Quegli insulsi aneddoti (sul precario accademico)…

26 ottobre 2010
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[questo articolo in forma un po’ diversa è uscito sul numero 3 di “alfabeta2”]

di Andrea Inglese

Il precariato accademico non è in fondo poi diverso dalle altre forme di precariato. Anche in questo caso ti trovi di fronte a un tizio che, con aria affabile, ti spiega come qualmente sia del tutto ovvio che tu, pur facendo grosso modo il suo stesso lavoro, vieni però pagato un terzo, non hai ferie e tredicesima, e soprattutto puoi essere messo alla porta in qualsiasi momento. Se poi ti viene da pensare «Ma sei un bello stronzo!», bisogna che ti guardi bene dal dirlo, perché a differenza di un qualsiasi datore di lavoro o semplice superiore, nel mondo accademico il professore ordinario è generalmente un progressista, avverso al dispregio dei diritti umani, e perfettamente capace di sottrarti anche quel terzo di stipendio che stai cercando con premurosa umiltà di guadagnarti.

Ma andiamo con ordine. A tutti noi sta a cuore la salute dell’università, e sarebbe intellettualmente sterile lasciarsi andare all’evocazione di un’aneddotica poco gloriosa, risaputa, e tinteggiata di grottesco.

Sono ormai passati sei o sette anni, da quando sentii utilizzare per la prima volta la categoria di «precariato accademico». Era un’amica storica, docente in un prestigioso istituto universitario francese, che l’applicava al mio caso, incoraggiandomi a perseverare attraverso questa fase impervia. La nuova formula – non si parlava di «precariato» tutti i cinque minuti come accade oggi – ebbe su di me un immediato effetto anestetico e anche un po’ euforizzante. Cullato in questo vasto aggregato sociale, perdevo tutti quegli aspetti che fino ad allora avevano determinato i miei rapporti con la professione accademica: sfiga personale, incompetenza tattica, ignoranza malcelata, vistosi deficit intellettuali, diplomazia di un rapinatore. Mi ero sentito fino a quel giorno un semplice escluso dalla professione universitaria, uno di quei tanti che non ce la faceva, che non ce l’aveva ancora fatta, che forse non ce l’avrebbe fatta mai. (Naturalmente insegnavo e scrivevo articoli, partecipavo a convegni e compulsavo gli archivi, ma nella solita condizione di «un terzo di stipendio» e «in ogni momento allontanabile»). Ora di colpo mi pioveva sul capo un’etichetta che aveva un vantaggio psicologico non indifferente: non ero più solingo nella mia vergogna e colpevolezza. Entravo a far parte, infatti, di un’ampia famiglia sociale di reietti. Inoltre, in quanto «precario accademico», mi si riconosceva almeno una caratteristica, quella di avere a che fare – malgrado tutto – proprio con quella istituzione che, attraverso la sconsolata voce dei suoi rappresentanti, mi ricordava a ogni piè sospinto quanto fossi un soggetto ingombrante, intrusivo, superfluo.

Qui, come altrove, una società che esclude dal lavoro un numero sempre maggiore di persone atte a compierlo riesce a far apparire questa strategia di sistema come l’esito di una cattiva volontà individuale. Ogni aspirante lavoratore è chiuso nelle sue fantasmagorie di riuscita e di fallimento, di merito e fortuna, quando la sua condizione contrattuale è del tutto identica a quella di una gran quantità di individui dai talenti e dalle vicende biografiche più disparate. Durante i miei brevi anni di precariato accademico, non mi è mai passato per la testa di avere qualche diritto da rivendicare. Mi limitavo alla lotta per far riconoscere qualche merito. E ciò valeva, ovviamente, per tutti coloro che si trovavano nella mia stessa situazione, il cui status oscillava, ai miei occhi, tra quello di vittime di una malasorte comune e quello di perniciosi avversari.

