Scuola di calore III

9 ottobre 2010
Pubblicato da

di Massimo Rizzante

Idillio nero

a Isabel

Ho letto che Elsa Triolet, la moglie di Aragon,
se ne stava nuda in una grande gabbia surrealista costruita
allo scopo dal celebre consorte e, inginocchiata su un letto di spine,
lo pregava di godere del suo membro

I segreti sono come disperati in fuga
in una città fantasma dopo la fine di una battaglia:
non trovano rifugio in nessun luogo e non hanno alleati
né tra le fila dei compatrioti né tra quelle dei nemici

Dicono che qui a Granada, a Sacromonte, il quartiere gitano,
si nascondano centinaia di giovani tiratori scelti
venuti dalle zone proibite del Pakistan, e che ogni notte
si esercitino a sparare coperti dal frastuono delle nacchere

Nessuno ci crede. Ma al mondo piace illudersi.
La verità è un buco nel filo spinato. Lo so che quasi tutti
preferiscono proteggersi dall’orrore dei cecchini,
ma così i cadaveri restano a marcire in questa fogna a cielo aperto

Siamo tutti figli di un idillio nero. Ci vogliono uccidere
come i segreti perché non esistano più città fantasma
né gabbie per il piacere, né uccelli devoti ai loro rami,
né zone proibite dove esercitarci su letti di spine

Ci vogliono uccidere, mentre privi di corde vocali
ci rintaniamo nelle carcasse delle auto abbandonate,
sono miliziani della liberazione, sono tatuati dalla testa ai piedi,
si avvicinano nudi, le bocche senza denti impastate dal sonno

Complotto e carcasse

a Souhalia

Essere sverginata a quindici anni contro la propria volontà
e reiteratamente presa con la forza, fa crescere in gola
un linfoma che, ripetutamente inciso, secerne siero e disprezzo.
Senza contare che non si comprenderà mai più il prossimo

Lo stretto orifizio che portava al godimento è ora una statale,
dove un vecchio malato di cuore claudica maledicendo
le dinastie dei Mercedes e dei Benz e le loro carcasse,
che in questo paese si trasformano in taxi di prima classe

Per quanto mi metta in guardia dal pathos dell’eros,
poiché né assuefazione, né familiarità, dice, gettano ponti
né creano mistero, io sono convinta che due oscurità che non giungano
a estorcersi un vero amplesso sono condannate a vivere in epoche diverse

Del resto è quello che mi è successo. Quando l’ho incontrato,
il mio coetaneo Kamal per troppo amore è regredito fino a vagire.
Non c’è stato niente da fare: essere penetrata dal membro
di un neonato non può produrre nessuna comunione umana!

Come se un piccolo roditore potesse trovare riparo nel palato
di una bocca sdentata e gli aguzzini di turno per questo marcire
nelle loro celle di tortura! Una relazione umana
ha le sue catene, i suoi invalidi, le sue notti bianche!

Così non ho scelta. Ogni sera trascino il mio utero stanco
sulla statale alla ricerca di un vecchio sciancato dalle gengive
sanguinanti che blatera di un complotto di taxisti neonazisti in Africa.
Grazie al suo seme entrambi vivremo nello stesso istante

Sonnambuli al Mandalay

a Latifa

Una donna seduta al Mandalay, che da lontano guarda un uomo,
è alle soglie del sonnambulismo. Da sola,
per quanto rifletta, resta sempre nel dubbio,
affascinata dai bilanci, incatenata alle cifre del disastro

Dovrei fare il primo passo, o almeno accavallare le gambe,
mostrare impazienza, accendere una sigaretta, assumere il ruolo
dell’umiliata e offesa o della schiava affranta.
O con un movimento dell’indice andare al sodo

In un mese con poche consonanti,
ci sono state troppe vocali: dure, gutturali.
Nessuna maiuscola. Nessun corsivo. Nessuna lettera “p”.
Nessun piacere per i pronomi personali

Solo domande da sonnambuli. “Dove vai?”, “Già di ritorno?”
Meglio la coppia di sordomuti che gesticolando si apre un varco
verso Djemaa el-Fna. A loro il segreto. A noi toccano le voci
del venditore di denti, la terza chiamata, l’inventario dei mercanti di tappeti

A volte penso che ci sia stato troppo sesso che nessuna
tenerezza potrà mai cancellare. A che cosa servono tante
membra in un uomo se poi si riducono a uno solo? L’attesa
era diventata un filo spinato e in gola trattenevo un latrato

A volte ho la sensazione che non uscirò mai più dal Mandalay,
questo asilo per sonnambuli, e che la mia vita sia solo
l’allucinazione di una coppia di sordomuti a cui abbiano
cavato tutti i denti per strappare loro il segreto del dolore

Nota
Continuo a pubblicare qualche poesia tratta dalla mia prossima raccolta, Scuola di calore. Mi scuso con i lettori e con i miei amici indiani, ma in questi mesi non mi viene fuori altro.

