Stracquadanio, una storia del presente.

29 ottobre 2010
Pubblicato da

Alcune considerazioni sulle affermazioni di Giorgio Clelio Stracquadanio, il film Videocracy e il documentario Il corpo delle donne.

Di Carlo Antonicelli

Non se avete mai prestato attenzione a come certi fenomeni colpiscano la mente quando li si incontra per la prima volta per poi perdere il proprio impatto emotivo quando gli stessi fenomeni tendono a ripresentarsi con una certa frequenza.

Ricordo che giovanissimo ero appena arrivato a Roma e vidi un uomo per strada, con un moncherino al posto del braccio e una gamba amputata, che chiedeva l’elemosina. Rimasi alcuni minuti a fissarlo, da lontano, incapace di qualsiasi reazione di fronte a quell’immagine. Era insostenibile non solo la sua presenza – il fatto che egli potesse davvero esistere – ma ciò che mi inquietava davvero era che egli potesse alzare lo sguardo su di me e chiedermi qualcosa, qualsiasi cosa. Dovetti cambiare strada quel giorno.

Successivamente l’ho incontrato di nuovo, quell’uomo, e poi ancora. Oggi, quando le nostre strade si incrociano, non cambio più strada. Piuttosto lo guardo nella sua interezza e poi nei suoi pezzi (il moncherino, la gamba mancante), pensando soltanto a quanto sia multiforme e strana la vita degli esseri umani su questa terra.

L’immunizzazione dalle immagini dolorose del passato – o anche del presente – è una reazione naturale della nostra mente, utile a difenderci da una continua ricaduta in traumi che non ci permetterebbero di vivere. Tuttavia il confine tra una “visione senza sguardo” e una utile difesa da uno sguardo troppo traumatico è davvero sottile. È facile diventare indifferenti a tutto, incapaci di empatizzare, di indignarci e di reagire. D’altronde in una società di massa e mediatizzata come la nostra, tale problema si presenta in termini cubitali. La posta in gioco è l’etica singolare e collettiva di un popolo, la sua stessa esistenza nel mondo. Se diventiamo incapaci di ascoltare e di guardare perché ipertrofizzati da un immaginario che ci assorbe completamente nei suoi gangli, cosa diventeremo?

Glosse sulle macerie del contemporaneo italiano

Al tempo dello scandalo di Palazzo Grazioli, dell’ affaire D’Addario e di Noemi Letizia ci fu un vero sussulto in Italia nella pubblica opinione, specialmente femminile, che si mosse per reagire alle immagini di violenza mediatica e politica che si stavano solidificando nell’immaginario culturale italiano. Ci fu un onesto e trasversale disgusto che attraversò una parte della nostra società. Uno dei migliori risultati che l’offensiva femminile riuscì ad attestare allora fu il documentario-saggio, Il corpo delle donne, di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi. Poco tempo dopo uscì nelle sale il film di Erik Gandini Videocracy che rappresentò il controcampo ideale del lavoro della Zanardo, nonché un amplificatore dei suoi contenuti.

Da un punto di vista estetico entrambi i lavori sembravano la giustapposizione di differenti puntate di Blob – e questo, detto per inciso – dovrebbe far riflettere su cosa significa rappresentare la ‘realtà’ in un società mediatizzata come la nostra.

Ultimamente le affermazioni del deputato della Repubblica Giorgio Clelio Stracquadanio sono arrivate a colpire la nostra mente nella forma non della novità, bensì in quella della ripetizione. Il messaggio che era soltanto alluso ed implicito nelle vicende che hanno coinvolto il presidente del consiglio (prostituitevi se volete avere successo), è ritornato sotto forma di un enunciato chiaro ed esplicito, nelle parole di Stracquadanio stesso. La ridondanza, la ripetizione, si è fatta espressione e verità.

Fabbricare corpi, ovvero come si diventa l’immagine che sei.

La borghesia […] ha lacerato senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali e non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse lo spietato «pagamento in contanti». Essa ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i santi fremiti dell’esaltazione religiosa, dell’entusiasmo cavalleresco della sentimentalità piccolo-borghese

Karl MARX, Frederich ENGELS

Torniamo su Videocracy per analizzare come funziona questa produzione di verità, chi ne sono i produttori e come tale verità modelli la società, strutturandone le relazioni umane, sociali, politiche e culturali.

Videocracy si apre con la storia di un giovane operaio bresciano che cerca ostinatamente di rendersi appetibile al mercato televisivo disciplinando il proprio corpo e lavorando sulla propria immagine. La finalità dell’operaio in questione è la creazione di una sorta di cyborg che materializzi in se stesso la fusione di due note figure dello show business: Jean Claude Van Damme e Ricky Martin. Tutto ciò potrebbe suonare risibile, se non fosse invece tragico. Ma intendere questo singolo caso come un’eccezione periferica sarebbe miope. L’immaginario dentro cui si muove tale mentalità è continuamente sostenuta da tutti i segnali culturali che ci circondano. L’operaio(ma è un discorso estensibile a molte altre categorie oggigiorno), scriveva Guy Debord,

“lavato dal disprezzo totale che è chiaramente espresso da tutte le modalità di organizzazione e sorveglianza della produzione, si ritrova ogni giorno al di fuori di essa trattato apparentemente come una persona grande, con cortesia premurosa, sotto il travestimento del consumatore” (2).

Quello che correttamente Debord chiama «l’umanesimo della merce» ingloba in sé gli svaghi e la vita del lavoratore come un fatto normale. Ed un fatto ordinario perché è la realtà intera, nei suoi minimi aspetti, a confermare che tutto è merce, tutto e tutti hanno un prezzo, ogni singola cosa, materiale o immateriale, si può vendere, comprare, scambiare – specialmente i corpi e le immagini dei corpi stessi.

Insomma non è tanto una questione morale, quanto di economia politica. Tendenzialmente il reale tende sempre a diventare razionale quando il primo risulta immodificabile.

Il nuovo regime del commercio e dello scambio capitalistico ha la sua punta produttiva nei mass-media, ovvero nel cinema, nella televisione e nei media diffusi (internet, I-Pod, tv on demand, videotelefoni etc.). Le nuove «terre vergini» da colonizzare per plasmare nuovi bisogni sono la nostra mente, l’immaginario, i(bi-)sogni. Berlusconi ha forse il solo merito di aver importato ed adattato il modello globale all’Italia. L’anomalia, come si usa dire, è che Berlusconi, a differenza di Ruper Murdoch o Bill Gates, è il primo ministro dell’Italia mentre i due sopra menzionati, sono ‘solo’ i possessori di immensi imperi tecnologici e network che si estendono per tutto il pianeta.

Non voglio sottacere le conseguenze politiche che perforano il diritto e minano il piano democratico di una società civile. Piuttosto vorrei, se ci riesco, tratteggiare una quadro sinottico della situazione in cui viviamo.

Fa specie che oggi giorno la prostituzione sia divenuto l’unico ascensore sociale, specialmente in Italia, per raggiungere un determinato stato di benessere. Preciso che quando parlo di prostituzione intendo sia quella di carattere materiale (si vende il proprio corpo per avere qualcosa in cambio), che l’altra, di carattere ‘simulacrale’ (si vende UNA immagine del proprio corpo per avere qualcosa in cambio).

Possiamo davvero indicare in Berlusconi l’origine della situazione in cui ci troviamo? Saremmo ipocriti nel farlo.

Sono numerosi i movimenti convergenti, nelle società complesse e nei sistemi sociali occidentali, ad aver portato a questa ‘congiura della realtà’ che appare cospirare da ogni lato contro il rispetto dell’essere umano. Ci vengono nuovamente in aiuto delle parole scritte più di cento anni fa, ma che suonano così reali ai nostri giorni: «La borghesia […] ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio»(3). Non si scopre proprio nulla di nuovo insomma. Basta guardare al “Nostro” operaio bresciano, a tutte le dame di corte che svolazzano in abiti succinti in tv o nei palazzi di potere. Ma di nuovo, non facciamone una questione morale. Stiamo parlando di lavoro, domanda e offerta. That’s it.

Lorella Zanardo cercando di descrivere l’antropologia dei “tipi” televisivi, ha parlato del potenziale di falsa emancipazione che i media rappresentano per molti giovani. Andrea Inglese, rispondendo allo stesso proposito su NazioneIndiana, ha descritto questa “nuova umanità”, come eroi tragici che falliscono proprio cercando la strada della propria salvezza.

Non possiamo che trovarci d’accordo con loro su un piano teorico generale. Ma qui si fugge il problema chiave, materiale direi: i media, essendo il centro d’eccellenza della produzione capitalistica attuale, sono davvero forieri di ricchezza per chi vi entra! E lo sono materialmente, distribuendo danaro e collaterali (ovvero notorietà e successo in tutti i campi. Ve lo ricordate, a proposito, il semi-analfabeta, evasore, pilota-di-moto munificato con una laurea honoris causae da una prestigiosa università italiana?).

Le nuove fabbriche dei media esigono a chi vi lavora, al salariato, la «sussunzione» totale di sé, non solo del proprio tempo e lavoro, ma richiedono che il corpo intero, ovvero la sua immagine-simulacro, venga messo al lavoro. Il “contratto” tra le parti implica anche la promessa ad identificarsi a vita con siffatta immagine-perfezione-verità, senza mai smentirla, pena il fallimento. Invero, bisogna alienare anche e soprattutto la mente per rendersi disponibili al rito sacrificale del processo capitalistico.

