la nascita della scrittura I

11 novembre 2010
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(come) nasce la scrittura / marco giovenale

I. conclusione in forma di introduzione

a Uruk, circa cinquemila anni fa, la scrittura nasce da un appiattimento del segno sul segno. da una semplificazione che in effetti è una irrorazione di complessità.

nasce cioè da un’adesione del segno esterno di un contenitore al segno interno tridimensionale, che significa(va) gli oggetti della transazione.

II. storia

0 _ le fasi, in sintesi:

A _ merci di scambio nel mondo reale: commercio

B _ tokens [ = oggettini, segnacoli] che li rappresentano: contabilità

C _ tokens inseriti nella bulla: registrazione e conservazione

D _ segnature scritte sulla bulla, a significare i tokens: “semplificazione”

E _ schiacciamento/fine della bulla: nasce la scrittura bidimensionale, su tavoletta di creta

1 _ (da A a E)

ci sono persone che scambiano delle merci. cibo, bestiame, manufatti, tessuti.

le merci scambiate vengono significate da oggetti che le riproducono, in scala. animali, vasellame, cose, oggetti vari: hanno le loro riproduzioni in scala. in piccoli tokens.

si chiamano così. sono piccole sfere, cilindri, parallelepipedi, signa convenzionali.

questi – in numero corrispondente alla vendita – vengono chiusi in una bulla sigillata. memoria e testimonianza della transazione.

per prendere atto di cosa la bulla contiene, per tradurre quali tokens ha incamerato, si inizia poi a tracciare segni su di essa.

si inizia così a riprodurre all’esterno, cioè sulla superficie della bulla (su ciò che già di suo è una sorta di segno-ventre o pellicola) segni stilizzati che ridicono e ripetono gli oggettini chiusi nella bulla. (che a loro volta erano segni – appunto tokens).

col tempo, questa moltiplicazione di segni diventa ridondante. o meglio: viene (finalmente) percepita come tale. perché segnare e ri-segnare tante volte? perché token+bulla+segno?

tutto si semplifica (alle spalle di una attestata complessità tuttavia).

tutti i segni si appiattiscono nella tavoletta. si incide su un piano orizzontale, dunque in astratto. scompare la bulla. ironia: è scoppiata la bolla. nasce la scrittura.

2 _ (da A a C)

ogni significazione – in questa serie di eventi e in generale – mette in opera un differire. una x che si introduce nel discorso e non lo sposta in avanti ma semmai dimostra con il proprio semplice apparire che il discorso era già originariamente più avanti, e – appena osservato – va già spostandosi.

dunque, ripetendo:

dagli oggetti alla significazione in scala degli stessi (attraverso tokens) si ha un’interposizione di differenza. un’apertura al possibile della fabbricazione di segnacoli, oggetti di secondo grado.

l’esigenza di raccoglierli entro un contenitore, “perché raccoglierli è una testimonianza di transazione” è in sé già un altro differire. uno spostamento e ramificazione imprevedibile, una moltiplicazione generatrice di altra imprevedibilità.

3 _ (C)

così anche la bulla stessa è un potentissimo generatore. essa, nel momento in cui raccoglie, infatti, cela. nasconde. ha generato un’ennesima differenza. ha spostato il discorso più oltre. è una codifica clus. (volendo).

la bulla chiude il cerchio del senso lasciando fuori il mondo. preservando il mondo interno.

quella diffrazione già incontrollabile di segni che inizialmente era stata data dalla prima traduzione di oggetti e armenti in tokens, ora qui viene riramificata incontrollabilmente non con un atto di apertura ma paradossalmente proprio per nascondimento, chiusura, raccolta, enclosure, confino, inclusione, reclusione.