Tag: , ,

46 Responses to Scuola di calore III

  1. Giorgio Di Costanzo il 9 ottobre 2010 alle 13:21

    Rizzante, mi faccia il piacere. Lei non mi fa rizzare nulla!!!

  2. carmelo il 9 ottobre 2010 alle 13:43

    neanche a me rizzante fa rizzare nulla (!!!! non conoscevo quella branca della critica che si occupa del grado di eccitabilità dei nomi dei poeti).

    Bella, bellissima poesia !
    Massimo Rizzante sta scrivendo questa raccolta in uno stato di grazia

  3. natàlia castaldi il 9 ottobre 2010 alle 20:10

    a me fa rizzare il pelo, in mancanza fisiologica d’altro.
    Bravissimo (uno tra i pochi bravi veri).

  4. carmelo il 9 ottobre 2010 alle 21:02
  5. carmelo il 9 ottobre 2010 alle 21:12
  6. carmine vitale il 9 ottobre 2010 alle 22:20

    ma quando esce questa scuola di calore?
    credo sia davvero importante per tutta la poesia avere un libro cosi
    c.

  7. natàlia castaldi il 9 ottobre 2010 alle 22:31

    queste tre le leggerei in religioso silenzio, a dire il vero, ma se vogliamo restare in tema, Carmelo, le due che preferisco sono queste:

    http://www.youtube.com/watch?v=LE1qEmu4jvw

    http://www.youtube.com/watch?v=n-ppmvek-ag

    (radici)

  8. carmelo il 9 ottobre 2010 alle 22:42

    @ natàlia
    ottime scelte, il fatto è che a me piacciono tutte essendo io (ma non solo per questo ) siculo dei nebrodi

    questa è insuperabile nelle parole e nella musica
    http://www.youtube.com/watch?v=Qe8GiqUIy-c

    su zibaldoni
    altre due poesie de la escuela de calor
    http://www.zibaldoni.it/wsc/default.asp?PagePart=page&StrIdPaginatorMenu=31&StrIdPaginatorSezioni=281&StrIdPaginatorNomeSezione=MASSIMO+RIZZANTE%2F+Scuola

  9. natàlia castaldi il 9 ottobre 2010 alle 22:54

    (sicula dei peloritani) of course. grazie per i link, comincio dal secondo. ;) ciao.

  10. natàlia castaldi il 9 ottobre 2010 alle 23:07

    @Carmelo: colpo basso il video di Mokarta, tra l’altro si vede il mio lago in quel video e casa mia. :)
    Le poeise che hai linkato sono splendide, in particolar modo “a Warda”.

  11. natàlia castaldi il 9 ottobre 2010 alle 23:09

    sempre @Carmelo: il lago si chiama Ganzirri, dall’arabo Al Ganzahar, che significa “il cinghiale”, vedi come tutto torna? ahora mi vaju a curcu: ciao.

  12. Mourenho il 9 ottobre 2010 alle 23:14

    a NI si possono sparare 3 commenti consecutivi? giusto per sapere

  13. natàlia castaldi il 9 ottobre 2010 alle 23:19

    fuori gioco, Mister, I beg your pardon!

  14. carmelo il 9 ottobre 2010 alle 23:22

    uau non avrei mai creduto ! bello!
    non sapevo della provenienza araba del nome del lago
    iò vegnu da val demone !

  15. viola il 10 ottobre 2010 alle 08:34

    Un lungo epicedio, nel bene e nel male; il male è che il male è tutto narrato al femminile, per una par condicio letteraria mi chiedo: i maschi non soffrono? ma sono scelte autoriali da rispettare

