Io non sono Percival Everett

25 ottobre 2010
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[Due estratti del nuovo romanzo di Percival Everett Io non sono Sidney Poitier, che l’editore Nutrimenti mi ha gentilmente concesso di pubblicare. E’ Percival Everett a mettersi in scena come Percival Everett, di fronte a un allievo che si chiama “Io non sono Sidney Poitier”. La consueta arguzia everettiana, che ti tiene fino in fondo nelle sue traiettorie oblique. “E tu chi sei?”. “Non Sono Sidney”. “Ok, ma allora chi sei?”. “Te l’ho detto. Non Sono Sidney”. “Perché qualcuno ti ha detto che sei Sidney?”. “Non hai capito: Non Sono Sidney”.
Ha detto Everett a proposito del libro: “L’idea del libro è scaturita dalla mia passione per la più semplice delle asserzioni della logica, il principio di identità, e dalla constatazione che niente può essere identico a sé stesso. Questo è il presupposto, poi naturalmente c’è la mia esperienza di nero in America, il mio chiedermi come diavolo sia possibile che i bianchi mi scambino in continuazione per qualcun altro con la pelle nera, quando l’unico tratto che abbiamo in comune è, più o meno, il colore della pelle”. E poi: “Ho scelto Sidney Poitier perché è alto, scurissimo, parla e si presenta bene: è il simbolo stesso della dignità nera. Ma sebbene negli anni Sessanta Poitier sia certamente stato una star del cinema, non si può certo dire che egli rappresentasse l’esperienza nera, se mai ne sia esistita una; Poitier non è stato altro che il mezzo per soddisfare la necessità di avere una faccia nera sullo schermo”. m.r.]
*
È arrivato un autunno ancora più caldo dell’estate appena passata, un caldo tremendo, umido, rovente che rendeva impossibile restare asciutti. Io, almeno, non riuscivo a essere meno che fradicio di sudore. Era settembre ed ero uno studente universitario, uno studente universitario in un lago di sudore, fatto che non sembrava avere importanza dal momento che, come ho avuto subito modo di imparare, all’università ero un reietto quanto al liceo, con l’unica differenza che lì invece di picchiarmi e prendermi in giro semplicemente mi ignoravano. Avrei potuto rendere il mio primo giorno più facile se avessi visitato il campus in anticipo. Così almeno mi sarei fatto un’idea di dove si trovassero un paio di edifici, e invece no, me ne sono rimasto in disparte a leggere e a pensare. Quest’ultima attività, ne ero certo, sarebbe stata la mia rovina. Rovina suona un po’ melodrammatico o perfino vanesio, sicuramente romantico, come se fossi convinto di occupare o mi aspettassi di raggiungere chissà quale status, ma la verità era che secondo me pensare o pensare troppo alla fine non mi avrebbe aiutato granché, forse per niente. Forse non sto nemmeno parlando di pensare, ma di ponderare o riflettere o studiare o qualsiasi diavolo di cosa io stia facendo qui.
Mi sono iscritto a tutti i corsi, come faceva ogni matricola che si rispetti, e con altrettanto stupore, immaginavo. Era una faccenda complessa che poteva o non poteva implicare l’uso di un computer. Le lezioni erano quelle che uno si aspetta, prevedibili corsi di orientamento, qualche esercitazione e un’infarinatura di calcolo. Ho deciso di provare a iscrivermi a un corso d’inglese avanzato chiamato Filosofia dell’assurdo, tenuto da un tizio chiamato Percival Everett. Avevo bisogno della sua firma per aggiungerlo al piano di studi e così mi sono recato al suo ufficio. Ho trovato la porta aperta e prima di bussare allo stipite per annunciarmi ho notato che la stanza era piena zeppa di articoli sportivi, palloni da basket sia gonfi sia sgonfi, racchette da tennis e da squash, una mazza da hockey, una da baseball, un guanto da baseball sulla scrivania e un paio di guantoni da boxe appesi al muro in mezzo ai ritratti di James Joyce e Terry McMillan. Più in alto c’era una fotografia di un altro uomo. Ho bussato.
“Prego, si accomodi”, ha detto Everett, senza alzare gli occhi da Sporting News. “In cosa posso esserle utile?”.
ÒHo bisogno della sua firma”, gli ho detto. “Voglio seguire il