A tutto questo non dobbiamo arrivarci, ci siamo già dentro, e Videocracy ce lo (di-)mostra brutalmente, portando alla luce una violenza che non è nelle immagini ma, come scriveva Deleuze, «delle immagini» del film.

Come reagisce la cosiddetta società civile a un tale abominio? Guardiamo a cosa è disposta una tranquilla comunità di provincia per entrare a pieno diritto nella “modernità”: immolare sul patibolo televisivo le proprie figlie appena maggiorenni, esponendole allo sguardo panottico di un mondo che si fa teatro di pornografia. A tale spettacolo gli uomini (i maschi) vi assistono con la bocca semiaperta, inumidendo, di tanto in tanto, gli angoli della bocca inariditi dalla calo di salivazione.

I corpi si vendono così, hanno bisogno di essere ipostatizzati nell’empireo delle cose perfette, e noi che ne siamo solo una volgare riproduzione dobbiamo sottometterci, altrimenti finiremo per essere dei marginali.

Qui ci torna utile la definizione di “fascismo estetico” coniata da Andrea Inglese.

Chi conosce anche lontanamente l’universo dei media sa quali regole ferree e inderogabili reggono quel mondo. A questo servono i guardiani delle porta stretta, Lele Mora ad esempio, che cercano le «potenzialità» dei corpi per uniformarle al modello unico che ne permetta una più semplice circolazione. Si scambiano i corpi come le monete, l’importante è che siano tutte dello stesso conio. Fabrizio Corona, segnatamente, è solo il più coerente assertore di una logica di sistema che oggi impera quasi incontrastata. Egli sta all’attuale stato di cose come il marchese De Sade stava al kantismo e alla Rivoluzione Francese. Ovvero, egli non è l’eccezione al sistema, l’elemento sfuggito al controllo, il reo criminale, tutt’altro. Egli è l’eccesso prodotto direttamente e automaticamente dalla struttura a cui appartiene. A Corona non va addebitata nessuna accusa morale, piuttosto gli va accreditato il merito di aver esplorato magistralmente la perversione del sistema mediatico e culturale del nostro paese. La censura perpetratagli contro serve solo a fornire un capro espiatorio che permetta al sistema di continuare a funzionare come prima. In attesa della prossima “crisi”.

La sfera di tale enorme mercato mira ad espandersi continuamente e la società civile vi è inclusa a piene mani. Per questo negri, froci\e, zingari sono persone che per loro natura risultano sovversive a questo sistematico UNI-verso. Il meccanismo integrato tra Stato società civile e ‘nuove fabbriche mediatiche’ unisce da un lato una specifica modalità di produzione e valorizzazione (la mercificazione delle immagini e di corpi) e, dall’altro, una cultura che rende fertile la possibilità di modellare soggettività che, attraverso l’emergere di bisogni eterodiretti, legittimano la sovranità della Videocrazia.

Oggi, ad esempio, la ‘bella presenza’ è un must in moltissimi settori e aziende che devono vendere una “bella” immagine di sé. Lavorare in qualsiasi locale d’intrattenimento, un pub, una discoteca, un studio di architetti, o anche in una boutique,  senza essere ‘belle’ o ‘belli’ è divenuto impossibile.

Questa violenza intrinseca alla realtà stessa è il ‘fascismo estetico’, che è più forte di qualunque appello all’etica pubblica o al ritorno alla vecchia e cara morale; tutti appelli legittimi, ragionevoli, ma che cozzano contro un sentire quotidiano difficile da sovvertire.

Una libertà ottativa

Nessuno sa ancora

ciò che può un corpo

Baruch SPINOZA

Una domanda frequente circola nei discorsi attorno al rapporto corpo-media: si può distinguere tra coloro che consapevolmente accettano di far parte del gioco di potere mediatico e chi invece crede fanaticamente nel miracolo televisivo e vi si assoggetta ‘senza se e senza ma’?

Secondo le regole classiche del mercato, perché il lavoro possa essere scambiato liberamente, esso deve essere pari ad una merce qualsiasi (la cosiddetta forza-lavoro). Se, come abbiamo cercato di dimostrare, è il corpo a diventare base dello scambio mercantile, esso può e deve essere scambiato secondo questa logica, liberamente. D’altronde vi è sempre una relazione asimmetrica tra chi offre e chi cerca lavoro (quest’ultimo deve pur mangiare, s’intende; mentre l’altro, forte di un certo capitale, può scegliere la sua forza-lavoro nell’esercito degli inoccupati).

Teoricamente saremmo tutti liberi di cercare il lavoro che meglio soddisfa le nostre aspirazioni, perché dovremmo poter vendere liberamente la nostra forza-lavoro. Ma ciò accade davvero raramente, per classi privilegiate della società, ed è tanto meno valido per un mercato totalmente deregolamentato com’è quello dei media, dove non ci sono istituti di garanzia per chi vi lavora. È talmente evidente la disparità di potere tra Lele Mora e l’operaio bresciano di Videocracy, che parlare di libera scelta fa sorridere. Allorché si sceglie di «sussumere» al processo di valorizzazione il proprio corpo – carne e mente – tutto il resto è conseguente. La pianificazione dispotica di questo mercato non lascia altra scelta che la genuflessione ad una ‘servitudine volontaria’ che prevede un totale sacrificio di sé, previa oggettivazione della propria coscienza e dei propri sogni dentro l’iperuranio catodico, foriero di tutti i desideri di emancipazione più arditi e concreti.

Dire (e ri-dire, come fa il deputato Stracquadanio) che il corpo può essere usato in forma di oggetto di scambio, come merce tra le merci, non ha solo un suo grave peso morale, come è ovvio. Laddove le parole di Stracquadanio sembrano infrangere una norma (è immorale doversi vendere, è “sbagliata” la prostituzione, ecc), tale affermazione, invece, deve la sua genesi al contesto generale in cui ci troviamo a vivere e finalizza una precisa strategia “culturale”. Se tutto quello che abbiamo detto precedentemente non fosse reale ciò che Stracquadanio ha detto non avrebbe potuto essere nemmeno pensato. Chiariamo: la prostituzione è un mestiere antichissimo e il potere ha sempre intrattenuto relazioni stabili con essa, ma tutto ciò, un tempo, avveniva all’ombra di alcove discrete; anzi, a quei tempi, quando la Chiesa esercitava una certa influenza sulle coscienze degli italiani, l’incontinenza sessuale andava pubblicamente censurata, anche laddove fosse invece indefessamente perpetrata.

Perché allora oggi si può dare la stura ad un comportamento moralmente abietto in maniera così plateale?  È chiaro che qualcosa è cambiato nell’etica pubblica così come nelle condotte individuali. C’è stato quel «mutamento antropologico» del popolo italiano su cui ha tanto insistito Pier Paolo Pasolini negli ultimi hanno della sua vita? Ciò che il fascismo di Mussolini non è stato mai capace di fare – trasformare gli italiani in marionette del potere – è invece stato portato a termine dalla «società dei consumi»? Credo che ognuno possa giudicare da sé la verità di tali previsioni.

Quello che appare chiaro è che il nostro humus culturale è microfisicamente fecondo perché un pensiero del genere possa essere concepito. Lo sfondo su cui si stagliano le parole del “nostro” deputato dimostrano che è già stata strappata via anche solo la parvenza della vecchia morale che, proprio perché depravata fino all’osso di ipocrisia, formava, fino a qualche tempo, il collante del legame sociale.

Le affermazioni di codesto, seppur minuto, menestrello di corte, andrebbero prese davvero sul serio. In quelle parole si pone una sfida strategica: colpire con l’atto comunicativo la sensibilità mediatica e penetrare la mentalità collettiva.

Giacché oggi “esiste” (all’attenzione del mondo politico, sociale, giornalistico, ecc) solo ciò che appare, la presenza di un messaggio così chiaro nel circuito dei discorsi collettivi serve e legittimare un pensiero ed un modus operandi. L’atto linguistico di Stracquadanio ha un valore performativo in un’epoca in cui i media modellano individui e realtà; esso enuncia ciò che si fa e che si può fare. Tale messaggio ha la capacità di circolare nelle pratiche quotidiane e nei palazzi di potere, ma per poter essere definitivamente dichiarato reale, deve riceve il sigillo di veridicità dai media, per poi tornare ad appurare la propria capacità formativa nei corpi reali.

Gandhi qualche tempo fa scriveva: «Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci».

Dopo l’affaire D’Addario, le rivelazioni su Noemi Letizia, le immagini di Palazzo Grazioli e Villa Certosa, (ri-)affermare verbalmente che è legittimo usare i corpi come prodotto e strumento di scambio ha un senso preciso: sancire un forma di relazione stabile e autoritario tra corpo (specialmente, ma non esclusivamente, femminile) e potere. La ridondanza del messaggio di Stracquadanio mette in luce una cinghia di trasmissione comunicativa che è puro segno di subordinazione e comando.

La verifica che informazione e spettacolo, media e potere, comunicazione ed economia sono legati assieme senza soluzione di continuità è presto fatta. Resta da approntare una resistenza.

09-09-2010


(2) G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini&Castaldi Dalai Editore, 2008, p.67.

