Cinesi in Italia: cittadinanza e illegalità

26 novembre 2010
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(c) 2010 Fiorenzo Digifiore, per gentile concessione dell'autore

di Andrea Pia (via Tommaso Facchin)

The Guardian del 17 novembre esce con un bell’articolo sull’immigrazione cinese a Prato. L’autore, John Hopper, descrive il suo ingresso nella Chinatown  cittadina passeggiando lungo via pistoiese: “Dopo la panetteria, al numero 29, L’Italia evapora”. Il trenta per cento dei residenti a Prato e’ di origine cinese (circa 50,000 persone) e  sono quasi 5000 le aziende possedute (2,700 quelle registrate secondo Silvia Pieraccini) da imprenditori cinesi in citta’.

Questo crescente aumento della popolazione cinese a Prato ha causato in passato problemi fra la popolazione italiana, le forze dell’ordine e la comunita’ cinese. Hopper descrive il problema in termini di profitabilita’ economica, interesse politico e rispetto della legge. Gli immigrati cinesi spesso clandestini ricevono paghe ridottissime e lavorano in locali sfacciatamente al disotto degli standard di siucrezza vigenti in Italia. Il gigantesco giro economico (1,8 miliardi di euro sempre secondo Silvia Pieraccini) rimane il larga parte “sommerso” andando cosi’ ad aumentare la capacita’ di reclutamento in Cina e a cronicizzare il fenomeno di una immigrazione per sua natura temporanea ed orientata al guadagno individuale. “Perche’ dovrei integrarmi? Staro’ qui forse per 10 anni in modo da mettere da parte dei soldi in modo da potermeli poi godere in Cina” dice un lavoratore cinese a Hopper. La realta’ pero’, ci ricorda l’autore, e’ ben diversa, dato che il 32% dei neonati pratesi ha madrea cinese.

Penso che l’articolo di Hopper debba farci rifletter su alcuni punti relativi alla situazione degli immigrati (in questo caso cinesi) nel nostro paese. Mi chiedo: e’ ancora possibile ed economicamente vantaggiosomantenere nell’illegalita’ un numero cosi’ grande di lavoratori?
Credo che ci siano alucni buoni motivi per poter sostenere che a) l’attuale sistema di cittadinanza italiana sia uno svantaggio per l’economia del paese e che b) sostenere che l’immigrazione in Italia sia un problema prettamente di legalita’ significa necessariamente ammettere che il problema vero risieda nell’incapacita’ di adottare nella sua interezza il principio di legalita’ sul territorio italiano.

Per quanto riguarda il primo punto: e’ di oggi la notizia che sul quasi milione di minori stranieri residentti in italia,6 su 10 siano nati nel nostro paese. Questo puro fatto statistico comporta che un sempre maggior numero di persone fara’ in un prossimo futuro esperienza dell’iniquità del sistema di cittadinanza italiano basata sulla ius sanguinis, principio per il quale,  in soldoni, la cittadinanza viene passata per via paterna (ed in parte materna) senza essere in alcun modo  legata al paese di nascita (sto approssimando). Con iniqua non intendo che questo sistema possa essere percepito come ingiusto dal sottoscritto ma che questo e’ incompatibile con alcune delle Convenzioni Europee per i Diritti Umani  sottoscritte dal nostro paese (un esempio, la legge italiana discrimina in base al genere violando la Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Womenratificata dallo Stato Italiano il 22 Settembre del 2000).

Senza voler entrare in una questione di merito sulla condotta dello Stato Italiano e sulla adeguatezza del sistema dei diritti umani alla presente situazione della societa’ italiana, rimane pur vero che la mancata possibilita’ per questi giovani figli di immigrati di venir riconosciuti come cittadini italiani, e come giuridicamente pari ai propri concittadini, potra’ avere (e ritengo abbia gia’ ora) diverse ricadute sul piano socio-economico. Spesso infatti il mancato riconoscimento della persona giuridica appartenente ad un individuo puo’ portare anche al suo mancato riconoscimento sociale (per quanto strano possa sembrare). In questo senso l’incapacita’ della societa’ italiana di vedere nei fatti di Rosarno una autentica violazione dei diritti umani, ad esempio, ha impedito  l’emergere di un discorso pubblico che additasse gli errori commessi e riflettesse sulle mancanze del sistema giuridico in vigore nel paese. Lo stesso vale per la Prato “sinizzata”: il semplice fatto che le forze dell’ordine non  riescano a far rispettare le norme sulla sicurezza sul lavoro nelle imprese “cinesi”  indica non tanto che a Prato le forze dell’ordine manchino di fondi adeguati, quanto come, in definitiva,  queste persone non venendo percepite come “italiane” siano trattate con un altro metro di giudizio. Se non c’e’ cittadinanza non ci sono ne’ diritti ne’ doveri.