  16. Enrico De Vivo il 10 ottobre 2010 alle 09:58

    Mi riaggancio all’ultimo commento di VIOLA per dire che la questione femminile, affrontata nel modo poetico di Rizzante, ha finalmente qualcosa di interessante perché ci avvicina al suo proprio buio, speculare a quello maschile. Altrimenti, tutto è sempre e solo chiacchiera, se si parla di certe cose, acuta quanto si vuole, ma solo chiacchiera. Penso al testo letto qui sotto di Evelina Santangelo sulla ragazzina di Avetrana. Un testo di chiacchiera che si aggiunge all’altro milione e passa di chiacchiere della tv, dei rotocalchi, etc. Dov’è la differenza dunque? Nel modo, nella forma, nella lingua che finalmente, nelle mani di Rizzante, torna a dire qualcosa. Tornare a dire qualcosa è quello che fa l’arte, in ogni tempo e in ogni luogo, per sfuggire alla macerazione dell’opinione e dell’attualità, dell’uso, in un certo sesno. Uno dei grandi problemi dell’arte e degli artisti di oggi, forse, è appunto il sentimento di accerchiamento nei confronti della lingua e dei discorsi per impedire loro di tornare al di là dell’hic et nunc, per dire qualcosa, di tornare indietro, di regredire, di immergersi nel male e nel buio, come fa Rizzante, con coraggio. Torno al fatto di cronaca di Avetrana. Se fosse stata viva Flannery O’Connor, avrebbe detto che ci stiamo soffermando, con i nostri commenti e con la nostra attenzione esasperata, sull’orrore sbagliato. Avviene sempre così. La tv, i giornali, la chiacchiera ci portano a soffermarci sull’orrore sbagliato e a credere che sia esso il vero problema. Ma l’orrore è altrove, e ci vuole coraggio per andare a scovarlo e parlarne. Coraggio che solo gli artisti possono avere, a maggior ragione in un’epoca di accerchiamento chiacchierante. Si veda, allora, ad esempio, per capire l’incipiente orrore della società familistico-consumistica, il famoso racconto della O’Connor, “A hard man is hard to find” (credo sia scritto così – e fu per questo racconto che i critici si scandalizzarono, appuntando la loro attenzione sull’orrore sbagliato, come disse la O’C.). E si vedano, infine, per capire il declinante orrore della questione femminile, le poesie di Rizzante, dove finalmente non si parla di donne che hanno diritto alla carriera o alle ferie o alle quote rosa, ma di tutt’altro – ossia del vero problema.

  17. carmelo il 10 ottobre 2010 alle 10:23

    condivido l’idea di fondo di Enrico di Vivo. Che siamo sommersi dalla cronaca dall’onnipresente, dalla ridondanza, dall’aria fritta.
    E che il discorso poetico debba essere capace di andare oltre la cronaca, di rompere il diaframma che ci impedisce di vedere la realtà, l’essenza delle cose, l’essenza dell’uomo; di

    “…immergersi nel male e nel buio, come fa Rizzante, con coraggio….”

  18. carmelo il 10 ottobre 2010 alle 10:40

    minchia ho sbagliato! scusa Enrico De Vivo

  19. viola il 10 ottobre 2010 alle 11:05

    De Vivo, condivido pienamente l’ottica che il “tornare a dire qualcosa è quello che fa l’arte”; la scelta di Rizzante di un viaggio agli inferi femminili e maghrebini che dovrebbe diventare una riflessione “metafisica” sulla condizione umana latu senso non mi convince tuttavia fino in fondo a livello dei testi sinora proposti. Apprezzo e molto il taglio “narrativo” di questo lavoro ma in sottofondo c’è un’ enfasi (autentica per intenzione, per carità) del “buon selvaggio” e del lato oscuro della vita che mi sembra iterare un’ottima tradizione letteraria ma , appunto, iterare.Tanto per fermarsi su qualche notazione testuale: “il frastuono delle nacchere” o “lo stretto orifizio” che diventa ” una statale” sono metafore che appaiono ” stranote” : chiaramente Rizzante le fa risuonare sapendo di farle risuonare e lo fa anche bene ma ripeto l’operazione non mi sembra all’altezza delle encomiabili intenzioni.
    Sulla realtà della condizione femminile, poi, il discorso sarebbe lunghissimo mi limito solo a dire che, forse per una mia errata percezione di lettrice, in questo lavoro siamo a un flaubertiano Madame Bovary c’est moi. Ciò detto, senza alcuna intenzione polemica, spero di poter di leggere il lavoro completo con ogni augurio a Rizzante , Viola

  20. carmelo il 10 ottobre 2010 alle 11:49

    volevo chiederti viola di spiegare meglio
    “in questo lavoro siamo a un flaubertiano Madame Bovary c’est moi”

    te lo chiedo senza ironia ma per cercare di capire quella frase pronunciata da Flaubert che io non ho mai ben capito.

    A me piacerebbe che una poeta facesse una operazione analoga e simmetrica.