suo corso sull’assurdo”.
“A che anno è?”. Continuava a ignorarmi.
“Sono una matricola”.
“Le hanno mai detto che assomiglia a Harry Belafonte?”.
“Mai”.
“La cosa non mi sorprende. Dov’è il libretto?”.
Ho fatto scivolare il libretto verso di lui e per la prima volta mi ha guardato. “Non c’entra niente con Belafonte”, ha detto. Ha guardato il libretto. “Non Sono Sidney?”.
ÒÈ il mio nome”, ho detto.
ÒAltrimenti non starebbe sul libretto”, ha commentato. “Mi piace. Gioca a golf? E non intendo minigolf”.
“Mai giocato”.
“Ottimo. È un gioco stupido. Un maledetto spreco d’acqua per tenere tutto quel verde vivo e brillante. Cosa mi dice della mensa? Ci va mai?”.
“Ogni tanto”.
“Anch’io. Andiamo, le offro qualcosa di quello che qui dentro spacciano per cibo. La gente come la chiama?”.
“Mi chiama raramente, ma quando lo fa, mi chiama Non Sono Sidney”.
Lui mi ha guardato. “Che gran peccato”. Poi ha ispezionato la scrivania. “Vede per caso i miei occhiali?”.
“Ce li ha in testa”, ho indicato.
Lui ha annuito. “Il posto ideale. Credo che ce li lascerò. Mi segua, signor Poitier”.
“Posso chiedere chi è quello nella foto?”, ho indicato.
“Può farlo e l’ha fatto”, ha detto. “Signor Poitier, quello è Pinto Colvig, uno dei più grandi artisti e pensatori della nostra epoca”.
“Mai sentito”.
“Forse lo conosce sotto un altro nome. È stato il primo a interpretare Bozo il Clown. Un genio. Ah, ce ne sono stati di Bozo dopo, ma non ci sarà mai più un altro Pinto Colvig. Nemmeno il figlio Vance era come Pinto. E che nome… Pinto Colvig. Quanto gli dev’essere costato non usare quello vero”.
Everett era più basso di me e zoppicava leggermente, appoggiandosi soprattutto sulla gamba destra, ma camminava veloce, anche se non proprio in linea retta. Dopo aver strusciato per la terza volta la spalla contro di me, ha detto: “È più forte di me, vado a zigzag”.
“Si è fatto male alla gamba facendo sport?”.
“Ho infilato il piede nella tana di una marmotta. Che stupido, eh? Non stavo guardando. Adesso ci sto sempre attento. Ovviamente parlo in senso metaforico. Qualsiasi cosa voglia dire”.
Siamo arrivati alla mensa dello studentato. Abbiamo preso i vassoi e li abbiamo riempiti di cibo. Io ho scelto un hamburger con le patatine mentre Everett si è riempito un piatto di insalata e un altro di ricotta. Mentre eravamo in fila, ha guardato prima il mio vassoio e poi il suo. “Riesce a credere che vogliono farci pagare questa merda?”.
“Non sembra tanto male”, ho detto.
Lui ha annuito. “Forse”.
Ci siamo seduti a un tavolo rotondo accanto alla parete a vetrate e ci siamo messi a osservare i passanti. Lui ha infilzato un pomodoro ciliegino e si è girato a guardarmi. “Lei è una pecora, signor Poitier?”.
“No”, ho risposto. “Non credo”.
“La maggior parte delle pecore non pensa di essere una pecora.
Chissà cosa si credono… Piccioni, forse”.
Ho mangiato una patatina e ho guardato la gente di passaggio.
“Allora, come mai ha scelto il mio corso?”, ha chiesto.
“Assurdo”, ho risposto schietto.
“Bene”. Ha riso. “Continui così. Lei faccia la sua parte e io farò la mia e tutto finirà dritto a Ramengo. O a Atlanta. O magari perfino a Vattelappesca”.
“Come si articolerà il corso?”.
“Chi lo sa…”, ha detto. “Forse impareremo qualcosa. Leggeremo della roba, magari parecchia roba. Ma non so ancora cosa. Voi studenti farete delle tesine, credo. Vi annoierete e purtroppo annoierete a morte anche me. Ci saranno con tutta probabilità dei compiti da svolgere. Non cose troppo lunghe. Non lo sopporterei.
Non sono una persona pignola”. Finalmente ha mangiato il pomodorino che aveva sulla punta della forchetta. “Lei vive nel campus?”.
La domanda mi ha colto di sorpresa. Per qualche ragione non mi era mai venuto in mente di cercare alloggio lì. “Ancora non ho deciso”, ho detto.
Lui non ha esitato. Con il bicchiere alle labbra, ha detto: “Le conviene prendere una decisione. I dormitori si riempiono in fretta, pare. Non mi chieda il motivo. Sembra di stare in galera”.
“Pensa che sia una buona idea?”.