E finalmente arriviamo alla questione economica. Mi sembra che questa mancanza di attenzione riservata ai cinesi di Prato, che nell’articolo di Hopper si muovono in uno spazio grigio fatto di impunita’ e disinteresse, possa incidere fortemente sulle dinamiche economiche del paese. Primo perche’ il fatturato di molte di queste aziende genera economia “informale”, insicurezza dal punto di vista degli attori economici e infine mancate entrate per l’Erario. Secondariamente perche’ l’impossibilita’ per questi lavoratori migranti di pensarsi giuridicamente “italiani” concorre ad aumentare una concezione temporanea della migrazione che puo’ si’ legittimare comportamenti illeciti ma, ancora peggio, ostacolare chi volesse dal diventare completamente partecipe nella vita sociale e lavorativa della propria regione di residenza . Questa situazione e’ ancora piu’ grave se si pensa alla futura generazione di italiani “misconosciuti”: in che modo potranno pensare di vivere in un paese che chiede loro soldi ma non conferisce loro nessun diritto ad autorappresentarsi?

Questo ci porta al mio secondo e ultimo punto. E’ davvero l’immigrazione un problema di sola legalita’? Se la legge fosse rispettata, e tutte le persone aventi diritto diventassero cittadini Italiani a tutti gli effetti (dopo un po’ di purgatorio s’intende) e i clandestini venissero tutti rimpatriati, avrebbero gli italiani un paese veramente piu’ stabile e sicuro? Ho qualche dubbio. Riconoscere l’incompatibilita’ giuridica dello ius sanguinis con la Carta dei Diritti Umani porterebbe infatti all’Italia qualche problema strutturale in piu’: ora si dovrebbero far rispettare le norme sulla tutela dei lavoratori anche per in nuovi cinesi “italianizzati”; ora si dovrebbero prendere in considerazione nuovi e piu’ flessibili sistemi di welfare; ora una intera serie di argomentazioni ideoligche largamente usate  in politica vedrebbero diminuire la loro efficacia; ora si dovrebbe riflettere seriamente sul sistema di rappresentazione democratica e sui gruppi che questo tende ad escludere. Forse, in definitiva, lo ius sanguinis conviene perche’ risparmia agli italiani tanto lavoro su se stessi e sulla propria identita’. Ovviamente questi sono problemi che non riguardano solamente il nostro paese e spesso sono legati a traiettorie economiche di lungo corso. Migranti del resto lo siamo tutti nell’arco della nostra vita e spesso ci e’ piu’ facile non “integrarci”, evitando cosi’ ulteriori doveri.

Un aneddoto: Mark e’ un amico di lontane origini Italiane. Dopo un’avventuroso viaggio in Basilicata fatto di tante cene in case di sconosciuti e molte notti passate in polverosi archivii sembra aver tutte le carte per provare di essere cittadino Italiano. Alcuni parenti a Potenza emigrarono negli stati Uniti intorno agli anni 80 del XIX secolo. Mark e’ sulla buona strada per ottenere la cittadinanza e con essa il passaporto italiano che grazie a Schengen gli permettera’ di viaggiare in Europa finalmente senza visti e burocrazia schiumante. Secondo voi Mark e’ piu’ italiano di un ragazzo di Prato nato da genitori cinesi? Che differenza c’e’ fra una cittadinanza di “carta” e una di “vita”?

Fotografia di Fiorenzo “Digifiore” 2010 tutti i diritti riservati – per gentile concessione dell’autore

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4 Responses to Cinesi in Italia: cittadinanza e illegalità

  1. Larry Massino il 26 novembre 2010 alle 12:13

    Prima di tutto le cifre sono un poco ingigantite. Trattandosi di giornalismo è normale, ma ne soffre la credibilità dell’intero articolo (dell’inglese del guardian). 50.000 sono troppi. E troppo alta è la cifra 1,8 miliardi: ne risulterebbe che nella comunità cinese il PIL procapite è circa 36.000 euro contro i 25.000 della media italiana. Sarebbero strepitosi e bisognerebbe imitarli, se davvero fosse così. Ma non è. resta il fatto che i cinesi a Prato niente hanno tolto, facendo principalmente confezione che a Prato non si faceva. Ma hanno portato ricchezza, perché comprano o affittano case e magazzini a prezzi esosi, comprano attività commerciali bollite, comprano auto, fanno la spesa, pagano i servizi, vanno al bar ecc

    Lo dico a ragione veduta, perché in Prato c’ero, quando è cominciato il fenomeno, e nessuno ha mosso un dito per governarlo. In Prato, nella culturalissima Prato, mentre il sonno della ragione generava mostre, si è usato l’invasione cinese per sostenere indirettamente il tracollo economico del prima ricchissimo comparto tessile, il cui sistema produttivo non aveva più nulla da dire, né da dare. L’invasione cinese è stata programmata e fa parte della decadenza del comparto manifatturiero italiano, che può resistere solo in ambiti dove il contenuto ricerca e idee sarà molto alto, o in forme semilegali, come avviene per esempio in Campania, dove si confeziona gran parte del pret a porter italiano in fatiscenti laboratori che per restare competitivi sfruttano a più non posso gli italiani stessi, come si è visto in varie inchieste anche di Gabanelli o Iacona.