4 _ (da D a E)

è allora, tuttavia, che il segno aprente si prende una sua rivincita. i contraenti si sono …contratti:

dicono: all’esterno della bulla segneremo daccapo i segni dei segni. daremo traccia e registrazione dei tokens che la bulla contiene.

sulla pancia della bulla vengono così scritti i dati del contenuto. il contenuto era tokens, dunque era segni. dunque sulla pancia del contenitore dei segni vengono incisi altri segni.

così il token, il segno interno tridimensionale (ma già multidimensionale semanticamente: moltiplicazione del reale in forme, in numeri impliciti, in oggettini, giocattoli, pezzi di pensiero), affiora sulla superficie della bulla, della curvatura del possesso, del contratto, del mappamondo, …

(diremmo: non diversamente, il mondo riaffiorerà cinquemila anni dopo sulla superficie argentata del dagherrotipo).

questo emergere dello scritto sulla bulla non ha però più bisogno di un contenitore a cui esser fedele. d’un tratto, il terzo segno fa crollare i due su cui si fondava (bulla e token).

di fatto è già traccia orizzontale. è una x ossia una differenza ancora più forte, devastante. esplode / fa esplodere una specie di mondo, o nuova specie di spazio – significato/codificato dai tokens e ingabbiato/avvolto dalla bulla – in segni bidimensionali che a questo punto hanno conquistato uno statuto immateriale, una capacità di automoltiplicazione illimitata (e hanno ramificato le differenze e le possibilità in un numero non soltanto infinito, ma infinito in quanto coincidente con la complessità corticale).

il cervello ha inventato la prima macchina-non-macchina che gli assomiglia, la scrittura. si chiude il neolitico.

(la macchina successiva, che chiude il “moderno”, è probabilmente la fotografia, momento tutt’ora indecifrato)

III. (prevedibile) premessa, e rinvio

la scrittura, nel suo iter di nascita, assomiglia a una progressiva (se non lineare) evoluzione: dal pensiero funzionale all’impossibilità di reperire funzioni.

l’invenzione della scrittura, la fase E della sequenza ABCDE, è un punto di esplosione della possibilità (del possibile: delle meraviglie del possibile) talmente eccedente, nella sua astrazione, il reale che pure dovrebbe dalla scrittura medesima essere significato, che – già come pratica, prassi – inizia a coincidere con quella condizione di possibilità del senso che avrà un cammino tortuoso fino alla nascita e alle evoluzioni recenti del senso estetico moderno.


[to be continued]

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16 Responses to la nascita della scrittura I

  1. Ares il 11 novembre 2010 alle 10:11

    La scrittura a fini non commerciali, vedi i segni campestri di direzione, non prevedono né dei tolens nè una bulla.. le decorazioni del corpo sono scritture di un’identità o di un essenza, megli.
    Qui stiamo parlando di un solo tipo di scrittura, siamo oltre: non esattamente alle origini.. giusto?

  2. Paolo S il 11 novembre 2010 alle 11:10

    Su tutto ciò e per altre piste anche l’ottimo blog di Daniele Barbieri http://guardareleggere.wordpress.com/2010/03/09/della-scrittura-senza-la-parola/ .
    Azzardo: ma tokens e bulla non potrebbero essere stati necessari in quanto segni fisici non falsificabili? Se in un primo tempo qualcosa di fisico è il segno della transizione e il marchio riporta sopra la creta la verità che vi è racchiusa, che cosa porta alla soppressione del corrispettivo concreto a favore del segno astratto?
    È forse una questione di prestigio della classe dgli scribi che rende superflua l’inclusione del corrispettivo concreto? Oppure che altro porta gli antichi commercianti a fidarsi della scrittura? Assieme al concetto di differenza io ci vedo in gioco la fiducia e a un tempo la potenza del falso…

  3. Marco Giovenale il 11 novembre 2010 alle 13:57

    sulle origini del segno il discorso può essere altro. sulle origini della scrittura – in area sumerica – di base presi (scrivendo il pezzo) un testo di Denise Schmandt-Besserat. criticata e criticabile? ma forse interessante. (un pre-testo saggistico per un quasi-saggio mio; da profano). rileggo e medito anche sulle osservazioni che avete fatto. vi ringrazio per questi due commenti.
    M

  4. Daniele Barbieri il 11 novembre 2010 alle 14:02

    Post molto interessante, ma voglio aspettare la seconda parte per fare osservazioni.
    Per ora mi limito a dire che non capisco il senso della conclusione “dal pensiero funzionale all’impossibilità di reperire funzioni”. Non riesco insomma a trovare sostegno a questa conclusione in quello che dici prima. Probabilmente mi sfugge qualcosa. Ma cosa?

