Sette testi da Shelter

22 settembre 2010
Pubblicato da

di Marco Giovenale

.

.

un buon numero di volte è fuori clinica
(che non è chiaro quando, quando no)

di’.
(quello che vede senza commenti)

*

le cose si spengono in sequenza sulla strada, c’è la negazione che si allarga, escono tutti dai loro fatti compromessi, radon, sedi, rendita, reddito, nastri del barocco motivato

*

la settimana inizia il 12
alla finestra il geco al rivetto,

il piccolo mobile di plastica,
l’orso-osso di cartone – strappàti –

quella che era stata una storia
fa la cenere del tetto, blu delle sei

*

questo / un           freddo secco, umido poi
secco ancora,
nero rosso – e gelo –        (volterra)
di (semplice) interramento circolare
(semicircolare)

le pareti sono lisce-ocra
l’aria è azzurra sull’isola interna

i cerchi sono anche l’ornamento,
le donne

*

scintilla per passaggio, per differenza
– il primo figlio comanda il fuoco
che genera e incinera il padre

il ricordo viene da Elie, dai pochi
– hanno visto: per un’ora
il collo piccolo che no non
riesce a morire

*

è sbagliata l’origine
ma non così è tutto che
consegue

il consenso del vetro al suono
il passo che deve frusciare
essere limite a suo
dire

*

Non si libera dagli aghi, se ne veste.
Vive nell’ultima stanza – ogni volta
sta varando il vascello con lo sguardo
nella fontana fuori, dove la potrebbero
condurre ma non vuole, dai sette anni
mentali e non mentali non si strecciano
il colore cenere – la testa, gli occhi.
Non possono trovarla assiderata.

Piuttosto a contare sul balcone, che sarebbe
il margine alfa della storia, da dove
la contesta e può ascoltarla; due
fibbie alle scarpe slacciate, rientra
sempre e cammina sempre scalza contro
la parete. Lì sta bene. Lì – dice alla fine
della casa – mi riconoscete.

Chi manca è più nitido,
si prende la ragione

_____________________________________

[ da Shelter, Donzelli, 2010 ]

Tag: , ,

54 Responses to Sette testi da Shelter

  1. carmelo il 22 settembre 2010 alle 15:39

    e’ difficile parlare di poesia se non parlando d’altro penso.
    (gombrovichi ho letto che una volta ha detto che non si puo’ parlare poeticamente della poesia)
    ancor piu’ difficile è entrare nell’universo poetico di un’autore.

    facciamo finta che siamo in una libreria e che tu marco stai presentando la tua nuova raccolta di poesie.

    allora io ti chiederei:
    che cosa pensa marco giovenale del poeta marco giovenale ?

    ti chiederei insomma di indicarmi un possibile percorso, una chiave, uno strumento per entrare nel tuo mondo poetico.

    oppure lo chiederei al critico che di solito presenta il poeta:
    in questo caso a domenico pinto?

  2. véronique vergé il 22 settembre 2010 alle 17:36

    La poesia si legge, in un mondo strano
    l’occhio aggancia e si colora “blu della sei”
    il passaggi del geco, lenta metamorfosi
    dell’oggetto affetto, scarpe slacciate,
    salire, leggere, vedere nitido,
    il punto di mancanza sul vetro,
    alchimia, alambico, margine del
    dire- con la lettura della poesia
    fare entrare il senso della metamorfosi nella lettura.
    Nel linguagio oeuvre au noir il lettore entra nel
    senso interiore del mondo, inconscient, il linguaggio
    dell’imagine mai schiarita.

    La poesia di Marco Giovenale è una terra straniera.
    Mi sembra essere la necessità della poesia.

  3. véronique vergé il 22 settembre 2010 alle 17:39

    Shelter: rifugio del linguaggio

  4. Paolo Sciola il 22 settembre 2010 alle 19:57

    Io non capisco molto di poesia.
    Questa mi sembra d’averla capita.
    Una grande poesia, a mio parere.
    Chiunque l’abbia scritta.
    “Le cose si spengono in sequenza sulla strada”.
    Grande verso.
    Banale la sua parte e micidiale dalle altre dodici (dipende dalle dimensioni in cui credete).
    Una frasetta così ti taglia a fette, basta solo essere fatti di carne viva, non ancora andata a male.
    Basta solo “avanzarsi” con l’età con tutto ciò che ancora non si è riusciti a sputare fuori.
    Odio o amore non contano.
    Sono uguali.
    Sono proiezioni malate del sé.
    Entrambe implicano un bersaglio, qualcosa da colpire.
    Lo zen e il tiro con l’arco.
    Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta.
    Alla fine, da vecchio, ottieni la tecnica giusta.
    Non serve potenza.
    Men che meno donne da colpire o affondare.
    Le cose planano da sé, a un certo punto.
    Impari a colpire te stesso, la sola cosa che ti resta o ti sia mai rimasta.
    Allora capisci che non ne vale la pena.
    Di colpirsi.
    Di prendersi o prendere di mira.
    Tutto si spegne nella strada.
    E si accende per i nuovi arrivati.
    E’ un ciclo.
    Vi è soltanto la consapevolezza dell’età e l’ignoranza rivoluzionaria dei nuovi arrivati che hanno bisogno di riscoprire l’acqua calda.
    “Le cose si spengono in sequenza sulla strada”

    (Noto con piacere che in questi rinomati lidi ci si sta sgrezzando un po’: era ora).

  5. stalker il 22 settembre 2010 alle 20:44

    neanche io mi intendo molto di poesia.
    sarà per questo che mi chiedo: ma che avrà voluto dì?

    ciò non toglie che ammiro ed invidio l’estasi quasi erotica di chi comprende.

  6. Paolo Sciola il 22 settembre 2010 alle 20:50

    PS:

    A quell’ “incinera” avrei preferito “incenerisce” (il padre).

    Per motivi di prosodia e di ritmo.

    Per motivi di rock.

    O di jazz, if you prefer.

    E anche per svecchiarvi un po’ dal rincoglionimento verbale in cui voi decadenti amate decadere a iosa pensando che questo atteggiamento sciccoso vi possa guarire o riscattare o persino riparare dal senso di inutilità incipiente (non ci fosse quell’assistente sociale di véronique vergé a giustificarvi virgola qui sarebbe un mortorio di mezze seghe autoreferenziali).