    La questione identità. L’identità agli immigrati viene negata o ostacolata per andare incontro alla disperazione della povera gente, che dovrà farsi una ragione della propria rovina, in Prato e altrove. Si tratta di tanta gente nata nelle città invase che ora si trova in difficoltà. Per questo ora si fa finta di reprimere. L’identità e la legalità, come questioni politiche, vengono date in pasto alla povera gente perché si possa gonfiare il petto, nello steso momento in cui si sta facendo una ragione del fatto che non serve più a niente. Non c’entra nulla con le questioni vere. I cinesi il diritto di fare economia in occidente lo stanno comprando in quanto creditori dell’occidente stesso, del quale debito pubblico detengono una grossa fetta. Lo stesso faranno gli arabi o chi altro. Sempre la povera gente ci rimetterà, perché magari per far posto a immigrazione ” trattata diplomaticamente sottobanco ” respingeremo i profughi da guerre, le donne e i bambini, che invece il diritto che ci siamo dati ci imporrebbe di accogliere.

  2. robertobugliani il 26 novembre 2010 alle 15:00

    I soliti due pesi e due misure. Constato che mentre i Maroni & C. fanno i bulli con respingimenti, espulsioni, rimpatri di clandestini dei paesi vicini, con accordi mediatici con la Libia e quant’altro, trasformando il Mediterraneo nel più grande cimitero d’Europa, l'”altra” emigrazione, quella cinese poniamo, che arriva con il biglietto aereo e il visto turistico temporaneo anziché sulle carrette del mare, viene passata sotto silenzio, ignorata. Forse che non è conveniente far arrabbiare la Cina? O costerebbe troppo il biglietto aereo di rimpatrio? E allora il capro espiatorio resta solo l’africano.

  3. Matteo ciucci il 26 novembre 2010 alle 18:12

    Interessante il commento di Larry. Ho letto il libro di Nesi e devo dire, preferisco l’autore allo scrittore. Da italiano emigrato nella Germania del boom e della crisi, ma soprattutto del fallimento dell’integrazione – cito la Merkel – mi domando nel caso di Prato se un problema di discriminazione razziale o uno di rapporti economici fra comunita’ locali e fra stati nazionali chiaramente sbilanciato ogni volta in favore del piu’ grande possa essere risolto a colpi di cittadinanza in uno stato debole come quello italiano, che sostanzialmente fatica a dare garanzie o ammortizzatori sociali persino ai suoi cittadini. I quali devono rifarsi in larga parte sulle famiglie, in uno scaricabarile che non sembra aver vinti ne’ fine. Cinesi o venusiani o persino italiani, sarebbe il caso che il lavoro in condizioni dignitose tornasse ad essere un diritto.

  4. Larry Massino il 30 novembre 2010 alle 09:33

    @matteo ciucci

    grazie per il complimento fatto a mano. edoardo nesi è componente di una nota famiglia industriale che aveva le fabbriche a non più di 50 metri da casa mia, appartiene alla rive droite del fiume bisance, come il suo amico sandro veronesi, figlio di un noto professionista. da bambini, a giocare per strada quelli come loro non ci venivano mai, per questo certe cose non le possono capire a fondo. Nesi fa parte direi per lignaggio di quelli che decidono le cose in una città, anche se fanno finta di non avere nessun potere. ora non a caso fa l’assessore in provincia (davvero!), magari in attesa di diventare un buon candidato a cariche più importanti – per conto dei partiti di sinistra! -, cariche che naturalmente gli spettano, così come al suo amico suddetto, che pure si è ritirato in prato.

    la mia impressione è che l’arrivo dei cinesi in città è stato pilotato, perché si poteva fermare in un attimo, semplicemente con una decisione urbanistica che sarebbe andata bene a tutti, quella di requisire a prezzo catastale i capannoni lasciati vuoti dalle vecchie industrie e dai vecchi laboratori, o creare un vincolo di demolizione di metri cubi per ogni metro cubo da costruire, come si fa nelle città dove si è costruito troppo. pensi che a un certo punto, primi anni ’90, i capannoni in centro non avevano più valore, si vendevano a cifre irrisorie, tra le 100 e le 200.000 lire al metro quadro, o si affittavano a prezzi bassissimi, ma non ai cinesi, che pagavano anche dieci volte tanto, arricchendo di nuovo i già ricchi o benestanti. insomma, non si è voluto in nessun modo regolare il flusso immigratorio, tanto da far immaginare esperimenti di ingegneria sociale, tutti a danno degli autoctoni più poveri, che per ora si sono limitati ad eleggere un sindaco di centrodestra, un industriale in via di fallimento, in una città dove il vecchio partito comunista era arrivato a prendere più del 60% dei voti. mi fermo qui, ma su questo tema potrei scriverci un’intera romanzeria. forse non è ancora il momento.



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