Lui ha fatto spallucce. “C’è molta goliardia e parecchie confraternite nel campus”. Mi ha guardato: sembrava soppesare le parole. “Ma a lei potrebbero anche piacere. Chi lo sa? Dovrebbe parlarne con qualcun altro. Non sono la persona migliore a cui rivolgersi. Adesso dove vive?”. Prima che potessi rispondere ha aggiunto: “Non me lo dica. In realtà non me ne importa un fico secco. E poi è buona regola non fidarsi mai di chi ti spiattella in faccia tutto subito. Posso rubarle un paio di patatine?”.
Ho fatto un gesto per dire che non era un problema.
Se n’è infilata una in bocca. “È già stato allo Spelman College, quello femminile?”.
“No”.
“Beh, allora in lei ci deve essere qualcosa che non va. È l’unico motivo per cui i ragazzi vengono al Morehouse. L’unica buona ragione”.
“Pensavo che fosse per il glorioso passato”, ho detto, rubando la frase da un opuscolo pubblicitario.
“Certo, anche. Qualsiasi cosa sia. Esiste ormai qualcosa senza un glorioso passato?”. Everett si è ficcato in bocca altre due patatine.
“Ci vediamo a lezione, signor Poitier”.
Ma non si è alzato. Si aspettava che me ne andassi io, era chiaro.
Mentre prendevo il vassoio, lui ha tirato fuori un sigaro.
“Non si preoccupi”, ha detto. “Mica lo accendo qui. Alla gente prenderebbe un colpo. Di solito non li accendo proprio. In un libro sul generale Grant, ho letto che questi affari gli hanno fatto venire un cancro alla lingua. Nei suoi ultimi giorni, ogni volta che deglutiva gli sembrava di ingoiare una lametta da barba. Io non ne ho mai ingoiata una, ma immagino sia tremendo”.
“Arrivederci”, ho detto.
“Cerchi di non essere una pecora, signor Poitier. Va bene qualsiasi cosa, un cervo o uno scoiattolo, un castoro o uno gnu, ma non una pecora”.
“Va bene”.
“Cerchi di essere un geco o un ornitorinco. Una pantera o un passero, ma non una pecora. Me lo prometta”.
“Va bene”.
Me ne sono andato e sono uscito dall’edificio. Le persone mi sfilavano accanto come animali e in effetti lo erano quanto lo ero io, eppure sembravano così distanti. O almeno così mi sentivo io: come uno studio di Eadweard Muybridge. Ogni tanto mi sentivo addosso lo sguardo di qualcuno, come se mi stessero spiando, e mi immaginavo che si chiedessero, vista la velocità della mia andatura, se i miei piedi non si staccassero da terra insieme, come un cavallo al trotto.
*
Alle otto della mattina successiva mi sono presentato in classe da Everett, con la mia lurida maglietta rossa e gli occhi rossi. Quella mattina passando accanto alla mia sedia non ha mugugnato niente, ma si è fatto un giretto per la classe, gli occhi chiusi e aperti allo stesso tempo, mentre giocava con un gessetto. Ha fatto lezione così, come se parlasse tra sé e sé, anche se in realtà non era così.
“Immagino che in questo corso dovremmo parlare di arte. Se non è così, allora mi sono perso, ma tanto mi sono perso comunque. Almeno mi è già capitato di perdermi e funziona sempre così. Proviamo a considerare l’arte come una specie di dissacrazione, magari una specie di discontinuità epistemologica senz’ombra di dubbio connessa o se non altro riconducibile a un amalgama di fattori sociostorici molto comuni eppure altamente improbabili. All’interno di tutto questo, cioè la fine della nostra rapida espansione nell’urbanizzazione massmediatica e industrial-popolare, che non solo cambia quotidianamente in sé e per sé, ma che trasforma anche la tessitura e l’intessitura della vita e del parlato quotidiani, troviamo il grado di espansione o di evoluzione modificato e testato dalla dimensione e dallo spiegamento paralleli delle tendenze morali e ideologiche, perfino quelle o forse soprattutto quelle della religione e dei tradizionali depositari del cosiddetto e cosivvisto sacro”.
Gli studenti si guardavano, facevano spallucce, erano spaventati, cercavano disperatamente di estrapolare qualcosa da appuntare sul bloc-notes. Io sapevo che diceva un mucchio di sciocchezze, ma non mi era chiaro se lo sapesse anche lui. Secondo me no. Non lanciava occhiate di sarcasmo a me o a qualcun altro, tantomeno a uno specchio immaginario. C’era solo la sua voce attaccata alla sua testa. Ha continuato a blaterare su quella falsariga per un’altra ventina di minuti, finché non ho alzato la mano. Dopotutto scucivo
