Riva

22 ottobre 2010
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di Francesca Matteoni

Ru, in vietnamita significa ninnananna, cullare. In francese è lo scorrere di un piccolo ruscello. È il titolo originale del romanzo di Kim Thúy, Riva, tradotto dal francese da Cinzia Poli per Nottetempo edizioni, che narra la storia autobiografica dell’autrice dal Vietnam del Sud dopo la guerra e durante il governo comunista, all’esodo verso un campo profughi malese, all’esperienza tragica dei boat people in cerca di un paese accogliente, al Canada infine, per un nuovo inizio. Ninnananna, una cosa infantile, che trascina nel sonno, dove temporaneamente si perde ogni contatto con la realtà conosciuta, con gli affetti, il mondo visto. Ruscello, corso d’acqua che fluisce, ma mai violentemente, anche se soggetto a scosse – massa liquida in tumulto, gonfia di temporale e monsone, che lascia affiorare in sé pezzi del presente e del passato, sintomi dell’esistenza a venire. E infine riva – luogo della traduzione – delle braccia che finalmente si saldano a qualcosa di stabile, delle gambe che riprendono a camminare. Questa, simbolicamente raccolta nel titolo, è la materia del libro, che procede per frammenti in prima persona di varia lunghezza, senza un ordine consequenziale, ma per epifanie, seguendo la traccia della memoria dove gli eventi si specchiano l’uno nell’altro, s’incastrano, perfino a distanza di anni, a formare figure familiari. Così i ricordi della casa vietnamita, l’alta posizione sociale della famiglia d’origine, motivo di sospetto e persecuzione dopo l’insediamento comunista, e il fango, il fetore del campo per rifugiati, si alternano alla riflessione sul momento attuale, ai primi mesi e anni di vita nella comunità canadese, ai viaggi di una donna adulta, che ha sperimentato molti mestieri diversi, al suo proprio rapporto con i figli. La scelta di questa forma narrativa fa emergere, attraverso il difficile frangente storico, il conflitto identitario della protagonista e dei suoi cari, perduti prima di tutto nel loro stesso paese, e in seguito naufraghi in una lingua straniera, una cultura ignota per quanto disponibile a riceverli. Ecco cosa scrive Kim Thúy della prima casa nel Nord America: “LA CITTÀ DI GRAMBY è stato il ventre caldo che ci ha covati durante il nostro primo anno in Canada. Gli abitanti di questa città ci hanno cullati uno a uno. Gli studenti della scuola elementare che frequentavo facevano a gara per invitarci a pranzo a casa loro. Così, tutti i nostri pranzi erano prenotati da una famiglia diversa e ogni volta tornavamo a scuola a pancia quasi vuota, perché non sapevamo mangiare il riso al dente con la forchetta. Non sapevamo come dire che quel cibo ci era estraneo, che non importava che girassero tutti i supermercati per scovare l’ultima scatola di Minute Rice. Non eravamo in grado di parlare con loro né di ascoltarli. Ma c’era l’essenziale. In ognuno di quei chicchi di riso lasciati nel piatto c’erano la generosità e la riconoscenza. Ancora oggi mi chiedo se le parole avrebbero rovinato quei momenti di grazia. E se, a volte, i sentimenti non siano compresi meglio nel silenzio (…)”.
Un silenzio che diventa misura del tempo, dell’ascolto: la protagonista è muta nella scuola americana, e il suo mutismo è sia il segno di un’identità smarrita che di una tregua necessaria in cui le ferite si sanano in cicatrici sottili, alfabeti per ciechi che insegnano a guardare dalla prospettiva dei margini, dove finiscono le ultime parole, i sedimenti dell’esperienza, il modo misterioso e tuttavia naturale con cui l’acqua trova un passaggio nella roccia, gli esseri umani tornano a dire sì, dopo la sofferenza. La vicenda di povertà, esilio, degrado dell’infanzia della donna si ricuce, per questa via trasversale, all’autismo del secondo figlio: la condizione originale di un altro silenzio, tattile oltre che linguistico – una vita amata di cui la madre può essere solo ombra protettiva, senza abbracciarla o mostrarle l’entusiasmo dei sentimenti, rischiando di sconvolgerla.

Senza un motivo reale stati, governi, anonime congreghe del potere, ideologie decidono la fortuna di alcuni a scapito di altri. Senza un motivo reale si nasce in un corpo perfetto, dotato di arti e sensi, ma che meravigliosamente sta chiuso, emblema isolato della fragilità umana e animale, e della sua arte nel sentire, crescere dentro un percorso imprevedibile. Eppure, ed è a mio avviso questa la bellezza del libro, niente viene urlato, nemmeno le morti, il disagio mentale, la violenza subita, l’incomprensibile distruzione dei sogni bambini, quei sogni che si faranno duramente traumi, prima di ritrovare una loro forma dicibile. È la capacità di accettare nel proprio limite sia il cambiamento che l’inevitabilità del male, a farsi una piccola salvezza – uno spazio quieto nell’argine del fiume, del cuore.

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2 Responses to Riva

  1. véronique vergé il 23 ottobre 2010 alle 11:37

    Una magnifica presenza, quella di une lettrice e di un poeta. Parte dal titolo, parola tra due terre: cullare è l’abbandono al flusso di dolcezza, al corpo materno, alla voce della madre nutrendo il cuore;
    il ruscello, l’acqua, il mossone è il corpo fluido dimenticando le gambe, per ritrovare la manera di camminare, lo dice Francesca Matteoni, nella sua lingua poetica che dà una serenità al romanzo.
    Non ho letto questo romanzo, spero trovarlo.

    Grazie per segnalazione.

  2. Lucia Mazzoncini il 25 ottobre 2010 alle 11:32

    “In ognuno di quei chicchi di riso lasciati nel piatto c’erano la generosità e la riconoscenza. Ancora oggi mi chiedo se le parole avrebbero rovinato quei momenti di grazia. E se, a volte, i sentimenti non siano compresi meglio nel silenzio”.
    è così importante trovare in un libro queste profonde verità…
    Grazie del Libro , grazie della sottile traduzione e della bella recenzione.
    Lucia



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