(3)  K. Marx – Engels, Manifesto del Partito Comunista, Einaudi, 2005 p. 27 corsivo mio

Tag: , , , , , , , , ,

44 Responses to Stracquadanio, una storia del presente.

  1. Larry Massino il 29 ottobre 2010 alle 11:58

    La predisposizione a vendere la dignità (e il corpo che vi sta appiccicato come una zecca) è assai nota nel carattere degli italiani, che quando non possono vendere se stessi cercano di vendere i loro figli (“Bellissima” di Visconti è del 1951), come avviene sotto gli occhi di tutti alla tv da anni anche in questo nuovo millennio, senza che nessuno protesti minimamente, nonostante leggi severissime vietino il lavoro dei bambini, anche nello spettacolo.

    Il filosofo cinico Stracquadanio, del resto, può dire quello che dice perché quello che avviene veramente nel jettesette è peggio, molto peggio di un semplice meretricio. Non so cosa, ma potrebbe trattarsi di sacrificio, di ritualità rigenerative che comportano il rischio per la sopravvivenza (altro che bunga bunga!), di pratiche magiche i cui risultati, i nostri maggiori eroi, dicono serenamente di voler estendere a tutti, annullando il cancro in tre anni e portando la vita media a 120 anni (o ani?). Il meretricio, insomma, potrebbe essere una versione di copertura di pratiche di ascesa sociale fondate su riti magici, nelle quali si mette in gioco la propria stessa vita.

    Il filosofo cinico Stracquadanio, potrebbe essere che non è così deficiente come vuol far sembrare. Se magari lo conoscessimo scopriremmo che è un conversatore amabile, colto, sensibile. Potrebbe essere che gli è stato assegnato un compito che lui esegue semplicemente perché fa parte del suo mestiere, compito di ridurre tutto alla materialità, alla più vecchia forma di scambio denaro-corpo, che alla fine alla fine non scandalizza nessuno.

    Nessuno di noi è però così cretino da non immaginare che parole così pesanti avranno una risonanza nazionale e internazionale, e che saranno dannose per la nostra reputazione per via del velo moralistico che amiamo far indossare all’intera società (altro che burqa!). Domandiamoci cosa nascondono, le parole del filosofo cinico Stacquadanio, non cosa spiegano. Quello che spiegano, l’avevamo capito da tempo, siamo nati imparati, come si dice… e temo siano parole dette proprio perché le sapevamo già, solo per venire incontro alla nostra vanità intellettuale, che ci mette da sempre assolutamente al di sotto dei cretini (il tragico protagonista della cena dei cretini, detto en passant, non somiglia a Stracquadanio, a B stesso?).

  2. Lidia il 29 ottobre 2010 alle 13:44

    http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/286682/

    Mi sembra il post giusto per chiedere a Lagioia di spiegare.

  3. andrea inglese il 30 ottobre 2010 alle 01:25

    Carlo Antonicelli scrive,

    “Fa specie che oggi giorno la prostituzione sia divenuto l’unico ascensore sociale, specialmente in Italia, per raggiungere un determinato stato di benessere. Preciso che quando parlo di prostituzione intendo sia quella di carattere materiale (si vende il proprio corpo per avere qualcosa in cambio), che l’altra, di carattere ‘simulacrale’ (si vende UNA immagine del proprio corpo per avere qualcosa in cambio).”

    La prostituzione non sarà forse l’unico ascensore sociale, ma è uno dei più efficaci e diffusi. Riguarda tutti i giovani, donne e uomini. “Troppi paradisi” di Siti ci fa una piccola mappa della prostituzione maschile nelle sue varie tipologie. E davvero è percepibile anche una dimensione sacrificale, come scrive Larry Massino: i belli e giovani che si offrono ai vecchi e brutti, ai vampiri del potere. E qui, davvero, non è certo solo Berlusconi e la sua corte il modello: da sinistra, passando per preti e vescovi, chi ha potere ci sguazza. I tempi sono particolarmente propizi. La società è stata sufficientemente preparata. Le mamme benedicono le aspiranti veline mandate al macello, come benedivano i loro figli in partenza per la guerra. Berlusconi è colui che ha dato definitiva legittimità alla generale compravendita di corpi ed anime, ne ha fatto un’ideologia, uno programma di partito, o di setta.

    D’altra parte il mercato parla chiaro: di domanda di bocche da riempire e di culi da sfondare ce n’è sempre. Rischi di disoccupazione pochi. I compensi sono stellari, rispetto anche alle professioni più remunerate. E poi il tutto legato al sogno narcisistico della popolarità. Tutta questa manna a portata di mano – che costa solo interventi di chirurgia estetica e disciplina meticolosa intorno al proprio corpo, maschi inclusi – vale più di qualsiasi predica catto-comunista sull’importanza della solidarietà, della bellezza interiore, della dignità di fare dei lavori di merda.

    Finché non si dirà alla gente che c’è un enorme ricchezza che potrebbe essere ridistribuita, strappandola ai profitti delle aziende e ai salari dei dirigenti, e la società non è destinata a vivere in una crescente disparità tra cerchie di dèi e legioni di poveracci, finché non si batterà quella strada, che passa per la critica della teologia economica dominante, sarà difficile trovare delle allettanti alternative alla prostituzione spontanea.

  4. gina il 30 ottobre 2010 alle 11:16

    Un aggiornamento, a quanto detto tempo fa in occasione della discussione su videocracy.
    Anche perché continuo a credere di una sana vigilanza epistemologica.
    Per la oxford university press (+european sociological revue aprile 2010) è uscito un saggio di catherine hakim, docente di sociologia alla london school of economics, dal titolo erotic capital, dove l’erotic capital (visto come personal assets) si aggiunge ai tipi di capitale (habitus) a suo tempo classificati da bourdieu.
    Non posso evidentemente copincollare tutto il saggio (la oxford university press mi farebbe il culo, anzi il bungabunga).
    Comunque, il capitale erotico risulta composto da 6 o 7 skills, una sola delle quali, la 7, fertilità, è considerata (in quanto a tutt’oggi lo è) di competenza esclusivamente femminile. Seguendo l’indice, ai capitoli teorici sui precursori intellettuali, sulle interazioni tra forme di capitale, sul capitale erotico come performance, sull’aumento dell’attività sessuale riscontrabile world wide, sul vantaggio femminile e sull’aumento della rilevanza del capitale erotico nel gioco tra habitus e campo, seguono i capitoli dedicati alla rilevanza pratica. Al capitolo sull’accopiamento e mercato del matrimonio segue quello dedicato alla contrattazione tra partners, e poi quello relativo al mercato del lavoro, che copioincollo (attenzione: pippone in linguastraniera):

    Erotic capital has value in the labour market…Economists have recently started to measure the economic value of erotic capital. A landmark study by Hamermesh and Biddle (1994) analysed three national survey data sets (two for the United States and one for Canada) that included interviewers’ assessment of respondents’ looks as well as information on occupation and earnings. Among men and women, over half were rated as average, between one-quarter and one-third were rated as above average, and around 1 in 10 were rated below-average in looks. They found that plain people earn less than average-looking people, who earn less than good-looking men and women. The beauty premium ranged from 1% to a maximum of13% (for women), while the penalty for plain looks ranged between 1% and 10%. The beauty premium and penalty were not explained by differences in intelligence, social class, or self-confidence. Hamermesh and Biddle show that part of the economic benefits of attractiveness are due to people self-selecting themselves into occupations where good looks are profitable, such as sales work, but there was also a beauty premium across the whole workforce. Similar results are reported from equivalent studies in other countries, and from case studies of the effect
    of good looks in occupations that involve a lot of social interaction, such as lawyers and managers. In Britain, for example, Harper (2000) found substantial earning supplements for people who are tall and/or attractive, and pay penalties for obese women, with larger effects than in the North American studies. Again, there was evidence of people sorting themselves nto occupations where good looks are rewarded, orelse into jobs where looks are unimportant. There is ageneral pattern of the private sector attracting more
    good-looking people than the public sector. The most recent study shows that good looks,intelligence, personality, and confidence all determine income, for men and women alike (Judge et al., 2009). Even after accounting for intelligence, good looks raise
    income, partly by enhancing educational attainment, personality, and self-confidence. The total effect of facial attractiveness on income is roughly equal to that of educational qualifications or self-confidence, but is much smaller than the impact of intelligence. Attractive people find it easier to interact socially, are more persuasive, and are thus more successful in a variety of jobs.
    Erotic capital obviously plays a role in occupations in the hospitality and entertainment industries. Hochschild labelled this as emotional labour’, and argued that this was yet another example of women being exploited in the labour market (Hochschild,
    2003; Ehrenreich and Hochschild, 2004). Alternatively, certain occupations allow women to exploit their erotic capital and get commercial value from it. Strippers, burlesque artists, erotic dancers, lapdancers, call girls, nightclub hostesses, and waitresses in Europe, and geishas, hostesses, and courtesans in Japan are just some examples. Women and men in many other jobs can also exploit their erotic capital: actors, singers,dancers, models, receptionists, secretaries, and personal assistants (PAs), some people who work in public relations, many people who appear on television (TV) or in films—anywhere where looking good, charm, and social skills are important, including politics and even sports (Guttman, 1996).