molto più di tutti gli altri per questa cosiddetta e cosivvista istruzione.
“Cosa c’entra tutto questo con l’assurdo?”, ho chiesto, e mentre lo chiedevo mi sono reso conto di quanto fosse profonda la mia domanda.
ÒEsatto”, ha risposto. Poi ha guardato l’orologio. “Poco importa dove siete, il gatto è in macchina, il cane è in cucina. C’è un elefante che canta per la zarina e il nonno strimpella la chitarrina”. Ha guardato fuori dalla finestra. “La lezione è finita”.
Io e i miei compagni di classe siamo usciti e dai loro commenti ho capito quant’erano in soggezione. “È grande”, ha detto una ragazza dello Spelman. “Mi piacerebbe poter capire cosa dice”, ha fatto eco un’altra. “Sarebbe carino, se non fosse così grasso”, ha detto la terza e ultima ragazza della classe. Un paio di figli di papà sembravano ugualmente impressionati. Allora ho cominciato a dubitare di me stesso e ho deciso di fare un salto nell’ufficio di Everett per vedere di capire qualcosa in più.
E così ho fatto, di nuovo verso l’ora di pranzo, e questa volta l’ho trovato che schiacciava un sonnellino con un libro aperto sulle gambe. Ho bussato allo stipite della porta.
Lui ha aperto gli occhi e mi ha guardato. “Signor Poitier…”.
“Buongiorno, professore”.
“In cosa posso esserle utile?”.
Mi sono accomodato sulla sedia accanto alla scrivania. “Oggi non ho capito una parola della sua lezione”.
“Cos’è, stupido?”.
“Non credo”, ho detto.
“Neanche secondo me”, ha detto. “Senta, signor Poitier, sto per rivelarle un segreto. Io sono un impostore, un pallone gonfiato, un mistificatore, un ciarlatano, un venditore di fumo, un gabbamondo, un truffatore”.
“Vuol dire che è tutto senza senso?”.
“Non ho detto questo”.
“Ma lo direbbe?”, ho chiesto.
“No, direi di no”.
“Allora quello che ha detto in classe un senso ce l’aveva?”.
“Tecnicamente, sì. La mia bocca si muoveva e io emettevo dei suoni”. Si è zittito e mi ha guardato in faccia. “Lo sa cosa vedo quando la guardo?”.
“No”.
“Vedo Sidney Poitier”.
“Ma…”.
“Lo so, lo so cosa sta per dire: ‘Non Sono Sidney Poitier e non sono Sidney Poitier’, ma in un certo senso lei è Sidney Poitier come chiunque altro”. Ha aperto la scatola sulla scrivania, ha preso un sigaro e me l’ha puntato contro. “Lei crede che io stia scherzando, che la stia prendendo in giro, ma invece…”. Si è bloccato.
“Ha mai giocato a squash con la pallina dura, signor Poitier?”.
“No, a squash non ci ho proprio mai giocato”.
“Se ne vergogni”.
“Può spiegarmi di cosa trattava la lezione di oggi?”, ho chiesto.
“Esatto. Adesso se mi fa il favore di uscire dal mio ufficio e chiudere la porta, io potrò sedermi accanto alla finestra aperta e godermi questo sigaro senza che gli addetti ai controlli si accorgano della mia infrazione, ci siamo capiti?”.
Sono andato verso la porta.
“Vuole sapere cosa penso, signor Poitier?”. Quando ho annuito, è andato avanti: “Penso che dovrebbe leggere Althusser e Habermas. Io non l’ho mai fatto. Oh, ci ho provato ma non ho capito un’acca. Qualcosa sull’ideologia che punta a oscurare le vere condizioni dell’esistenza o stronzate simili. O almeno così me l’hanno raccontata. Ad ogni modo, li legga lei, così poi magari me li spiega”.
“Lei non li ha letti?”.
“E non ne ho la minima intenzione”.
“Allora perché dovrei farlo io?”.
“Lo prenda come un compito per casa. Oppure non lo prenda per niente. Potrà dirmi che non li ha letti o mentire e dire che li ha letti. Potrà anche inventarsi quello che dicono. In ogni caso non avrà alcuna incidenza sul voto. A proposito, lei ha preso otto”.
“Di già?”.
“Tutti quanti avete preso otto. I voti non hanno senso. Vi darò il voto che preferite, ma l’otto è proprio un bel numero”.
“E se non imparo niente?”, ho chiesto.
“Beh, cavoli suoi. Mica è un mio problema, no?”. Mi ha liquidato con un gesto. “Ci vediamo giovedì”.