    “genera” e “incinera” sono entrambi sdruccioli (te lo dice uno che amando andare controcorrente pronuncia volentieri “incìpit” al posto del conclamato – e secondo me errato “ìncipit”).

    Tutta la stanza (sic – ebbene sì) andrebbe divisa così:

    “scintilla per passaggio
    per differenza il primo figlio
    comanda il fuoco
    che genera
    e incenerisce il padre”

    (Tranquillo pucci, è soltanto un parere)

  7. Paolo Sciola il 22 settembre 2010 alle 20:57

    stalker…

    “ed invidio” è bruttino.

    Spero converrai.

  8. carmelo il 22 settembre 2010 alle 21:32

    non trovo per niente divertente l’uso del basso ventre nella comunicazioni tra essere che appartengono alla specie umana.

    si puo e si deve essere feroci nei confronti di un’opera (di un’opera non di una persona o di un gruppo di persone), ma bisogna farlo con cognizione di causa, argomentando e mantenendo il massimo rispetto delle persone.

    si potrebbe dire che se ritieni questo sito popolato da mezze seghe autoreferenziali, essendo una persona dotata di raziocinio non dovresti essere così sciocca da perdere il tuo tempo in modo così improduttivo e controproducente per la tua salute ed il tuo equilibrio psicofisico.

    si potrebbe anche dire che il tuo discorso non sara’ decadente ma è diciamo così “povero” e si puo’ anche dire che l’unica cosa che si capisce sono gli insulti.

    apprezzo molto il fatto che tu abbia il coraggio di usare nome e cognome (se sono veri sia lode a te) e ti assumi la responsabilita’;

    ma ti invito a riflettere sul fatto che se i ltuo obiettivo era quello di dimostrare lo scarso valore dell’opera poetica, non ci sei riuscito.

    Gli insulti restano, resta questa superficialità con cui si usano le parole nella rete.
    dietro ch iscrive c’e’ una persona
    tu stai insultando una persona non me ne importa niente se la sua opera fa schifo oppure no.

  9. fabio teti il 22 settembre 2010 alle 21:55

    @Carmelo,

    circa il tuo primo commento: qui c’è una nota di Giovenale, del 2004, ossia a libro da poco iniziato, che dà conto di alcuni sfondi e cordinate di Shelter.

    http://slow-forward.splinder.com/post/3173418#3173418

    Hail

  10. Paolo Sciola il 22 settembre 2010 alle 22:19

    @ carmelo

    Mi pare a occhio che io abbia parlato molto bene della poesia di Shelter o Giovenale (qui dentro non si è ancora capito chi pubblica chi o chi è pubblicato – misteri della democrazia settaria o fascista letteraria – ti prego, non darmi addosso: questo non è un insulto, è una semplice constatazione).
    Il resto sono frammenti seg-mentali di ciò che hai voluto artatamente estrapolare da un discorso primario – il mio apprezzamento alla poesia – a certi corollari laterali di scazzo che pertengono al mio percorso artistico, di cui non ritengo di doverti chiedere scusa, visto che non so chi sei, cosa fai, cosa ti metti, come scrivi etc. etc.
    Le lezioni falle a te stesso, semmai, per non avere la forza di firmarti per intero o per la frenesia di accorrere in soccorso del vincitore (l’autore di questa bella poesia).
    Se ti sei sentito tirato in ballo da certe mie radicate convinzioni è perché devi avere la coda di paglia (noi non ci conosciamo, o no?) oppure pensi di difendere chi riesce a difendersi da solo, con la forza della sua arte.
    E adesso, perdona, sto guardando il Cagliari e ho finito birra e sigarette.
    Dunque, mi ritrovo lievemente a elica in termini di pazienza.
    Passerà.
    Bacini.

  11. carmelo il 22 settembre 2010 alle 22:33

    @è evidente che hai molto rancore dentro di te
    voglio solo precisare una cosa:
    quando uno offende deve avere il coraggio di assumersi la responsabilità di cio’ che dice
    quando uno rispetta tantopiù quando elogia puo’ anche permettersi di di non dire il suo cognome;
    ma visto che me lo chiedi
    mi chiamo pinto carmelo vivo e lavoro a roma se vuoi guardarmi negli occhi non ci sono problemi, a meno che tu nella vita reale non sei abituato a comunicare con utensili piu’ o meno contundentiù

  12. carmelo il 22 settembre 2010 alle 22:42

    @Paolo Sciola
    scusa non h orisposto all’altra domanda
    sono un lettore, nonson ocritico ne accadenico ne tanto peggio scrittore
    mi dichiaro analfabeta in fatto di poesia
    ho letto pochi classici, non conosco la metrica non conoco la tecnica
    ma ho cominciato ad apprezzarla sto cercando di imparare,

    nella rete non conte chi sei conta solo cosa scrivi

  13. Paolo Sciola il 22 settembre 2010 alle 22:46

    @ carmelo

    Bravo Carmelo Pinto.
    Ti stringo la mano.
    Mi pare che la nostra diatriba da due soldi e di periferia stia facendo ombra alla luce che merita questa splendida poesia.
    Mi eclisso e chiedo venia per l’invadenza.

  14. Marco Giovenale il 23 settembre 2010 alle 02:41

    rientro molto tardi e trovo commenti a cui non posso rispondere ora. ringrazio i commentatori e, soltanto, annoto: trovo che “genera” e “incinera” (accanto, del resto) si somiglino.

    trovo anche altre cose, di cui successivamente.

  15. véronique vergé il 23 settembre 2010 alle 10:25

    Carmelo,

    Hai ragione di rispondere a Paulo Sciola. Non mi sento nella pelle di una assistente sociale. Amo la poesia di
    MARCO GIOVENALE, ANDREA RAOS, ANDREA INGLESE
    FRANCO ARMINIO, FLORINDA FUSCO, FRANCESCA GENTILE…

    Paulo Sciola
    Non sai che la poesia è un atto erotico?

