MILTON – I PARTE

21 novembre 2010
Pubblicato da

di Franco Buffoni

Grazie alla ricca famiglia in cui nasce, e soprattutto alle cure del padre, uomo di lettere di vastissima cultura, John Milton si trova già nell’infanzia a possedere sofisticati strumenti intellettuali per analizzare il passato classico greco-latino e la grande produzione letteraria umanistica europea del Cinquecento. Non procede in modo altrettanto precoce la sua maturazione umana con l’acquisizione di un sano equilibrio tra mente e sensi. Il giovane letterato si diletta pertanto a teorizzare la purezza delle virtù e degli ideali cristiani, ma contemporaneamente si sente precoce preda di un temperamento sensuale e violento.
L’esperienza matrimoniale, con la fuga della moglie dopo sei settimane, anziché sedare, scatena ulteriormente il conflitto portando alla luce una profonda e radicata misoginia. Il libello che Milton compone a favore della libertà di divorzio ne è chiara testimonianza. Tale libertà, infatti, richiesta persino per “incompatibilità di carattere” (il poeta letteralmente parla di “antipatia”) è a senso unico: solo appannaggio dell’uomo. Per Milton non è nemmeno ipotizzabile che una donna possa avere dei desideri di qualsiasi tipo. Non a caso, certamente, nel suo capolavoro maturo, Paradiso perduto, sarà Eva ad essere pesantemente dipinta in modo negativo; Satana apparirà come un principe e un grande guerriero, pur se spietato e cinico.
Allo scoppio della Guerra Civile (1642-1648) – che vede Oliver Cromwell alla testa delle sue truppe di puritani (Roundheads o Ironsides) opporsi al monarca Carlo I e al suo esercito di Cavaliers (o Royalists) – Milton si schiera con Cromwell contro il cosiddetto “Diritto divino” del re, cioè contro la legittimazione della monarchia assoluta e a favore della repubblica puritana (Commonwealth) voluta da Cromwell. Tale repubblica, che durerà sino al 1659, si trasformerà ben presto in una delle più severe dittature ideologiche che l’Europa abbia mai conosciuto, con forti censure persino sulla scrittura poetica. E Milton – intellettuale organico – sulle prime la appoggia incondizionatamente, in una funzione che oggi verrebbe definita di ministro degli esteri e della cultura. Con la cecità, che sopraggiunge nel 1652, il poeta lascia la vita pubblica e comincia a dettare alla figlia (altra vittima della sua misoginia) i grandi capolavori epici per i quali è oggi universalmente conosciuto.
Già al Manso, in un giovanile soggiorno napoletano, Milton aveva tratteggiato l’impianto della sua grande opera epica. Con la maturità il disegno diventa nettissimo. Narrare in versi solenni (la pentapodia giambica, il cosiddetto blank verse) la necessità per l’uomo di essere umile e obbediente al volere di Dio secondo i dettami del Nuovo Testamento, ma con il vigore e persino la violenza rintracciabili nel Vecchio. Nei termini del poeta stesso: “To justify the ways of God to men” (“Per giustificare i comportamenti di Dio nei confronti degli uomini”).
Così, nel Paradiso perduto, le istanze bibliche costituiscono una sorta di ideologia, che – nel corso dei dodici libri di cui l’opera si compone – viene di continuo riproposta in forma classica, quasi marmorea. I temi fondamentali del Paradiso perduto sono la caduta degli angeli e la conseguente caduta dell’uomo. Ma se nella Bibbia – considerata come testo epico, come suggerisce Northrop Frye – l’eroe è Dio stesso, nell’opera di Milton l’eroe è platealmente Satana.
Se nel Paradiso perduto l’impianto classico è fondamentalmente latino, nelle due opere successive – Paradiso riconquistato e Sansone Agonista – tale impianto diventa greco classico, con la descrizione della riconquista, nella prima opera, del paradiso perduto da parte di Cristo e – nella seconda – del sacrificio di Sansone, che immola la propria esistenza per sconfiggere i nemici della fede. Ma a ben vedere, tanto nel Paradiso perduto quanto nel Sansone, vera e subliminale protagonista è di nuovo la misoginia miltoniana. Adamo e Sansone vengono infatti tentati e sedotti – e quindi subdolamente traditi – da Eva e da Dalila.
Il Paradiso riconquistato, tuttavia, pur se nettamente inferiore sul piano artistico al Paradiso perduto, rivela forse meglio dell’altra opera il secondo insanabile conflitto dell’uomo Milton. Accanto a quello tra purezza di vita e spinta sensuale, infatti, il poeta sempre tentò di conciliare senza mai riuscirvi, l’attrazione per il bello nel senso greco-classico, aristotelico, e la sobrietà puritana che vedeva come peccato ogni compiacimento estetico. E nel Paradiso riconquistato, che sviluppa il motivo del vangelo di Luca (IV, 1-13) della tentazione di Satana a Cristo, tale conflitto è pienamente manifesto: Cristo si vede offerta da Satana niente meno che l’intera Grecia classica, con il suo tesoro di incomparabili bellezze artistiche, filosofiche e letterarie. E puritanamente le rifiuta.

Tag: , , , ,

One Response to MILTON – I PARTE

  1. Gigi Capastìna il 22 novembre 2010 alle 12:39

    Grato per la sintesi; se posso permettermi, suggerisco la lettura di:
    Loretta Valtz Mannucci, “Ideali e classi nella poesia di Milton. la nascita dell’eroe borghese puritano in Paradise lost e in Paradise regained”, Comunità, 1976 Milano.



indiani