la nascita della scrittura II

15 novembre 2010
Pubblicato da

l’invenzione della scrittura / michele zaffarano

13 analitical sought poems + 1

010

con l’invenzione della scrittura inizia la comunicazione
sincronica e la comunicazione diacronica
della civiltà umana prima della scrittura
possiamo solo fare congetture
partire dai dati archeologici l’invenzione della scrittura
diede inizio alla storia l’invenzione della scrittura
è legata a esigenze di amministrazione è legata
a esigenze di contabilità l’invenzione della scrittura
è legata a esigenze di comunicazione
nel quarto millennio nacque la scrittura
nel quarto millennio presso un popolo di origine
sconosciuta immigrato nella bassa mesopotamia

111

i primi esempi di scrittura sono stati rinvenuti
su tavolette di argilla e le tavolette appartengono
al livello archeologico di uruk quarto a
la datazione approssimativa è il tremila
tra il duemila e cento e il duemila si ebbe
una rinascita con la terza dinastia
di ur aveva oltre trecentomila abitanti
l’insufficienza del sistema era evidente
non occorreva più un simbolo per ogni idea
bastava un numero ristretto di caratteri fonetici
per esprimere l’ampia varietà delle idee questa
innovazione si ritrova nel periodo di uruk terzo
vennero inventati i sillabogrammi

112

scrivevano su tavolette di argilla con degli
stili che imprimevano delle forme dapprima
pittografiche poi a cuneo un insieme di vari
cunei esprimeva un concetto
o un suono
gli elementi connessi con il verbo
seguivano un rigido ordine elementi
modali
di tempo
relazionali
causativi
di oggetto
del soggetto
le radici verbali
il futuro presente intransitivo
il verbo può essere distinto oltre che per
persona e per numero anche come
transitivo e
intransitivo
attivo e
passivo
presente futuro e
passato

113

attorno al tremila utilizzavano circa mille duecento
caratteri verso il duemila solo seicento nel periodo di fara
circa ottocento e quasi cinquecento intorno al duemila
le antiche città sono cinque
eridu
bad tibira
larak
sippar
shuruppak
la scrittura cuneiforme si diffuse in tutta la mesopotamia
l’assiria
l’elam
l’anatolia
la siria
la palestina
raggiunse l’egitto e i suoi sovrani l’adottarono
per i rapporti internazionali
hittiti
hurriti e
urartei
usarono il cuneiforme tavolette cuneiformi
sono state trovate a tartaria in transilvania

210

le colonne erano decorate con mosaici policromi
piccoli coni
i santuari raggruppati nel quartiere di eanna
il tempio d di uruk la navata centrale del tempio
il nartece
la navata
il transetto
l’abside centrale con
due ambienti annessi
il diaconicon e il protiro
la struttura con cui tre millenni più tardi
saranno costruite le chiese cristiane

121

per esempio il cuneiforme ugaritico era alfabetico
trenta consonanti attorno al tremila e trecento
ma prima vennero inventate le buste
le sfere di argilla cave all’interno delle buste
venivano messi i contrassegni di argilla
si cominciò a porre sulle buste dei segni
con la forma dei contrassegni che stavano dentro
il cuneiforme elamico venne decifrato
col ritrovamento di iscrizioni trilingue
nella residenza reale di persepoli
il persiano
l’elamico e il
babilonese

122

i nomi dei re prediluviani
alulim
alalgar
enmenluanna
enmengalanna
dumuzi
ensipadzidanna
enmeduranna
ubara
tutu
dai pittogrammi ai sillabogrammi
la lingua rimase un misto di logogrammi e sillabogrammi
i pittogrammi vennero sempre più stilizzati perdendo
il loro carattere di rappresentazione naturalistica
poi si cominciò a distinguere tra i simboli
che rinviavano a concetti rispetto ai simboli
che rinviavano a suoni per trasmettere parole
che si riferiscono a concetti astratti
si giunse agli ideogrammi