È arrivato un autunno ancora più caldo dell’estate appena passata, un caldo tremendo, umido, rovente che rendeva impossibile restare asciutti. Io, almeno, non riuscivo a essere meno che fradicio di sudore. Era settembre ed ero uno studente universitario, uno studente universitario in un lago di sudore, fatto che non sembrava avere importanza dal momento che, come ho avuto subito modo di imparare, all’università ero un reietto quanto al liceo, con l’unica differenza che lì invece di picchiarmi e prendermi in giro semplicemente mi ignoravano. Avrei potuto rendere il mio primo giorno più facile se avessi visitato il campus in anticipo. Così almeno mi sarei fatto un’idea di dove si trovassero un paio di edifici, e invece no, me ne sono rimasto in disparte a leggere e a pensare. Quest’ultima attività, ne ero certo, sarebbe stata la mia rovina. Rovina suona un po’ melodrammatico o perfino vanesio, sicuramente romantico, come se fossi convinto di occupare o mi aspettassi di raggiungere chissà quale status, ma la verità era che secondo me pensare o pensare troppo alla fine non mi avrebbe aiutato granché, forse per niente. Forse non sto nemmeno parlando di pensare, ma di ponderare o riflettere o studiare o qualsiasi diavolo di cosa io stia facendo qui. Mi sono iscritto a tutti i corsi, come faceva ogni matricola che si rispetti, e con altrettanto stupore, immaginavo. Era una faccenda complessa che poteva o non poteva implicare l’uso di un computer. Le lezioni erano quelle che uno si aspetta, prevedibili corsi di orientamento, qualche esercitazione e un’infarinatura di calcolo. Ho deciso di provare a iscrivermi a un corso d’inglese avanzato chiamato Filosofia dell’assurdo, tenuto da un tizio chiamato Percival Everett. Avevo bisogno della sua firma per aggiungerlo al piano di studi e così mi sono recato al suo ufficio. Ho trovato la porta aperta e prima di bussare allo stipite per annunciarmi ho notato che la stanza era piena zeppa di articoli sportivi, palloni da basket sia gonfi sia sgonfi, racchette da tennis e da squash, una mazza da hockey, una da baseball, un guanto da baseball sulla scrivania e un paio di guantoni da boxe appesi al muro in mezzo ai ritratti di James Joyce e Terry McMillan. Più in alto c’era una fotografia di un altro uomo. Ho bussato.“Prego, si accomodi”, ha detto Everett, senza alzare gli occhi da Sporting News. “In cosa posso esserle utile?”. ÒHo bisogno della sua firma”, gli ho detto. “Voglio seguire ilsuo corso sull’assurdo”.“A che anno è?”. Continuava a ignorarmi.“Sono una matricola”.“Le hanno mai detto che assomiglia a Harry Belafonte?”.“Mai”.“La cosa non mi sorprende. Dov’è il libretto?”.Ho fatto scivolare il libretto verso di lui e per la prima volta mi ha guardato. “Non c’entra niente con Belafonte”, ha detto. Ha guardato il libretto. “Non Sono Sidney?”.ÒÈ il mio nome”, ho detto.ÒAltrimenti non starebbe sul libretto”, ha commentato. “Mi piace. Gioca a golf? E non intendo minigolf”.“Mai giocato”.“Ottimo. È un gioco stupido. Un maledetto spreco d’acqua per tenere tutto quel verde vivo e brillante. Cosa mi dice della mensa? Ci va mai?”.“Ogni tanto”.“Anch’io. Andiamo, le offro qualcosa di quello che qui dentro spacciano per cibo. La gente come la chiama?”.“Mi chiama raramente, ma quando lo fa, mi chiama Non Sono Sidney”.Lui mi ha guardato. “Che gran peccato”. Poi ha ispezionato la scrivania. “Vede per caso i miei occhiali?”.“Ce li ha in testa”, ho indicato.Lui ha annuito. “Il posto ideale. Credo che ce li lascerò. Mi segua, signor Poitier”.“Posso chiedere chi è quello nella foto?”, ho indicato.“Può farlo e l’ha fatto”, ha detto. “Signor Poitier, quello è Pinto Colvig, uno dei più grandi artisti e pensatori della nostra epoca”.“Mai sentito”.“Forse lo conosce sotto un altro nome. È stato il primo a interpretare Bozo il Clown. Un genio. Ah, ce ne sono stati di Bozo dopo, ma non ci sarà mai più un altro Pinto Colvig. Nemmeno il figlio Vance era come Pinto. E che nome… Pinto Colvig. Quanto gli dev’essere costato non usare quello vero”.Everett era più basso di me e zoppicava leggermente, appoggiandosi soprattutto sulla gamba destra, ma camminava veloce, anche se non proprio in linea retta. Dopo aver strusciato per la terza volta la spalla contro di me, ha detto: “È più forte di me, vado a zigzag”.“Si è fatto male alla gamba facendo sport?”.“Ho infilato il piede nella tana di una marmotta. Che stupido, eh? Non stavo guardando. Adesso ci sto sempre attento. Ovviamente parlo in senso metaforico. Qualsiasi cosa voglia dire”.Siamo arrivati alla mensa dello studentato. Abbiamo preso i vassoi e li abbiamo riempiti di cibo. Io ho scelto un hamburger con le patatine mentre Everett si è riempito un piatto di insalata e un altro di ricotta. Mentre eravamo in fila, ha guardato prima il mio vassoio e poi il suo. “Riesce a credere che vogliono farci pagare questa merda?”