VivaVoce#06: Elizabeth Bishop [ 1911 – 1979 ]

12 novembre 2010
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[ lacerti dal documentario Voice&Vision: Elizabeth Bishop1999]


Elizabeth Bishop legge The Moose
Washington D. C. 1977

traduzioni di Orsola Puecher

The Moose

Dedicated to my aunt
Grace Bulmer Bowers

From narrow provinces
of fish and bread and tea,
home of the long tides
where the bay leaves the sea
twice a day and takes
the herrings long rides,

Da ristrette contee
di pesce e tè e pane,
dimora delle lunghe maree
dove la baia lascia il mare
due volte al giorno, deviando
le lunghe rotte delle aringhe,

where if the river
enters or retreats
in a wall of brown foam
depends on if it meets
the bay coming in,
the bay not at home;

dove se il fiume
si ritira o entra
in un muro di bruna bava
dipende da se incontra
la baia che monta,
la baia non a casa;

where, silted red,
sometimes the sun sets
facing a red sea,
and others, veins the flats’
lavender, rich mud
in burning rivulets;

dove, limo rosso
talvolta tramonta il sole
di fronte al rosso del mare
e altre, vena i campi
di lavanda, ricco fango
in rivoletti di fuoco;

on red, gravelly roads,
down rows of sugar maples,
past clapboard farmhouses
and neat, clapboard churches,
bleached, ridged as clamshells,
past twin silver birches,

sul rosso, di strade di pietrisco,
lungo filari di dolci aceri,
passate fattorie di assicelle di legno
così linde, e sempre di legno le chiese,
stinte, striate come valve di conchiglie,
passate coppie di argentee betulle,

through late afternoon
a bus journeys west,
the windshield flashing pink,
pink glancing off of metal,
brushing the dented flank
of blue, beat-up enamel;

attraverso il tardo pomeriggio
una corriera viaggia verso ovest,
il parabrezza che abbaglia di rosa,
rosa che riverbera dal metallo,
sfiorando la fiancata corrosa
di blu, graffiato lo smalto;

down hollows, up rises,
and waits, patient, while
a lone traveller gives
kisses and embraces
to seven relatives
and a collie supervises.

su per dossi, giù per conche,
e aspetta, paziente, mentre
un viaggiatore solitario riempie
di baci e complimenti
sette suoi parenti
e un collie sovraintende.

Goodbye to the elms,
to the farm, to the dog.
The bus starts. The light
grows richer; the fog,
shifting, salty, thin,
comes closing in.

Un saluto agli olmi,
alla fattoria, al cane da guardia.
La corriera riparte. La luce
si accresce; e la nebbia
sfuggente, salina, aguzza,
piano si richiude
.

Its cold, round crystals
form and slide and settle
in the white hens’ feathers,
in gray glazed cabbages,
on the cabbage roses
and lupins like apostles;

I suoi freddi, rotondi cristalli
si formano e scivolano posati
sulle penne di galline bianche,
sui grigi gelati cavoli,
sulla rosa centifolia
e lupini come apostoli;

the sweet peas cling
to their wet white string
on the whitewashed fences;
bumblebees creep
inside the foxgloves,
and evening commences.

i piselli odorosi si stringono
ai loro umidi bianchi fili
sui recinti sbiancati;
i bombi si sono insinuati
dentro alla digitale,
e la sera è cominciata.

One stop at Bass River.
Then the Economies
Lower, Middle, Upper;
Five Islands, Five Houses,
where a woman shakes a tablecloth
out after supper.

Una fermata a Bass River.
Poi a Economies –
Bassa, Alta, Media;
Five Islands, Five Houses,
dove una donna scrolla una tovaglia
fuori dopo cena.

A pale flickering. Gone.
The Tantramar marshes
and the smell of salt hay.
An iron bridge trembles
and a loose plank rattles
but doesn’t give way.

Un pallido tremolio. Dilegua.
A Tantramar le marcite
e l’odore salato del fieno.
Un ponte di ferro vacilla
e un’asse schiocca libera
ma non cede.

On the left, a red light
swims through the dark:
a ship’s port lantern.
Two rubber boots show,
illuminated, solemn.
A dog gives one bark.

Sulla sinistra, rossa una luce
nuota attraverso il buio:
come a prua di una nave una lanterna.
Due stivali di gomma appaiono,
illuminati, solenni.
Un cane lancia un guaito.

