La vicina

1 dicembre 2010
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Questa vicina è una vecchia, ha tutto quel che, sul viso, nei modi, nell’indolenza maligna, malfidente, nell’insistenza dello sguardo, lanciato da dietro le sbarre del suo cancello, la rende vecchia, il mutismo, l’asciuttezza del corpo, quasi fosse bidimensionale, una sagoma di cartone, i capelli corti e slavati, non grigi ma bianchi, non le occhiaie ma le borse, ossia dei rigonfiamenti lividi sotto gli occhi, la vecchia di cui non so nulla, tranne che è vecchia, e che si comporta in modo totalmente adeguato alla vecchiaia, senza illusioni, compiacenze, slanci, ma secchezza e sorveglianza, perché quasi sempre, se è visibile, compare nella medesima posa, appoggiata come un’ergastolana alle sbarre del suo cancello, con i gomiti che sporgono, lo sguardo fisso su di me, sul lato opposto della strada, che esco, che tento di estrarmi dalla porticina del giardino, che raschia per terra, traballa, chiude male, cosicché io, uscendo, sono quasi certo di trovarla al suo posto, la sentinella, con tutta la sua vecchiaia ostile, e nel migliore dei casi solo ostinata e muta, che mi fissa, e allora io ricambio lo sguardo, mi rendo indagatore, poliziesco, ottuso, a volte mi sorge l’idea astrusa di attraversare la strada, e di domandarle i documenti, sostenendo che si tratta di un normale controllo di polizia, dal momento che io stesso, nonostante lei non l’abbia mai sospettato, date le mie abitudini di vita apparentemente disordinate, sono un poliziotto, e per questo stesso motivo mi sento legittimato, e persino obbligato a interrogarla, a chiederle da quanti anni è diventata vecchia, e per quanti anni ancora pensa di perseverare in questa sua commedia acida della vecchiaia, non sarebbe forse ora di smetterla, essere vecchi va bene, ma uno può anche riparare in casa, nel proprio soggiorno, tirare le tende e appisolarsi sulla poltrona più comoda…

Ma poi rinuncio al mio piano, mi dirigo alla macchina, e qui compio alcuni gesti automatici, all’incirca sempre gli stessi, mi tolgo il borsello che ho a tracolla, cercando di non rimanere impigliato nel cordoncino, o di non agganciare con quest’ultimo il freno a mano, cerco la cintura di sicurezza, infilo la chiave di avviamento nel comparto apposito, sblocco lo sterzo, e guardando nello specchietto retrovisore a lato non posso ignorare che la vecchia è sempre al suo posto, quindi mi sporgo verso di lei, osservandola dal finestrino che si trova dal lato opposto al conducente, ma la vecchia ha cessato di fissarmi, sovrana, altezzosa, si è messa di colpo a scrutare altrove, come se il mio caso non l’avesse mai interessata, ma sappiamo entrambi che non è vero, che tutto ciò fa parte di un diversivo, io so bene che le interesso, sono ancora troppo giovane per non interessarla, lei sa bene che i giovani, a maggior ragione quando non sono più giovanissimi, ma ormai quarantenni, riservano sorprese: possono impazzire, tornare a casa con un braccio rotto, venir aggrediti per la strada da uomini incappucciati, possono essere perseguitati da una donna, che li attende sempre all’uscita, pronta da urlare contro di loro alla minima reazione, anche la più calma e affettuosa, la vecchia non può fingere che io non lo sappia, mentre lei aspetta di morire, e con pazienza vaga nei recessi della sua vecchiaia, cerca con una certa serena costanza il mio punto di squilibrio, vuole vedermi cadere fuori, strisciare sulla soglia, vuole delle mie urla, del pianto, una barba lunga, un’ambulanza davanti a casa, una sbornia violenta, con aggressione, o infrazione grave del vivere civile, come il lancio di sassi contro le finestre del vicino. Io so bene quel che lei si aspetta da me. Non ha tutti i torti, d’altra parte, questa vecchia, vuole che io sia all’altezza della mia non più recentissima giovinezza, vorrebbe almeno vedermi in fuga, spaventato, confuso. Tutto ciò sta già accadendo, ma io cavalco gli spaventi con grande noncuranza, affinché lei, quando io esco sul marciapiede, non ne sorprenda nel mio sguardo alcuna traccia, e così pure la confusione, è qualcosa che mi sono abituato a sospendere, come una partita di gruppo che malgrado la frenesia s’interrompe al fischio dell’arbitro, almeno per qualche istante, così accade del mio stato mentale, quando devo espormi alla sua ispezione visiva, anche da lontano, per questo salgo in automobile, o mi dirigo lungo il marciapiede, con una straordinaria presenza di spirito, senza esitare, o sbandare, o poggiare la fronte contro i tronchi dei castagni che crescono lungo la carreggiata. E pure avendo una concreta, urgente, improcrastinabile necessità di correre, di far perdere le mie tracce, di sfuggire alle grinfie di persone per me grandemente pericolose, benché insomma sia nei miei interessi smetterla completamente di pensare ad altro che alla corsa, affinché mi rimanga una qualche flebile speranza di uscirne indenne, dal momento che tutto intorno a me sta precipitando, io nonostante ciò non corro, anzi indugio sull’uscio del giardino, come a cercare un possibile motivo per tornare indietro, mi sembra l’unico modo questo, pur avendo conseguenze catastrofiche sulla mia vita futura, per non soddisfare queste sue brame da vecchia, brame che sebbene siano naturali, in qualche modo automatiche, meccaniche, ferree come leggi di natura, nel contempo non vanno, per nessun motivo, assecondate. Questa è una delle mie quotidiane battaglie. Forse la meno politica, la meno gloriosa, ma certo la più difficile, e io giorno per giorno, a fronte alta, la porto avanti.

