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	Commenti a: E. E. CUMMINGS &#8211; III. O DELLE AVANGUARDIE	</title>
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		Di: maria(v)		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[maria(v)]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Oct 2010 10:41:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[sicuramente ogni scrittura è una topografia costantemente ridisegnata dai meticciati. ciò rende ogni analisi estremamente complicata ed ogni pretesa di totale estraneità, dichiarazione di rottura, ogni rifiuto di confronto con la propria tradizione, poco credibile oltre l’intemperanza del singolo poeta riottoso.
secondo me, infatti, professarsi seguaci di una tradizione francese, americana, piuttosto che italiana è corretto fino al punto di individuare le novità del proprio contributo, una sgrammaticatura appena ci si dimentichi dello stesso e diverso confronto che altri, prima, hanno presupposto. 
allora sì, la poesia di ricerca oggi, in Italia, ha dichiarato più volte di orientarsi verso un certo modello francese e uno americano, piuttosto che   italiano ( affermazione corretta, ripeto, e ci tengo a precisare, fino al punto di specificare i propri orizzonti, ma che diventa irrimediabilmente scorretta appena si dimentichi che la tradizione italiana di riferimento immediatamente precedente aveva spalancato altrettante, diverse, finestre sull’Europa e sul resto del mondo, dalla Germania  al Brasile). 
Dopo di che, per tornare al panorama nordamericano,  contemporaneo, è talmente sconfinato che  Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, l’hanno ulteriormente suddiviso in 3  aree geografiche  in altrettanti volumi, e come se non bastasse, in continuo dialogo con l’Europa…..quanto sia demoralizzante tanta complessità per chi come me voglia raccapezzarci qualcosa di un pochino più chiaro di quanto affermano i singoli poeti, ciascuno facendo riferimento esclusivamente al proprio lavoro, e  punto di vista, (imprescindibile, ma isolato), fa rimpiangere, davvero,  (come suggerisce Buffoni) una di quelle figure mostruose alla Anceschi dai cento occhi……]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>sicuramente ogni scrittura è una topografia costantemente ridisegnata dai meticciati. ciò rende ogni analisi estremamente complicata ed ogni pretesa di totale estraneità, dichiarazione di rottura, ogni rifiuto di confronto con la propria tradizione, poco credibile oltre l’intemperanza del singolo poeta riottoso.<br />
secondo me, infatti, professarsi seguaci di una tradizione francese, americana, piuttosto che italiana è corretto fino al punto di individuare le novità del proprio contributo, una sgrammaticatura appena ci si dimentichi dello stesso e diverso confronto che altri, prima, hanno presupposto.<br />
allora sì, la poesia di ricerca oggi, in Italia, ha dichiarato più volte di orientarsi verso un certo modello francese e uno americano, piuttosto che   italiano ( affermazione corretta, ripeto, e ci tengo a precisare, fino al punto di specificare i propri orizzonti, ma che diventa irrimediabilmente scorretta appena si dimentichi che la tradizione italiana di riferimento immediatamente precedente aveva spalancato altrettante, diverse, finestre sull’Europa e sul resto del mondo, dalla Germania  al Brasile).<br />
Dopo di che, per tornare al panorama nordamericano,  contemporaneo, è talmente sconfinato che  Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, l’hanno ulteriormente suddiviso in 3  aree geografiche  in altrettanti volumi, e come se non bastasse, in continuo dialogo con l’Europa…..quanto sia demoralizzante tanta complessità per chi come me voglia raccapezzarci qualcosa di un pochino più chiaro di quanto affermano i singoli poeti, ciascuno facendo riferimento esclusivamente al proprio lavoro, e  punto di vista, (imprescindibile, ma isolato), fa rimpiangere, davvero,  (come suggerisce Buffoni) una di quelle figure mostruose alla Anceschi dai cento occhi……</p>
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