123

per esempio il cuneiforme elamico era sillabico
centotrentuno sillabogrammi e venticinque logogrammi
avevano quattro vocali
a
i
e
u
quindici consonanti
b
d
g
ng
h
k
l
m
n
p
r
s
sh
t
z

220

nel periodo detto del protodinastico primo
all’interno delle sue mura
uruk
raggiungeva un’estensione di almeno
cinque chilometri quadrati e mezzo ma la città
si estendeva ancora per due o tre chilometri
in direzione nord est
gerusalemme
dopo l’ampliamento di agrippa nel quarantatre
raggiungeva un chilometro quadrato di ampiezza
atene
dopo l’espansione sotto temistocle
toccava due chilometri quadrati e mezzo
roma
con adriano nel primo secolo
si estendeva per circa undici chilometri
quadrati

131

le parole sono sempre
monosillabiche
non è vero
le parole sono
in gran parte
monosillabiche
questo è vero

132

è agglutinante ossia le parole sono modificate
solo dall’aggiunta di terminazioni specifiche
per ogni elemento un sistema di rappresentazione
di tipo pittografico ossia mediante immagini
è caratterizzato
dall’omofonia ossia più segni diversi possono avere
lo stesso valore fonetico

133

le buste si appiattirono e si trasformarono
in tavolette d’argilla ricoperte da segni
un messaggero
un araldo
un portavoce militare
potevano introdurre variazioni nel messaggio
che l’autorità intendeva comunicare
con il sistema dei segni non ci fu più bisogno
di mantenere il contenuto della busta

310

nel mille ottocento cinquantasette venne tradotto
il cuneiforme babilonese nel mille ottocento trentasei
vennero identificati i segni dell’antico persiano occorre
distinguere tra scrittura cuneiforme
come strumento di rappresentazione
e lingua
la scrittura cuneiforme venne adottata da molti
popoli di lingua diversa nel mille ottocento cinquantatre
venne identificato il cuneiforme elamico
progressivamente
venne abbandonato come lingua parlata
rimase come lingua dotta dopo quasi duemila anni
dalla sua scomparsa nel mille novecento quattordici
uscì la prima grammatica

410
[ sought enuma elish ]

poi il diluvio cadde travolse tutto sippar cadde in cinque città
a bad tibira enmenluanna la regalità fu spostata a shuruppak
regnò per ventottomila ottocento anni egli
regnò per ventottomila e ottocento anni
un re essi regnarono cento ottomila anni
un re larak cadde in eridu alulim divenne
re a larak ensipadzidanna
dumuzi il pastore regnò per trentaseimila anni
la regalità fu in eridu divenne re alalgar regnò
per trentaseimila anni regnò ventottomila
ottocento anni divenne re e governò
per ventunomila anni egli regnò per ventottomila
ottocento anni bad tibira cadde a sippar enmeduranna
essi regnarono
per sessantaquattromila ottocento anni egli regnò
per diciottomila seicento anni
la regalità venne spostata a larak
la regalità venne spostata a bad tibira divenne re governò
per diciottomila seicento anni poi eridu cadde egli regnò
per quantatremila duecento anni a shuruppak
ubara
tutu
tre re
egli regnò per ventunomila anni la regalità fu spostata
a sippar essi regnarono per duecento quarantunomila
duecento anni
otto re
due re
un re
enmengalanna dopo la discesa della regalità dai cieli
poi il diluvio cadde travolse tutto

[Già pubblicato in La Camera Verde. Il libro dell’Immagine (Volume Ottavo, gennaio 2010)]

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20 Responses to la nascita della scrittura II

  1. renatamorresi il 15 novembre 2010 alle 09:53

    “hittiti
    hurriti e
    urartei”

    “otto re
    due re
    un re”

    bè, ma questo è un mantra fantastico, un po’ come cantare la Haka con gli All Blacks (dico sul serio: grande sensazione di elation)

    bello questo “nascita della scrittura”

  2. sergio soda star il 15 novembre 2010 alle 12:29

    confermo che è andata così

  3. natàlia castaldi il 15 novembre 2010 alle 13:12

    Bortolotti, tu per me sei un mistero indecifrabile.