  16. carmelo il 23 settembre 2010 alle 11:38

    @veronique
    io non conosco le poesie dei poeti che hai menzionato se non quel poco che ho letto qui.
    conosco invece e ho letto e riletto la poesia di massim orizzante che adoro.

    io ho posto un problema ai poeti e ai critici.

    esiste un problema di comunicazione.
    le poesie ormai vengon olette dai poeti e dai critici
    le poesie non hanno lettori, o meglio pochi lettori.
    i lettori anche quelli piu’ volenterosi sono semianalfabeti
    succede l ostesso nella musica.
    quanti sono veramente in grado di apprezzare in modo no nepidermico una sinfonia, capirne il linguaggio, la struttura, la melodia, i lritmo?
    pochi.

    sentivo su rai 3 che Calvino richiesto di dare consigli per il millennio appena cominciato, in una intervista tra le altre cose disse:
    studiare con serietà e nelel scuole fare imparare a memoria le poesie ai bambini

    eppure la poesia è un genere letterario che sulla carta ha tutti i requisiti per avere una garnde diffusione nell’era digitale

    grande portabilità, possibilità di leggere, nei tempi morti cosiddetti, in tam nel treno nella pausa pranzo, facendo la fila, aspettanto un appuntamento amoroso, nel bagno…….

    i poeti dovrebbero porsi questo problema di stabilire cioe’ un ponte un canale con i potenziali lettori.

    anche i critici dovrebbero porsi lo stesso problema.

  17. carmelo il 23 settembre 2010 alle 15:44

    anche Bruno Arpaia, che pure ama bolano muove delle critiche:

    “””I miei nove lettori sapranno che Bolaño non mi esalta incondizionatamente: lo considero un bravissimo scrittore che però, almeno per i miei gusti, gira troppo attorno alla letteratura e agli ambienti letterari, per quanto provi a farne una metafora della vita stessa. E tuttavia è innegabile che per moltissimi giovani autori spagnoli e latinoamericani Bolaño costituisca un solido e ostinato punto di riferimento, al quale guardare per cercare nuovi sentieri e magari nuove autostrade narrative.””””

    queste critiche per la verita son ostate avanzate da molti

    ma qualcuno e cioe’ Javier Cercas le ha smontate

  18. stalker il 23 settembre 2010 alle 22:32

    @paolo sciola

    [“ed invidio” è bruttino.

    Spero converrai.]

    sciola, lei vola troppo alto per me, spero ne converrà e non si offenda se non controbatto: non ne sono all’altezza.

    del resto l’invidia è un sentimento davvero basso e meschino, e all’estasi erotica di fronte a certi versi non ci arrivo.
    è un mio limite.

    saluti

  19. stalker (naso di cane) il 23 settembre 2010 alle 22:40

    un omaggio a madame vergè e alle estasi erotiche.

    http://www.youtube.com/watch?v=Z4Ty9huVb1k&feature=related

  20. véronique vergé il 24 settembre 2010 alle 14:39

    Ascoltero domani,

    Stalker :-)

  21. andrea inglese il 24 settembre 2010 alle 18:44

    Sono un amico di Marco Giovenale. Ci ho mangiato assieme persino in un ristorante bio a Parigi dove cercavano di affamarci. Conosco ormai a memoria certe sue mimiche facciali.

    Eppure quando leggo i suoi versi, mi chiedo chi li abbia scritti.

    Così succede con tutti i bei libri anche degli amici più intimi.

    La familiarità con la persona, è continuamente tradita dall’estraneità dell’autore, che cresce e si sviluppa lungo linee segrete.

    Quanto all’annoso problema posto da Carmelo.

    Cosa dobbiamo fare noi poeti perché la poesia sia popolare? La leggano tutti e la capiscano tutti, e nello stesso tempo non sia una poesia di merda, ottocentesca, zeppa di stereotipi, di poetese insopportabile? Cosa dobbiamo fare?
    Io ho cominciato a darmi quattro schiaffi al giorno. Due di mattina e due di sera.
    Spero che tutti i non-lettori di poesia siano in parte soddisfatti. Non è LA soluzione, ma spero che questo li soddisfi un po’, e giustifichi la mia vile esistenza di poeta non-popolare ai loro occhi.

    (Spero Carmelo non se la prenda di questa deriva autodileggiante)

  22. carmelo il 24 settembre 2010 alle 19:01

    secondo me voi poeti e voi critici dovete immaginare che i lettori (quelli come me) siano come dei bambini; prenderli per mano farli entrare nel vostro mondo poetico (ciacuno ha il suo) dargli non dico la mappa ma almeno la bussola
    fare delle recensioni esattamente come dicevi tu su alfabeta2. esattamente cosi’
    si tratta solo di rompere i l diaframma, poi i versi scorrono fluidi e uno all’improvviso ne coglie il ritmo, i lsuono, i lrespiro, il senso, i l contesto….

  23. stalker (naso di cane) il 25 settembre 2010 alle 01:05

    @inglese, prova a raddoppiare la dose: prova con quattro schiaffi la mattina e quattro la sera, poi dopo un mese a scalare! :-)

    @carmelo, sei così sicuro che i lettori debbano essere presi per mano come i bambini? la poesia non va spiegata da chi la fa e non deve prendere per mano i lettori.
    casomai (intendevi questo?) non va depotenziata la scuola pubblica, che dovrebbe dare gli strumenti critici per capire la poesia, leggere tra le righe di un articolo giornalistico…etc etc…ma mai un autore ti deve prendere per mano….sarebbe davvero un paradosso onanistico!

  24. stalker (naso di cane) il 25 settembre 2010 alle 01:09

    correggo=strumenti critici e CULTURALI (ad es. metrica, questa sconosciuta….. ) per capire la poesia….etc

  25. andrea inglese il 25 settembre 2010 alle 11:18

    a carmelo,

    ti faccio il mio caso: ho pubblicato un libro di poesie, ho fatto qualche presentazione, del libro si è parlato in radio, in rete, sulle riviste specializzate (quelle che parlano anche di poesia), ho preso persino un premio assai degno; come critico militante di poesia sono assai attivo, partecipo a atelier di scrittura con adolescenti, ecc.; in che cosa avrei mancato verso il pubblico? dove starebbe il mio snobismo sprezzante?
    in quale modo sarei responsabile della distanza che separa il pubblico dalla mia poesia?

