre a Pagliarelle, nella sua terra, dovevi fare quindici minuti di macchina per raggiungere la prima edicola. Mai prima di lui ho conosciuto qualcuno che ha fatto della dignità del lavoro una propria insostituibile missione. Un testardo dei diritti che ultimamente era rimasto ferito da questa Italia, dalla sua politica, dai sindacati e se ne era andato in Svizzera anche e soprattutto per questo. Pietro era un figlio d’arte, come lui stesso si definiva. Il padre è morto di silicosi in seguito al lavoro di galleria. Pietro, anche se non ci credeva, era riuscito però a infrangere un silenzio sulla condizione dei minatori moderni e aveva conosciuto e incontrato una miriade di persone, coinvolgendo tutti nella sua battaglia a partire dal quarto turno e dalla sicurezza. Aveva anche fatto incontrare la comunità montana del Mugello e quella del Crotonese e il monumento nella piazza sui caduti al lavoro a Pagliarelle frutto dell’incontro di due terre, lo si deve a lui. Aveva letto le lettere dei condannati a morte della resistenza per scrivere la frase che sta impressa sotto quell’uomo di bronzo che accecato dalla luce esce dalla galleria fatta di pietra serena di Firenzuola, da quel suo Mugello a cui ha dato tanto, persino il nome della via di casa sua, ai piedi della Sila.
Ora, non venitemi a parlare di cultura della sicurezza, perché Pietro ne era l’essenza. Non ci crediamo che sia potuto succedere a lui proprio perché lui ha lottato contro tutto questo per tutti gli altri, per tutti noi.
Non riesco ad aggiungere molto, sono stata indecisa se scrivere e cosa scrivere, ma alla fine mi sono detta, zitta no. Zitti non possiamo stare. Dobbiamo informare e far girare la notizia, fra quelli che lo conoscevano, fra quelli che conoscono la sua storia, fra quelli che non lo conoscono. Pietro era un uomo e un simbolo di lotta, di quelle rare che sembrano non esistere più. Le morti sul lavoro restano sotto lo zerbino  di case vuote e lasciano un dolore lacerante che ti toglie il fiato. Ti toglie l’anima se a morire è Pietro.
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Altri nomadi
(da Lavorare uccide)
In Italia ci sono intere comunità migranti, nomadi, senza fissa dimora. Vivono in baracche di legno o di lamiera, in venti per baracca. Di loro non si parla. Perché se ne stanno rintanate tra i monti. Fuori dalla vista.
Pietro Mirabelli è uno di questi nomadi. Viene da Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro, provincia di Crotone. E sono molti i nomadi di Pagliarelle. Tutti figli d’arte, anche i padri spesso erano nomadi. E anche dei padri non ci se ne accorgeva, all’epoca. Il padre di Pietro emigrò nel 1950 per fare le autostrade: Liguria, Val d’Aosta, Trentino. Gli stessi luoghi li sta percorrendo Pietro, adesso. Questa è stata la sua eredità. Non ci sono più le autostrade da fare, adesso sono minatori galleristi. Negli ultimi undici anni Pietro è stato nel Mugello, sull’Appennino a nord di Firenze, a scavare la galleria da dove passerà la TAV, la linea ferroviaria ad alta velocità tra Firenze e Bologna. Il Mugello è il posto più vicino dove ha lavorato.
Pietro ha 25 anni di anzianità. Ha scavato il Frejus, la Val di Susa, la galleria di Rivoli sotto Torino, la roccia sopra Sanremo per l’Aurelia bis, la Carnia e il Mottarone sopra Stresa per le nuove gallerie della Voltri-Sempione. Ogni tanto torna a Pagliarelle. Un paese di duemila persone su colline di pietra. La maggior parte sono minatori galleristi, e vivono la maggior parte della vita lontano da casa. A Pietro è nato un figlio. “Mio figlio cresce a spanne e la galleria a metri. Una settimana dietro l’altra nel ventre della terra a scavare percorsi per l’alta velocità mentre lui lontano da qui, e da me, sorride alla luce del sole ogni mese in modo diverso.”