  4. natàlia castaldi il 15 novembre 2010 alle 13:13

    (p.s.: con faccina smile)

  5. gherardo bortolotti il 15 novembre 2010 alle 16:22

    @natalia: perché? solo l’elenco dei re prediluviani non è bellissimo? :-)

    cmq, anche in riferimento all’altra puntata ed al discorso sulla scrittura, sulla trama, sul nuovo paradigma, i testi di michele mi sembrano un ottimo case study. la mia impressione è che quando, come ora, i sistemi di rarefazione del discorso, i filtri dello stile, delle forme tradizionali, il sistema di distribuzione dei ruoli di autore e lettore si indeboliscono il piacere/mistero essenziale delle scrittura/lettura si dimostri nel modo più limpido (e quindi più oscuro, se mi passate il gioco di parole).
    porto come esempio michele perché mi sembra che di tutti gli autori di prosa in prosa riesca a raggiungere un livello di assenza di scopo, di (quasi) pura enunciazione e, quindi, di piacere del senso.
    e la tematizzazione dell’invenzione della scrittura mi sembra che funzioni perfettamente per questo tipo di produzione letteraria, riportandoci di nuovo vicino all’origine (o a un’origine) che è sia storica ma anche logico-estetica, mi sembra.

  6. natàlia castaldi il 15 novembre 2010 alle 16:35

    (era uno dei miei quasi complimenti, Bortolotti. non riesco a fare di meglio [per mio limite, of course] ;-)

  7. ng il 15 novembre 2010 alle 18:09

    Ma la scrittura iniziò come alfabeto corporeo:

    1) sudore a manciate; 2) estasi anonima di segnatura manuale; 3) ebrezza visiva da numero; 4) aliti cascanti allo sbaraglio; 5) smorfie pre-scritte; 6) trasgressione fonetica; 7) tracce grafiche dementi; 8) conati di vomito, rantoli, squittii, diciamo tutto il catalogo dei rumori fisici che sperano di esordire nello stampo; 9) gesti senza scopo; 10) e in sostanza tutti i lazzi e gli intrallazzi.

    L’intero CORPO – di natura e culturale – converge nel SEGNO, là dove il nucleo è filtrato (il nucleo essente di ogni orientamento: la MATERIA). E quindi la scrittura è legata al – nasce da ed è clausola indispensabile del – LAVORO. Produzione e riproduzione del singolo e della famiglia e della tribù (e nascita dello stato), con tutto il corollario di RITO, RELIGIONE e … PROPRIETÀ. Ecco, sì: produzione e riproduzione. Il commercio viene dopo. Non è nella circolazione che nasce la scrittura: è lì che si afferma, al limite.

    Ma produrre è: MODIFICARE la materia col corpo. E infatti nasce il CONTROLLO del corpo. E l’APPROPRIAZIONE dei prodotti. E quindi nella scrittura convergono l’inganno e l’illusione, l’obbligo, il sigillo, la clausola definitoria, l’ideo(logos)grafia, e tutti i grafismi quantitativi e di giudizio, l’opus di tutti gli assiomi, le stuoie ordinate e le palizzate erette a difesa, lo sciame dei monemi, frotte di pittogrammi, le polpette cortesi di censura vocalica, le ditate negli occhi, i sillabari di terga, le s-grida plausibili, i rituali della morale, le croci uncinate, le dita nel naso, ditta von teese, i falcetti e i punteruoli, gli altari stenografati, la posta in gioco, le uniformi sintetiche, le atrofie, i gesti tronfi, le sigle teocratiche, le selezioni, le crudeltà omeopatiche, i calcoli indiziari, le proiezioni ideologiche, gli arnesi tipici della misura, gli alfabeti sempre in omissione, gli idiomi sincretici, le visioni invalidanti, il dollaro, i valori umanistici del mangime, le locuzioni della disparità, e altre cose divulgative che servono per pontificare uccidendo, (quando Kan-Ji inventò gli ideogrammi, gli dèi piansero), le direzioni obbligate, i clicks facciali, le ugole confuse, le manifestazioni ritmiche degli amen, il sapere penale, il sapere psicologico e quello simbolico, le tautologie di regime, le consonanti indecifrabili, i balbettii dell’inizio, i tremori palingenetici, le cosmogonie, le affermazioni sul mondo (qui le offerte di futuro convergono senza requie), (così la storia si àltera), le divagazioni profetiche, l’illeggibile diventato senso, il mapping imbrogliato, l’isopsefia oscurante, e tutte ma proprio tutte le “sillabealabarda”: la scrittura serve a nascondere (a nascondere il nucleo insorgente della materia: CORPO DOMINATO e COSA PRIVATA). Eppure la scrittura, proprio perché non può darsi separata dalla vertigine dei corpi, e proprio per questo: non può mancarsi come CONTRADDIZIONE. Qui si apre una possibilità: la scrittura come FORMA A CONTRASTO. In fondo, anche questo è riportare all’origine. Ma di ciò un’altra volta …