    Per ora la risposta che mi sono dato è questa. Lo snobismo del poeta che fugge il pubblico è una leggenda metropolitana. L’idea che la poesia la amino solo poeti e critici è in parte falsa. Ho potuto più volte verificare che:
    a) alle letture di poesia, gente che magari non si compra libri di poesia, se ne va comunque (non di rado) soddisfatta; ha ascoltato della poesia, e ha trovato qualcosa di suo gusto; (perché non compra il libro, allora? non lo so; forse per questo tipo di pubblico la poesia è inscindibile dalla sua dimensione orale, performativa)
    b) persone che non leggono di solito poesie, e vengono in contatto con la mia poesia – ma potrebbe essere quella di un altro poeta della mia generazione – la apprezzano; ciò nonostante non comprano libri di poesia… (perchè? boh! non hanno questa abitudine… forse sono tirchi… non lo so!!)

    Conclusione: che la poesia sia letta da critici e poeti, è del tutto naturale; la pittura è vista e amata sopratutto da pittori e critici; le ricerche scientifiche sono innanzitutto indirizzate a specialisti, ecc.; il problema è perché mai un pubblico non specialistico che dimostra in varie occasione di comprendere e apprezzare la poesia contemporanea, non compra i libri di poesia? Boh! Ma forse gli stessi poeti e critici non li comprano.

    Qualcuno ha risposte? (Intanto ho raddoppiato la dose di schiaffi, come suggerito da stalker).

  26. alcor il 25 settembre 2010 alle 11:54

    ci provo

    i poeti, o almeno quelli che scrivono poesie e le pubblicano, sono obiettivamente troppi, anche per il pubblico specialistico che sa come orientarsi, pochi poeti tra i moltissimi hanno una voce originale o comunque distinguibile

    c’è una lettura di poesia, ho il pomeriggio libero, non so cosa fare, c’è la cena, poi? magari ci vado in compagnia così poi se non c’è una cena mi mangio una pizza e faccio due chiacchiere, vedrò qualcuno, magari berrò un’ombra di vino in un bicchiere di plastica, c’è un poeta di cui ho sentito parlare e vedrò che faccia ha, c’è un mio compagno di scuola che fa il poeta, così lo rivedo e lo saluto, magari gli porto le mie poesie, dirò, ieri sono stato a una lettura di poesia

    lo compro, il libro? quanti euro ho a disposizione per i libri, questo mese? e perché proprio questo libro e non gli altri dieci, venti, cento?

    la poesia è una gran bella cosa, ma ci vuole attenzione e la sera sono stanco, mi stravacco davanti alla tv e metto la testa a bagno, o mi leggo un libro che ha una storia, o mi leggo un libro di cui tutti parlano, o mi leggo i giornali che ormai non ho più il tempo neanche per quello, mi casca la testa sul petto

    però è stato bello sentire un poeta che legge una sua poesia, suonava bene, non si capiva un tubo, si capiva tutto, strano, l’anno prossimo magari ci torno, magari mi metto a scrivere poesie anch’io

    Dev’essere banalmente così

  27. Alessandro Ansuini il 25 settembre 2010 alle 12:57

    Questi testi di Giovenale mi sono piaciuti moltissimo, il perché non lo so. L’altro giorno ero in balcone a fumare una sigaretta e ho ascoltato per caso una conversazione di quelli che facevano colazione al bar di sotto. Una ragazza aveva visto uno spettacolo a teatro e ci aveva trovato dei tratti poetici. e allora ho scritto di getto questo che forse c’entra e forse no, ma non credo sia troppo OT:

    Diceva Nanni Moretti che nessuno si sogna di dire la sua nei confronti di un idraulico, di un matematico, di un medico, ma tutti parlano di cinema. Una cosa simile, ma con una svolta lievemente più tragica, accade con la poesia. La poesia, addirittura, non si sa nemmeno cosa sia, e viene utilizzata nei contesti più diversi proprio per spiegare qualcosa per cui, di solito, non si trovano parole. Tutto può essere poetico. Un spettacolo teatrale può avere tratti poetici. Un piatto di spaghetti allo scoglio può essere poetico. Il cinema stesso, soprattutto quando è incomprensibile, si dice che sia poesia. Uno gol spettacolare è pura poesia. Un bambino che improvvisamente riconosce la madre nel vuoto e sorride è poesia. Tutto sembra essere poetico tranne le poesie. Bukowski diceva: credete di trovare poesia nei libri di poesia o nelle riviste di poesia? La vita non è così semplice. Cos’è, dunque, questa poesia? Un moto umano, o divino, presente in ogni cosa che si è soliti associare al bello? E perché la poesia è associata al bello? Le poesie, di loro, nascono dalle più atroci disperazioni. Descrivono orrori. Ma come dicevamo le poesie non hanno nulla a che fare con la poesia. Di cosa si parla quando si attribuisce il termine poetico? Berlusconi dice che ci sono delle cose serie da fare, il resto è poesia. Dunque la poesia è una cosa vana, pleonastica, inutile? Facciamo un’addizione: dunque, solitamente il “poetico” si associa al bello, ma è anche riconosciuto come cosa vana, priva di utilità. La poesia non dà il pane, si dice. Sicuramente non è tangibile, ma e sempre presente quando non si trovano le parole per comunicare a qualcuno che qualcosa ci ha emozionato, ci ha toccato, ci ha cambiato. Qualcosa di simile accade con il vento. Il vento noi lo vediamo come aria, ma è originato dal calore solare. Dunque, quando si voglia ragionare attorno al cosa è poesia o poetico, dovremmo astrarci da ciò che vediamo e ciò che appare ma considerare da dove proviene e cosa la muove? Ma il vento è aria, e la poesia non sono parole, come abbiamo appurato. E dunque? Che Dio sia poesia? Non una poesia. Ma Poesia. Qualcosa che associamo al bello, indefinibile, vano, ma sempre presente, in ogni gesto per cui non si trovano parole. Una sola certezza: la poesia è dappertutto, tranne nelle poesie.