Si scavano gallerie lunghissime. Quella del Mugello è lunga diciannove chilometri. Quando  incontro Pietro, davanti alla stazione di S. Piero a Sieve, la galleria è ormai finita, stanno posando i binari. E’ facile pensare a quanto sia duro il lavoro. Minatore, autista, carpentiere, lancista. Pietro è un lancista esperto: spruzza il cemento sulle pareti della galleria, sulla roccia viva scavata dagli esplosivi o dagli escavatori, per impedirle di crollare. Solo che nel cemento c’è una miscela di derivati di silicato. La selce cristallina si attacca ai polmoni e non se ne va più. La silicosi è la malattia dei minatori. Molti che sono stati a minatori a vita li riconosci dalla tosse, dal fatto che se camminano si devono fermare per il respiro affannato. Anche il padre di Pietro è morto di silicosi.
Pasquale Costanzo era anche lui di Pagliarelle. Anche lui era andato al cantiere del Carlone, per la galleria di Vaglia. Prima era stato al cantiere di Fiorenzuola, poi lo zio era riuscito a farlo trasferire al Carlone, per averlo vicino. Era arrivato da due mesi, aveva ventitré anni, è morto il 31 gennaio 2000, al primo giorno di lavoro nel ciclo continuo.
“Noi lo abbiamo sempre contestato il ciclo continuo”, dice Pietro. Passa un treno, intanto, e fra qualche anno di qui passeranno treni a trecento all’ora. “Turni di otto ore. Sei giorni di lavoro al pomeriggio e uno di riposo, poi sei di lavoro di notte e due di riposo, infine sei di lavoro di mattina e tre di riposo. Teoricamente riuscivi ad andare a casa in quei tre giorni, dunque una volta ogni tre settimane. Uno che non c’è mai stato in galleria forse non si rende conto. Tra fumi, polvere, acqua, umidità, rumore, sempre la luce artificiale. Quarantott’ore in una settimana lì dentro, o sei notti di seguito, sono massacranti. Ma nessuno ci ha dato ascolto. Né la classe politica né il sindacato.”
I rapporti tra Pietro e il sindacato, che aveva accettato il ciclo continuo, non sono stati ottimi. Tanto che Pietro, che aveva guidato la protesta dei lavoratori contro il ciclo continuo ed era stato eletto come loro rappresentante, nel marzo 2002 stava per venire escluso dalla lista dei candidati preparata dai sindacati. Ma com’è possibile, con tutto quello che Pietro aveva fatto, e con tutta la voglia di riscatto a cui dava voce, che il sindacato avesse pensato di escluderlo? Furono 59 compagni di lavoro a imporlo dal basso, e fu rieletto col 40% dei suffragi. Manola Cavallini, la segretaria provinciale della Fillea (per i galleristi vige il contratto edile), disse ai tempi che non era vero che gli operai lavorassero 48 ore settimanali. Che lo dicevano perché non ne sapevano fare la media, e in realtà ne lavoravano 41-45. A parte il fatto che tre ore non sembrano poi questa gran differenza, in un ciclo continuo del genere, fa impressione questo distacco tra certi sindacalisti e i lavoratori. Meglio dargli degli ignoranti piuttosto che ascoltarli.
I lavoratori avevano firmato un contratto per fame di lavoro. Ma poi c’era quella vita in galleria, da fare, senza  riposo domenicale, con la turnazione di sei notti consecutive che non è possibile in nessun altro settore produttivo. Le squadre teoricamente erano di quindici uomini, ma molti si ammalavano o erano vittima di piccoli infortuni, e siccome il lavoro non poteva avere pause le squadre di intervento arrivavano a essere composte anche da solo cinque uomini, che devono garantire lo stesso risultato.
Così, a casa ci si va poco, tre giorni ogni tre settimane. Ma il sabato e la domenica, quando puoi davvero stare con la famiglia, capitano una volta ogni cinquantadue giorni. Era stata deciso così al tavolo concertativo tra Cavet (il consorzio che realizza i lavori, di proprietà per il 76% di Impregilo, ovvero Fiat, con una partecipazione all’11% della “cooperativa rossa” Cmc, la stessa che si è divisa con l’azienda di Lunardi i lavori della TAV della Val di Susa), Tav, governo, sindacato, enti locali (quando i sindaci andarono a Roma e firmarono tutto senza consultazioni popolari). I lavoratori erano abituati altrimenti, avrebbero voluto un orario normale, cinque giorni più due, come era sempre stato. E a casa ci si andava lo stesso, bastava un giorno di permesso, che poi si recuperava magari con lo straordinario, e almeno si era a casa sempre il sabato e la domenica.