  5. gina il 30 ottobre 2010 alle 11:18

    Segue il capitolo sulla rimozione del capitale erotico che copioincollo (attenzione, pippone in linguastraniera)

    Why has erotic capital been overlooked by social scientists? This failure of Bourdieu and other researchers is testimony to the continuing dominance of male perspectives in sociology and economics, even in the 21st century. Bourdieu’s failure is all the more remarkable because he analysed relationships between men and women, and was sensitive to the competition for control and power in relationships (Bourdieu, 1998). However, like many others, Bourdieu was only interested in the three class-related and inheritable assets that are convertible into each other. Erotic capital is distinctive in not being controlled by social class and status, and has a subversive character. Erotic capital has been overlooked because it is held mostly by women, and the social sciences have generally overlooked or disregarded women in their focus on male activities, values and interests. The patriarchal bias in the social sciences reflects the male hegemony in society as a whole. Men have taken steps to prevent women exploiting their one major advantage over men, starting with the idea that erotic capital is worthless.Women who parade their beauty or sexuality are belittled as stupid, lacking in intellect, and other ’meaningful’ social attributes. The Christian religion has been particularly vigorous in deprecating and disdaining everything to do with sex and sexuality as base and impure, shameful, belonging to a lower aspect of humanity. Laws are devised to prevent women from exploiting their erotic capital. For example, female dancers in Britain are debased by classifying lapdancing clubs as ‘sexual encounter’ venues, later amended to the marginally less stigmatizing ‘sexual entertainment’ venues in the new Crime and Policing law debated in Parliament in 2009. They are prohibited from charging commercial fees for surrogate pregnancies, a job that is exclusively and peculiarly female. If men could produce babies, it seems likely that it would be one of the highest paid occupations, but men use ‘moral’ arguments to ensure that women are not allowed to exploit any advantage. The most powerful and effective weapon deployed by men to curtail women’s use of erotic capital is the disdain and contempt heaped on female sex workers. Sex surveys in Europe show that few people regard commercial sex jobs as an occupation just like any other. Women working in the commercial sex industry are regarded as victims, drug addicts, losers, incompetents, or as people you would not wish to meet socially (Shrage, 1994, pp. 88). The patriarchal nature of these stereotypes is exposed by quite different attitudes to male prostitutes: attitudes here are ambivalent, conflicted, and unsure (Malo de Molina, 1992, pp. 203). Commercial sex is often classified as a criminal activity so that it is forced underground, as in the USA, and women working in the industry are harassed by the police and criminal justice system. Even in countries where selling sex is legal, such as Britain, Finland, or Kenya, everything connected with the work is stigmatized and criminalized, with the same effect. Male control of female erotic capital is primarily ideological. The ‘moral’ opprobrium that enfolds the commercial sale of sexual performance and sexual services extends to all contexts where there is any exchange of erotic capital for money or status.
    Occupations, such as stripper or lapdancer, are stigmatized as lewd, salacious, sleazy, meretricious, and prurient (Frank, 2002). An attractive young woman who seeks to marry a wealthy man is branded a ‘gold-digger’, criticized for ‘taking advantage of’ men
    unfairly and immorally. The underlying logic is that men should get what they want from women for free, especially sex. Surprisingly, feminists have supported this ideology instead of seeking to challenge and overturn it. Even the participants in beauty contests are criticized by women. The patriarchal ‘morality’ that denies the economic value of erotic capital operates in a similar way to downplay the economic value of other personal services and care work. England and Folbre (1999: pp. 46) point out that the principle that money cannot buy love has the unintended and perverse consequence of justifying low pay for personal service and care work, a conclusion reiterated by Zelizer (2005, pp. 302).

    E quello sulla failure of feminist theory che vi i risparmio ma che potete intuire:)

    ciao

  6. Carlo Antonicelli il 30 ottobre 2010 alle 15:02

    Mi pare che la cosiddetta “mutazione antropologica” abbia raggiunto profondità virali inaspettate nella mia generazione (20-35) che non si limitano solo al lato più esposto e visibile delle figure televisive.
    Il panorama è vasto e anche molto ben conosciuto ma voglio portare un esempio pratico.
    Giovane ragazzo, laureato in scienze umane, colto e intelligente (scrive e pubblica anche poesie) che lavora in un importante multinazionale televisiva americana, assunto con uno stage dopo selezione durissima per fare lo stesso identico lavoro che fanno i suoi colleghi ma con un terzo dello stipendio. Nessun contributo previdenziale, nessun diritto alla malattia, né vacanze pagate. La sua condizione è di evidente illegalità visto che il suo contratto di Stage è puramente formativo quando invece lui è sottoposto alla disciplina lavorativa come e peggio dei suoi colleghi (c’è una diffusa pratica di nonnismo in azienda per cui coloro che sono più protetti lavorano di media meno dei nuovi assunti che invece sono “costretti” a fare il loro lavoro in maniera più intensiva dei loro colleghi). Lavora davanti ad un pc per 8-9 ore al giorno, molto spesso deve saltare la pausa pranzo; un lavoro ripetitivo, meccanico, a suo dire, in cui non c’è nessuno spazio per la creatività personale. Ma non finisce qui: nonostante la palese violazione di tutte le leggi in merito al diritto al lavoro, lo sfruttamento intensivo a cui il mio amico viene sottoposto per una paga da fame (circa 600 euro più buoni pasto) gli chiedono di trattenersi più di quanto non già faccia perché – dicono – deve mostrare che è meritevole del rispetto dell’azienda e che lo “spirito” dell’impresa richiede una prestazione ad altissimo livello. Ovvero, dicono, la persona che l’aveva preceduto nel suo lavoro, si tratteneva sino alle 20.30 – dicono – iniziando a lavorare alle 10 di mattina. Il fatto spaventoso è che nonostante tutto questo, la persona che lo aveva preceduto è stata mandata alla fine del suo stage, nonostante faticasse 10-11 ore al giorno, e la stessa cosa succederà – glielo hanno già annunciato – al mio amico.
    Porto tale esempio, non per stigmatizzare un caso specifico, ma solo come lo specimen di un paradigma pervasivo ed imperativo che modella le menti collettive in maniera quasi totalizzante.
    Non so se un tempo la riflessione su una condizione di vita del genere (ipersfruttamento, alienazione, comportamenti lesivi della propria dignità, un basso salario – che tra l’altro deve essere destinato per 2/3 a pagare l’affitto della propria stanza, 430 su 600) potesse portare ad una immediata rivolta. Mio padre mi raccontava che lui dormiva in stazione quando era stato costretto ad emigrare per lavorare alla Fiat a Torino, ma poi venne il ’69 e tutto cambiò.
    Mi pare che oggi tali condizioni di vita materiali non generino rivolta, ma assuefazione, rassegnazione, fatalismo e attaccamento al proprio sintomo (salvo rare eccezioni). Come mi dice il mio amico: meno male che ci sono queste forme di lavoro approssimative (stage, co.co.pro ecc) altrimenti non ci sarebbe lavoro per nessuno. Ecco, mi pare che ci manchi un linguaggio per reagire a questo status quo; per dire qualcosa contro questa realtà. La politica ha mandato in contumacia la giustizia. Possiamo parlare dei mafiosi o dei processi di Berlusconi, ma guai a mettere in evidenza che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è lungi dall’essersi estinto. Chiedersi cosa sia la giustizia oggi sembra una questione a metà tra il filosofico e il paranoico, come ben mostra Di Pietro. L’analisi del sociale si è ridotto alla passerella di straordinari one’s self made man laddove non tenda alla psicologizzazione dei processi storici e materiali.
    Aver lasciato che l’economia penetrasse interamente la politica ha avverato la triste profezia della società dello spettacolo e ci ha lasciati senza un linguaggio che possa incidere il reale se non sotto la forma dello spettacolo stesso.

  7. la funambola il 30 ottobre 2010 alle 18:07

    che fermento!
    cara gina, fammi la traduzione, fallo per la tua più cara amica virtuale :)
    bacio
    oggi gallina lessa o patèdefuà :)
    la fu

  8. Gio il 30 ottobre 2010 alle 19:07

    “Ecco, mi pare che ci manchi un linguaggio per reagire a questo status quo; per dire qualcosa contro questa realtà. ”
    Ci siamo talmente abituati al malessere dal considerarlo abituale.
    Le rivolte muoiono nella paura di una libertà dal sistema.

  9. andrea inglese il 30 ottobre 2010 alle 23:18

    gina, non arrivo a chiederti traduzione di TUTTO il pippone in lingua straniera, ma un sunto in italiano?

    Comunque mi sembra che qui in italia nessuno sottovaluti il capitale erotico, né tra giovani donne né tra giovani uomini. Né la morale conta molto nelle cerchie delle feste di palazzi e palazzetti. Le donne che si vendono al presidente non vivono ai margini, anzi, alcune ottengono carriere politiche, a volte ministeri. Se il moralismo italiano non l’avesse limitato, avremmo un parlamento molto più rosa e giovane, nei banchi del centro-destra. Il problema allora è chi ha il coltello dalla parte del manico nel mercato del sesso. Cosa dice di questo aspetto la Hakim?