.“Non sembra tanto male”, ho detto.Lui ha annuito. “Forse”.Ci siamo seduti a un tavolo rotondo accanto alla parete a vetrate e ci siamo messi a osservare i passanti. Lui ha infilzato un pomodoro ciliegino e si è girato a guardarmi. “Lei è una pecora, signor Poitier?”.“No”, ho risposto. “Non credo”.“La maggior parte delle pecore non pensa di essere una pecora.Chissà cosa si credono… Piccioni, forse”.Ho mangiato una patatina e ho guardato la gente di passaggio.“Allora, come mai ha scelto il mio corso?”, ha chiesto.“Assurdo”, ho risposto schietto.“Bene”. Ha riso. “Continui così. Lei faccia la sua parte e io farò la mia e tutto finirà dritto a Ramengo. O a Atlanta. O magari perfino a Vattelappesca”.“Come si articolerà il corso?”.“Chi lo sa…”, ha detto. “Forse impareremo qualcosa. Leggeremo della roba, magari parecchia roba. Ma non so ancora cosa. Voi studenti farete delle tesine, credo. Vi annoierete e purtroppo annoierete a morte anche me. Ci saranno con tutta probabilità dei compiti da svolgere. Non cose troppo lunghe. Non lo sopporterei.Non sono una persona pignola”. Finalmente ha mangiato il pomodorino che aveva sulla punta della forchetta. “Lei vive nel campus?”.La domanda mi ha colto di sorpresa. Per qualche ragione non mi era mai venuto in mente di cercare alloggio lì. “Ancora non ho deciso”, ho detto.Lui non ha esitato. Con il bicchiere alle labbra, ha detto: “Le conviene prendere una decisione. I dormitori si riempiono in fretta, pare. Non mi chieda il motivo. Sembra di stare in galera”.“Pensa che sia una buona idea?”.Lui ha fatto spallucce. “C’è molta goliardia e parecchie confraternite nel campus”. Mi ha guardato: sembrava soppesare le parole. “Ma a lei potrebbero anche piacere. Chi lo sa? Dovrebbe parlarne con qualcun altro. Non sono la persona migliore a cui rivolgersi. Adesso dove vive?”. Prima che potessi rispondere ha aggiunto: “Non me lo dica. In realtà non me ne importa un fico secco. E poi è buona regola non fidarsi mai di chi ti spiattella in faccia tutto subito. Posso rubarle un paio di patatine?”.Ho fatto un gesto per dire che non era un problema.Se n’è infilata una in bocca. “È già stato allo Spelman College, quello femminile?”.“No”.“Beh, allora in lei ci deve essere qualcosa che non va. È l’unico motivo per cui i ragazzi vengono al Morehouse. L’unica buona ragione”.“Pensavo che fosse per il glorioso passato”, ho detto, rubando la frase da un opuscolo pubblicitario.“Certo, anche. Qualsiasi cosa sia. Esiste ormai qualcosa senza un glorioso passato?”. Everett si è ficcato in bocca altre due patatine.“Ci vediamo a lezione, signor Poitier”.Ma non si è alzato. Si aspettava che me ne andassi io, era chiaro.Mentre prendevo il vassoio, lui ha tirato fuori un sigaro.“Non si preoccupi”, ha detto. “Mica lo accendo qui. Alla gente prenderebbe un colpo. Di solito non li accendo proprio. In un libro sul generale Grant, ho letto che questi affari gli hanno fatto venire un cancro alla lingua. Nei suoi ultimi giorni, ogni volta che deglutiva gli sembrava di ingoiare una lametta da barba. Io non ne ho mai ingoiata una, ma immagino sia tremendo”.“Arrivederci”, ho detto.“Cerchi di non essere una pecora, signor Poitier. Va bene qualsiasi cosa, un cervo o uno scoiattolo, un castoro o uno gnu, ma non una pecora”.“Va bene”.“Cerchi di essere un geco o un ornitorinco. Una pantera o un passero, ma non una pecora. Me lo prometta”.“Va bene”.Me ne sono andato e sono uscito dall’edificio. Le persone mi sfilavano accanto come animali e in effetti lo erano quanto lo ero io, eppure sembravano così distanti. O almeno così mi sentivo io: come uno studio di Eadweard Muybridge. Ogni tanto mi sentivo addosso lo sguardo di qualcuno, come se mi stessero spiando, e mi immaginavo che si chiedessero, vista la velocità della mia andatura, se i miei piedi non si staccassero da terra insieme, come un cavallo al trotto.
*Alle otto della mattina successiva mi sono presentato in classe da Everett, con la mia lurida maglietta rossa e gli occhi rossi. Quella mattina passando accanto alla mia sedia non ha mugugnato niente, ma si è fatto un giretto per la classe, gli occhi chiusi e aperti allo stesso tempo, mentre giocava con un gessetto. Ha fatto lezione così, come se parlasse tra sé e sé, anche se in realtà non era così.