    

  28. la funambola il 25 settembre 2010 alle 13:59

    caro alessandro :)
    “i delicati ci fanno intravedere il momento in cui i portinai :) saranno estenuati da scrupoli di esteti
    in cui i contadini
    piegati dai dubbi
    non avranno più vigore necessario a impugnare l’aratro
    in cui tutti gli esseri
    rosi dalla chiaroveggenza
    e svuotati degli istinti
    si spegneranno senza la forza di rimpiangere
    la prospera notte delle loro illusioni…”
    da, squartameno, i vantaggi della debolezza, indovina di chi? :)
    baci
    la fu

  29. la funambola il 25 settembre 2010 alle 14:00

    no, sommario di decomposizione
    alè
    :))
    bacio sempre

  30. andrea inglese il 25 settembre 2010 alle 18:00

    ad alcor

    “i poeti, o almeno quelli che scrivono poesie e le pubblicano, sono obiettivamente troppi, anche per il pubblico specialistico che sa come orientarsi, pochi poeti tra i moltissimi hanno una voce originale o comunque distinguibile”

    bè, forse che i romanzieri pubblicati sono tutti Walter Siti? i romanzi sono pochi e tutti originali e distinguibili? e se parlassimo di cinema? quali sono i film italiani davvero originali e distinguibili che hai visto ultimamente?

    “la poesia è una gran bella cosa, ma ci vuole attenzione e la sera sono stanco, mi stravacco davanti alla tv e metto la testa a bagno, o mi leggo un libro che ha una storia, o mi leggo un libro di cui tutti parlano, o mi leggo i giornali che ormai non ho più il tempo neanche per quello, mi casca la testa sul petto”

    si potrebbe anche dire: un libro di poesia lo si apre e lo si legge in qualsiasi momento; e una buona poesia sazia come venti pagine di romanzo…

    comunque, alcor, io non lo vedo assolutamente come problema; forse perché ho solo 43 anni; un po’ di mesi fa sono andato al Centre Culturel français di Milano, a sentire alcuni celebri e ormai attempati poeti francesi, che incontravano celebri e altrettanto attempati colleghi italiani; hanno passato l’incontro a lamentarsi.

    L’ho già detto più volte: scrivere per pochi non è una colpa – nonostante ciò sia mal visto da una società ancora basata su consumi di massa; certo ciò comporta parecchi svantaggi (per il narcisismo e per le tasche ad esempio), ma anche parecchi vantaggi (per un’esperienza di autonomia intellettuale e più generalmente etica).

  31. Marco Giovenale il 25 settembre 2010 alle 18:00

    Torno a dirvi grazie, sinceramente, di cuore, per i vostri commenti. Per le riflessioni che avete dedicato alla stessa questione del fare poesia, anche.

    A breve inserisco una veloce lettura (proprio da lettore, non da autore) del primissimo testo della sequenza. E’ un esperimento, un tentativo di reading per gli occhi. Un gesto di amicizia che vi dedico. E – forse – un modo per far passare / trasmettere il o un senso rintracciabile, o insomma per indicare i legamenti tra le occasioni di senso che il testo in versi vuole (voleva, vorrà) offrire.

  32. Molesini il 25 settembre 2010 alle 19:03

    una cosa che funziona in questi testi è che raccontano senza consequenzialità “prosastica”, e che nel disegno tessuto, la sua soluzione ed il disegno successivo trovi spazi per la costruzione di altro

    un’altra cosa che funziona è che nessuna parola è lì per caso, c’è un voler “fare questo come”, che poi è lo scheletro di quello che diventerà musica (anche nell’epigramma più crudele, il primo)

    sinteticamente:(mi son piaciuti, bravo Giovenale)

  33. Marco Giovenale il 25 settembre 2010 alle 19:21

    mille grazie anche a te, Silvia. inserisco ora una nota di lettura temo un po’ lunga, come accennavo nel commento precedente.

  34. Marco Giovenale il 25 settembre 2010 alle 19:21

    Il primo elemento che noto (la prima cosa offerta) è il titolo, Shelter, che significa – in inglese – riparo, rifugio, ospizio, e in qualche modo luogo ospitale, e… ospedale (potenza o impotenza eccessiva della sintesi). Dato questo ventaglio di accezioni, da lettore che non ha incontrato mai né altre poesie di Giovenale né suoi testi teorici o riflessioni su reclusione, separazione, scrittura del dolore, ho in ogni caso un numero di suggerimenti che mi spinge a cercare i dati semantici del testo, le linee e i temi, in alcune direzioni precise, penso: riparo, rifugio, ma forse anche prigione, separazione, distacco. Però trovo tali termini in certi casi contraddittori: se sono rifugiato, riparato, non starò in prigione, mi dico. Se sono segregato e separato, non mi sento al sicuro.

    Ma poi, anche, mi dico che forse proprio un rifugiato può – dal paese che lo ospita, dall’ospizio che lo tollera – essere oggetto di intolleranza, di controllo, di sguardo sospettoso. Indirizzerò allora la mia attenzione a questa duplicità. O la terrò per sfondo possibile, in attesa che le poesie mi dicano cosa succede in questo Shelter.

    Ora leggo la prima della serie qui esposta e trovo che si parla proprio di una clinica. (Cosa che in qualche modo, ma non con forza eccessiva, può – volendo – rimandarmi a un termine centrale nelle ricostruzioni storiche e nel pensiero sia di Foucault che di Deleuze. Tuttavia questo può non essere essenziale. Anche perché il pensiero logicamente non può non correre allora a Campana, Artaud, a una lunga – troppo lunga – teoria di nomi).

    Torno al testo. Inizia così: “un buon numero di volte è fuori clinica”.

    L’oggetto o soggetto del discorso, un personaggio ignoto, non nominato, qualche volta è “fuori” dalla clinica. Il nome “clinica” qui assume dunque il ruolo del riparo-rifugio: un qualche personaggio è, per “un buon numero di volte”, “fuori clinica”.

    Il secondo verso è “(che non è chiaro quando, quando no)”.

    Si mette parzialmente in forse una libertà, il “fuori clinica”. E il “che” sintatticamente spiazzante della frase tra parentesi dice che alla fin fine non è chiaro quando questa persona X è ‘dentro’, riparata e pure sorvegliata, e quando accade altrimenti.

    Posso pensare così che ci sia un ‘gioco’, un’alternanza, un rapporto lasco, non costrittivo, nell'”entrare o uscire dalla clinica” [n.b.: non è scritto “fuori dalla clinica” bensì “fuori clinica”: come se si dicesse “fuori fase”: ma allora essere “in fase” – e normali – vorrà forse dire essere sottoposti a controllo, ad attenzione clinica? Un input interessante, probabilmente, questo qui, suggerito dal testo con la sola omissione di “dalla”].