  10. gina il 31 ottobre 2010 alle 10:26

    Ai e la fu: googlate. Si rischiano soprese bellissime, cose tipo tipo l’ipeuranio della “sanzione per gli sguardi di pianura”, che piacerebbe tantissimo alla veronique vergé-
    davvero non ho tempo e voglia di tradurre però vi sparo un pippone tuttodunfiatoinitaliano. Hackim è una sociologa, e ragiona da sociologa. Delle donne del presidente italiano non gliene può fregare di meno. Non lavora per repubblica, e nemmeno per l’unità o l’avvenire, non da giudizi morali, non intende creare o mettersi a capo di un movimento d’opinione mai visto prima dagli incolti, né cristianizzare o islamizzare accademizzare o intellettualizzare l’orbeterracqueo, non usa la daddario o chi per essa per far cadere il governo, per lei la daddario è semplicemente una che lavora utilizzando, tra le altre skills, anche quelle relative al suo capitale erotico. Idem per quanto riguarda le ministre italiane di bocca buona. Tra l’altro, anche a me frega poco di come sono arrivate li, non considero il come sono arrivate li di per se più immorale di come ci sono arrivati i loro irreprensibili (!!!) colleghi maschi/o femmine di destra o di sinistra, il problema semmai è come tutta questa gente lavora una volta che è li, il problema è li da vedere. Hackim fa la ricercatrice alla london school of economics. Il suo discorso non presuppone l’eterosessualità. Il suo discorso si applica trasversalmente, e misura l’incidenza del capitale erotico nelle relazioni all’interno delle odierne società ipersessualizzate. Il contesto economico è quello in cui ci muoviamo tutti. E quello in cui, a scanso di equivoci, a parità di posizione lavorativa le donne continuano a guadagnare meno degli uomini.Il fatto che sia un contesto di merda, qui non entra in linea di conto, e non è certamente un contesto di merda per via della daddario delle donne che lavorano o dell’operaio bresciano bravissimo con i nunchako, ma al quale mancano evidentemente un sacco di altre skills per seguire la sua “vocazione” e fare televisione o intrattenimento, e non solo inerenti al capitale erotico (ne ha davvero pochine persino per la televisione italiana). Gli mancano ad esempio, un sacco di altre skills comunemente più accettate, comprese quelle culturali, quelle “ereditarie” e del buon sangue che eventualmente potrebbero sopperire in base ai lignaggi pardon linguaggi clientelari e dello scambio di favori. O no?
    Hackim Analizza sia le relazioni personali che quelle lavorative, Non fa differenza, in quanto c’è sempre in gioco una contrattazione economica (e questa non è una novità della london school of economics). Per quanto riguarda il mercato del sesso e le relazioni etero, sia nel mercato matrimoniale e dell’accoppiamento, sia nel mercato del lavoro (compresa dunque la prostituzione), quando c’è di mezzo un maschio la donna ha un vantaggio in termini di capitale erotico che può scegliere di utilizzare oppure no. I fatti e le ricerche dimostrano che CONTINUA a utilizzarlo, perché rende. Il biasimo accademico e/o intellettuale che accompagna e circonda l’uso del capitale erotico da parte femminile, sempre che tale capitale non sia finalizzato al lavoro di cura (parte dell’emotional labour), osannatissimo e che infatti rende pochissimo a meno che non sia accompagnato da un buon matrimonio, è voluto, e ha da sempre scopi contenitivi.

  11. andrea inglese il 31 ottobre 2010 alle 13:20

    Gina, grazie per la sintetica e chiara presentazione della Hackim. Mi sembra offra strumenti di analisi ulteriori e particolarmente pertinenti per l’economia di scambio delle nostre società tele-democratiche. Sulla questione del moralismo, possiamo facilmente concordare. Ma posto che liquidiamo tutte le condanne moralistiche dell’utilizzazione da parte femminile del capitale erotico, rimane aperto un problema. Che è sia teorico che politico. Provo ad andare subito al punto. Non conosco la Hackim, e quindi quanto dico ora non si applica forse a lei.

    “Hackim Analizza sia le relazioni personali che quelle lavorative, Non fa differenza, in quanto c’è sempre in gioco una contrattazione economica (e questa non è una novità della london school of economics).”

    Nel mondo anglosassone, USA in testa, la dimensione di scambio economico pervade capillarmente tutti gli ambiti relazionali della vita umana. Ciò ha progressivamente marginalizzato o addiruttura cancellato quella particolare economia, non di scambio, che è il dono.
    Ora se il mio punto di vista per analizzare la realtà è quella di una condizione storica contingente – scambio economico ovunque -, di certo riuscirò a fare una descrizione non ipocrita e moralista della realtà. Detto questo, rimane da vedere se questo modello di realzioni umane completamente pervaso da una logica di scambio economico corrisponde a una invariante antropologica, o è solo il prodotto della società capitalista, nell’odierna e tarda fase di sviluppo, e se non esistono alternative ad essa.

    Che l’uso del proprio corpo per ottenere vantaggi economici sia del tutto coerente con la logica generale della nostra società, non vuol dire che questa logica sia la migliore e l’unica che possa essere realizzata.

  12. Larry Massino il 31 ottobre 2010 alle 13:33

    Perlopiù adesso per ottenere vantaggi economici si usa vendere la mente, ma si tratta sempre del più antico mestiere del mondo (naturalmente esclusi i presenti, e anche i parenti e gli amici dei presenti)

  13. Gio il 31 ottobre 2010 alle 13:47

    Andrea: “Detto questo, rimane da vedere se questo modello di realzioni umane completamente pervaso da una logica di scambio economico corrisponde a una invariante antropologica, o è solo il prodotto della società capitalista, nell’odierna e tarda fase di sviluppo, e se non esistono alternative ad essa.”

    credo che il capitalismo si sia insediato così bene proprio perché soddisfa le naturali propensioni (basse) dell’essere umano.

  14. gina il 31 ottobre 2010 alle 13:56

    ai, sul dono: hackim, sopra: “The underlying logic is that men should get what they want from women for free”:)
    a parte gli scherzi, sull’invariante antropologica richiamo il discorso di tabet nella grande beffa, che da antropologa finisce in sostanza per dire le stesse cose di hackim. Di sicuro il modello relazionale basato sullo scambio economico, che di certo non produce il migliore dei mondi possibili, NON è IL PRODOTTO DELLA SOCIETA CAPITALISTICA.
    (e poi la smetterei di parlare di prostituzione spontanea. è come dire progettazione spontanea, segretariato spontaneo, insegnamento spontaneo, floricoltura spontanea)

  15. andrea inglese il 31 ottobre 2010 alle 14:51

    a Gina e Gio

    “Di sicuro il modello relazionale basato sullo scambio economico, che di certo non produce il migliore dei mondi possibili, NON è IL PRODOTTO DELLA SOCIETA CAPITALISTICA.”

    Ok, ma il punto non è questo. Il punto è: l’unica modalità di relazione interumana esistente è riconducibile sempre al modello di scambio economico? Se la riposta è sì, allora il capitalismo è l’inveramento di questa realtà antropologica fondamentale. Una realtà che contingenze storiche non hanno resa pienamente universale, e che l’avvento del capitalismo moderno sta rendendo unversale. Rimangono ancora sacche d’imperfezione, laddove i maschi – ad esempio – pretendono una scambio gratuito di natura domestica o sessuale alle donne. La vera e definitiva emancipazione sarebbe allora un perfezionamento del capitalismo, grazie agli sforzi critici delle minoranze. Le ipotesi anticapitalistiche e antisitemiche sarebbero in quest’ottica completamente fuorvianti e regressive.

  16. andrea inglese il 31 ottobre 2010 alle 15:00

    Prostituzione spontanea è una formula abbastanza goffa, ne convengo. Ma ha il merito di ricordare che esistono organizzazioni criminali, dirette generalmente da maschi, in cui migliaia giovani donne sono ridotte in schiavitù per nutrire un mercato della prostituzione. Anche le schiave del sesso hanno il loro bel capitale erotico. Solamente, di esso sono completamente espropriate attraverso la violenza. In Afganistan esistono tradizioni di schiavitù sessuale legate a giovani adolescenti maschi e ballerini. Il capiatle erotico in questo caso riguarda i bambini gli adolescenti. Ma poi c’è il capitale erotico dei bambini, che si prostituiscono, maschi e femmine. Il capitalismo perfetto vorrebbe dire: cooperative di bambini che gestiscono autonomamente i loro rapporti sessuali con i pedofili, facendogli pagare regolarmente l’IVA.

  17. gina il 31 ottobre 2010 alle 15:12

    ai, hai perso il controllo, in tutti e due e i casi, nel secondo sei addirittura diventato blu.
    ti saluto con affetto, e ti rammento sommessamente che la prostituzione è una cosa, e la tratta di esseri umani un’altra.
    baci

  18. gherardo bortolotti il 31 ottobre 2010 alle 16:47

    a prescindere dalla differenza tra tratta e prostituzione (che, in effetti, non credo andrea confonda) mi sembra, comunque, che la domanda su chi comanda nel mercato in cui viene investito il capitale erotico rimanga. e ho l’impressione che usando questa espressione in parte si resti intrappolati nella metafora che è. a chi investe il proprio capitale erotico non vengono corrisposti dividendi erotici ma soldi e, in questo come in tanti altri casi, ci si ritrova di fronte alla riduzione (capitalistica in modo letterale) del valore d’uso al valore di scambio. che ha una sua misura nel denaro.

    mi rendo conto che hackim ragioni in termini sociologici e mi rendo conto allo stesso modo che un uomo o una donna abbia il diritto di investire questo cosiddetto capitale erotico nei termini che crede più opportuni etc. etc. ma, di nuovo, in che cosa si concretizza poi questo investimento? che cosa “significa”? arriva a fargli condividere una porzione del capitale senza aggettivi o lo tiene ancora nel regno più o meno felice di chi ne è escluso?

    ecco, per esempio, non sono d’accordo sul fatto che “oggi giorno la prostituzione sia divenuto l’unico ascensore sociale” perché in effetti mi sembra che lo scambio su questa base non sia molto diverso da quello sulla base del lavoro. che riduce la persona a forza-lavoro e nel suo equivalente monetario ovvero il salario. che diventano a loro volta l’unico orizzonte di questa persona, un orizzonte che non potrà mai essere superato. quindi più che un ascensore mi sembra una specie di illusione ottica in qualche modo simile (anche se certamente più sciagurata) all’illusione dell’infinita perfettibilità del salario che in questi ultimi decenni vediamo scomparire.