“Immagino che in questo corso dovremmo parlare di arte. Se non è così, allora mi sono perso, ma tanto mi sono perso comunque. Almeno mi è già capitato di perdermi e funziona sempre così. Proviamo a considerare l’arte come una specie di dissacrazione, magari una specie di discontinuità epistemologica senz’ombra di dubbio connessa o se non altro riconducibile a un amalgama di fattori sociostorici molto comuni eppure altamente improbabili. All’interno di tutto questo, cioè la fine della nostra rapida espansione nell’urbanizzazione massmediatica e industrial-popolare, che non solo cambia quotidianamente in sé e per sé, ma che trasforma anche la tessitura e l’intessitura della vita e del parlato quotidiani, troviamo il grado di espansione o di evoluzione modificato e testato dalla dimensione e dallo spiegamento paralleli delle tendenze morali e ideologiche, perfino quelle o forse soprattutto quelle della religione e dei tradizionali depositari del cosiddetto e cosivvisto sacro”.Gli studenti si guardavano, facevano spallucce, erano spaventati, cercavano disperatamente di estrapolare qualcosa da appuntare sul bloc-notes. Io sapevo che diceva un mucchio di sciocchezze, ma non mi era chiaro se lo sapesse anche lui. Secondo me no. Non lanciava occhiate di sarcasmo a me o a qualcun altro, tantomeno a uno specchio immaginario. C’era solo la sua voce attaccata alla sua testa. Ha continuato a blaterare su quella falsariga per un’altra ventina di minuti, finché non ho alzato la mano. Dopotutto scucivomolto più di tutti gli altri per questa cosiddetta e cosivvista istruzione.“Cosa c’entra tutto questo con l’assurdo?”, ho chiesto, e mentre lo chiedevo mi sono reso conto di quanto fosse profonda la mia domanda.ÒEsatto”, ha risposto. Poi ha guardato l’orologio. “Poco importa dove siete, il gatto è in macchina, il cane è in cucina. C’è un elefante che canta per la zarina e il nonno strimpella la chitarrina”. Ha guardato fuori dalla finestra. “La lezione è finita”.Io e i miei compagni di classe siamo usciti e dai loro commenti ho capito quant’erano in soggezione. “È grande”, ha detto una ragazza dello Spelman. “Mi piacerebbe poter capire cosa dice”, ha fatto eco un’altra. “Sarebbe carino, se non fosse così grasso”, ha detto la terza e ultima ragazza della classe. Un paio di figli di papà sembravano ugualmente impressionati. Allora ho cominciato a dubitare di me stesso e ho deciso di fare un salto nell’ufficio di Everett per vedere di capire qualcosa in più.E così ho fatto, di nuovo verso l’ora di pranzo, e questa volta l’ho trovato che schiacciava un sonnellino con un libro aperto sulle gambe. Ho bussato allo stipite della porta.Lui ha aperto gli occhi e mi ha guardato. “Signor Poitier…”.“Buongiorno, professore”.“In cosa posso esserle utile?”.Mi sono accomodato sulla sedia accanto alla scrivania. “Oggi non ho capito una parola della sua lezione”.“Cos’è, stupido?”.“Non credo”, ho detto.“Neanche secondo me”, ha detto. “Senta, signor Poitier, sto per rivelarle un segreto. Io sono un impostore, un pallone gonfiato, un mistificatore, un ciarlatano, un venditore di fumo, un gabbamondo, un truffatore”.“Vuol dire che è tutto senza senso?”.“Non ho detto questo”.“Ma lo direbbe?”, ho chiesto.“No, direi di no”.“Allora quello che ha detto in classe un senso ce l’aveva?”.“Tecnicamente, sì. La mia bocca si muoveva e io emettevo dei suoni”. Si è zittito e mi ha guardato in faccia. “Lo sa cosa vedo quando la guardo?”.“No”.“Vedo Sidney Poitier”.“Ma…”.“Lo so, lo so cosa sta per dire: ‘Non Sono Sidney Poitier e non sono Sidney Poitier’, ma in un certo senso lei è Sidney Poitier come chiunque altro”. Ha aperto la scatola sulla scrivania, ha preso un sigaro e me l’ha puntato contro. “Lei crede che io stia scherzando, che la stia prendendo in giro, ma invece…”. Si è bloccato.“Ha mai giocato a squash con la pallina dura, signor Poitier?”.“No, a squash non ci ho proprio mai giocato”.“Se ne vergogni”.“Può spiegarmi di cosa trattava la lezione di oggi?”, ho chiesto.“Esatto. Adesso se mi fa il favore di uscire dal mio ufficio e chiudere la porta, io potrò sedermi accanto alla finestra aperta e godermi questo sigaro senza che gli addetti ai controlli si accorgano della mia infrazione, ci siamo capiti?”.Sono andato verso la porta.“Vuole sapere cosa penso, signor Poitier?”. Quando ho annuito, è andato avanti: “Penso che dovrebbe leggere Althusser e Habermas. Io non l’ho mai fatto. Oh, ci ho provato ma non ho capito un’acca. Qualcosa sull’ideologia che punta a oscurare le vere condizioni dell’esistenza o stronzate simili. O almeno così me l’hanno raccontata. Ad ogni modo, li legga lei, così poi magari me li spiega”.“Lei non li ha letti?”.“E non ne ho la minima intenzione”.“Allora perché dovrei farlo io?”.“Lo prenda come un compito per casa. Oppure non lo prenda per niente. Potrà dirmi che non li ha letti o mentire e dire che li ha letti. Potrà anche inventarsi quello che dicono. In ogni caso non avrà alcuna incidenza sul voto. A proposito, lei ha preso otto”.“Di già?”.“Tutti quanti avete preso otto. I voti non hanno senso. Vi darò il voto che preferite, ma l’otto è proprio un bel numero”.“E se non imparo niente?”, ho chiesto.“Beh, cavoli suoi. Mica è un mio problema, no?”. Mi ha liquidato con un gesto. “Ci vediamo giovedì”.