    Inoltre. Posso pensare che la tale persona “entre e esce” dalla clinica (come si dice spesso di malati gravi, mentali per esempio), perché le sue condizioni migliorano e peggiorano senza ordine, e in base a questo fatto lui viene o no rinchiuso. O infine posso pure pensare – e le parentesi suggerire – che “non è chiaro” quando il malato si salva dalla clinica, quando ne esce, quando ha facoltà (attribuita o riconosciuta, imposta o rilevata) di salvarsi. E insomma posso perfino giungere a ritenere che la frase tra parentesi sia non un semplice racconto ma un’allegoria, addirittura; e mi trovo quindi ad avere sospetto che si tratti di una frase riferita a un contesto più ampio di quello esposto in una mera occorrenza aneddotica, in una storia minuscola che dice che c’è uno (uno in particolare, anche se la poesia non dice chi) che entra e esce da una clinica.

    Il piano allegorico direbbe insomma: non è chiaro, limpido, accertabile, quando per chiunque/qualcuno si è “fuori” clinica, fuori del controllo-riparo-prigione. (Fuori sesto, fuori fase…).

    Passo poi all’esortazione “Di’”, che da sola occupa il verso 3 della poesia, e sembra rappresentare un invito della poesia all’autore, o della voce narrante al testimone. Ma cosa deve dire l’invitato, colui che è spinto a far uso della parola, colui che la facoltà di parola ce l’ha? La risposta è di nuovo forse sottovoce, tra parentesi, al verso 4: “(quello che vede senza commenti)”.

    Allora i versi 3-4 possono significare: “tu, o interlocutore [lettore, autore, testimone] dimmi, dicci cosa lui, l’internato, il rifugiato, vede, senza aggiungere commenti tuoi” ma anche “tu, o interlocutore [lettore, autore, testimone] dimmi, dicci cosa lui, l’internato, il rifugiato, vede senza poter commentare, senza (tu o lui) essere in grado di commentare”. (Per via della sofferenza che la visione comporta, per un mancato accesso alla parola, per il fatto di uscire e entrare dal dolore, dalla clinica, dal controllo, dall’essere spiato, o dal troppo spiare).

    Ecco.

    Alla chiusura di questo quarto verso, abbiamo il resto della sequenza: le altre poesie. Come se (dunque) il primo testo, i suoi quattro versi, fossero un’esortazione, sulla soglia dello Shelter, all’osservazione.

    Le poesie che seguiranno saranno allora forse – per rubare un titolo ad Andrea Inglese – quello che si vede. (Quello che vede il malato? il medico? il testimone? un autore di versi?).

    Bon, in ogni caso: questa è una possibile lettura dei quattro versi iniziali della sequenza.

    Questo leggo, proprio da lettore, dall’esterno, nel testo che è scritto. O almeno: questo ho libertà di leggere, nel testo dato, in questi quattro versi, applicando uno sguardo libero, credo.

    Nei testi ulteriori posso fare lo stesso, oppure no. Posso inoltre trovare delle difficoltà, delle asperità non altrettanto linearmente scioglibili. Posso incontrare qualche arbitrio autoriale, ossia qualche frase che non ingabbia e blocca il verso o i versi a una decifrazione possibile, ma li àncora a una scelta impoderabile, o a una conoscenza pregressa di elementi che possono non essere patrimonio comune.

    Però ho il sospetto o il pensiero o insomma nutro la (spero fortemente mai arrogante e impositiva) persuasione che così non sia. Ritengo cioè che il testo produca senso, ma senso che chiede uno sguardo connettivo e indagante al lettore. Dunque che il testo sia non un lavoro su forme condivise, ma una condivisione in atto, che si spende nell’atto della lettura, se si vuole che la lettura venga – con lentezza pari all’attenzione – a distendersi perfino pigra e sorniona nella propria libertà per afferrare il percorso e i dettagli del testo con una certa cura. Quasi con amore, se dire amore non fosse usare una parola grossa.

    Una scrittura diversa, una poesia diversa, non di Giovenale, un senso o modus narrativo, esplicitante, immediatamente appariscente sa – lo ammetto – farsi amare più immediatamente. Ma il tipo di affezione / azione ermeneutica che testi come i miei chiedono è proprio – se ci rifletto – un gesto fisico, un incontro. Anche se avviene con quella parte del corpo che è la voce, magari, condotta dall’intelletto, applicato anche sui primissimi lineari elementi della pagina.

  35. alcor il 25 settembre 2010 alle 20:14

    caro Andrea (Inglese)

    tu ti chiedevi, perché il “pubblico” che pure va alle letture, non compra poi i libri di poesia?

    a questo ho tentato di rispondere, non do giudizi

    questa tua frase: «un libro di poesia lo si apre e lo si legge in qualsiasi momento; e una buona poesia sazia come venti pagine di romanzo…» vale solo per i lettori di poesia, i non lettori di poesia attribuiscono al genere un generico apprezzamento di stima, a prescindere, per comodità e per pigrizia

    ma non credere per questo che io non sia d’accordo con te, scrivere per pochi non è una colpa, e i poeti dovrebbero smettere di lamentarsi, se non fosse che lo hanno sempre fatto, sono lievito ma a volte se lo dimenticano e vorrebbero essere farina

  36. Lettura di un testo di “Shelter” « slowforward il 25 settembre 2010 alle 23:06

    […] [https://www.nazioneindiana.com/2010/09/22/sette-testi-da-shelter/#comment-140925] Possibly related posts: (automatically generated)“Soprassotto”, di Fabio Ciriachi5 novembre: mostra di Pietro D’Agostino alla Galleria Gallerati(R)eplica: “Lost and found”Il Peperone di Weston […]

  37. Paolo Sciola il 26 settembre 2010 alle 19:11

    @ Giovenale

    La tua spiegazione “autoriale” della prima stanza o strofe o strofa (Dio, che brutti termini)… insomma, dei primi quattro versi, è abbastanza bella e profonda.

    Ma credo inutile.

    Nel senso che toglie poesia e mistero alla poesia.

    Che è bella proprio perché si presta alle interpretazioni che il lettore riesce, o crede di o si trova a, darle.

    La poesia è sempre un mistero, un miracolo che si rinnova.

    Io che ne ho scritto qualcuna (non sono l’unico, ovvio) ancora non riesco a capire il significato di certe “illuminazioni istantanee” che mi parevano ricchissime di senso, mentre le scrivevo, e di immagini in conseguenza logica e associazioni ellittiche (nei termini di saltare dei passaggi).