    @Paolo S
    Grazie per la segnalazione. Quanto al tuo sospetto, la Schmandt-Besserat lo spiega molto bene. Considera che i Sumeri realizzavano i loro segni (token, bullae e tavolette) in terracotta, che è comunque un materiale immodificabile una volta essiccato o cotto; quindi la garanzia commerciale è identica. C’è però un’economia di segni nella tavoletta, e quindi anche nelle procedure per produrla.
    Io non ci vedo, sin qui, però, un aumento di simbolicità: già i token erano simbolici (non a caso quasi nessuno era di carattere pittografico, cioè assomigliava al proprio referente), ed era simbolica l’associazione contabile, e il metterli insieme – prima in un sacchetto poi in una bulla sigillata. Per il momento cambia solo la loro natura, da fisica a grafica: una volta che la procedura su tavoletta è assestata, i segni grafici rimandano direttamente alle merci, e non più ai token che rimandano alle merci. Anzi, credo che sia proprio questa consapevolezza che permette di passare dalle bullae marcate esternamente alle tavolette.
    Il bello, io credo, dal punto di vista simbolico, inizia da qui in poi. Per questo aspetto la prossima puntata.
    db

  5. Paolo S il 11 novembre 2010 alle 16:33

    Nella gioia per la lettura ho dimenticato di farti i complimenti, Marco. Sono molto curioso dell’accostamento scrittura-fotografia che proponi… aspetto il seguito!

  6. gherardo bortolotti il 12 novembre 2010 alle 10:20

    non vorrei smorzare subito gli entusiasmi, perché la discussione mi sembra già interessante, cmq il seguito non sarà di marco e non avrà un taglio saggistico.

    in ogni caso, lo spunto di ares è per me inaspettato. a quanto ne so, anche leggendo da giovanni pettinato per esempio, la scrittura in sede archeologica si fa risalire proprio alle bullae e ai tokens…

    sulla simbolicità, poi, credo che marco sottolinei il “ripiegamento dimensionale” che la tavoletta rappresenta (come le dimensioni relativistische ripiegate su loro stesse): in qualche modo lo schiacciamento della bulla in tavoletta rimuove, assorbendolo come un buco nero, il legame simbolico per dare al segno di scrittura una specie di autonomia feticistica. ma lascio a marco di intervenire più compiutamente.

  7. Marco Giovenale il 12 novembre 2010 alle 10:45

    non potrei aggiungere motto alcuno! grazie 2 volte, Gher, per il post e per il commento :-)

  8. gherardo bortolotti il 12 novembre 2010 alle 13:30

    figurati mark ;-)

    tra l’altro, l’origine contabile ed elencativa della scrittura andrebbe presa in considerazione anche nella discussione sulla trama, accennata qualche giorno fa.

  9. elio_c il 14 novembre 2010 alle 13:00

    Considerato quello che ci stanno insegnando questi tempi di sbigottimento finanziario, ipotizzo che su questa misteriosa rivoluzione abbia potuto influire l’intravedere qualche possibilità di frode :-)
    Post interessantissimo.

  10. alcor il 14 novembre 2010 alle 14:21

    seguo anch’io:-)
    mi interessa anche l’obiezione di Ares, che quella sumera sia stata la prima scrittura documentata vuol dire anche che è stata assorbita da altre culture? o la scrittura nasce varie volte per la prima volta? se è così, starei attenta al legame stretto con la merce.

  11. gherardo bortolotti il 14 novembre 2010 alle 14:39

    @viola: grazie per la segnalazione.

    @alcor: la merce e l’ordine.

  12. alcor il 14 novembre 2010 alle 15:38

    la merce e l’ordine, sì, (immagino che tu ti riferisca alla trama, se ti ho capito) ma perché l’origine sia contabile ed elencativa ci deve essere un popolo abbastanza avanzato e non abbastanza isolato da aver contatti di scambio, è ovvio che questa è la “nostra” origine della scrittura, mi chiedo se è la stessa origine per tutti i popoli, anche quelli sommamente isolati.
    I segni non hanno anche valore magico?

  13. glo-glo il 14 dicembre 2010 alle 17:31

    tutto questo mi sembra giusto ma io non cercavo questo

  14. Marco Giovenale il 8 ottobre 2012 alle 14:32


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