    NeGa

    PS: è solo una parodia.

  8. viola il 15 novembre 2010 alle 19:55

    ma ancora nessno ha decifrato il disco di Festo

  9. andrea inglese il 15 novembre 2010 alle 23:25

    bortolotti dice bene e in modo preciso sul lavoro di zaffarano, che è estremamente rigoroso; ma questa pura enunciazione, da nuovo paradigma, nel contempo viaggia su potenti procedimenti da paradigma di lunga durata, come quello dell’elenco e del fascino del nome proprio;

    prendete un qualsiasi discorso non letterario: riorganizzatelo a modo, e vedrete che esso riappare potente come un discorso pregiudizialmente “molto” letterario;

    in una segreta libreria di via Tadino ho trovato Mutazioni di Harry Mathews, quell’Harry Matthews cui è dedicato “Je me souviens” di Perec; e Matthews sta a Zaffarano come Raymond Roussell sta a Cage, o qualcosa di simile

  10. sparz il 16 novembre 2010 alle 00:44

    non son bravo a dirlo come l’Inglese, ma apprezzo molto queste ur-evocazioni dei più antichi segni, come si è visto già qui.

  11. ng il 16 novembre 2010 alle 16:59

    Bello sarebbe discutere sull’efficacia di queste scritture …

    Consolo si poteva permettere di scrivere:

    Lena lennicula,
    lemma lavicula,
    làmula,
    lémura,
    màmula.
    Létula,
    màlia,
    Mah.

    Oppure, per restare all’elencazione, cose del tipo:

    «Ai regni opulenti, ai re soddisfatti, ai poteri sicuri e iattanti, ai sontuosi palazzi, alle piazze di giochi, di salti, alle ridondanze solari, ai bronzei corsetti, alle nude mammelle, alle tiare, alle armille dorate, agli onici, ai lapislazzuli, agli smalti celesti rispondono le dimore infernali, le putride viscere, gli incrinati pilastri, le fratture allarmanti, i liquami, gli oscuri sentieri, i labirinti angoscianti. Là, alla fine del tortuoso degrado, lo scivoloso cammino lungo cui s’aprono porte, grotte, trappole, inganni, s’odono voci, bisbigli, rimbalzano echi di sibili, fiati, squittii, baluginano sprazzi, palpiti fiochi, là, all’estremo, contro la parete grondante è l’anello mutante, il bestiale legame, il lecito infranto, la coscienza oscurata e venduta, la corruzione politica, il delitto nascosto, il testimone occultato. Una mente perversa e servile ha ideato la prigione perfetta.».

    Ben sapendo che il “procedimento”, alla fine, rientra in una “forma”, e che quindi anche la negazione della narrazione, l’atto di scrivere con “una lingua non più comunicabile”, conduce da qualche parte: ribaltando un assunto di Marco Giovenale (nella precedente puntata), si potrebbe dire che la scrittura conserva sempre la sua funzionalità … Il rischio, però, il rischio che è sempre in agguato, è lo stesso che Consolo intravede in alcune sperimentazioni del Gruppo 63: l’indecifrabilità (o meglio, la “pseudo-afasia, speculare alla indecifrabilità e alla pseudo-afasia del potere”).