La natura anfibia dell’università italiana, d’altra parte, intenzionalmente democratica quanto alla formazione, e feudale quanto al reclutamento, prevedeva sì qualche battaglia studentesca sul diritto allo studio, ma non contemplava più alcun discorso sul diritto al lavoro per il variopinto esercito dei precari che insegnavano, svolgevano esami, facevano ricerca, senza nessuna garanzia professionale per il futuro e spesso in condizioni salariali indecenti. E la maggior parte di noi cosa ha fatto? Presi nella morsa tra disincanto e codardia, abbiamo abbracciato una specifica cultura del sottosuolo. Mi rendo conto che è indecoroso parlarne, anche per il già paventato rischio dell’aneddotica, volgare e generalizzante. Inoltre vanno salvaguardati i pur residuali casi di eroismo. Quelli che sono espatriati con successo. Quelli che – pare esistano testimonianze in questo senso – hanno pronunciato la fatidica frase («Ma sei un bello stronzo!») ad alta voce.

In fase di formazione, i migliori dei nostri docenti – per ciò che riguarda le discipline umanistiche – hanno glorificato l’autonomia intellettuale e la libertà di spirito, salvo poi, in fase di reclutamento, sottoporci ai molteplici «sacrifici dell’intelletto» in nome della fedeltà feudale alla persona. Nell’università, così come nell’Europa medievale, «ognuno è l’uomo di un altro uomo». Questo sistema, avendo strutturato l’intera società occidentale per centinaia di anni, potrà ben governare un’istituzione come l’università ai giorni nostri? Esclude, però, forme di contestazione di tipo democratico. Lo studente di tanto in tanto protesta contra una riforma, sotto l’occhio complice o tollerante del docente. Il dottorando, l’assegnista, il cultore della materia, il borsista di solito non fanno cortei, occupazioni, assemblee, blocco degli esami, anche perché sono fatalmente sostituibili. Un destino capriccioso vuole che, agli occhi dei docenti garantiti, gli studenti siano materiale umano prezioso, da infoltire, affinché i dipartimenti si perpetuino con agio. Ma quegli stessi studenti diventano poi bizzarri e ingombranti personaggi, quando si ripresentano sotto le spoglie di aspiranti colleghi e ricercatori, sempre protesi a mendicare sottofrazioni di salario.

Fuori dall’Italia, la situazione non sembra così diversa. Ricordo nell’autunno del 2007 i mesi di mobilitazione studentesca a Paris III, uno dei maggiori poli universitari parigini. Le due più grandi aule dell’edificio si trovavano una di fronte all’altra. Nella prima, strapiena, gli studenti contestavano la proposta di riforma universitaria del governo di centrodestra, votavano compatti il proseguimento dello sciopero, annunciavano l’inasprimento della lotta. Nella seconda, meno popolata, gruppi di professori progressisti prendevano a cuore le rivendicazioni studentesche. Erano presenti anche alcuni precari universitari, che da anni insegnavano in quelle aule confusi ai loro colleghi garantiti, ligi però ai dettami della nota formula: “faccio tutto come te, ma sono trattato molto peggio di te”. Ricordo tra questi precari persino qualcuno che, pur timidamente e nel rispetto delle gerarchie accademiche, prese la parola non per dire: “Ma siete dei begli stronzi!”, bensì per manifestare compassione verso gli studenti minacciati nel loro diritto allo studio. Più di tutti, però, teneva banco con piglio oratorio un professore che, durante i quattro anni che lo frequentai nel medesimo dipartimento, mai si lasciò scappare una qualche osservazione sulle condizioni dei suoi colleghi precari. A forza di non usare il più doveroso e giustificato turpiloquio, noi precari universitari diventavamo invisibili anche agli occhi dei più progressisti dei professori.