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26 Responses to La vicina

  1. véronique vergé il 1 dicembre 2010 alle 11:48

    Un crudele racconto, nel centro l’occhio spione della vicina, ma anche del narratore. Paura ancestrale della vecchia, della pelle rinsecchita in un cuore rinsecchito. Un testo sublime nel ritmo, nella sonorità.
    Ma non vedo la vecchiaia al femminile con questa acidità. Con il tempo vedo la bellezza delle donne nelle vecchiaia, a volte la luce d’infanzia attraversa gli occhi, si parla del coloro svagato degli occhi, ma ho visto occhi nucciole, neri, verdi non hanno dimenticato la chiarezza di una giornata estiva. Una donna alla finestra con il vento nei capelli saluta un’amica. E’ ancora graziosa con il rossetto o gli orecchine.
    Mi piacerebbe leggere un giorno un testo sulla bellezza delle anziane.

  2. Milena il 1 dicembre 2010 alle 13:43

    “… non sarebbe forse ora di smetterla, essere vecchi va bene, ma uno può anche riparare in casa, nel proprio soggiorno, tirare le tende e appisolarsi sulla poltrona più comoda”.

    Uno spazio visivo di una finestra sul mondo è uno spazio vitale che ha diritto di essere vissuto tanto come il mio ed il tuo.

    Potrebbe non avere un soggiorno oltre quella tenda, potrebbe non avere una poltrona oltre quella tenda, potrebbe vedere solo la morte se seduta comodamente su una potrona … oltre quella tenda.

    Sempre più spesso guardo i vecchi camminare, incrociare i miei passi, attraversare la strada o aspettare il proprio turno. Ne provo un’immensa vicinanza e tenerezza al pensiero che all’altro capo dello Stivaletto i miei fra non moltissimo potrebbero essere uno di loro. Mi viene normale portare sommo rispetto perchè in loro vedo quello che dei miei vedrò fra un paio d’anni.

    Il brano è comunque molto bello nel suo gusto amaro.