    Avevo bene a mente il canovaccio (il punto iniziale e quello finale).

    Dunque sceglievo (o mi capitava) di renderlo pieno di brillanze (l’oro che si nasconde dietro e sotto il reale) e omissioni temporali, inframezzandolo con particolari laterali o periferici così poveri di per sé che solo dall’essere posti in sequenza, o semplicemente per essere citati, acquisivano per parentela o simpatia o contagio significati che da soli non avrebbero mai potuto avere.

    Questo per dire che ogni poesia è un film, o un video, o una sequenza di immagini, di profondità, di musica e di stati d’animo tono che il narratore vuole condividere.

    Primariamente con se stesso.

    La tua poesia è bella dall’inizio per il tono confidenziale che instaura col lettore, nel senso che dà per scontato che il lettore sia dentro lo spazio o la cornice narrativa, senza preamboli. Insomma, sia messo dentro o tirato dolcemente per i peli (i capelli, per chi ancora li ha).

    Questo dare per scontato che il lettore sappia di cosa si stia parlando o a chi ci si riferisca, salta a pie’ pari un sacco di inutili preamboli.

    (Qui ci sarebbe da aprire una lunghissima parentesi sulla prosa buona, specie per i racconti, che da subito, fin dalle prime frasi, ti “mettono” dentro l’esperienza).

    Con il risultato che chi legge, essendo all’oscuro dei riferimenti reali – umani e logistici e situazionali (non so cosa significa, ma suona bene) – organizza da solo, in base alla propria esperienza di vita, il senso delle parole che gli arrivano.

    Naturalmente, Alessandro Ansuini – che è maestro di poesia – sa molto più di me circa la creatività libera fatta per associazioni e suggestioni e stati d’animo e particolari concreti citati o omessi ad arte e del filo rosso che per miracolo riesce a tenere insieme le composizioni in questo “misto di divergenze” che ti incantano e ti tirano da una parte all’altra.

    Così come lo sa Silvia Molesini.

    Credo che il poeta sia quel navigatore solitario che si avventura con la sua barchetta o il suo guscio di noce nella vastità degli oceani confidando in una propria bussola interiore che gli consentirà comunque di “ritoccare terra”.

    E di trasmetterci questa esperienza.

  38. Paolo Sciola il 26 settembre 2010 alle 19:37

    Comunicazione interna)

    Ragazzi,

    quando e se rifate quella commemorazione del buon Pittalis in quel di Porto, fatemi un fischio, ché ci facciamo un otre di quel buon rosso con molte enne che sgorga da queste parti.

    Il latore sarò io, naturally.

  39. stalker il 26 settembre 2010 alle 21:17

    personalmente la poesia di giovenale mi era bastata, avrei fatto a meno della spiegazione.

  40. Marco Giovenale il 26 settembre 2010 alle 21:28

    stalker, non volevo infierire. è che mi avevano chiesto la spiega. mannaggia, ci sono cascato, eh…

  41. stalker il 26 settembre 2010 alle 21:52

    ….e il commentatore è sacro! :-D

  42. luigisocci il 26 settembre 2010 alle 22:04

    la gente non compra i libri di poesia perchè s’aspetta che il poeta glielo regali

  43. Alessandro Ansuini il 26 settembre 2010 alle 23:27

    Ciao Paolo, sono totalmente d’accordo col tuo ultimo commento. (a parte il maestro di poesia, eheh) Credo che anche Giovenale lo sappia (però carino il divertissement) che se c’è una cosa di cui la poesia non ha bisogno sono le spiegazioni dell’autore. Se servano quelle del critico – di spiegazioni – sembra ancora importante. Ma il poeta, per favore, no. (io credo non serva, il poeta che interpreta se stesso vale come un lettore che lo legge)
    Riguardo alla commemorazione di Pittalis sembra che ahimé quest’anno, per il momento, non si faccia (il padre mi aveva detto che si sarebbe fatta a Ottobre ma ancora non ho sentito niente) ma non darei nulla per scontato. Felicissimo se ci sarai, è sempre un evento toccante. Chiedo scusa per l’OT che tanto OT non è visto che Pittalis era un grandissimo poeta scomaparso prematuramente. Bello ricordarlo sotto questi versi di Giovenale, che, rileggendoli in chiave Fabrizio Pittalis, assumono un aspetto “nuovo”.

  44. fabio teti il 27 settembre 2010 alle 00:46

    mi sa che ha ragione socci – eh.

    prescindendo – io non ironizzerei troppo sull’auto-lettura (del resto esplicitamente richiesta) di Giovenale. una cosa fatta con puntualità e discrezione – ma pure con ampio margine di “reazione”, per chi conosca il resto della sua opera. una cosa fatta e che, e turba dirlo, la dice lunghissima sullo stato di salute della critica in Italia.

  45. carmelo il 27 settembre 2010 alle 10:09

    @giovenale
    io invece trovo interessante il tuo post. Perchè mi offre delle possibili finestre di entrata nel tuo mondo. Lo stesso sarebbe avvenuto, forse ancor megli ose avessi parlato d’altro, per esempio del tuo rapporto con la scrittura della tua ricerca.
    “Non bisogna parlare poeticamente della poesia”. Ma bisogna parlarne. o perlomeno portare il lettore alla soglia del mondo poetico del poeta. Cosi’ per esempio Massimo Rizzante nel post riferito alle tre poesie di scuola di calore
    https://www.nazioneindiana.com/2010/09/10/scuola-di-calore-ii/#comment-140350
    parlando della sua ricerca, del suo rapporto con la letteratura mi ha fatto fatto capire molte cose: per esempio che quello hce io definivo distacco emotivo, forse era un distanziamento dall’io, e quelle che per me erano semplici citazioni, in realta è un tentativo di riportare alla luce il passato, di invocarlo, richiamarlo, etcc….

    certo sarebbe opportuno che questo lavoro lo facessero i critici, questo lavoro di selezione orientamento indicazioni di percorsi.
    Scusate facciamo l’esempio della musica:
    non mi si venga a dire che la musica si puo’ apprezzare e capire non conoscendone il linguaggio, la storia, non avendo qualcuno che ti illumini sugli aspetti tecnici, relativi agli aspetti tecnici.

