Sotto vuoto

8 ottobre 2010
Pubblicato da

immagine di effeffe

Dietro di lui (mindlessness)

di

Barbara Gozzi

«Dove abito lo sai».
«Non penso di tornare, te l’ho detto Carla»
«Neanche per il mio funerale?»
«Non essere ridicola, è un discorso assurdo»
Silenzio.
«Tu non verresti, al mio di funerale»
«Vero»

Fuori è autunno.
Le foglie hanno preso a cadere già prima che irrompesse il solito ferragosto sonnecchiante. L’aria è frizzante perfino dopo mezzogiorno. La lunga strada provinciale si prepara al ritorno dei mezzi pesanti che superano i limiti di velocità nonostante il paese a meno di un chilometro dal bar. Il paese poi, è appena un grumo di appartamenti attorno a una piazza dedicata a Gramsci, e uno sputo di villette nel lato apposto, in faccia al campo da calcio e il cimitero, due forni a litigarsi pane e pasticceria vara, un supermercato recente lontano dalla piazza, le succursali di tre banche rinomate in provincia, una rosticceria chiusa da alcuni mesi e quattro locali tra bar, yogurteria, circolo Arci e caffetteria-gelateria. Ecco cos’è il paese, per attraversarlo bastano alcuni minuti se l’unico semaforo davanti al cimitero si fa rosso all’ultimo momento.

Fuori dal bar che non è solo un bar, resiste il sole. Entrando lo si nota subito, che non è solo un bar. Sulla destra è stata allestita una postazione ‘gioca e vinci’ (schedine, lotto, scommesse, jackpot, i colori si confondono). L’intera parete alla sinistra dell’entrata principale nonché l’angolo dietro la postazione ‘gioca e vinci’ sono nascosti da scaffalature stracolme di giochi per bambini e prodotti da profumeria. Dinosauri di plastica, palloni, pile, trucchi, doccia schiuma, lavagne, giochi da tavolo, cestini con offerte promozionali composte da deodoranti, creme per il corpo e colonie, quaderni e pennarelli assortiti, peluche, fermagli, saponette, puzzle, tutto assieme, mischiato, confuso. Opaco.

Dentro, l’odore è pesante.
Alcuni avventori abituali danno la colpa al cane. Un bastardino dal pelo corto e una zampa storta, muso macchiato di caffè, occhi fondi e coda come un moncherino rapsodico. Il cane girovaga per il locale, scivola dietro il bancone del bar, esce nel piccolo cortile in cemento, tra le macchine parcheggiate storte, poi di nuovo dentro attraverso l’accesso laterale con il maniglione antipanico perennemente aperto. Il cane perde pelo bianco e nocciola. Qualcuno lo trova nell’insalata – il pelo – o nel panino con le verdure grigliate che grigliate non sono ma surgelate poi riscaldate nel microonde per qualche minuto a settecento gradi.
L’odore, entrando, pizzica il naso come fosse penetrato nei muri nonostante entrambe le porte (la principale, che si affaccia al cortile in cemento e quella laterale rivolta ai parcheggi a pettine perennemente intasati da furgoni, e motorini) sono spesso spalancate. D’altra parte il bar è un open space ricavato da due locali ampi, originariamente progettati per un prefabbricato mai consegnato all’industria. Centoventi metri quadri, suppergiù.
E tutti questi oggetti, impolverati, comprati in chissà quale svendita all’ingrosso poi lasciati sugli scaffali per mesi, forse anni; questi oggetti contribuiscono ad alimentare l’odore, ne sono parte integrante. Attorno al bancone del bar fioriscono distributori di snack, salatini, patatine, cioccolatini rinsecchiti, caramelle gommose. Sul bancone, già dalle otto di mattina, sono disponibili ciotole di metallo sopra piccoli centrini color panna. Le ciotole vengono riempite (due, tre volte nel corso della giornata) di sottaceti, noccioline e fette di uova sode bollite la sera prima.