    Ma bello sarebbe discutere …

    NeGa

  12. gherardo bortolotti il 16 novembre 2010 alle 17:58

    sì, scusa nevio, immagino che ci sia un mezzo rimprovero nei miei confronti, dato che ho un po’ disertato questo post e anche quello precedente, ma in questi giorni a brescia, come sai, la situazione aveva tutto un suo groove particolare e non sono riuscito a seguire in modo sistematico la rete.

    cmq, sai che per la discussione sono sempre pronto. io inizierei, appunto, mettendo in discussione il fatto che ci si debba porre un problema di efficacia di queste, come anche delle altre, scritture. il punto, a mio parere, non è molto diverso dalla discussione che ci fu sotto al post di sergio soda, il famoso “troie” postato da gianni biondillo. ovvero se sia il caso di porsi il problema di un giudizio estetico oppure accettare la dimensione per così dire erotica del testo, di un erotismo legato all’informazione, al dato, al processamento del senso.

    a me sembra che questo piacere vada a rispondere su di un piano molto profondo (o su un asse portante, per evitare metafore di superficie/profondità) del nostro rapporto con la produzione artistitica. e giustamente andrea ribadisce come basta smontare una qualunque scrittura per trovare il modo di evidenziare quella specie di piacere (a ritrovare il paradigma di lunga durata). e allo stesso modo ricorda il fascino dei nomi propri che spesso sono già una narrazione, sono già il romanzesco.

  13. ng il 17 novembre 2010 alle 08:17

    @ Gherardo

    nessun rimprovero, per carità! E poi è molto meglio stare là fuori, sotto le gru: ne abbiamo bisogno.

    Si può “godere” di un testo in modi diversi. E ognuno lo fa seguendo le sue “inclinazioni”. La dimensione “erotica” di cui parli tu è il primo approccio, quello solo percettivo; poi si va oltre, si prende possesso del segno nella sua interezza. E il godimento progredisce. Si gode “imparando”.

    Non è certo un caso che tra i “grandi” figurino autori che, pur destrutturando la lingua, allo stesso tempo costruiscono “visione”: costruiscono i prodromi di una nuova significazione. Per andare in questa direzione non basta “il fascino dei nomi”.

    Rispetto all’efficacia … Non capisco la riserva. Se un testo non va misurato anche per la sua efficacia, allora non ci sono differenze tra i testi; tutti i testi sono posti sullo stesso livello qualitativo. Tu stesso, riferendoti a “troie”, fai intuire che per te sono efficaci al fine del tuo godimento di lettore. Per me non lo erano. Come si misura l’efficacia?

    Mi rendo conto che uso il termine secondo un’idea precisa: quella dell’autore come produttore, secondo l’asse Majakovskij-Benjamin-Brecht. Che, per l’appunto, conduce a un “godimento” di grado superiore, dove l’eroticità della parola implica anche il piacere della negazione. Lo abbiamo già visto in precedenza, nella discussione sul “cambio di paradigma”: un tipo di scrittura solo procedurale (là individuata in quella di Pio Torriccelli) rischia la torre d’avorio …

    NeGa

  14. Marco Giovenale il 17 novembre 2010 alle 12:30

    (purtroppo) correndo:

    (1) Il campo (solo) percettivo è direi quello “estetico” (aisthesis), dunque non un campo, ma l’ampia non delimitabile area del nostro esperire in generale sullo sfondo di un senso-non-senso occasionato da oggetti particolari (non necessariamente “d’arte”). E tuttavia: un suggerimento in altri thread era: con le scritture di “cambio di paradigma” forse l’attenzione si sposta più fortemente dal “solo” senso-non-senso (e dall’aisthesis) al ‘quid’ sottilissimo o nuvola sdefinita di suggerimenti di fruizione che – ora – alcune scritture immettono (non come informazioni crude, ma come aria di famiglia) nei testi. (Chiedendo al lettore di tracciarle a sua volta sul proprio radar). Si tratta di scritture che non hanno/danno pre-disposta e pre-formata la griglia di lettura che può essere usata per incontrarli. [Se così fosse, queste pagine di MZ sarebbero senz’altro “testo di fondazione”, o “mito”, o “citazione”, o “poesia”. Lo sarebbero, cioè, senza residui. Quei residui che invece – se percepiti – fanno il margine che precisamente è possibile (mica doveroso) godere]