    @andrea inglese
    il fatto che un lettore vada a una presentazione di un libro di poeie, mostri (apparentemente) di apprezzarla e non compra il libro, lo trovo idiota,ovvero trovo che esiste una categoria di persone, che partecipano ad eventi culturali per puro spirito di mondanità, perche’ fa figo.

    nelle riviste a larga diffusione, nei quotidiani nazionali mai che si parli di poesia.
    Come fa un lettorea orientarsi a fare delle scelte se non viene informato educato indirizzato ?
    I critici dovrebbero preoccuparsi di far conoscere al pubblico dei lettori i poeti e i loro libri.
    Pubblicare qui delle poesie e presentarle, proprio come tu indicavi
    qui
    http://www.alfabeta2.it/2010/09/22/sporcarsi-le-mani/

    citando Gombrowicz tratte dai “Diari”:

    “Respingi con rabbia e fierezza tutti i vantaggi artificiali offerti dalla tua posizione. La critica letteraria non consiste nel giudizio di un uomo su un altro (chi te ne ha dato il diritto?), ma nel confronto paritario tra due personalità. Quindi non giudicare. Limitati a descrivere le tue reazioni. Non parlare mai dell’autore o dell’opera, ma solo di te stesso in rapporto all’opera o all’autore. Di te sei libero di parlare. Ma, parlando di te, fallo in modo che la tua persona acquisti peso, significato e vita e che diventi il tuo argomento decisivo. Esprimiti da artista, non in modo pseudoscientifico. La critica deve essere tesa e vibrante come la materia che tocca, altrimenti diventa lo sfiato gassoso di un pallone, una macellazione fatta con un coltello non affilato, una disintegrazione, un’anatomia, una tomba” (vol. I, 1954, VIII, p. 109)”

    ———–
    Lo ripeto, la poesia è una forma letteraria che potenzialmente si presta piu’ della narrativa ad essere diffusa, PERCHè PRESENTA UNA MAGGIORE GRADO DI PORTABILITà, si puo’ leggere dovunque e in qualsiasi momento,
    ma l’unico problema è:
    presenza di barriere all’entrata come direbbero gl ieconomisti
    mancanza assenza dei critici che aiutino i lettori a scegliere

  46. paolo sciola il 1 ottobre 2010 alle 17:01

    Poeti belli,
    poeti maliziosi.

    Intenzioni atroci
    intenzioni che fanno innamorare
    felici.

    I poeti sono sempre uomini liberi
    innamorati
    che consegnano rassegnati
    la loro anima
    a un infinito delirio d’amore.

    (Alda Merini)

  47. paolo sciola il 1 ottobre 2010 alle 17:51

    NdR:

    Non una gran poesia, in termini di prosodia e di ritmo.

    Troppo “declaratoria”.

    Però sincera e bella, nella sua disadorna e prosaica ordinarietà.

    Più leggo la Merini, meno mi rendo conto della sua grandezza poetica.

    Nonostante suonasse il pianoforte – chissà come cazzo – leggendo i suoi versi noto una mancanza micidiale di musica interiore.

    Con tutto il rispetto per la sua vita trasandata e travagliata.

    E per la musica naturalmente.

    Come se la sofferenza che il suo corpo di donna (con la Merini è necessario parlare di “corpo”) o il semplice specchio a rimandare grazie fisiche mai possedute – ovvero disgrazie – l’avesse deprivata della fiducia primaria nell’amore corrisposto.

    (Mica facile corrisponderle).

    Facilmente poi questo degrado estetico in riflesso, o la non fortuna velinaria in termini di “fisica” – nel senso di fisico femminile – l’hanno portata a deprimere se stessa nel discanto e a decantare tutto il resto nel maiuscolo della potenza e dell’intenzione.

  48. rouge il 1 ottobre 2010 alle 19:41

    Sciola, più la leggo, meno mi rendo conto dell’utilità dei suoi commenti.
    Con tutto il rispetto per la sua più che lecita libertà d’esprimersi, sempre e comunque, e nonostante suonino i Metallica – nothing else matters, mica robetta hard core rock freack fruck finto punk etc. etc. – leggendo il suo copincolla ed il successivo commento antimeriniano, noto una totale assenza di verticalità nel pensiero… sebbene i post appaniano allineati in successione verticale, appunto: ma è una questione ottica e formale, non certo sostanziale.
    Dunque, voglia perdonarmi, se uso anche io nel mio intercalare l’appendice moscia che ancor più s’ammoscia leggendo simil cazzate.
    (mica facile *corrisponderle*)

    anyway… nothing else matters.

  49. Paolo Sciola il 1 ottobre 2010 alle 20:00

    Rouge,

    mi degnerei di risponderle se soltanto avesse il coraggio di togliersi la maschera.

    Sa, internet è un luogo che predispone per sua natura all’anonimato.

    Ma ci suono uomini – e donne – veri, che non si vergognano delle proprie idee.

    La sua opinione è rispettabile, come tutte le altre.

    Ma non detiene alcun valore per me.

    Si faccia coraggio, per una volta, e ci dica come si chiama.

    Pacche plastiche su natiche.

  50. rouge il 1 ottobre 2010 alle 20:04

    (non si degni… lasci perdere, shhh…. ;)

  51. anonimo il 1 ottobre 2010 alle 20:23

    Che meraviglia che è la rete!
    Quando si viene colti a dire cazzate ci sono due pensierini magici che vengono fuori dal cilindro, sempre gli stessi.
    1- l’anonimato in rete
    2- il dito e la luna.

    Resta il fatto che la “dotta” dissertazione sul corpo della Marini è una cosa che non avrei mai voluto leggere.

    Volare più basso di così penso non sia possibile.

    Saluti.

  52. anonimo 2 il 1 ottobre 2010 alle 20:38

    Sull’anonimato.

    Spesso – per fortuna non sempre – chi in rete si firma con nome e cognome, lo fa per pubblicizzare qualche libercolo che ha scritto o qualche filmetto che ha girato, e chi non si firma non vuole sponsorizzare se stesso ma solo il proprio pensiero.
    Credo che sia molto democratico e si sgombri la via da inchini di servi o pregiudizi.
    I nickname che ci scegliamo ci seguono sempre, quando si è onesti.
    Firmarmi come “anonimo” e non con il mio solito nick è ovviamente una provacazione alla fuffa di questo argomentare.



indiani