  3. andrea inglese il 1 dicembre 2010 alle 14:14

    care véronique e milena,

    la letteratura (con tutto il minuscolo che ci vogliamo mettere) come la intendo poco o nulla c’entra con il politicamente corretto, e anche con la difesa esplicita dei valori (rispetto della vecchiaia, ecc.)…
    né vuole essere mero riflesso di una realtà – ad esempio lo stato d’animo dell’autore nei confronti della sua anziana vicina –
    io, in questo testo come in altri, lavoro sui vertiginosi impliciti di cui sono costituite anche le situazioni sociali più semplici; poco importa che questi impliciti costituiscano un alone più immaginario che fattuale; essi disegnano lo spazio quasi invisibile delle nostre possibilità, sono la memoria della specie, o i suoi incubi

    il conflitto tra i vecchi e i giovani esiste, ha costituito per secoli il tema della commedia, dai greci in poi…
    il controllo sociale (sull’inquilino del terzo piano) esiste, tema inesauribile anche questo…
    la paranoia, è un magnifico e tremendo meccanismo che governa le relazioni tra i popoli, figuriamoci tra gli individui…
    tutto questo è materiale altamente asociale o conflittuale od osceno, ed è proprio per questo che forse puo’ trovare nella scrittura una sua forma di riconoscimento insieme ironico e pietoso.

  4. Milena il 1 dicembre 2010 alle 18:24

    Caro Andrea,

    il mio commento è stato solo un pensiero ad alta voce alla lettura del tuo testo.

    Ho inteso perfettamente il senso del tuo lavoro, che comprendo a pieno nel mio piccolo e che ammiro molto.

    Il bello della letteratura è proprio questo: aprire una piccola voragine nel lettore coinvolto e produrre una reazione inconsulta che magari istantaneamente lega visioni personali, emozioni personali, sensazioni personali apparentemente slegate dalle parole lette o legate per qualche tangente diversa, forse nascosta, forse troppo intima.

    Insomma, mi è partita la penna senza alcun giudizio morale/critico al tuo brano … una delle mie emorragie emozionali di cui ti sono grata in una giornata buia e nevosa.

    M

  5. charles il 1 dicembre 2010 alle 18:41

    eppure, come quello sui dinosauri,
    testo rivelatore di un non so che di meschino.
    comunque ben scritto

  6. Ares il 1 dicembre 2010 alle 19:27

    Anch’io ho una vicina di casa vecchia, impicciona, e sempre appostata dietro le imposte; secondo me osserva che il piccolo condominio di giovani precari mattutini in cui vivo si svuoti, per mettere a palla i dischi in vinile di Mario Merola e Gino Latilla. ^__^

  7. véronique vergé il 2 dicembre 2010 alle 10:20

    Caro Andrea ,

    L’ho ben capito… La letteratura è una manera di afferrare l’ombra in noi, la follia quotidiana, ben nascosta: la paura degli altri, il sentimento di un pericolo tramite l’occhio in spioncino.
    Volevo dire che inventando un racconto, avrei un altra manera di scrivere
    su la vecchiaia, non per un ragione di politicamente corretto, ma perché sento in me il desiderio di descrivere una donna ancora bella, quando la bellezza si accende negli occhi, in un sorriso, quando la bellezza trascura gli anni.
    Per il resto ammiro lo stile, una prosa chiara, limpida.

  8. Mom il 2 dicembre 2010 alle 15:05

    Ne va in questo pezzo di Inglese come di certi passi di Bernhard: non sai mai se sorridere o disperarti.

  9. andrea inglese il 2 dicembre 2010 alle 19:54

    a charles,

    i testi di un autore sono sempre un po’ anche dei suoi test psicologici; un altro lettore, molto addentro nella psicobiografia come lei, vi ha colto anche un non so che di ladresco e subdolo.

  10. charles il 2 dicembre 2010 alle 20:26

    fermo restando il carattere non proprio positivo della mia personale impressione
    intendevo qualcosa di diverso
    e comunque non offenderla
    ha evocato certi personaggi gogoliani

  11. andrea inglese il 2 dicembre 2010 alle 22:43

    mi scusi charles, ho malinteso il suo commento; è che tante volte ho visto, nei commenti, confondere l’autore reale con la voce narrante, ossia quello che dice “io” in un testo… e ciò mi diverte sempre molto come quello spettatore che irrompe sul palco per salvare ofelia dall’annegamento.