Mi rendo conto che è triste indulgere nella cultura del sottosuolo, con la sua insignificante aneddotica. Però vale la pena di ricordare, in conclusione, almeno il caso di Gianfranco R., ossia «l’eterno dottorando», come lo definivano gli studenti del dipartimento che assiduamente frequentava. Gianfranco in realtà aveva già ottenuto borse di postdottorato, teneva qua e là seminari, pubblicava libri per case editrici del settore, cenava con professori ordinari, a cui dava del tu senza esagerare nel contraddittorio. Io lo invidiavo, perché mi sembrava animale meglio adatto all’ambiente accademico, più portato per l’erudizione ossessiva, la notazione scrupolosa a piè di pagina, la citazione in lingua originale, ma soprattutto aveva installato nella sua mente un poderoso database della geografia accademica italiana, con tanto di gerarchie ufficiose e informazioni esoteriche. Io avevo sperato, in ultima istanza, di farmi concupire da qualche tardona che fosse almeno professore ordinario. Gianfranco invece volava alto: il suo posto se lo meritava, e si curava maternamente dell’uomo da cui dipendeva il suo concorso. Quest’ultimo, infatti, era un ordinario della quarta età. Gianfranco si occupava della sua dieta, delle medicine al giusto orario, di fargli evitare scale e correnti gelide. Purtroppo le cose andarono male, perché in circostanze un poco confuse il vegliardo fu colpito da ictus, mentre la dottoranda che era con lui non riportò gravi conseguenze. In dipartimento Gianfranco perse di colpo il dono della visibilità: si aggirava come un’ombra smarrita, ormai completamente orfano, completamente fottuto. Ha avuto in seguito un’irrimediabile caduta della libido cognoscendi: non solo non può più leggere saggi accademici di genere anche divulgativo, ma è tormentato da un incubo ricorrente. Per un crimine turpe che ha commesso, viene condannato all’ergastolo. Quando si rende conto di essere rinchiuso in una cella doppia in compagnia di un professore universitario progressista, ergastolano come lui, si sveglia lanciando un grido di terrore.

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9 Responses to Quegli insulsi aneddoti (sul precario accademico)…

  1. Gabriele il 26 ottobre 2010 alle 11:06

    Sottoscrivo tutto, anzi: da altro esponente del precariato accademico di cui parla Inglese, direi che il pezzo avrei potuto scriverlo io, con una integrazione: perfettamente d’accordo sul parallelo tra Europa medievale e attuale università – non per niente si parla di baroni! – che dunque “esclude forme di contestazione di tipo democratico”. Il nostro sistema attuale, però, esclude ‘purtroppo’ anche le forme di contestazione tipiche dell’Europa medievale – né le jacqueries protoborghesi, né le rivolte contadine che ogni tanto si premuravano di infilzare i sopraddetti baroni. Restano appunto solo i rapporti di vassallaggio, senza neppure uno straccio di prebenda…

  2. jacopo galimberti il 26 ottobre 2010 alle 12:32

    Diversamente da Inglese la mia generazioni di dottorandi sa fin dall’inizio cosa l’aspetta. Se la ricerca porta sempre con se’ i segni della condizione sociale di chi la svolge, mi domando cosa ne verra’ fuori.

    A Londra, dove sto facendo un dottorato in Storia dell’arte, i processi di precarizzazione sono gli stessi benche’ senza la brutalita’ e l’arroganza tipica del sistema italiano. Il tutto mi sembra attutito semplicemente dal fatto che, visti i costi dello studio chi arriva a fare un dottorato e’ con buona probabilita’ un quasi ricco (ma non e’ il mio caso purtroppo).Se volete posso postare un testo manifesto che riguarda i tagli del governo inglese all’universita’, i problemi sono quasi gli stessi. Anche qui, come sempre, il problema e’ quello dell’internazionalismo delle lotte…

    L’impressione e’ che il problema del disinvestimento nel settore dell’universita’ e della scuola in generale sia un fenomeno che abbraccia tutta l’europa e il nord america. A una fase in cui si incentivava la formazione, vista ingenuamente come status symbol geo-politico e come propulsore della crescita economica, ora (da almeno 15,20 anni) i governi tolgono fondi. Si, ma perche’? Temo che il fenomeno vada affrontato nella sua complessita’ economica, altrimenti si finisce a fare una lotta idealistica (che e’ anche pericolosamente la piu’ congeniale agli accademici).

    L’obiettivo, forse non ancora ben chiaro nemmeno a Tremonti, e’ l’elitismo e il mecenatismo: il modello americano, poli universitari d’elite e la massa, che la sua ignoranza se l’e’ meritata.

  3. andrea inglese il 26 ottobre 2010 alle 15:28

    a jacopo
    “Diversamente da Inglese la mia generazioni di dottorandi sa fin dall’inizio cosa l’aspetta.

    Wow, il masochismo cresce di generazione in generazione!

    Alfabeta2 ha dedicato un dossier assai folto alla situazione dell’università. Uno dei punti indiscutibili è la lucida constatazione di Eco: “questa nostra università di massa (…) è di fatto un’università di élite, forse molto più di quella dei miei tempi coi suoi sparuti duecentomila iscritti per l’intero paese. Stiamo ancora formando delle élite (incredibile ma vero) ma sul cadavere di migliaia di proletari dell’educazione.”