    Io sento che l’operazione che sta facendo Rizzante è rischiosissima ma altrettanto coraggiosa.

  21. max rizzante il 10 ottobre 2010 alle 14:24

    Accetto naturalmente tutte le critiche e tutti i giudizi. Soprattutto femminili, a cui sono particolarmente sensibile, essendo spesso donne le prime lettrici delle mie poesie (e non solo di queste).
    @ viola: Tuttavia mi sfuggono le metafore arcinote che sarebbero presenti nel verso:”Lo stretto orifizio che portava al godimento è ora una statale” e nel verso “si esercitino a sparare coperti dal frastuono delle nacchere” (che tra parentesi non hanno senso se non letti con tutta la quartina). Vuoi dire che sono state usate milione di volte. E da chi? E l’ironia che vi è presente, anch’essa è arcinota nella poesia italiana?

  22. johnny doe il 10 ottobre 2010 alle 15:13

    Mah…!

  23. viola il 10 ottobre 2010 alle 16:04

    @ max rizzante

    “Lo stretto orifizio” = statale è tipico di una letteratura che da Kerouac arriva a Bukowski via anche Henry Miller

    Il frastuono delle nacchere: valga per tutti Mérimée tramite lo stesso Bizet

    questi sono tra gli elementi che mi sono sembrati se vuoi come clichè letterari di un’immaginifico maschile sulle donne (non so quante donne pensino alla propria vagina come a una “statale”..:-)). Ovviamente mi dirai che la letteratura molto spesso non può che essere un riciclo (in fin dei conti gli umani “parlano” da millenni e tutto sarà stato già detto) e che a volte il riciclo è voluto; qui anche contestualizzati nelle quartine la mia sensazione resta che ci si trovi sullo stereotipo.

    Sull’ironia cui accenni, suppongo sia da intendere come tragica ironia, vero? Nella poesia italiana il “corpo” delle donne, proprio quello fisico e concreto (e non il corpo=testo del trobar clus) è ampiamente- qualcuno lamenta anche troppo – declinato da molte autrici contemporanee, e Patrizia Valduga, anche se non è tra le mie preferite, di ironia in questo campo ne ha mostrata un bel pò.

    Comunque questo è ancora, se ho ben capito, un work in progress e occorrerà leggerlo nel suo insieme una volta completato, nel frattempo buon lavoro

  24. max rizzante il 10 ottobre 2010 alle 18:56

    a viola: Merimé e Bukowski ensemble! Un bel colpo!
    Un orifizio è un orifizio e una statale è una statale. E non pensavo a un orifizio come a una statale, ma al fatto che un certo piacere ci porta in certi luoghi…
    In ogni caso, è vero: sono un po’ maschilista, ma soprattutto misogino.
    Sull’ironia: l’ironia è l’ironia: il suo scopo è controbilanciare il lirismo e il tragico.
    In poesia e ancor più in prosa. E ancora di più in una poesia che rischia la prosa.

  25. carmelo il 10 ottobre 2010 alle 19:02

    dice Berta:

    https://www.nazioneindiana.com/2010/09/10/scuola-di-calore-ii/#comment-140306
    “”””””
    la volontà di non usare metro e rime e eufonie “cantabili”, non implichi antilirismo, ma una forma diversa di ricerca poetica che gioca in modo provocatorio con le possibilità combinatorie di registri espressivi antitetici: il registro “basso” della fisicità ostentata e della sessualità volutamente mercificata (da cui i vocaboli osceni o scurrili), e il registro “alto” di immagini elaborate dal punto di vista retorico, che producono universi semantici e scenari poetici imprevisti. Penso, ad esempio, all’effetto sorpresa dato dall’inarcatura di certi versi: Rajah è la regina… di cosa? della casa? no: dell’attesa; terzo comandamento di Fatima: l’amore… no! Non l’amore tout court, ma “l’amore di non sapere nulla di sé”; come sono i continenti di Kawthar? separati; e le sue cosce? divaricate. E poi ci sono i “mostri” generati dalle associazioni fantasiose e scomode, come l’uomo-baco Larbi/larva; o la donna/palmipede, che ammicca nell’aggettivo “rOCA”. E poi ci sono versi facili ed evocativi, come quello del “profeta di Fatima” o della “pioggia di zolfo”. Eccetera. …””””