A woman climbs in
with two market bags,
brisk, freckled, elderly.
“A grand night. Yes, sir,
all the way to Boston.”
She regards us amicably.

Una donna si issa
con la spesa in due borse,
vispa, lentigginosa, antica.
“Una gran notte. Signorsì,
uno intero fino Boston”.
Ci guarda amica.

Moonlight as we enter
the New Brunswick woods,
hairy, scratchy, splintery;
moonlight and mist
caught in them like lamb’s wool
on bushes in a pasture.

Chiaro di luna mentre entriamo
a New Brunswick nei boschi
frondosi, ispidi, pungenti,
chiaro di luna e foschia
impigliati come agli agnelli i bioccoli
sui cespugli nei pascoli.

The passengers lie back.
Snores. Some long sighs.
A dreamy divagation
begins in the night,
a gentle, auditory,
slow hallucination. . . .

I passeggeri si assopiscono.
Russano. Alcuni a lungo sospirano.
Una sognante divagazione
inizia nella notte,
una gentile, uditiva,
lenta allucinazione…

In the creakings and noises,
an old conversation
–not concerning us,
but recognizable, somewhere,
back in the bus:
Grandparents’ voices

Tra scricchiolii e rumori,
un’antica conversazione
– che non ci riguarda,
ma riconoscibile, a tratti,
sulla corriera in fondo:
le voci dei nonni

uninterruptedly
talking, in Eternity:
names being mentioned,
things cleared up finally;
what he said, what she said,
who got pensioned;

ininterrottamente
parlando, nell’Eternità:
si fa qualche nome,
cose chiarite finalmente;
cosa ha detto uno, cosa ha detto una,
chi è andato in pensione;

deaths, deaths and sicknesses;
the year he remarried;
the year (something) happened.
She died in childbirth.
That was the son lost
when the schooner foundered.

morti, morti e malattie;
l’anno che uno si è risposato
l’anno che (qualcosa) è accaduto.
Una morta di parto.
Un altro che un figlio ha perduto
quando il veliero è affondato.

He took to drink. Yes.
She went to the bad.
When Amos began to pray
even in the store and
finally the family had
to put him away.

E lui prese a bere. Sì.
Lei che prese quella brutta strada.
Quando Amos cominciò con le preghiere
anche nella bottega
e alla fine la famiglia dovette
farlo rinchiudere.

“Yes . . .” that peculiar
affirmative. “Yes . . .”
A sharp, indrawn breath,
half groan, half acceptance,
that means “Life’s like that.
We know it (also death).”

“Sì…” questo peculiare
affermativo. “Sì…”.
Un affilato, riprender fiato,
mezzo gemente, mezzo rassegnato,
che significa “Così è la vita.
Lo sappiamo (e anche la morte)”.

Talking the way they talked
in the old featherbed,
peacefully, on and on,
dim lamplight in the hall,
down in the kitchen, the dog
tucked in her shawl.

Parlano come avrebbero parlato
fra le vecchie piume della trapunta
pacificamente, di continuo,
una luce fioca nell’ingresso
e giù nella cucina, il cane
fatto su nel suo scialletto.

Now, it’s all right now
even to fall asleep
just as on all those nights.
–Suddenly the bus driver
stops with a jolt,
turns off his lights.

Ora, va tutto bene ora
anche appisolarsi
come tutte le altre sere.
– All’improvviso l’autista
inchioda di botto,
spegne i fari.

A moose has come out of
the impenetrable wood
and stands there, looms, rather,
in the middle of the road.
It approaches; it sniffs at
the bus’s hot hood.

Un alce è sbucato
dal bosco impenetrabile
è sta lì fermo, gigante, quasi
in mezzo alla strada.
Si avvicina; annusa
il cofano caldo dell’autobus.

Towering, antlerless,
high as a church,
homely as a house
(or, safe as houses).
A man’s voice assures us
“Perfectly harmless. . . .”

Torreggiante, senza corna,
alto come una chiesa,
famigliare come una casa
(oppure, sicuro come le case).
Una voce maschile ci rassicura
“E’ del tutto innocuo…”.

Some of the passengers
exclaim in whispers,
childishly, softly,
“Sure are big creatures.”
“It’s awful plain.”
“Look! It’s a she!”

Alcuni dei passeggeri
esclamano in un sussurro.
infantile, sommesso,
“Va là che sono terribili creature”.
“E’ talmente orrendo”.
“Guardate! E’una femmina!”.