    Certo è scandaloso dirlo. Tanto a sinistra che a destra, in realtà. L’università di massa, democratica, è in parte un’illusione. Basta vedere cosa succede all’interno dell’istituzione accademica quando si passa dal versante formazione a quello del reclutamento.

    a gabriele
    in effetti più che a democratiche e progressiste lotte per un contratto decente, come cominciano a fare con grande ritardo le reti di precari dell’università, rimpiango di non aver partecipato a qualche jacquerie violenta e irridente…

  4. fabio teti il 26 ottobre 2010 alle 17:06

    “Basta vedere cosa succede all’interno dell’istituzione accademica quando si passa dal versante formazione a quello reclutamento”.

    ecco. e ne succedono di aberranti, sul serio.

  5. jacopo galimberti il 26 ottobre 2010 alle 17:55

    ad Andrea,

    non ho letto il pezzo di Eco ma lo stralcio che riporti tu non mi risulta chiaro. In che senso sarebbe un universita’ d’elite ancor di piu’ che ai suoi tempi?

    A parte qualche centro tipo la normale di pisa, la bocconi e poco altro mi sembra che le elite italiane facciano studiare i propri figli all’estero, per lo meno molto di piu’ che hai tempi di eco (meta’ cinquanta). Questo di per se non e’ un problema, anzi, solo che in Italia a studiare per una formazione di elite non ci viene nessuno.

  6. matteo ciucci il 26 ottobre 2010 alle 18:54

    Ciao Andrea,

    aggiungo alcuni spunti, a elevato rischio di OT e di errore:

    La parentesi del ’68 si sta rivelando per quello che era, purtroppo: appunto, una parentesi. Spostato il punto di equilibrio in alcuni campi, ad esempio verso una semiparità dei sessi – gli squilibri rimangono, ma non sono paragonabili a quelli precendenti il ’68 – il sistema torna a chiudersi, perdendo fluidità sociale. L’università italiana, classista prima della guerra, rischia di tornare ad esserlo nel prossimo futuro.

    L’estetica a mio avviso – posso sbagliarmi, è solo un’intuizione – sta tornando a somigliare a quella degli anni ’30, con aggiustamenti opportuni (è vero?)

    L’inversione dell’evoluzione economica trova il suo corrispondente inconsapevole nella scelta stilistica di alcuni romanzi di fantascienza – uno per tutti, l’Evangelisti di Eymerich – che mescolando passato, presente e futuro, hanno di fatto annunciato l’inversione della curva di espansione della società

    Il rifugio nel vintage, con tutto il recupero degli anni ’80, è in chiave di auspicio consolatorio.

    La crisi economica, quella del tirare la cinghia, era stata meravigliosamente anticipata dal sistema della moda con le sue modelle anoressiche e scheletriche: era l’arrivo delle vacche magre, ma chi lo poteva capire, prima?

    L’età media dei neonati sale più o meno in tutta europa (immigrati a parte, non essendo loro/noi un prodotto diretto del sistema in cui vivono, ma elementi stabilizzanti). Sono loro i sottoproletari della vita e i primi a pagare gli effetti della crisi.

    Conseguentemente, anche l’università si richiude in senso classista. Se ciò fosse vero, un possibile corollario in poesia potrebbe essere la sparizione del verso libero, non attrezzato stilisticamente a reggere l’onda d’urto della carenza di risorse (Questo è vero? non sono in grado di dirlo).

    Il meccanismo di svuotamento di valore dei titoli universitari, presupposto alla chiusura delle classi, prevede come già in finanza una prima fase ad alta volatilità – già osservata – ad elevata inflazione, seguita da una seconda fase di scrematura che lascia sul campo i cadaveri di migliaia di proletari ell’educazione.

    La stessa messa in questione dell’esistenza di un’università aperta è essa stessa un presupposto del nuovo paradigma ideologico (mercato, competizione, e compagnia bella), non un dato di fatto.

    P.S: Se questi miei commenti fossero fuori tema, troppo apodittici, o come dice Gherardo apocalittici, tagliate senza remore, ché anch’io preferisco il buonumore alle iniezioni di veleno.