Ci sono anche le mosche, al bar.
In quest’autunno precoce si sono fatte numerose, all’interno. Girovagano per i tavoli a coppie, si fermano ovunque ma non demordono. Nasi. Posate. Piatti. Borse. Capelli. Braccia. Scarpe. Bicchieri. Nulla sfugge all’assalto delle mosche. Al loro leggero ronzare e stuzzicare. Gli avventori sopportano, spesso lasciano i tavoli preferendo le sedie di plastica a circondare il perimetro esterno del prefabbricato. Spesso mangiano in fretta, gli avventori, e muovono le mani in aria ad allontanare gli insetti cocciuti. Qualche volta finiscono col brontolare. Ma nessuno ci bada. Le mosche ci sono sempre state, al bar.

Eppure.
Nonostante i tanti elementi assemblati convulsamente.
Nonostante il ritorno, la vaga impressione di non esserci in quel ritorno, di non riconoscere davvero qualcosa o qualcuno reduce d’un passato scacciato in fretta.
Nonostante nessuno sembra riconoscerlo.
Eugenio entra.
Si guarda in giro. Gli tornano in mente l’odore, gli scaffali, i tavoli obliqui. Si allunga di alcuni passi verso il bancone. Sorride ebete incapace di fare altro. Aspetta.
Solo che aspetta diversi minuti, ruotando il collo, poi il busto. Fissando volti. Infilandosi le mani sudate in tasca.
Aspetta, ma nessuno sembra riconoscerlo.
Nessuno lo nota.
Non un gesto, un vago cenno del mento, una parola.
Eugenio si sporge sul bancone ma Luca, che come sempre salterella in attesa di fare qualcosa (uno scontrino ad esempio, o servire un pezzo di pizza unta, qualcosa insomma), Luca continua a muoversi prima su un piede poi sull’altro, lo si capisce dall’oscillazione ritmica e moderata del busto. Poi è la volta di Mimmo, col suo grembiule grigiastro macchiato e la barba incolta, nemmeno Mimmo si ferma, gli passa dietro la schiena fissando la porta che separa i locali pubblici da quelli privati ovvero il piccolo retro con la dispensa e il microonde per riscaldare le consumazioni in inverno.
Il cane se lo ritrova su in piede. Eugenio medita di uscire, di risalire in macchina, controllare l’ora, fare qualcosa, qualsiasi cosa che lo riporti a contatto con la realtà che lì – in quel momento – gli appare inesistente, annacquata. Ma non può muovere il piede destro, ci sta sopra il cane, che la signora Patrizia chiamava Val, lo chiamava quando dava fastidio ai ragazzi sui motorini. Urlava con stizza: Val!, come fosse una bestemmia. Era appena un attimo, un guizzo subito cancellato da strofinaccio e smacchiatore usati ossessivamente per pulire tavoli e sedie. Val è il diminutivo di Valentino, il figlio che lei e Mimmo non hanno mai avuto. Prendersela col cane era come sgridare quel figlio mai nato o così diceva lei, ogni tanto. Questo prima che finisse dentro un fosso, la signora Patrizia. Successe una mattina presto, erano le cinque. Non toccava a lei aprire il bar, probabilmente voleva controllava che Luca non sgarrasse, Luca all’epoca aveva ventisette anni, era magrissimo, portava basette nere enormi. Ma quella mattina qualcosa scaraventò la signora Patrizia dentro uno dei fossi attorno alla provinciale. Il fosso era pieno di erba selvatica e terra umida ma lei si spezzò comunque il cervelletto. Nessuno azzardò ipotesi. Testimoni non ce n’erano. Mimmo tenne chiuso il bar un mese intero poi si decise che qualunque cosa sarebbe stata meglio che starsene rintanato in casa, solo, imbottito di tranquillanti (porcherie, le chiamava lui) per non pensare. Eugenio comunque se n’era già andato quando successe. Glielo raccontarono alcuni ex colleghi, della morte della signora Patrizia ma non fu poi un gran evento, per Eugenio. All’epoca era tutto preso dalla sua vita-nuova.