    Dice Rizzante

    ……….
    Ciò significa da una parte mettersi in una prospettiva storicamente millenaria e per forza di cose escatologica (esiste una poesia non escatologica?), dall’altra rinunciare a scavare dentro la miniera della sola tradizione italiana, atto che comporta molti rischi, non ultimo quello dell’eclettismo. Imitazioni, omaggi, traduzioni, commenti posti all’interno di un’opera poetica hanno per me proprio questa funzione: estinguere quel ridicolo monarca chiamato io, estinguere quella specie di monarchia chiamata letteratura nazionale. ……

    dice Viola
    …..questi sono tra gli elementi che mi sono sembrati se vuoi come clichè letterari di un’immaginifico maschile sulle donne….

    e richiama poi il celebre detto di flaubert: “Madame Bovary c’est moi”

    che nell’interpretazione che io umilmente ne do è un elogio piu’ che un limite, nei confronti di chi va oltre la prospettiva di un punto di vista maschile sulla donna e ne fa una metafora della condizione umana.

    o no? se non ho capito il senso della critica di viola che pure mostra una attenta capacità di lettura e coglie gli echi e le invocazioni verso il passato e le diverse tradizioni letterarie che emergon odai versi di rizzante (e che io data la mia ignoranza ho difficolta a cogliere) mi scuso

  26. mobutu il 10 ottobre 2010 alle 21:12

    Le poesie di Rizzante hanno la potenza della scoperta di oscurità mai svelate. E’ un universo che scorre parallelo a quella a noi noto. Sinceramente trovo fuori luogo ciò che puntualizza la lettrice Viola. Ho il sospetto sia la solita questione di antagonismo tra maschile e femminile. Ma credo anche sia sempre difficile guardare dove non di vuole. Ecco, credo sia anche questa la forza che hanno i versi di Massimo. Nulla però di metafisico. Piuttosto crudamente incantati. Come credo che non si possa chiamare propriamente stato di grazia quello che Massimo ha vissuto quando ha scritto queste poesie: lo definirei piuttosto simbiosi con l’altro. Vivere se stessi in un’altra vita. Conoscendo ciò che Rizzante ha scritto, bastano pochi versi di quest’opera per capire in quali profondità è andato a cacciarsi!

  27. johnny doe il 10 ottobre 2010 alle 22:04

    @rizzante

    “E l’ironia che vi è presente, anch’essa è arcinota nella poesia italiana?”

    Da ameno 700 anni..

  28. natàlia castaldi il 10 ottobre 2010 alle 22:18

    la verità di queste donne è crudamente incantevole, non è stereotipata in delicatezze fuori metro e misura, i vari nomi che scorrono non rappresentano eroine o vittime stucchevoli, ma donne che nel male e nei limiti di cultura e costrizione imparano a sopravvivere, crudamente. trovo in questo una grande capacità di superare il dualismo maschio-femmina e, appunto, di penetrare la psiche della “vittima” oltre il limite della differenza di sesso. per me è un grande lavoro, linguisticamente, formalmente e contenutisticamente. ed è come leggere un romanzo a puntate questo scorrere di piccole storie di donne che si fanno gemme e pietre al vaglio e giudizio delle pietre.
    e aspettiamo il resto. buon lavoro, Rizzante.

  29. carmelo il 10 ottobre 2010 alle 22:25

    @mobuto
    non sono un critico nè conosco Rizzante se non come lettore e per aver letto oltre che i suoi saggi, la prima raccolta di poesie (la seconda mi dovro’ affrettare ad acquistarla visto che dicono sia molto bella);
    quindi le mie sono sensazioni di lettore.

    secondo me questi versi che anticipano la nuova raccolta hanno più potenza, grazie forse alle profondità in cui è andato a cacciarsi come dici tu senza perdersi.

    Lo stato di grazia io lo vedo come una condizione frutto di mille coincidenze nella vita di un’artista, quando tra il cuore e la ragione la memoria e il sogno non c’e’ soluzione di ocntinuità.

    E’ una visione un po’ infantile, lo so, ma è un’immagine comoda per esprimere questa senzazione che si avverte quando il testo scorre fluido e compatto senza mai perdere il ritmo.

    la simbiosi con l’altro? non saprei
    mi ha convinto molto la frase di Rizzante quando parla di distanziamento dall’io, e ne condivido la necessità da parte di un poeta.
    ma prendere le distanze dalla proria identità personale e nazionale, non significa annuallare il proprio io. Non mi sembra ma sono solo impressioni

  30. max rizzante il 11 ottobre 2010 alle 00:32

    a johnny doe: non mi sembra. malgrado gli interventi di johnny doe, che la tradizione poetica italiana abbia avuto una grande poesia allo stesso tempo storica ed ironica. Comica, tragica, comico-grottesca, sì. Lirica, sì. Mentale, sì. Sperimentale, sì. Per esempio, se stiamo al XX secolo, non vedo nessun Herbert. Nessun Brodskij. Nessun Ferrater. Nessun Larkin.