    Ciao,
    Matteo

  7. maria(v) il 28 ottobre 2010 alle 14:10

    Questa volta non potete farcela da soli. raccogliete due o tre amici, di quelli che hanno letto quanto basta per rovinarsi la vita e non avere più niente da perdere. Non stateci troppo a pensare: se siete arrivati fin qua ne avete certamente. Offrite ai vostri complici dell’ottimo barolo, servirà a metterli del giusto umore. Caricateli con i discorsi di Marinetti, i pamphlet di Céline, i manifesti di Debord. Ricordatevi che siete figli della vostra epoca e non patetici avanzi dell’Istituto di Filologia romanza. […]

    Dotate il vostro commando di: un’auto rubata, una pistola falsa, un paio di manette, un cappuccio, il primo numero della rivista “Internazionale Situazionista”. Sgommate a tutta velocità verso l’equivalente di ciò che per il giovane Skywalker rappresentava la fortezza orbitante di Darth Vader. L’Università.

    Si sa, molti di questi edifici dovrebbero essere bruciati se non altro per il rigurgito dada nascosto in ognuno di noi. La vostra azione dimostrativa richiede tuttavia soltanto che vi rechiate alla più vicina Facoltà di Lingue e Letterature straniere. Ai bordi della strada lascerete l’auto con dentro un elemento della banda. Scortati da almeno due complici vi addentrerete con disinvoltura in questa palpabile dimostrazione del Male. Poiché avete studiato alla perfezione la piantina dell’edificio e l’alternarsi delle attività che ne regolano la quotidiana esistenza sapete che ogni pomeriggio dopo le 15:00 è possibile trovare nella biblioteca del secondo piano un lettore di russo. Salvo naturalmente che il cronico assenteismo di personale docente e paradocente non abbia la meglio. Ma la fortuna, si sa, aiuta gli audaci. Curvo sulla versione originale di Oblomov, del tutto ignaro di ciò che gli sta per succedere, ecco il vostro uomo.

    Lo avvicinerete con una scusa. solleverà la testa dal capolavoro di Gončarov. Inforcherà gli occhiali per inquadrarvi meglio. Non riuscirà nemmeno a realizzare di non avervi mai visto che sentirà il freddo della pistola puntato alla schiena. Gli ordinerete di seguirvi. Lo porterete al cesso. Qui lo ammanetterete. Gli leggerete con enfasi la prima pagina di “Internazionale Situazionista”. Il lettore di russo vorrà scoppiare a piangere. Pur di risparmiarvi lo spettacolo provvederete a incappucciarlo. Poi, come avverrebbe in un rito goliardico, lo porterete in macchina urlandogli nelle orecchie le parolibere di Majakovskij e tornerete a casa.

    Quando al lettore di russo sarà tolto il cappuccio la stanza sarà immersa in un silenzio liturgico. La luce tremolante delle candele contro i muri farà pensare a un’esecuzione organizzata con una certa sadica, leziosa teatralità. Così in effetti è. La prima cosa a cui la vostra vittima farà attenzione sarà la pistola puntata alla tempia. la seconda, uno specchio posizionato a pochi metri in cui la sua figura si riflette. La terza un leggio. Sul leggio, nemmeno a dirlo, è spalancato Guerra e pace in lingua originale. […]
    da Nicola Lagioia, tre sistemi per sbarazzarsi di tolstoj (senza risparmiare se stessi)

  8. […] godetevi questo bel contributo di Andrea Inglese su Nazione Indiana, che non parla di precariato accademico e, seppure per vie traverse, mi sembra abbia anche qualche attinenza con l’argomento di […]

  9. Giovanni Scotto il 12 dicembre 2010 alle 21:47

    Nel campo del precariato accademico la “riforma Gelmini” innova realmente: chi non ha un rapporto di lavoro dipendente o una pensione, non potrà ottenere una docenza a contratto , a meno che non abbia un reddito superiore ai quarantamila euro l’anno (art. 23. 1. co.). I precari accademci potranno fare tante cose in futuro , immagino, ma tenere un insegnamento a proprio nome no. A meno di non essere un affermato medico ingegnere avvocato.
    Non mi capacito che nessuno ne parli.
    Più info su: giovanniscotto.wordpress.com



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