Il cane gli scodinzola stando comodamente seduto sul suo piede destro, il piccolo sedere umido a coprire l’esterno della scarpa da tennis comprata da poco, in saldo.
Eugenio finisce ipnotizzato dalla coda moncherino del cane. Da quel movimento svelto.
Svelto.
E.
Lento.
Eugenio si stropiccia gli occhi.
Qualcosa non torna, qualcosa d’improvviso gli procura la pelle d’oca.
La coda del cane si muove con la stessa velocità, i minuti passano e la velocità non cambia, ma con una calma innaturale.
Nel frattempo Luca, dietro il bancone, salterella sui pieni ma non sono movimenti che tengono conto della gravità e del peso del ragazzo. Sono rallentati.
Tutto – dentro il bar – è rallentato.
Eugenio smette di sentirsi strano. Fissa quella gente, quelle cose, quei muri. Si concentra sui gesti, dettagli di azioni e reazioni indifferenti. Automatiche. Non fatte ma subite, eseguite perché ripetute infinite volte da anni, rinunciatarie. Gesti fatti con precisione chirurgica senza riconoscimenti.

Nessuno vede Eugenio.
Nessuno nota il suo ingresso tra cumuli di corpi e gesti ripetuti lentamente, tra azioni stantie e tempi incapaci di variare un vivere inconsapevole. Nessuno lo deve vedere, Eugenio è una rottura inaccettabile.
Il bar si alimenta d’un ritmo solo suo, lo mantiene stabile, risucchia energie, istinti, variazioni. Il bar o il mindlessness che tutto copre, invisibile padrone d’un vivere passivo, rigido, chiuso. Indifferente. Proprietario di inerzia, inconsapevolezza. Rinuncia.

Nulla, lì dentro deve cambiare.
Nulla deve accelerare o mutare.
Eugenio si scrolla il cane di dosso. Sospira. Proprio non gli riesce di evitarselo. Fare il sentimentale è uno di quei vecchio difetti mai smussati. Questo posto, questo paese, queste strade semi deserte, sono state il suo mondo per tanti anni, da diplomato è qui che ha respirato ogni giorno. Ora, tornando dopo essersene andato nel peggiore dei modi, abbandonando amici, un mestiere stabile, radici sfilacciate, abbandonando Carla. Ora, a Eugenio piombano addosso in un colpo solo tutte le ragioni (le fottute ragioni, sta pensando), tutti quei motivi che gli ultimi anni della vita-nuova hanno coperto (e lui ha cercato di cancellare).

Eugenio si stringe nella giacca leggera color avorio, lancia un’ultima occhiata qui e là. Luca si è fatto più massiccio, e pallido. Mimmo ha una zazzera di capelli bianchi e neri, fili mischiati ad allungare un volto pieno di solchi, occhietti luminosi. Due avventori accanto alla porta principale discutono fitto del nuovo programma di gestione degli ordini. Lì attorno è pieno di piccole fabbriche, alcune resistono alla crisi, altre forse non si riprenderanno.
Un passo. Un altro. E ancora.
Molto ci sarebbe da vedere, sentire, fuori dal bar. Ma Eugenio ha l’impressione di aver già esaurito ogni contatto. Della gente, gli amici, di Carla, di tutti loro può fare a meno, in questo ritorno.
Superata la soglia dell’ingresso principale non ci pensa più.