Taking her time,
she looks the bus over,
grand, otherworldly.
Why, why do we feel
(we all feel) this sweet
sensation of joy?

Prendendo il suo tempo,
lei perlustra la corriera,
grandiosa, ultraterrena.
Perchè, perchè noi sentiamo
(tutti la sentiamo) questa dolce
sensazione di gioia?

“Curious creatures,”
says our quiet driver,
rolling his r’s.
“Look at that, would you.”
Then he shifts gears.
For a moment longer,

“Curiose creature”,
dice il nostro quieto autista,
arrotando la erre,
“Guardatela, finché potete”,
Poi ingrana la marcia.
Per un lungo momento
,

by craning backward,
the moose can be seen
on the moonlit macadam;
then there’s a dim
smell of moose, an acrid
smell of gasoline.

allungandosi all’indietro
l’alce può ancora essere vista
sull’asfalto lunare,
poi resta un fioco
odore di alce, un acre
odore di benzina.

 
 
 
* I was mysterious for a long time…
 
   Elizabeth Bishop detestava i reading poetici, a essi si convinse negli ultimi anni della sua vita unicamente per estinguere un’ipoteca sulla casa. Che mi pare, fra i tanti, un nobilissimo motivo. Certo è che reading pagati e a un poeta, suona strano nel panorama inesauribile delle odierne agapi di narcisistica beneficienza lirica, che niun si nega e ci risparmia.
   All’amica Dorothee Bowie Elizabeth spiega ironicamente:

 

Gli ascoltatori dei reading in realtà ci vanno solo per vedere – Non so quante signore mi hanno chiesto dove avessi comprato la mia giacca… ho fatto la misteriosa per lungo tempo, poi, alla fine, per stanchezza, ho ceduto e senza pensarci ho risposto da Frederick&Nelsons… cara.
 
Vassar College Library [VC Box 27.3]

 
   E quanto poco amasse leggere i suoi versi in pubblico, traspare molto nel file sonoro di The Moose: emotivamente distaccata, ritrosa, quasi algida nel volersi mantenere mysterious, la sua voce si spezza ed esita per un attimo solo nel punto focale del poema, quello Yes di accettazione, indrawn breath, del lungo elenco dei dolori e delle pene delle vite di tutti. Soltanto qualche pausa e lieve cesura colorano la sua lettura monodica, il cullarsi delle alternanze vocaliche nelle rime, nel ritmo bilanciatissimo delle stanze di sestine regolari. Niente enfasi declamatoria o istrionismo gratuito. Come è tutta la sua poesia, del resto.
 
 
 
** I came back by bus – a dreadful trip…
 
   Da una lettera a Marianne Moore dell’Agosto 1946:

 

Ho sempre amato quei grandi collie delle fattorie- hai presente? Questa razza aspetta lungo il lato delle strade che le corriere si fermino e che scendano i passeggeri. Ce ne sono due da mia zia, uno vecchio di nome Jock e suo figlio…
Il mio piano era di prendere una stanza nei pressi della fattoria, così da poter avere un po’ di pace e di privacy per lavorare, e di restare qualche settimana. Ma il passaggio di proprietà della Casa Key West doveva essere ratificato e negli U. S. per qualche ragione legale, così dovetti ripartire. Sono tornata con la corriera – un viaggio terrificante, ma sembrava molto più conveniente al momento – l’abbiamo fermata con una pila e una lampada, mentre arrivava alla fattoria la scorsa notte. Presto l’altra mattina, proprio mentre stava facendo chiaro, l’autista si è fermato di colpo per via di una grande alce che vagava sulla strada. Lei se ne è andata via molto lentamente verso il bosco, guardandoci di traverso. L’autista disse che in una notte nebbiosa aveva dovuto fermarsi, mentre un enorme alce maschio sbucava da destra e si era messo ad annusare il motore. “Bestie molto curiose!” Lui disse.
 