    Due esempi tanto diversi quanto entrambi esemplari:

    La ricezione in Italia, estremamente ricca e variegata, della poesia di Celan contro la pressoché assenza di veri lettori della poesia di Rozewicz.

    Una certa idea della poesia in dialetto per cui Pierro (e altri poeti per i quali il dialetto è la lingua delle Madri) ha trovato linguisti, critici ed eruditi sempre pronti ad esaltarlo, mentre un poeta come Ernesto Calzavara, allo stesso tempo pieno di azzardi modernisti e ironico, ha dovuto – a parte alcuni casi di grandi lettori – vivere e morire nella quasi assoluta indifferenza della critica.

  31. carmine vitale il 11 ottobre 2010 alle 12:41

    rizzante delle 00.32
    CONDIVIDO!!!!!
    proprio per questo adoro herbert rozewicz e larkin
    come adoro milosz e tutto quello che porta quell’est.
    un saluto e comunque c’è poesia qui!
    c.

  32. johnny doe il 11 ottobre 2010 alle 21:37

    @rizzante

    hanno scritto pagine sull’ironia ariostesca e,per il novecento,pagine su quella di diverse liriche di Montale.
    Negli anni ’60 Montale ritorna con una nuova poesia, più diretta, quasi dimessa, lontana dal tono alto della poetica precedente.
    La parodia, l’ironia, la diversità di stili prendono il posto della tensione lirica.
    E il Belli,Trilussa,non li definirei comici-grotteschi.

    “La Batracomiomachia è l’ironia dell’lliade,Moscheide è l’ironia dell’Orlando” (F.De Santis).
    e il Parini,nel Giorno,utilizza iperbole e ironia.

  33. paolo sciola il 12 ottobre 2010 alle 00:17

    fratello scribacchino,

    io penso una cosa (mentre ascolto per l’ennesima, e sempre nuova, volta Pawn Hearts dei Van Der Graaf Generator):

    che tu con la poesia non c’entri un piffero.

    ho provato a leggerti in quanto prosa ma il risultato è ugualmente sconfortante.

    anche qui funzioni poco.

    e non perché tu non sappia scrivere le frasi.

    non è quello.

    o non è questo.

    sai cosa c’è?

    che sei, e dunque suoni, inautentico (diciamo falso, per non offendere).

    ti occupi di cose che non conosci: solo per sentito dire.

    il che non sarebbe nemmeno gravoso.

    è che non hai l’anima per identificarti o per “immaginarti dentro” davvero.

    (scusa, faccio una pausa, sto godendo di Man-Erg e mi dispiace quasi doverti dire queste cose poco gradevoli – compralo il disco dei van der graaf, vedrai che dopo la tua poesia sarà migliore e anche la tua anima e tutto il resto… minchia, sto morendo!!!!!… e anche la prosa, ci giuro).

    io ricordo un’intervista di fernanda pivano a ginsberg (forse la prefazione di mantra del re di maggio) dove allen citava william carlos williams.

    in particolare di una poesia che parlava di una carriola rossa.

    ma soprattutto di un’altra poesia, quella dove due coniugi anziani si alzavano la mattina e, entrambi in bagno, mentre lei sedeva sulla tazza o sul WC, lui il marito si ricordava che quel giorno era il compleanno della moglie – sulla tazza – e allora, con un gesto di una intimità sovrumana – e un verso che da solo vale tutto dante shakespeare ariosto boccaccio alfieri modugno degregori kusturica almodovar e chi più ne ha più ne metta – allora lui, il marito atavico rincoglionito impotente e pure ancora vigile in neurone, allora lui ecco “LA BACIO’ MENTRE (LEI) PISCIAVA”.

    modestamente credo che questo sia il più grande verso poetico che sia mai stato scritto.

    da solo definisce e conclude un mondo di insanabili rapporti a due e la sopportazione e la COMPLICITA’ e l’assuefazione e la dedizione e la fedeltà e il coraggio di restare e la mancanza di coraggio circa l’andarsene e così via.

    montale o pasolini rispetto a questo verso sono solo… lasseuse a perdre (sardismo).