Carla non si è sposata. Sta con un uomo che non è del paese, si è trasferito un giorno di marzo dell’anno scorso. Un uomo alto e distinto, dicono i vecchi che al bar occupano i tavoli esterni per non dare fastidio, bevono e giocano a carte fino a sera. Eugenio non lo ha mai visto. Non se lo immagina neanche cosa intendono con ‘alto e distinto’. Carla gli ha detto: fai ciò che devi. Ha parlato e parlato, notte e giorno, finché Eugenio si è convinto. Lui la amava. La desiderava. Non pensava di averla mai posseduta, ma avuta dentro e viceversa, questo sì. Pensava che il resto non fosse poi così importante, che lo si potesse lasciare a certe smorfie, bisbigli occasionali da zittire e dimenticare. Ora sa, Eugenio, che si sbagliava. D’altra parte era Carla la saggia, tra loro due. Anche la forte. Lei c’è riuscita in fretta (o così sembrava) a strapparselo dalle budella. E non è stata disonesta. Se lo ha amato, non gliel’ha mai detto. Non con lo spontaneo slancio del vero, Eugenio lo sapeva. Carla non poteva amarlo, non abbastanza da seguirlo, da cambiare assieme a lui lontano da lì. Da ragazzina la chiamavano ca-la. Quel suo starsene in disparte, rifiutare e accettare, l’eterno conflitto tra educazione e istinto non lo ha risolto nemmeno quando conobbe Eugenio. Nemmeno accettando che in paese li vedessero assieme. Fuori da lì però, Carla non esisteva, non esiste tutt’ora. Per questo non poteva seguirlo. L’amore non c’entrava.
Non c’entra mai quando si tratta di scegliere tra sé e qualcun altro.
C’entra la paura. E il sentirsi dentro limiti insuperabili.

Quando tornerai vedrai, gli dissero amici e colleghi, vedrai quanto ti sei sbagliato.
E lui è tornato, in effetti.
Non subito. Ha aspettato che il sangue tra le gengive smettesse di invadergli la bocca, che i lembi di pelle non sfregassero più, tra loro, e la ferita diventasse cicatrice. Si è convinto di aver dimenticato, di non averne bisogno.
Ma erano appena illusioni di comodo, entrando nel bar gli è tornato tutto addosso, esattamente com’è sempre stato.
Ha visto quei volti familiari, sentito rumori, odori e colori di quel tempo mai passato. Immutabile.
Ora Eugenio sorride al cartello con il nome del paese sbarrato. Il cartello sta sull’argine del fiume, pende leggermente.
Il piede destro preme sull’acceleratore. Il limite dei cinquanta è rimasto dietro di lui.

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‘mindlessness’,  d’ après ‘La mente consapevole’ di Ellen J.Langer (Corbaccio, 2008).

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5 Responses to Sotto vuoto

  1. véronique vergé il 8 ottobre 2010 alle 11:39

    Storia del ritorno, scarto del tempo, il cartello è il ricordo tra inciso. Eugenio mette alla prova il suo cuore _magnifico designo di effeffe-colore silver lucido- il cuore salta fuori ( in illustrazione)
    L’occhio cerco la riconoscenza: sei di ritorno fra noi-
    Il narratore
    sente che è meno visibile di un’ombra:non è mai partito-
    Si affonda fra gli oggetti, mucchio di foglie in autunno- il testo precisa
    che il sole è ancora li- la stagione anche è di scarto-tra inciso
    Solo il cane indovina la presenza di Eugenio, sa della sua assenza, sa del tempo che passa.

    Complimenti ai due poeti del cuore: Barbara Gozzi e Effeffe.

  2. federica sgaggio il 8 ottobre 2010 alle 12:17

    Che bel racconto.

  3. Alessio Iarrera il 9 ottobre 2010 alle 15:08

    Bellissimo racconto di frontiera, ottimo stile e ritmo avvincente. Uso eccellente del dialogo e della descrizione. Bravissima.

  4. Simone Ghelli il 10 ottobre 2010 alle 12:05

    Sì, molto bello. C’è questo senso d’impotenza dell’uomo di fronte all’oggettualità, agli oggetti che incarnano l’immutabilità del tempo in questo spazio di frontiera che è il piccolo paese… chi non avverte questa sensazione di due diverse velocità quando ritorna da un luogo che ha volontariamente lasciato? Brava Barbara!

  5. Ares il 13 ottobre 2010 alle 17:59

    Il piede desto preme sull’accelleratore ..

    ..hem..era necessario precisare che il piede è quello destro? ^__-



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