One Art: The Selected Letters [Ed. Robert Giroux]

 
   In questa lettera, scritta pochi giorni dopo un viaggio in corriera dalla Nuova Scozia a Boston, è abbozzata nitida l’idea iniziale di The Moose, che poi Bishop finì di comporre nel ’72, quasi trent’anni dopo, portandosi dietro, in quello che si può definire un poema che ha accompagnato lustri di una vita, le immagini, vivide, alcune addirittura scritte con le stesse identiche parole che le furono suggerite dall’impressione iniziale. Quello stesso Taking her time dell’alce, che si prende il suo tempo annusando la corriera, è metodo compositivo fondante di una produzione nei numeri scarsa, quattro raccolte a cadenza decennale per un totale di sole 87 poesie, ma lavorata e limata con minuzia, sedimentata per sottrazione; il Taking her time è la caratteristica segreta, interna, di una poetica che da par suo nasce già semplice, sobria nella forma quanto complessa nell’essenza, resa per lenta distillazione. E ci si puo immaginare la bozza in progress di The Moose appesa per anni alla notice board di Elizabeth:
 

Appendi ancora le tue parole in aria, per dieci anni
incompiute, attaccate alla tua bacheca, con buchi
e spazi vuoti per le frasi inimmaginabili –
infallibile Musa che rende il casuale perfetto?
 
Robert Lowell, 2003, pag. 595

 
 
 
*** … a bus journeys west,
 
   Anche il soggetto, grammaticalmente inteso, del lungo periodo iniziale, che arriva al suo punto a capo, dopo cadenze contrappuntate dall’arte estinta del punto e virgola, solo dopo le sei sestine iniziali, si prende il suo tempo fino al verso 26. The bus lascia spazio e tempo allo spazio e al tempo ciclico del paesaggio naturale che scorre, crea ampiezza, con le innumerevoli espressioni di luogo – where… where… down… on… past… through… – fra contee, maree, aringhe, baie che tornano a casa, campi di lavanda, argento di betulle, chiese di legno e case. Quasi nell’ìllusione infantile, nell’incertezza se sia il paesaggio che scorre dai finestrini a muoversi invece del mezzo. La corriera è un piccolo punto di tecnica umana meccanica nella vastità della natura, che pare persino volersela riprendere e inglobare, riflettendo e accendendo fiancate e parabrezza dei colori della luce del tramonto. Perché di un voyage au bout de la nuit si tratta, come sono tutte le vite.
   E qui, mentre la sera avanza, qualcosa muta nel poema, dedicato alla zia Grace recentemente scomparsa, che la allevò con i nonni, dopo la morte del padre e il ricovero in manicomio della madre e il cui funerale è l’occasione del viaggio; piano, mentre la luce si affievolisce e la foschia vela le cose famigliari, fra luci che nuotano nel buio come lanterne di vascelli e stivali di gomma solenni che camminano senza corpo dentro, i versi cominciano a prendere una indubitabile loro strada elegiaca – έ έ λέγειν -.
   Chi narra non a caso non è mai un io singolare ma un noiwe… us… – che riassume in se solo ad un primo livello i viaggiatori della corriera, che raccoglie i suoi lone traveller dopo gli addii con i parenti, un noi con quella specie di piccolo senso comunitario che si crea nei viaggi lunghi fra sconosciuti, ma che poi si estende a un io poetico plurale. Morti, morti, dolori, la vita di tutti noi. La morte di tutti noi e la sua accettazione e il suo mistero, che non ci sono parole in grado di descrivere, e anche questa si configura come una dichiarazione di poetica, ma solo il piccolo respiro trattenuto, il mezzo lamento, la mezza accettazione, mezza, mai completa, di un Yes.
   Mentre la luce dilegua, sostituita dal chiarore lunare, i boschi si fanno impenetrabili, ispidi, pungenti e nell’assopirsi, in una specie di allucinazione uditiva il tempo storico vira verso l’Eternità – talking, in Eternity – si sentono le voci dei Nonni mescolate alle voci dei passeggeri, in fondo alla corriera, si materializza il ricordo di un dormire di bambini sotto nido di piume sicure, guardando la luce accesa nelle altre stanze, il cane che dorme in uno scialle. C’è un rasserenarsi, un trovare consolazione, solidarietà nell’evocazione del passato doloroso, nell’accettazione comune che “Life’s like that./We know it (also death).”. Nel momento in cui Now, it’s all right now/ even to fall asleep ecco il brusco inchiodarsi della corriera e l’apparizione dell’alce.