Il bello è che il pretesto del ciclo continuo è stato quello di accelerare i tempi, ma poi la data di consegna è slittata due volte, dal 2005 al 2009. Con le spese triplicate, a totale carico dei contribuenti, rispetto alle previsioni iniziali di finanziamenti privati. Nonostante questo l’Ispettorato del Lavoro ha contestato alla Cavet violazioni alle norme sull’orario di lavoro e sui riposi settimanali per centinaia di lavoratori.
“I nostri uomini ridotti a delle macchine, solo lavoro mensa e sonno, e a casa mai” scrissero al presidente della repubblica Ciampi le donne degli operai del Carlone. “Noi diciamo basta. Il contratto-capestro, che tratta i nostri uomini della Calabria peggio di animali o macchine per i quali si ha cura e rispetto, de ve cessare.” Chiedevano riposo, “perché possano essere nelle nostre famiglie come reale presenza e non saltuaria apparizione e sparizione a causa di un lavoro che li schiavizza”. Ma il ciclo continuo non è cessato. Anzi, è stato esteso alle altre grandi opere.
Pasquale Costanzo venne chiamato in galleria sul lato Bologna. Avevano bisogno di un elettricista. Stava guidando una jeep, tornando verso il fronte di scavo. A trenta all’ora, eppure la jeep si ribaltò, e lui venne schiacciato. Non si è mai capito il perché.
Pasquale è stato il primo morto nella galleria di Vaglia, il primo morto del ciclo continuo. Fu dopo la sua morte che cominciò la protesta dei lavoratori contro quell’organizzazione del lavoro.
Nella galleria di Vaglia ne sono morti altri tre. Prima Giovanni Damiano, 42 anni, carpentiere. Stava gettando il cemento sull’arcorovescio, che sarebbe la parte inferiore della volta, ed un ferro gli si è infilato nel cervelletto. Poi Pasquale Adamo, 55 anni, che ebbe il tempo di vedere la sua morte, accorgendosi che la trivella che stava bucando Monte Morello aveva agganciato il suo giubbotto e lo stava trascinando con sé.  Infine un metalmeccanico di un subappalto, che stava lavorando ai casseri per la volta, schiacciato tra due lastre di metallo.
Finito questo lavoro, Pietro dovrà cercarsene un altro. Il contratto a tempo indeterminato dura finché dura il cantiere. Nel frattempo c’è la disoccupazione speciale lunga, una specie di cassa integrazione. E sarà ben difficile che il Cavet lo riassuma, dopo i fastidi che Pietro gli ha dato. E non sarà facile nemmeno che lo prenda un’altra ditta, le informazioni girano velocemente.
Eppure al momento di firmare i contratti i minatori sapevano che sarebbero stati ricollocati. Il ponte di Messina. Ma anche la Salerno-Reggio Calabria, dove i lotti disponibili sono già stati assegnati a persone di fiducia degli amministratori.
Prima di andarmene vado con Pietro al campo base del Carlone, asserragliato entro una gola. Una fila di baracche di lamiera, ognuna di ventidue persone. Caldo torrido in estate, freddo in inverno. Stanzette da due, separate da una parete inesistente, e quando stai dormendo il compagno di stanza arriva dal suo turno e ti sveglia. Bagni e docce in comune, armadietti microscopici. E’ qui che che questi minatori devono abitare per anni interminabili. Ma sono minatori del resto, è già una grazia per loro averlo, questo lavoro. Gli impiegati, però, le singole con bagno e docce ce l’hanno, vedi un po’ te dove passa a volte la differenza di classe, in un taglio di gola.
“Solo in questo campo base, mi dice Pietro, siamo in un centinaio di Pagliarelle. Facciamo queste opere, ma da noi c’è ancora la ferrovia che fece Mussolini, la Catanzaro-Crotone. Un paese di duemila abitanti a novecento metri d’altezza, senza un’edicola, un distributore, una banca. Due squadre di calcio senza un campo sportivo, il più vicino, senza erba, è a venticinque chilometri. Nelle scuole ci sono quaranta bambini per classe perché mancano le aule. L’ospedale più vicino è a cinquanta chilometri di curve. Le strade sono dissestate, l’asfalto a chiazze. E ogni volta torniamo, e ogni volta non cambia”.