    Ecco, visto che qui dentro siete un sacco acculturati – ma riguardo all’arte vera vi manca in generale il miglior giovedi dell’anno – ti incarico rizzante di trovarmi l’originale di quella poesia di w.c. williams (o anche una traduzione) che io non sono mai riuscito a trovare (non è che se lo sia inventato ginsberg?).

    per il resto ok.

    continua pure.

    non farai del male a nessuno.

  34. natàlia castaldi il 12 ottobre 2010 alle 00:36

    ma certo, Sciola, che quel verso è di una grandezza insolita, non fosse che di versi sul trito, ritrito e descrittivo quotidiano che ne sono a bizzeffe in giro, prenda Simic ad esempio, quando racconta il risveglio di due anziani coniugi così:

    “…. Erano le 7 del mattino. / Aspettavi che un raggio di sole / ti scaldasse un poco i piedi gelati, / o che tua moglie entrasse assonnata / con la vestaglia azzurra consunta, / e si chinasse con i capelli sugli occhi / a raccogliere il giornale che ti era scivolato di mano /
    con quel titolo e una grande fotografia, / e restasse così, piegata, a leggere / intenta, con la vestaglia che si schiudeva a poco a poco, / con le mammelle pendenti e il pelo scuro / ancora umido di sonno che si scoprivano del tutto, / mentre continuava a leggere con quel sussurro spettrale.”
    (C. Simic “Il titolo”, trad. Damiani Abeni)

    o anche qui, quando parlando degli incubi della sua infanzia e dei ricordi di guerra, nella chiusa di Hotel Insomnia, scrive:

    Alle 5 del mattino il passo dei piedi nudi al piano di sopra.
    Lo “Zingaro” che dice la fortuna,
    al negozio giù all’angolo,
    se ne va a pisciare dopo una notte d’amore.
    Una volta, anche il pianto di un bambino singhiozzante.
    Era così vicino che per un momento
    pensai che a singhiozzare fossi io.
    (trad mia)


    ma alla fine, Sciola, non ben afferrato che c’entra il pisciare di williams raccontato da Ginsberg con Rizzante e il suo lavoro, che va ben oltre il frammento quotidiano essendo un lavoro organico e vasto sul femminile. Senza polemica, potrebbe spiegarmi.

    nc

  35. natàlia castaldi il 12 ottobre 2010 alle 00:52

    Earnest Ernest…

    Augurio

    Canto per i critici
    con le tasche piene di ranno
    ventiquattro critici
    che con me ce l’hanno
    sperano che crepi
    che ti lasci andare
    per poter essere
    i primi ad annunciare
    ogni sintomo di debolezza o di rapido declino.
    (Sono tutti uguali, il tedio è genuino,
    sordide catastrofi, bara col destino,
    gente volgarissima, personaggi da strapazzo,
    tossicomani, soldati, prostitute,
    uomini senza cazzo*)
    Se non vi garbano, io certo non vi adulo
    e invece d’un consiglio mi compiaccio
    ficcateveli su per il culo
    Questo, ragazzi, è l’augurio che vi faccio.

    *. . . . . . . .

    (Ernest Hemingway – Parigi, 1927 – “Little Revew”, maggio 1929)

    * e sempre dello stesso, che mi ricollega mentalmente ad altri comment’aria ultimamente letti

    Continuazione

    E se lei muore
    E tu ci scrivi qualcosa su
    Perché sei uno scrittore e uno stronzo
    Soffocando la pena per dormire la notte,

    Da solo o parlandone con le puttane

    Che hanno lo spirito ottuso
    Ma la figa oh al posto giusto
    Tu le paghi ma a volte questo piace anche a loro
    Che toccano le tue ferite più avidamente di te,

    (Parigi, 1926)

  36. paolo sciola il 12 ottobre 2010 alle 01:06

    tesoro,

    il “pisciare” di cui parli tu con le poesie di Simic è solo fetore umano di carne andata a male che aspetta solo la tomba per potersi dire in pace con le proprie pacifiche o pacificate membra.

    vogliamo fare un po’ di analisi del testo?

    i piedi gelati, assonnata, consunta, scivolato di mano, mammelle pendenti, sussurro spettrale…

    questa che si china non è una donna, è la morte fatta persona!

    resta il verso micidiale di WC Williams (che è un inno alla vita, nonostante tutto).

  37. natàlia castaldi il 12 ottobre 2010 alle 01:09

    Sciola, mi va bene tutto, ma il “tesoro” può anche metterselo dove meglio le garba, purché non lo rivolga a me. intesi?
    buona notte.