 
 
 
**** … this sweet/ sensation of joy?
 
   I fari si spengono. Il grande animale alce è sbucato dal bosco atro – … è spaventoso… ma no… innocuo… sicuro e famigliare come una casa o una chiesa… è una femmina… – nell’infantile alternarsi di voci, paura e meraviglia, annusa con calma il grande animale corriera, pachiderma caldo di motore, e poi, ultraterrena come è apparsa, sparisce. E ci lascia a chiederci perchè la vicinanza e l’apparizione di un animale distante, selvaggio, che insperatamente talvolta si può osservare da vicino, trasmetta quella sensazione particolare di gioia, di dolcezza. Bishop non lo dice, ovviamente. Lo lascia risuonare in ognuno. A voler dire a tutti i costi certe cose otherworldly – ultraterrene – si cade nell’enfasi e nella retorica, nella ridondanza, nell’inutile.
   The Moose si chiude con una domanda in sospeso – l’arte non è forse questo non rispondere? – e con il ricordo di un odore leggero di alce mescolato a quello acre, umana pollution, della benzina.
 
  
[ 12 ottobre 2009 – 12 novembre 2010 ]
 
 
 

 

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12 Responses to VivaVoce#06: Elizabeth Bishop [ 1911 – 1979 ]

  1. Matteo ciucci il 13 novembre 2010 alle 08:45

    Bellissimo.

  2. sparz il 13 novembre 2010 alle 08:58

    ma che belle anche quelle immagini della corriera che sembra andare per sempre….

  3. renatamorresi il 13 novembre 2010 alle 11:10

    gigantesca bishop, miracolosa traduzione, a grand night

    grazie orsola,
    r

  4. viola il 13 novembre 2010 alle 12:58

    molto ben ripercorso il viaggio della Bishop, il viaggio di quel noi e l’epifania dell’alce, che è il titolo e la risposta, ammesso ve ne sia qualcuna, V.

  5. lambertibocconi il 13 novembre 2010 alle 13:32

    Fantastico lavoro, Orsola. Ben ritrovata. Ho sempre amato la Bishop, fin da quando non ne sapevo niente e avevo trovato per caso un suo libro in un baracchino, “L’arte di perdere” (che è il modo giusto di amare da sempre un autore, o no?). E – che caso – proprio ieri ho ricevuto in omaggio un altro suo libro, “Dai libri di geografia”, tradotto e curato e annotato con maestria dall’amica Bianca Tarozzi. Insomma, per quanto mi riguarda è nell’aria la Bishop. E io sono contenta! Ciao a tutti.

  6. véronique vergé il 13 novembre 2010 alle 14:02

    La grazia di vedere in un tratto di gioia maritima,
    una lanterna o due per schiarire,
    piccoli frammenti del paesaggio
    chiusi nella lanterna o nella baia,
    un cane, passaggeri, una bottega,
    una fragilità tra i due,
    la notte si accende, il mare si spegne,
    il commento d’ Orsola ha la bellezza
    e la fragilità del faro,
    mi sento allora vulnerabile,
    fuori della corriera,
    qualcuno guarda chi parte,
    chi si ferma,
    chi scompare,
    chi è nella luce della lanterna.

  7. francesca matteoni il 13 novembre 2010 alle 15:15

    questo, Orsola, è un colpo basso (nel senso buono).
    Questa poesia sta nel mio empireo, con tutti i suoi 26 anni di scrittura – il tempo, un tempo della poesia, come della vita che si svela nella lentezza dell’accettazione, e insieme all’alce, che proprio da un autobus nel nord anche a me è toccato di vedere, con un entusiamo pazzesco e incontenibile, pensando che non ero in Lapponia, ma nella “mia” poesia della Bishop. Grazie, ora, riascolto.

  8. carmine vitale il 13 novembre 2010 alle 15:58

    miracolo
    c.

  9. nadia agustoni il 13 novembre 2010 alle 19:29

    La Bishop non si commenta mai abbastanza, bello questo lavoro per questa autentica aristocratica della poesia. Un saluto

  10. giacomo sartori il 13 novembre 2010 alle 20:25

    si fa fatica a leggerla, da tanto è bella; nel senso che ci si ferma su un verso, e poi di nuovo, e poi su quello dopo …, e non si riesce a andare avanti, con un senso appunto di saturazione di bellezza, che richiede un minimo di decantazione prima di andare avanti

  11. orsola puecher il 14 novembre 2010 alle 14:08

    grazie

    di bellezza mai abbastanza

    Come la neve sulle Alpi

    ,\\’

  12. Giampaolo il 22 novembre 2010 alle 00:05

    amo pure il carattere scelto per questo fitto scompiglio di cose che mi stampo e presto leggo.

    grazie,
    giampaolo dp



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