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20 Responses to Pietro Mirabelli è morto

  1. nadia agustoni il 22 settembre 2010 alle 18:20

    Dispiace enormemente. Per tutto questo non si trovano mai abbastanza parole.

  2. evelina santangelo il 22 settembre 2010 alle 19:04

    Marco, grazie di aver condiviso questo post che ci riporta tutti lì dove le scelte contano e costano destini e vite.

  3. stalker il 22 settembre 2010 alle 20:39

    tra tanta fuffa un pos NECESSARIO!

  4. baruda il 22 settembre 2010 alle 21:36

    Questi sono omicidi!
    ASSASSINIIIII

  5. francesco pecoraro il 23 settembre 2010 alle 01:37

    ci hanno detto sempre il contrario, a noi che abbiamo fatto il liceo, ma quella del faber è la più alta espressione dell’umano, la più vicina alla verità (se esiste) delle cose, la più vicina alla possibilità dell’errore fatale, che è privilegio e condanna di chi lavora mettendoci il corpo, in prima linea.
    eccetera.

  6. domenico il 23 settembre 2010 alle 15:08

    Onore a Piertro, minatore, calabrese, emigrato, mai domo.
    Onore a tutti i minatori sparsi per il mondo

  7. jacopo galimberti il 23 settembre 2010 alle 17:23

    @ pecoraro

    cosa intendi per faber?

    Mi piacerebbe sapere quanto guadagnano i minatori come Pietro.

  8. francesco pecoraro il 23 settembre 2010 alle 18:05

    @jacopo
    homo faber= fabbricatore, costruttore, tecnico.
    sempre visto in antitesi con l’homo sapiens, che non si sporca le mani col fare materiale.
    ma il vero sapiens è il faber, naturalmente.

  9. Simona Baldanzi il 23 settembre 2010 alle 18:40

    uno dei lavoratori della variante di valico, carpentiere per la grande opera in un’intervista ad aprile mi ha detto che prende 1600 euro (per lavorare 9-10 ore al giorno). forse Pietro prendeva qualcosa in più per via della specializzazione, della distanza da casa ecc..ma sicuramente gli stipendi dei trasfertisti non sono più come una volta.

    sull’uomo faber, sull’uomo che fa con le mani, vi segnalo il bel saggio di Sennet “L’uomo artigiano” (feltrinelli)

  10. stalker (naso di cane) il 23 settembre 2010 alle 23:20

    pecoraro, io invece penso che la vita del minatore sia sempre stata ed ancora sia la più bassa umiliazione a cui uomo sia stato mia costretto per portare un piatto di minestra in tavola.
    che poi i minatori lo abbiano fatto con dignità ed orgoglio, lottando per rivendicare la loro condizione “umana”, non fa sconti a questa barbarie.

    penso agli zolfatari siciliani, a marcinelle, oggi ai 33 minatori cileni, e a pietro e ai tanti pietro…..mi fermo, mi viene da piangere a da vomitare.

  11. stalker (naso di cane) il 23 settembre 2010 alle 23:26

    voglio pensare ad un faber che costruisce una casa sopra la scorza terrestre, o che forgia attrezzi e costruisce finimenti per i suoi animali per arare i campi, non ad un paria calato nelle viscere, e spesso tirato su solo per anadare a morire a casa, appena un sospiro, un rantolo per sputare brandelli di silicosi, prima di riandare sottoterra, per sempre.