  19. immondizie riunite il 31 ottobre 2010 alle 18:44

    io una volta ho letto un libro che non capii bene in cui si spiegava che le prostitute (cioè quelle donne che si fanno toccare per soldi o nei cleb privé) hanno una cosa che si chiama personalità anale, cioè in pratica pensano solo ai soldi e si eccitano quando li vedono oppure un gioiello. queste personalità non sono come le persone normali e oltretutto vogliono il potere proprio per potere avere quelle cose materiali che le eccitano. in pratica quando poi incontrano persone con la personalità anale come loro (come i berlusconiani) automaticamente il gioco è fatto. il libro poi spiegava pure le cause di queste persone anali ma non lo leggei tutto anche perché all’epoca leggevo molto e stavo leggendo anche un libro stupendo di jovanotti intitolato mozart

  20. Carlo Antonicelli il 31 ottobre 2010 alle 20:01

    Per rispondere a Gherardo: quando scrivo che “la prostituzione è divenuta l’unico ascensore sociale” mi riferisco alla divisione del lavoro e alla remunerazione di chi opera nell’industria culturale-mediatica. Lo scambio equivalente tra (immagine del) corpo e denaro qualifica oggi giorno un valore apicale. Ovvio che c’è sempre un plusvalore che avanza per chi fa il profitto da una parte e una dimensione di radicale illusione per chi si presta a tale scambio (la vecchia alienazione). Ma il punto mi sembra questo: se la merce è una forma del rapporto sociale e non solo un mero scambio tra due parti equivalenti cosa succede quando il corpo, e soprattutto la sua immagine, diventa forma-di-merce? Marx distingueva tra valore d’uso (la proprietà specifica dell’oggetto) e valore di scambio (che Marx chiamava anche “arcano” in quanto ogni oggetto doveva trasformarsi in denaro per poter essere scambiato e tale trasformazione rendeva l’oggetto qualcosa di più della sua mera impiegabilità: un feticcio).
    Scoglio. Mi (vi) chiedo: qual è il valore d’uso del corpo? Io direi che non c’è misura per definirlo: anzi, stabilire una misura delle possibilità dell’essere umano significa fargli violenza. Ma soprattutto: come faccio a “tradurre” in valore di scambio (denaro) il corpo? Io penso che giacché tale misura sia ancora più incalcolabile, del corpo si prende sempre un’immagine, un simulacro, e di questo si faccia valore (in una misura sempre violenta).
    Le parole di Marx e di Freud sul feticismo mi sembra non abbiamo potuto spiegare ancora completamente l’arcano della forma-di-merce capitalistica, tanto meno al tempo della società dello spettacolo dove tutto si reifica nella dimensione dell’immagine per avere un valore di scambio maggiore.

  21. Larry Massino il 31 ottobre 2010 alle 20:36

    In questa faccenda il corpo è solo un simulacro. Continuare a mettere al centro la vendita del corpo [o della mente] potrebbe rivelarsi un atteggiamento da ” minchioni “, del resto assolutamente consolatorio, forse anche vantaggioso elettoralmente per il signor bunga bunga. Insisto: se ci vogliamo capire qualcosa dobbiamo indagare sul versante rito-magia-sacrificio, in ambito più o meno massonico. Lo so, ci vuole coraggio, ma si può cominciare prendendola larga, magari facendo parlare degli antropologi o certi storici delle religioni [se possibile no i sociologi puri, che queste robe non le capiscono]. Andrebbe bene anche qualcuno che facesse un riassunto dei risultati del lavoro sul sacro del Collège de sociologie.

  22. Carlo Antonicelli il 31 ottobre 2010 alle 20:59

    Larry sono d’accordo con te: bisogna indagare la forma-di.merce del corpo in quanto simulacro proprio nei suoi aspetti magico-teologici, altrimenti finiamo nel vicolo stretto della psicologia: consideriamo i soggetti come portatori sani di decisioni trasparenti per cui basta dire che c’è volontà di intendere e di volere (ovvero che non sono “matti” secondo il DSM) e il discorso finisce lì. Però consideriamo che c’è una “produzione antropologica” dentro il nostro sistema di sapere-potere che, lasciami passare il termine, forgia questo individuo, queste soggettività (da cui l’esempio “umano” che fornivo due post fa), che poi si “espongono” a questo “scambio (im)possibile” tra corpo-simulacro e denaro (e/o successo, status quo ecc).

  23. andrea inglese il 1 novembre 2010 alle 02:28

    a gina,
    non ho perso il controllo, ho solo usato un artifico retorico che si chiama ragionamento per assurdo, ossia ho portato all’estreme conseguenze l’ipotesi che tutto si riduca a scambio economico e che il corpo di ognuno vada considerato in termini di capitale erotico. Non credo nell’utilità politica di questa ipotesi, che come ha sottolineato Bortolotti non mi sembra aprire prospettive di possibile liberazione o alternative alla mercificazione esistente. Ciò detto, trovo pertinenti le categorie della Hackin per descrivere la società attuale.
    La cosa d’altra parte interessa anche il mondo manageriale italiano:
    http://www.manageronline.it/articoli/vedi/3240/capitale-erotico/

  24. Alcor il 1 novembre 2010 alle 11:03

    scusate, che il capitale erotico – in senso lato, perché l’erotismo non è una cosa semplice – abbia sempre fatto parte del gioco, è una cosa così nota ed evidente che mi sorprende un po’ che ne parliate in questo termini
    tra l’altro mentre un corpo semplicemente giovane e discreto può essere scambiato per un po’ di denaro, come una merce semplice e bruta, la persona capace di usare l’erotismo ne trae vantaggi non solo economici, ma sociali, e non di poco conto, in passato è stato uno strumento soprattutto, ma non solo, delle donne, che ne avevano pochi altri

    e poi mi pare che qui alcuni parlino del corpo come carne fresca, e altri di erotismo che passa attraverso la persona

    oppure non ho capito niente e state parlando d’altro, in questo caso, sorry, ma chiunque abbia anche solo sfiorato tangenzialmente i luoghi dove circola il denaro e il potere, in qualsiasi forma, ha visto queste pratiche in atto

  25. andrea inglese il 1 novembre 2010 alle 11:21

    no alcor non credo che nessuno di noi qui stia scoprendo che il corpo può essere moneta di scambio, visto che la pratica della prostituzione è presente probabilmente in tutte le società del passato e del presente;

    si sta ponendo una domanda: oggi nelle nostre democratiche società, che dovrebbero promettere benessere in cambio di merito, come siamo con la mobilità sociale? E in particolar modo con la mobilità sociale dei giovani? E in particolar modo delle giovanni donne? (Ma non solo, ovviamente.)

    La constatazione è che, in effetti, come anche le cronache politiche ci ricordano quasi ogni giorno, il proprio corpo erotico -ossia capace di produrre godimento – è considerato come il capitale principale, o se vuoi la dote, il talento, che solo può permettere acensione sociale; se ciò è vero significa: generalizzare e normalizzare la pratica della prostituzione.

    Ora posto che la mercificazione domina ovunque, chi può permettersi di biasimare chi vende fellatio o copule rispetto a chi vende false informazioni, armi, droga, rifiuti tossici, prodotti inutili, prestiti da sciacalli?

    Bene, lasciamo pure l’indignazione ipocrita all’avvenire e ai benpensanti di sinistra…

    E poi? Si tratta semplicemente di regolare equamente il mercato del sesso, in modo che invece, ad esempio, di monopoli criminali, ogni prostituto e prostituta possa investire in modo autonomo e libero, come un piccolo padroncino che si presenta sul mercato del lavoro? Questa è la prospettiva politica migliore che abbiamo? La liberazione passerà per questa regolamentazione?

    Io credo ancora che esistano forme di lotta che passino invece per l’apertura di spazi non mercificati, e preferisco pensare al corpo più che un capitale da far fruttare un capitale da dissipare, in giubilazione.