  38. paolo sciola il 12 ottobre 2010 alle 01:21

    Il secondo che lei dice, signora, non parla di una coppia esausta e inesausta nell'”andare di corpo” – bel titolo – tutti insieme ancora una volta e chissà per quanto tempo.

    parla di uno zingaro che piscia sui muri come pisciano miliardi di ubriachi dappertutto o anche uomini normali sull’erba o sui cespugli e persino le signore insospettabili in autostrada dietro un urgente guard-rail d’acciaio zincato.

    Veda, non è il pisciare quello di cui qui si parla.

    Si tratta del modo, e della circostanza, e del farlo insieme.

    E del fatto che questo liquido che scende sia uno sgravarsi (una liberazione) condiviso nell’intimità del bagno di una coppia e che quel liquido dorato, nel risuonare amplificato di lucide maioliche altoparlanti, possa sancire e ridonare senso un’altra volta a un sacramento di ritorno che non è e non può essere più un matrimonio, bensì il battesimo o un legame o una nuova religione che può fare a meno di qualsiasi dogma precostituito che non sia l’intimità di due corpi che si approssimano alla fine e che, nonostante tutto, non riescono a dimenticare il desiderio che più di una volta li ha inspiegabilmente uniti.

    La saluto.

  39. natàlia castaldi il 12 ottobre 2010 alle 01:30

    Sciola, su questo ci siamo intesi. La potenza del liquido paglierino quale fonte battesiamale, da sé basta (e avanza) un’intera poesia sulla sacralità dell’unione di una coppia ormai al di là degli ardori giovanili. Ma il mio quesito era un altro, al quale, lei, non ha ancora risposto.
    a domani.

  40. paolo sciola il 12 ottobre 2010 alle 01:50

    Lo leggerà domani.

    Lei chiede:

    “ma alla fine, Sciola, non ben afferrato che c’entra il pisciare di williams raccontato da Ginsberg con Rizzante e il suo lavoro, che va ben oltre il frammento quotidiano essendo un lavoro organico e vasto sul femminile. Senza polemica, potrebbe spiegarmi.”

    Le ho già spiegato e risposto, mi pare, basta leggere.

    Autentico-inautentico, vero-falso, sincero-non sincero.

    Devo aggiungere altro?

    O dobbiamo ancora vantarci del “ti amo pio bove” di carducciana memoria – il verso più falso e inautentico e insincero che sia mai stato scritto… e gli hanno pure dato il nobel a questa mezzasega… e perdipiù ce lo dobbiamo studiare a scuola.

    “E lui la baciò mentre pisciava”.

    Non c’è altro da dire.

    nc

  41. natàlia castaldi il 12 ottobre 2010 alle 07:19

    torno più tardi ché devo correre a scuola. sono “scioccata”, ma le dirò con più calma.
    nc

  42. Mourenho il 12 ottobre 2010 alle 09:16

    ciao Marotta!

  43. robertobugliani il 12 ottobre 2010 alle 16:13

    Finalmente dei versi in cui l’orifizio non è, sic et simpliciter, quello dell’Ombelico del Poeta. Da anni non si vedono altro che ombelichi ineffabili nella poesia italiana. Straniera, non so. Ma non a caso le supposte “parentele” (straniere) individuate nei commenti hanno a che fare con poeti d’antan, quelli che anziché l’Io privilegiavano in poesia il “noi”, l'”ella”, l'”egli”. Poi la poesia si è innamorata di se stessa, e giù profluvi lirici.

  44. la funambola il 12 ottobre 2010 alle 18:17

    “E lui la baciò mentre pisciava”.

    Non c’è altro da dire.

    folgorante!
    grazie :)
    la fu

  45. maurizio il 17 ottobre 2010 alle 10:04

    Paolo Sciola, i poeti inautentici giustamente ti disgustano e i sinceri no? Macché paglierina, è d’oro, d’oro zecchino l’ambrosia sfinterica che sale alle meningi e le pervade. Per questo illustrano le sordide loro puzzette come fossero esalate dal graal, ma si sa quello che sta in basso ecc.
    Quando hai a che fare con una donna sinceramente offesa o con un sincero campione della lotta nella sinistra sindacale; con una vittima sincera di inenarrabili ingiustizie; con la sincera e vitale passione professionale di avvocati, medici, giornalisti, preti; cosa fai, ti scompisci d’ammirazione? E la sincerità delle madri, dei padri, dei datori e dei prestatori d’opera? Sai, pure quella è sincerità. Ma io alla sincerità non credo.



indiani