  12. francesco pecoraro il 24 settembre 2010 alle 08:06

    @stalker
    sono d’accordo con te, esistono lavori inaccettabili.
    aggiungo una cosa: lo sfruttamento trasforma qualsiasi condizione e attitudine umana in brutale sofferenza.
    il lavoro fisico, di qualsiasi tipo e livello, implica una dose non-eliminabile di sofferenza e pericolo della quale dovrebbe essere compensato a priori, ma non è così.

  13. caracaterina il 24 settembre 2010 alle 23:51

    Fare il minatore non è un lavoro inaccettabile in sè. Fra l’altro è un lavoro di grande competenza, responsabilità e di assoluta necessità (vogliamo spostarci in treno o in autostrada o no? le attraversiamo le gallerie o no? ci pensiamo a quelli che ce lo permettono? sì? quanto spesso? a me succede raramente, non credo di essere l’unica). Inaccettabili sono le condizioni di lavoro. Inaccettabili sono i cantieri così come vengono descritti. Inaccettabile è un paese italiano del XXI secolo senza strade, senza scuola, senza un’edicola. Senza.

  14. stalker (naso di cane) il 25 settembre 2010 alle 00:40

    caracaterina, non ho non ho mai detto che il lavoro del minatore non sia un lavoro di competenza.
    ti dirò di più: penso che la maggior parte degli incompetenti si trovino tra gli impiegati della pubblica amministrazione (notorio bacino elettorale) e spesso tra questi passa carte trovi i nomi di addetti all’ispettorato del lavoro, gente che a volte ti compri con una ricarica telefonica ed una cassetta di champagne.
    parlavo d’altro perdio!!!!

  15. francesco pecoraro il 26 settembre 2010 alle 11:42

    “penso che la maggior parte degli incompetenti si trovino tra gli impiegati della pubblica amministrazione”.
    questo sì che è un pensiero originale.
    falso, ma originale.

  16. stalker il 26 settembre 2010 alle 21:20

    francesco, non è sicuramente un pensiero originale: lo definirei quasi da bar sport.
    sulla falsità se ne può parlare, ma anche no….

  17. Simona Baldanzi il 26 settembre 2010 alle 23:03

    caracaterina hai scritto bene. un paese senza.

  18. francesco pecoraro il 27 settembre 2010 alle 13:43

    @stalker
    diciamo no, va.