  26. Alcor il 1 novembre 2010 alle 11:24

    cioè, sono d’accordo con il primo pippone postato da gina, che mi pare abbia solo il limite di riferirsi a un rapporto diretto e immediato al posto di lavoro, del genere: io metto in campo questo e me ne viene direttamente questo – ma forse per colpa dell’estratto – lasciando da parte la circolazione sociale ed economica non immediatamente riportabile al posto di lavoro e che però lo facilita e prima o poi lo produce

    vorrei aggiungere che del capitale erotico fa parte non solo la bellezza del corpo, ma l’origine sociale, l’educazione, la ricchezza, l’intelligenza, cioè il fascino sociale e non solo fisico, questa storia qui da noi, del velinismo, è solo la parte più eclatante e volgare dell’era berlusconiana, come se il commercio del corpo direttamente monetizzabile nascondesse un commercio più complesso

  27. Alcor il 1 novembre 2010 alle 11:29

    non ti avevo visto, @ai, ok, se restringiamo il campo al mercato del sesso, alla prostituzione tradizionale, anche se un po’ più sofisticata sono d’accordo, ma se la allarghiamo, la situazione è complessa, tanto è vero che la parola “prostituirsi” viene normalmente usata anche per la prostituzione dell’ingegno

  28. gherardo bortolotti il 1 novembre 2010 alle 12:04

    alcor: in parte credo che la confusione che sottolinei ci sia e, per dire, rispondendo anche a carlo, nello scambio sulla base del lavoro è (anche?) il corpo che viene mercificato, cioè la fonte di quel lavoro, e in quel caso non ci si pone dei grandi problemi sull’imprescrutabilità del suo valore d’uso. ed è una forma di violenza, certo: uno dei tanti casi in cui il capitalismo impone violentemente il proprio ordine, il proprio metro, casi che vanno dal saccheggio delle risorse ambientali al colonialismo e così via. dire che, in questo caso, il corpo è solo un simulacro in effetti non mi sembra che risolva più di tanto la questione. se la questione che ci poniamo è politica, ovviamente.

    certo, dobbiamo anche attrezzarci per capire la fascinazione del corpo mercificato ma ricordando che quella specifica fascinazione non è in contrasto con la fascinazione della merce in quanto tale che, appunto, riesce ad instaurare un rapporto erotico con il soggetto (sto pensando, per fare un esempio, al ballard di crash e della mostra delle atrocità). non sono sicuro, però, che la dimensione antropologica, almeno per come la intendo in questa discussione, o addirittura magico-teologica, sia esaustiva, dato che l’ordine della merce introduce comunque una novità, un salto anche antropologici.

    anche perché mi sembra, ma qui mi sto forse avventurando in un territorio pieno di trabocchetti, che introdotta in questi termini la dimensione antropologica serva per un discorso sulle verità soggiacenti che, nel caso del simulacro e della merce, è forse un più un gioco di specchi che altro: se l’arcano della merce è qualcosa non è una verità nascosta ma proprio il nascondimento della verità (oddio, spero di non essermi perso anch’io nelle metafore ;-).

  29. andrea inglese il 1 novembre 2010 alle 12:10

    mi rendo conto che il discorso come l’ho impostato rischia di rimanere generico…

    le questioni importanti però sono queste: dove finisce, oggi, in Italia, il limite tra prostituzione tradizionale e mercato del sesso come ascensore sociale?
    Ciò implica intterrogarsi su due fattori: grado di mobilità sociale per i ceti sociali popolari e le generazioni più giovani; le forme di ricompensa e riconoscimento sociale che si sono radicate in ambiti professionali e politici del nostro paese.

    Una persona che possiede capitale culturale e capitale erotico, può decidere quale valorizzare e fino a che punto. Una persona che possiede solo quello erotico, non ha scelta, se vuole avanzare socialmente. Ed inoltre sa che i suoi promotori sociali valorizzano principalmente quello, quindi disincentivano percorsi di formazione che rafforzerebbero anche il capitale culturale e una maggiore autonomia nelle scelte di vita.

  30. Alcor il 1 novembre 2010 alle 12:38

    Sono discorsi molto complessi e spinosi, perché se il senso comune mi dice che cos’è la prostituzione del corpo e – un pelo meno chiaramente – cos’è la prostituzione dell’ingegno (qual è la linea, per esempio, che separa il brotarbeit dalla marchetta? è sempre chiara? eccetera), se passo alla definizione le cose diventano più complicate.

    Per esempio, posso usare come linea il concetto di libertà? di non costrizione?
    Beh, anche il concetto di libertà, in certe condizioni (e quali? si apre un altro konvolut) è spinoso, se cerco di definirlo con chiarezza.

    Penso che ci vogliano molti strumenti per arrivare a farne un discorso politico, ma che si debba, e però, nella situazione data (capitalistica) è comunque un discorso di compromesso. Perciò la domanda di andrea «dove finisce, oggi, in Italia, il limite tra prostituzione tradizionale e mercato del sesso come ascensore sociale?» è buona, ma non esaustiva perché si limita a delimitare un territorio, un qui e adesso che ha valore, mi sembra, soprattutto morale e civile. Non poco, certo, un paesaggio diverso lo vorremmo tutti, ma è un paesaggio. Mentre il tentativo di aumentare la mobilità sociale per i ceti popolari e le generazioni più giovani dovrebbe essere più praticabile. In fondo, anche nella situazione globale, dipende da regole che è possibile darsi e da misure che è possibile prendere. Ma sempre nella merce si resta.

    Tra l’altro, come ho accennato sopra, la platealità, l’indecenza del sesso come ascensore sociale, fa velo alla prostituzione dell’ingegno come ascensore economico e come strumento della mutazione antropologica. E ne abbiamo avuti esempi schiaccianti, nella prima fase berlusconiana, dove il problema del sesso era rimasto sotto traccia.

  31. Larry Massino il 1 novembre 2010 alle 12:44

    Bortolotti mi sa che s’è perso nelle metafore, e anche nelle negafore…

  32. rotowash il 1 novembre 2010 alle 13:05

    ha ragione andrea inglese almeno secondo me, però non sono d’accordo con lui quando dice che la prostituzione è normale perché le donne si sono sempre prostitute. per prima cosa non credo che le prostitute esistivano quando c’erano i dinosauri, infatti il rapporto col dinasauro era impossibile e poi forse gli uomini non c’erano ancora (e quindi nemmeno le donne)

  33. gherardo bortolotti il 1 novembre 2010 alle 13:28

    sulla questione specifica, però, potremmo anche porci la domanda: siamo sicuri che la promozione sociale, nei casi presi in considerazione, avvenga in forza di una transazione su quella base? non è piuttosto una cooptazione, eventualmente suggellata anche in quei termini ma motivata da una convergenza su alcuni valori da mantenere, implementare, etc.? e che, quindi, l’aspetto di mignottocrazia, per riprendere il termine che usa cortellessa, sia in buona sostanza una veste ideologica, solo un’apparenza, appunto?
    intendo: se un uomo o una donna fa valere il proprio capitale erotico (si “vende”) ed ottiene una promozione sociale, la mia impressione è che quella avvenga misurando il valore del promosso non sulla base di quel capitale ma sugli strumenti che quella persona è in grado di mettere in campo per mantere lo status quo, per rilanciare una strategia etc. etc.
    può essere paradossale, ma mi sembra che una società in cui davvero il capitale erotico fosse quella merce di scambio che stiamo considerando sarebbe una società molto più fluida della nostra, eventualmente anche più “felice”.

  34. Alcor il 1 novembre 2010 alle 14:10

    beh, certo, la fedeltà alla linea è richiesta

    ma siamo sicuri che la fluidità di cui parli non ci sia? non è che quella fluidità virtuosa alla quale penso tu faccia riferimento, quella per intenderci che ci si illudeva di aver ottenuto nei decenni post-boom attraverso il lavoro e l’istruzione, che doveva essere volano e fare a sua volta da volano a un paese in qualche modo sano abbia cambiato campo e mercato del lavoro? per esempio, quanto reddito e lavoro distribuisce una macchina come quella dei programmi del GF e simili?
    non è che semplicemente abbiamo davanti uno scenario nel quale non ci riconosciamo e che perciò non vediamo?
    “quale” disoccupazione è la disoccupazione giovanile al 29 %?
    il capitale erotico nel senso della hakim soffre forse delle stesse sofferenze di cui soffre il capitale tout court in un momento di crisi e scatena le energie brute e il desiderio di sopravvivenza di una fascia pronta a tutto o almeno poco disposta a scegliere le vie lunghe e virtuose

    non so

  35. Alcor il 1 novembre 2010 alle 14:23

    comuque c’è stata un’accelerazione verso l’estetico, una volta non era scandaloso essere brutti