  12. Anna Maria Papi il 3 dicembre 2010 alle 01:10

    Leggendo il racconto di A.I.,si intuisce dal linguaggio dello spiato,che lui è inserito nell’attualita di oggi,una concretezza quasi in progress con l’impatto della vita piena. Mentre dalla lettura,la spiante potrebbe apparire racchiusa in un fermo immagine senzsa più progress, un all passion spent inconscio e rassegnato dalle convenzioni emarginanti della quinta età,e subite e accettate.Però questo è il punto di vista dello spiato.E lui non lascia margine ad una diversa probabilità di lettura.
    Ora: come si può dare letture diverse nello dscrivere sui caratteri dei personaggi? Esiste questa doppia lente?

  13. Anna Maria Papi il 3 dicembre 2010 alle 01:29

    Mi scuso,volevo dire:
    Perchè è cos’ì difficile in prosa lasciare aperto il punto di probabile vista di due personaggi anche ovviamente scontati, senza lasciare aperta una seconda interpretazione,come ad esempio fa il cinema?
    Mi chiedo se il modo di raccontare del nostro linguaggio che oggi non è aggiornato mai ai nostri tempi,ci toglie questa tridimensionalità di interpretazioni multiple.

  14. andrea inglese il 3 dicembre 2010 alle 10:42

    Cara Anna Maria,
    giustissime le sue osservazioni. In effetti, questo testo, che fa parte di un progetto di scrittura in corso, non è ascrivibile al genere romanzesco. Scivolare attraverso le menti di diversi presonaggi presi in una situazione è appunto il proprio e la forza del romanzo. Se vi è un punto d’intersezione tra queste mie prose e il romanzo può esserci con certi autori idiosincratici, che plasmano il mondo ad immagine e somoglianza di una loro voce narrante: Miller, Calaferte, Céline, il citato Bernhard, ecc. per fare nomi illustrissimi.

    E’ chiaro che si tratta di una scelta, e che questa scelta comporta una riduzione di “dimensioni” narrative, una riduzione di ottiche. Ma nello stesso tempo, questa almeno è la mia scommessa, io lavoro in profondità a partire da una sola ottica, e cerco di includere in essa anche quegli aloni di possibilità che in molti romanzi contemporanei sono assenti, in quanto essi favoriscono sì la pluralità di ottiche, ma escludendo tutto ciò che non rientra in una certa verosimiglianza di situazioni.

  15. maria il 3 dicembre 2010 alle 11:00

    @ annamaria papi

    ma la doppia lente esiste , si può anche pensare che lo spiato nella vecchia, che magari guarda lui come altri, proprio nel modo curioso ma forse innocente in cui fanno le vecchie stando alla finestra, nella mia piazza ce ne sono molte, veda la fine delle illusioni e dell’impulso vitale, provando angoscia per il tempo che passa e anche per la morte.
    Quell’uomo mi dà l’idea di una grande infelicità.

    In ogni modo per me il racconto è bello.

  16. effeffe il 3 dicembre 2010 alle 12:17

    ottime le osservazioni dell’AP e quelle a seguire dell’Iglès. Su un punto però non sono d’accordo, ovvero sulla dichiarazione d’intenti che fa andrea sulla non invasione di campo – narrazione tot court da una parte, unifocale e univoca e dall’altra quella romanesque, polifonica. Questi appunti a me ricordano invece certe flaneries proprie ad una certa sensibilità. penso soprattutto al Walter Benjamin dei Passages, o ad alcuni momenti di minima moralia di Adorno o Horkheimer. Insomma a me sembra che siano domiciliati all’Hotel Abgrund, cambiando però camera di volta in volta. Dei narratori italiani penso soprattutto al nostro Giacomo Sartori, per esempio.
    effeffe
    ps
    una nota personale. cazzo andrea, però pure tu trattare così la tua vicina davanti alla cui casa avevamo parcheggiato il furgone del trasloco per tre giorni oscurandole perfino la vista del sole!!!