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5 Responses to Io non sono Percival Everett

  1. ada il 26 ottobre 2010 alle 19:27

    traduzione di?

  2. marco rovelli il 27 ottobre 2010 alle 13:38

    Del solito, bravissimo Marco Rossari.

  3. Pensieri Oziosi il 27 ottobre 2010 alle 17:06

    Non invidio il povero Rossari. Quella del traduttore è una delle professioni più ingrate e peggio retribuite. Però, se per capire quello che vuol dire una frase od un periodo, mi tocca andare a vedere l’originale, secondo me la traduzione è scarsa. Ad esempio

    Mi sono iscritto a tutti i corsi, come faceva ogni matricola che si rispetti, e con altrettanto stupore, immaginavo. Era una faccenda complessa che poteva o non poteva implicare l’uso di un computer. Le lezioni erano quelle che uno si aspetta, prevedibili corsi di orientamento, qualche esercitazione e un’infarinatura di calcolo.

    Anche tralasciando l’ovvio falso amico calculus-calcolo, secondo me non è che poi si capisca bene il senso (iscriversi a tutti i corsi? da quando in qua le matricole “rispettabili” si iscrivono a tutti i corsi?). Sono andata perciò a vedere l’originale:

    I managed to register for all my classes, just as all the other freshmen so managed and, I assumed, without much less surprise than I. It was a complicated matter that might or might not have had a computer involved. My classes were what one would expect, predictable survey courses, composition, and a rudimentary introduction to calculus.

    Tralasciando le spiegazioni, una traduzione più sensata sarebbe stata:

    Ce l’avevo fatta ad iscrivermi a tutti i corsi che volevo, così come c’erano riuscite le altre matricole, secondo me incredule anche loro di esserci riuscite, vista la complicazione della cosa, che a volte richiedeva l’uso di computer e a volte no. I corsi erano quello che ci si poteva aspettare: i soliti corsi generali, tecniche di scrittura, ed un’introduzione ai rudimenti di analisi matematica.

    Non mi sento di farne una colpa a Rossari. Visti gli onorari, probabilmente non si può permettere di spendere più di un minuto su un frammento di cinquantasette parole.

  4. marco rovelli il 27 ottobre 2010 alle 21:46

    Può essere come dici. Però la traduzione di Rossari si capiva ugualmente. In ogni caso non so se hai letto Glifo, lì Rossari credo abbia fatto salti mortali.

  5. misha il 27 ottobre 2010 alle 23:09

    matemachita≠opinione



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