  36. la funambola il 1 novembre 2010 alle 16:01

    credo che la mutazione antropologica cui stiamo assistendo,che mi lascia sgomenta, sia la corruzione che ha pervaso ogni coscienza, corruzione così profonda che legittima l’idea della sostanziale indifferenza alla sottrazione da parte del sistema della dignità delle persone.
    in questa discussione che fatico a seguire per miei limiti mi sembra che manchi un punto di partenza forte, condiviso, la condizione sinequanon.
    occore interrogarsi su
    cosa significhi essere
    cosa significhi dignità
    cosa significhi lavoro
    cosa significhi prostituzione
    cosa significhi merito
    quale senso attribuiamo a queste parole
    quale ruolo giochino strumenti come internet e la nuova tecnologia che nel mentre ci riversa addosso squintalate di notizie inessenziali e ci dà una parvenza di libertà di aggregazione e di parola e di possibilità di cambiamento, dall’altra funge da controllo sistematico (feisbuc per esempio) calmiere e sfogatoio delle enormi e ormai evidenti contraddizioni del sistema capitalistico.
    una volta si diceva lavorare tutti lavorare meno, oggi si dice lavorare per merito, per capitale erotico e chi è fuori è fuori, son cazzi suoi se non sta al passo, se non si adegua, se non è stato baciato dalla fortuna di essere anche piacente esteticamente.
    la coscienza di “classe” che prima si formava in luoghi fisici come la fabbrica ora si “forma” in luoghi virtuali?
    ma poi di quale classe stiamo parliamo ormai?
    c’è da mettere in discussione il concetto stesso di lavoro e di merito.
    ora le vite delle persone si chiamano esuberi, risorse umane e con queste parole è passato il concetto di “indegnità”
    nessuno osa pensare in modo “radicale” , nessuno, in nome di un “realismo” dei mercati che appartiene alla logica del dieci per cento della popolazione mondiale.
    il discorso introdotto da larry sulla massoneria mi inquieta molto
    penso che tutto passi sulle nostre teste, e per tutto intendo le cose che determinano il nostro destino e le nostre stesse vite.
    sono molto, molto spaventata per i miei figli e per i vostri figli

    baci angosciati e in tema con la giornata :)
    la fu

  37. gina il 1 novembre 2010 alle 16:33

    (la fu, sul capitale erotico, non è vero quel che dici, le skills sono 6 o 7, nessuno nasce capital erotico dotato se non per la settima, che infatti è messa tra le eventuali)
    (gerardo bortolotti, per rispondere alla tua domanda di ieri, nel capitale erotico si investe, anche il capitale erotico si “impara” e si “costruisce” come qualsiasi altra skill di qualsiasi altro capitale. E un investimento, e lavora in sinergia con gli altri tipi di capitale classificati da bourdieu, più o meno in tutti gli ambiti lavorativi e non. so che per voi è difficile da tollerare, ma trattasi appunto di investimento, anche formativo. che come tutti gli altri tipi di investimento può risultare fallimentare per un sacco di motivi dipendenti e/o indipendenti dall’investitore. Ci sono naturalmente campi dove l’investimento in capitale erotico è particolarmente significativo (pensiamo al mercato del matrimonio e dell’accoppiamento, all’intrattenimento, allo spettacolo, alla prostituzione), altri i cui rappresenta semplicemente la ciliegina sulla torta. La felicità può essere li o può essere altrove, come sempre accade nel caso della capitalizzazione delle skills, comprese quelle che voi ritenete moralmente accettabili. ciao)

  38. la funambola il 1 novembre 2010 alle 16:42

    (la fu, sul capitale erotico, non è vero quel che dici, le skills sono 6 o 7, nessuno nasce capital erotico dotato se non per la settima, che infatti è messa tra le eventuali)

    non capisco gina, sono “timida”, spiegami se vuoi bacio :)
    la fu

  39. caracaterina il 1 novembre 2010 alle 19:30

    L’uso del termine “capitale erotico” implica, secondo me, l’idea sottostante che Inglese pone sotto forma di domanda, ovvero che “ogni prostituto e prostituta possa investire in modo autonomo e libero, come un piccolo padroncino che si presenta sul mercato del lavoro”
    ma,
    se ci si chiede se la prostituzione possa essere considerata un ascensore sociale, il discorso implicito è che il “capitale erotico” non basti per essere considerati “capitalisti”. Nel senso della domanda il “capitale erotico” è, prima di tutto, un capitale iniziale. Accumulato come? Se si trattasse solo di una risorsa “naturale” non sarebbe interessante parlarne, i numeri sarebbero troppo piccoli. Perchè il capitale iniziale sia sufficiente a intraprendere un’attività di investimento remunerativo bisogna investire ancora “prima” e quindi avere a disposizione un minimo di introito (un lavoro proprio, la famiglia che ti sorregge): palestre estetiste chirurghi plastici spostamenti discoteche droghe abiti e gingilli costano e il giro economico che costituiscono è quantificabile e non secondario sul mercato. Buttandosi nell’attività di imprenditore del proprio corpo il ragazzo e la ragazza diventano, in un certo senso, dei componenti del “popolo delle partite IVA” (molti la aprono davvero, una partita IVA, magari come copertura o, comunque, come attività legata al mondo dell’indotto dell’estetica di cui sopra). Sono piccoli imprenditori esposti al rischio del precariato e del fallimento, esattamente come i precari intellettuali. Aprite un’attività in proprio, ragazzi! Il futuro non è certo nel lavoro dipendente (che non c’è o è una roba povera e sfruttata)! La “rivoluzione estetica” mi sembra l’ultima tappa (nel senso cronologico, non so se teleologico) del sistema capitalistico di mercato. Cos’altro c’è da produrre vendere e scambiare, oggi, oltre al virtuale, all’estetico e all’erotico, visto che alla produzione di oggetti di base ci pensa la Cina?
    Se qui stiamo occupandoci dei “precari del corpo” anzichè di quelli “dell’intelletto” è perché i numeri degli “occupati” nei vari settori erotico-estetici sono divenuti sociologicamente interessanti e il giro economico così rilevante che il fenomeno richiede di emergere e di essere letto non come effetto collaterale interstiziale del sistema (come la prostituzione è sempre stata) ma come elemento divenuto strutturale. Il fatto è che si sono creati i “luoghi”, accessibili, alla luce del sole, moralmente accettati, appetibili, in cui l’attività di impiego dell’eros è divenuta un vero lavoro, economicamente remunerativo e socialmente rilevante. All’epoca della rivoluzione industriale nacquero nuovi luoghi, le fabbriche, e lì il mondo dei lavoratori divenne proletariato, ovvero si venne a determinare un sistema di organizzazione del lavoro non esistente prima (mentre sfruttamento e lavoro sono sempre esistiti, naturalmente). Allo stesso modo oggi le televisioni coi loro programmi di intrattenimento, tutta l'”industria” dello spettacolo, tutta l’organizzazione mediatica dell’immaginario ha i suoi lavoratori. E, come sembra, un quota rilevante di essi è impegnato in attività di prostituzione erotica, almeno inizialmente. (Cosa che ha sempre caratterizzato, d’altronde, il mondo dello spettacolo, con relativi anatemi religiosi e seppellimenti in terra sconsacrata). Se il confronto fra le due fasi delle rivoluzioni capitalistiche regge (nonostante l’ovvio abisso che separa l’inferno delle fabbriche e delle miniere dallo scintillio lustrato delle ribalte discotecare e televisive) c’è da chiedersi se il ragazzo/la ragazza che investe il proprio capitale erotico è assimilabile più a un imprenditore o più a un “proletario”. E’ davvero “padrone/a” di se stesso/a o è subordinato? A me sembra la seconda. Ma allora parlare di “capitale erotico” diviene fuorviante e ideologico. Velina, letterina o papillina che sia, la tipa resta sempre una scartina, non solo scambiabile ma interscambiabile e sostituibile a piacere di chi sta più in alto nella “catena alimentare” del capitale. Ciò non toglie che ci sia un’ascesa economica, che grandi numeri di giovani vengano inseriti nel sistema di produzione e consumo anche ad alto profitto, ma che questo significhi ascesa sociale non mi sembra. Il fatto che per alcuni/e l’ascesa sociale si verifichi effettivamente e che entrino a far parte della classe dirigente non fa che rendere più appetibile l’entrata nel sistema (come il fatto che al superenalotto ogni tanto qualcuno vinca) e la possibilità che esso si rinforzi a tutto vantaggio dei padroni del vapore. Ma lo sfruttamento resta, con l’aggravante che è certo più mascherato di quando le figliole del popolo andavano a fare le serve nelle case dei signori con quello che spesso ne seguiva, e che, nello stesso tempo, è più esteso, organizzato, sistematizzato. Se accettiamo universalmente che sia anche eticamente ripulito (ci siamo quasi) e magari pure legittimato da patenti tesserini e codici fiscali, il gioco totalitario della riduzione a mercato del corpo è perfetto (quasi). E magari anche più felice, come suggerisce bortolotti. Perchè no? Basta pagare. (Perché adesso mi sento male? Come una chiusura rovesciata alla bocca dello stomaco.)

  40. andrea inglese il 1 novembre 2010 alle 19:49

    mmm, grazie caracaterina, mi trovo d’accordo con quanto hai scritto, e mi sembra una messa a fuoco più chiara di quanto fossi riuscito a fare io, e anche una sintesi di molti degli interventi precedenti…

  41. la funambola il 1 novembre 2010 alle 19:56

    caracaterina :)
    prima di andare a rifarmi la tinta ti dedico questa

    “chi non ha visto un bordello alle cinque del mattino non può immaginare verso quali prostrazioni si incammina il nostro pianeta”

    e affanculo il capitale erotico :)

    bacio
    la fu

  42. gina il 1 novembre 2010 alle 20:34

    :))))
    (gherardo bortolotti mi scuso per aver storpiato il tuo nome prima)

  43. gherardo bortolotti il 2 novembre 2010 alle 11:04

    @caraterina: solo per chiarire che il mio “felice” (tra virgolette, appunto) era, in parte, ironico e, in parte, voleva porre la questione che, come dici tu, se davvero il corpo e il cosiddetto capitale erotico fossero equivalenti del capitale, fossero cioè goduti e gestiti autonomamente dal soggetto che li possiede, quanta alienazione in meno, quanta maggior coscienza di sé!
    @gina: figurati, mi dispiace di più che mi dai del moralista!

  44. gina il 2 novembre 2010 alle 21:39

    /gherardo bortolotti (stavolta ce l’ho fatta): no te preocupes, siete perfettamente in linea,”persino” la disney c’ha la mission del to make the people happy:)



indiani