  17. véronique vergé il 3 dicembre 2010 alle 14:54

    E se guardare per la finestra fosse uno slancio per la vita, chinarsi verso il geranio sul balcone, sentire se il tempo va alla pioggia o alla schiarita, vedere l’amica attraversare la strada, salutare? Trovo nelle vecchie un appagamento della vita, forse si vive la vicinanza della morte come cose semplice, fragile, in un ritorno ai fiori, alla natura. Penso che il cliché si deve essere transformato.
    Ho bellissimi ricordi della nonna materna sempre a cantare, a coltivare i fiori, era molto bella. Non di una bellezza trascinando il desiderio, ma nel volto delicato si rifleteva la sua eleganza. Credo che gli scrittori non hanno quasi mai dipinto la bellezza delle vecchie, perché sono tornati verso il desiderio maschile di sessualità. Credo invece che una donna anziana è ancora femminile.
    Non credo a una vecchiaia malentazionata. Amo lo stile di Andrea Inglese, ma il suo narratore mi dispiace…
    Forse perché sono una donna vicina alla vecchiaia, e che nonstante gli anni, ho ancora slancio nel cuore, giovinezza. Trovo un appagamento al desiderio, non mi interessa, ma mi piace ancore vedermi nello specchio.

  18. Anna Maria Papi il 3 dicembre 2010 alle 19:40

    Caro Andrea Ingles:il tuo pezzo nel suo generebello mi ha subito suggerito questa domanda:Perchè oggi noi viviamo multidimensionalmente,parliamo de visu quadridim., mandiamo sms tridim.,parliamo tri e bi al telefono,ma scriviamo inesorabilmente in maniera unidimensionale? Che sia cronaca,saggio,racconto,romanzo. Una dicotomia tra vita e scritrto. Nell’8oo,ad es.,non c’era.Cosa si deve,si può, si inventa, per adeguare vita a scrittura e viceversa?Ti giro la domanda. a te ed agli amici di N.I.
    ( Chiaro,la nostra lingua barocca,ampollosa, non aiuta…)

  19. andrea inglese il 3 dicembre 2010 alle 20:12

    a Véronique, che scrive:
    “Forse perché sono una donna vicina alla vecchiaia, e che nonstante gli anni, ho ancora slancio nel cuore, giovinezza. Trovo un appagamento al desiderio, non mi interessa, ma mi piace ancore vedermi nello specchio.”
    Ahoo! Ma Véronique, di chi stai parlando? Di tua nonna?! Oppure la Véronique che ho conosciuto io era la tua sorella minore, che hai mandato in Italia sotto falso nome. C’est quoi ce délire de vieillesse, mon amie?

    Poi, una cosa sui vecchi. Allora io sui vecchi sono molto documentato. Li conosco da vicino. Ho faldoni interi sulla tremenda cattiveria ed energia tirannica che può scaturire dai vecchi. Poi ci sono anche quelli buoni. Ma a me interessano di meno. Io sono particolarmente affezionato a quelli più cattivi.

  20. andrea inglese il 3 dicembre 2010 alle 20:33

    Cara Anna Maria,

    attenzione: scrivere sms, mandare fax, parlare in videoconferenza, ascoltare l’ipod mentre parli con qualcuno, ecc. ecc. non mi sembra di per sé indice di multidimensionalità… è banale dirlo, ma moltiplicare i canali comunicativi non dice nulla sulla complessità del messaggio inviato od espresso…

    la tua osservazione, sull’interesse di una duplice ottica narrativa, è del tutto pertinente, ma come ti ho spiegato non è ciò che mi interessa e non credo che ciò implichi un sacrificio della complessità; inoltre l’uso di diverse ottiche a seconda dei personaggi è una tecnica di per sé assolutamente classica, dal romanzo realista ottocentesco fino ad oggi. Quindi di per sé il suo uso mi dice poco sulla capacità o meno della scrittura di cogliere la multidimensionalità dell’esperienza umana.