    (2) Anche su un piano “conoscitivo” [che però, ok, potrebbe non esserci; qui a mio parere c’è] questo testo di MZ funziona, a mio avviso: mette in campo pure una storia (della scrittura).

    (3) “Un tipo di scrittura solo procedurale” non è solo quella di Torricelli. Né una scrittura procedurale va senz’altro considerata come sequenza linearmente affrontabile, ma anche come massa, installazione, oggetto complessivo, “cosa” da non gustare (necessariamente) in quanto flusso, semmai puntualmente, per prelievi, o complessivamente, come scultura passibile di “sguardo d’insieme”, come oggetto radiante (invitante per / sollecitante un certo tipo di osservazione, fruizione, percezione di una qualche aria familiare, come già accennato).

    (3) Il termine “erotismo” può avere una sua centralità, nella lettura di alcuni testi. Con quel che segue in termini non solo di “efficacia” in relazione al “godimento del lettore”, ma anche di una qualche (come predeterminabile?) conseguente complessa & non già nota costruzione di strumenti di lettura del mondo, e vita nel mondo, da parte del medesimo lettore.

    (4) https://www.nazioneindiana.com/2010/10/21/cambio-di-paradigma/#comment-142187

  15. Marco Giovenale il 17 novembre 2010 alle 12:54

    correre [mi] fa male alla salute. e alla salute dei commenti. excusez per il raddoppiamento del punto 3, qui sopra
    :-/

  16. gherardo bortolotti il 17 novembre 2010 alle 13:47

    “Se un testo non va misurato anche per la sua efficacia, allora non ci sono differenze tra i testi”

    scusa ma le differenze tra i testi ci sono perché sono testi diversi. e non è una tautologia ma proprio il motore di un godimento basato sulla realtà materiale del testo e non sulla sua rispondenza ad un qualunque metro. e fai bene a sottolineare la questione “visione” come marco a sottolineare quella del “conoscere” perché il godimento è un godimento sul dato, sul significato. però di nuovo: se poni la questione dell’efficacia poni la questione della adeguatezza e ti sposti da una dimensione “erotica” ad una di test, di misura etc. etc.

    tu parli dell’autore come produttore ma forse la metafora che calza di più oggi è quella dell’autore come ordinatore, ipotizzatore. il punto non è produrre del materiale scrittorio, tanto che lo puoi andare a prendere da qualcun altro, ma ipotizzare un ordine. in effetti, mi sembra che letteratura non abbia mai fatto altro.

    ultima cosa: tu parli di letteratura procedurale ma quella di zaffarano non è procedurale. immagino che abbia usato un qualche tipo di procedimento ma il punto non è quello. il sought poem è una forma testuale in cui più di tutto è la motivazione autoriale che viene messa in gioco. anche fino a limiti paradossali se vuoi ma il ruolo dell’autore è un ruolo attivo.

    post-ultima cosa: ti prego, la torre d’avorio… la società di massa è finita, magari potersi permettere ancora di questi problemi ;-)

    ps: scusa rileggendo mi rendo conto di essere stato un po’ brusco/apodittico ma sono di corsa!!!

  17. Alessandro Broggi il 17 novembre 2010 alle 16:11

    michele zaffarano at his best – testo tiratissimo, e idea di letteratura perspicuamente perseguita. esemplare.

  18. […] non solo a me) appaiono tali. Ha ragione solo in un senso banale. Se provo a leggere un testo come L’invenzione della scrittura, di Michele Zaffarano, tutto quello che leggo è immediatamente comprensibile, si parla di cose ed […]



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