  19. francesco pecoraro il 29 settembre 2010 alle 10:29

    ho trovato questo.
    “Sono Pietro Mirabelli, operaio della TAV e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS). Da dodici anni sono presente sul cantiere del Cavet (Consorzio Alta Velocità Emilia e Toscana) l’impresa che ha vinto l’appalto per la realizzazione del tratto che permetterà di collegare Bologna a Firenze. In questi anni ho visto decine e decine di operai infortunarsi, diventare invalidi e morire. Manca poco alla fine della realizzazione. Molti uomini e donne saliranno sui treni e non immagineranno quanto sangue è stato versato, quante madri hanno pianto per i loro figli e quante mogli sono rimaste sole. L’attenzione sugli infortuni sul lavoro è forte quando ci sono incidenti nei luoghi di lavoro, se ne parla una settimana, e poi tutto viene messo nel conservatorio della dimenticanza. Ma ogni giorno muoiono lavoratori in aziende sconosciute, nell’edilizia, nell’agricoltura. Poi, quando accadono ad esempio stragi come quella di Torino, allora qualcuno se ne occupa. In uno dei tanti incidenti avvenuto nella realtà dove lavoro, ci fu un infortunio mortale nel tratto emiliano. Sull’articolo di giornale non ne è stato riportato nemmeno il nome. Il problema principale non lo affronta nessuno. Sulle procedure di sicurezze presenti sui piani operativi di sicurezza (POS) c’è scritto ciò che si può fare e ciò che non si può fare. Un lavoratore consapevole del rischio che va ad affrontare, volendo potrebbe rifiutarsi di eseguire un incarico pericoloso. Ma a pericolo identificato si pensa alla famiglia, non si vuole mettere a rischio il posto di lavoro considerando quanto è difficile oggi trovarne uno. L’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi nella trasmissione di Fazio “Che tempo che fa”, ricordò il collegamento veloce fra Bologna-Firenze sottolineando 17 gallerie. Non un accenno ai lavoratori che hanno lasciato la vita per dare la possibilità a tutti gli italiani di accorciare le distanze. Pasqualino Giordano, 20 anni, è morto al primo giorno di lavoro, vogliamo ricordarlo? Io mi sento parte fondamentale della nostra società. Oggi però, televisione e giornali parlano dell’Isola dei famosi, mentre noi lavoriamo nel sottosuolo, dove il pericolo può arrivare da qualsiasi parte: dall’alto, dal basso, da destra e da sinistra. Ci sono macchine in movimento, esplosione di mine, fango, ecc. Un RLS o un RSU dovrebbe essere presente per ogni squadra. A volte i preposti alla sorveglianza o sono poco formati, o sono parenti dei datori di lavoro. Cosa significa? Se venisse riscontrata una situazione di rischio non si può fermare subito la produzione, si va avanti piano, piano cercando di fare attenzione. Si deve sempre sperare che non succeda niente. Quando ci vengono consegnati gli ordini di servizio,li firmiamo per ricevuta consegna. Poi ci viene data una mascherina antipolvere, un elmetto, guanti e tute ad alta visibilità. Oggi facciamo un corso su come utilizzare quanto ci viene fornito, ma solo dopo pressioni fatte dai RLS e RSU. Mi domando se queste protezioni siano sufficienti. Mio padre era minatore come me, l’ho visto ammalarsi di silicosi, l’ho visto spegnersi giorno dopo giorno all’età di 70 anni, un’agonia lenta. Io sono calabrese, della provincia di Crotone, dalle nostre parti non c’è occupazione. Metà del mio paese lavora nelle galleria. Un lavoro che non vuole fare più nessuno ed è comprensibile. Un lavoro usurante. Nel cantiere non è presente solo la ditta Cavet, alcuni lavori sono stati subappaltati. Ci sono più squadre che lavorano insieme. Io mi sono trovato a fare sopralluoghi per la sicurezza, dove c’erano squadre di piccole aziende subappaltatrici e non venivano rispettate le norme di sicurezza. Inoltre non c’è solo un problema di coordinamento fra squadre di operai che non si conoscono, ma anche di lingua. Perché ci sono molti extracomunitari, secondo me sfruttati perché li ho visti lavorare anche per 12/13 ore per turno.Spesso non conoscono i loro diritti. Io nella mia esperienza di RLS, ho fatto piccole conquiste, ma è presumibile che il pericolo non finisca una volta che il consorzio Cavet riconsegnerà il lavoro terminato. Il Cavet ha capito l’esigenza di fare corsi, anche se di poche ore, sulla sicurezza e sulla formazione. Mi consola l’idea di aver insegnato a qualcuno l’importanza del rispetto delle leggi per la sicurezza di noi operai. Purtroppo l’applicazione delle norme è fondamentale e i sindacati devono impegnarsi. Noi operai non solo siamo dimenticati presto, ma neanche ci viene data giustizia. Nel 2001 l’operaio Pasquale Adamo perse la vita mentre stava perforando il monte Morello con l’ausilio di uno speciale macchinario. Il suo giubbotto si è impigliato nella trivella, lo ha avvolto e stritolato. La condanna per i responsabili è stata una multa. Non si può pagare una multa per una vita umana. Non è possibile che per omicidio colposo il massimo della pena siano 5 anni. Proviamo a pensare che il nostro lavoro non è stato scelto per piacere, ma perché non c’era alternativa. Quando un giovane laureato del mio paese si trova in un cantiere a fare una mansione obbligata da questa società, dove solo i figli dei ministri devono fare i consulenti, possiamo pensare che lavora in uno stato di malessere? L’Italia paga milioni di euro a causa di infortuni sul lavoro. Più sicurezza e denunce rappresenterebbero, non solo un costo inferiore per lo Stato, ma anche un beneficio sulla qualità produttiva.”
    da “MORTI BIANCHE”



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