    Credo che

  21. Anna Maria Papi il 3 dicembre 2010 alle 21:08

    Andrea,forse non ci siamo del tutto capiti. Intanto grazie per le delucidazioni sul tuo programma di scrittura in questo caso.
    Chiaro che certi modi di relazionarsi fanno parte SOLO del quotiudiano nelle sue forme più immediate che niente hanno a che fare con la scrittura.
    mA è ANCHE VERO CHE OGGI NON SAPPIAMO RIPORTARE IN SCRITTURA IL VELOCISMO CON CUI CI MUOVIAMO e che ha le sue valenze emotive che l’alfabeto composto in parole dovrebbe saper raccontare.
    Cioè,nel tuo caso vedi tuo pezzo: Il tuo modo di scrivere in questo pezzo colloca sia lui che lei,la casa, l’auto etc etc in un paesaggio di come mninimo 50,40 anni fa. Era questo il tuo scopo, o se non lo era ti ha tradito il tuo modo di maneggiare le parole? Non riguardas questo solo te. Riguarda tutti quelli che scrivono.Ecco il (mio) problema.

  22. andrea inglese il 3 dicembre 2010 alle 23:34

    “Il tuo modo di scrivere in questo pezzo colloca sia lui che lei,la casa, l’auto etc etc in un paesaggio di come mninimo 50,40 anni fa.”

    ???

    Qui Anna Maria mi sono perso. Non capisco di che stai parlando. Non è mica un pezzo del venerdì di Repubblica il mio, ossia un pezzo sull’ultima moda in fatto di automobili, vicinato, e vecchiette, o sui paesaggi metropolitani dell’ultima ora…

    Comunque a me non interessa “riportare in scrittura il velocismo in cui ci muoviamo”, qualunque cosa questo voglia dire.

  23. Anna Maria Papi il 4 dicembre 2010 alle 02:03

    Bè Andrea mi so pèrsa anch’io nello spiegare.Scusami. Le mie divagazioni sulla scrittura–partite dal tuo pezzo–sono andate oltre e non riguardano più te e la bifocalità di una situazione ma il modo di scrivere in generale oggi, e il modo con cui il lettore riceve questo scrivere. Il lettore di adesso tende a volersi immaginare il copione aderente al costume( epoca) in cui in svolge l’azione. Se la sceneggiatura-copione usa uno stile diverso,non si raccapezza e tende a evitare di proseguire a leggere. Il lettore non è scrittore,critico,ne ha la voglia,i parametri, i confronti e la pazienza di spiegarsi il perchè. Di qui questa problematica di trovare un linguaggio che sia oggettivamente aderente all’azione. L’ambientazione del sociale è sempre primaria o la letteratura ha corsie puriste differenziate?Ecco il MIO problema. Che esula dal tuo pezzo e su cui ti chiedeevo lumi.( Che cavolo c’entra L’ULTIMA MODA IN FATTO DI VECCHIETTE ETC.?)

  24. Mom il 4 dicembre 2010 alle 15:31

    Inglese perseveri nel non far raccapezzare il lettore. Che è uno dei motivi che spinge un buon lettore a perseverare nella lettura.

  25. véronique vergé il 6 dicembre 2010 alle 08:52

    Ciao Andrea,

    Ho scoperto solo sta mattina il tuo commento gentile, come sempre. Credo che abbia ragione sul lato interessante della letteratura su i cattivi, il male direi banale o più crudele, perché questo crea scossa,trambusto in noi. lo scrittore sa estirpare il dolore, la colera, la diffidenza, tutto che ha stanza in una parte di noi. Solo che nella mia esperienza e con gli anni, mi colpisce la fragilità dell’essere umano, il sentimento che siamo sempre sul filo, il bisogno di tenerezza, e forse il vecchio tirranico si agrappa alla vita con colera, perché è fragile, e sempre nel più colerico o gretto si puo intravedere un bagliore d’infanzia. Ho avuto la fortuna di avere nella mi famiglia una nonna che suonava il piano e quando non ha potuto con l’artrosa, cantava, si occupava con i fiori, aveva una vera eleganza. Leggeva, ascoltava la musica, guradava la natura. Ho sempre avuto esempi di anziani vincolati alla natura con una vera tranquillità.

  26. maria il 6 dicembre 2010 alle 10:43

    il sentimento che siamo sempre sul filo, il bisogno di tenerezza, e forse il vecchio tirranico si agrappa alla vita con colera, perché è fragile, e sempre
    nel più colerico o gretto si puo intravedere un bagliore d’infanzia. Veronique

    maria
    queste parole sono molto belle, anch’io penso che la vecchiaia si ricolleghi all’infanzia



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