Inverni straordinari (seconda parte)

21 dicembre 2010
Pubblicato da

La prima parte si può leggere qui.

di Francesca Matteoni

un uomo di neve

Occorre avere una mente invernale
per apprezzare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve;

E aver avuto freddo tanto tempo
per scorgere i ginepri irti di ghiaccio,
gli abeti scabri nel brillio distante

del sole di gennaio; e non pensare
a un dolore nel suono del vento,
nel suono di queste poche foglie,

che è il suono della terra
piena dello stesso vento
che soffia nello stesso luogo spoglio

per chi ascolta, chi ascolta nella neve,
e, un niente lui stesso, osserva
il niente che non c’è e il niente che è.


“Una mente invernale” è ciò che richiede la poesia di Wallace Stevens, il cui protagonista è lo snowman, l’uomo di neve: la figura che avanza e contempla, si confonde con il pupazzo dagli occhi-carbone e il sorriso di semi di mela, che ha vita breve e teme più di tutto il calore del giorno. Questo inverno e chi lo abita è un niente, una possibilità: l’orizzonte invisibile, dove l’occhio si esaurisce. Che cos’è esattamente questa mente invernale? Un senso infantile e saggio, vecchio e appena nato. La mente che osserva il punto estremo dell’anno, il suo mattino aspro e il suo ruotare verso la luce. Mi sono chiesta a lungo cosa fosse quel dolore nel vento. La paura che fanno i rami nudi quando sbattono e quello che sembra quasi un gemito, per l’abitudine del tutto umana di attribuire alla natura un sentimento. Penso allora al terzo dei Sogni di Kurosawa, in cui la bufera di neve diventa una fata crudele che ostacola il percorso dei quattro uomini. È una lotta contro se stessi a cui si dà forma, un prender coscienza che nessun luogo ci ascolta o nemmeno ci è volontariamente avverso, ma siamo noi piuttosto ad ascoltare un’eco, intuire un suono – siamo noi a rendere accogliente il poco spazio in cui abitiamo. Il dolore è quest’assoluta solitudine delle illusioni, ma è proprio quando si fa spoglio, scabro, il bambino si affila nel passare del tempo, che si può imparare a non esserne sopraffatti, a volgerlo in strumento per misurare i sogni, le possibilità, la certezza che prima che tutto abbia un termine, c’è una strada da scavare nel nevaio dove niente va perduto. Un precario uomo di neve che sta fra l’indifferenza del mondo e la mano che lo modella. La sua durata è quella dell’infanzia – così meravigliosa, quanto effimera. Lo snowman è allora quello dell’omonimo libro di Raymond Briggs, un libro fatto solo di immagini (da cui è poi stato tratto un film d’animazione), che ha per protagonista un pupazzo di neve e il bambino che l’ha costruito. Allo scoccare della mezzanotte il pupazzo prende vita e il bambino, troppo eccitato dalla sua creazione e dalla neve per dormire, lo vede dalla finestra ed esce a fare la sua conoscenza. Iniziano così le loro peripezie notturne, un altro momento speciale, in cui tutti dormono e l’inanimato si sveglia – il sonno inverte l’ordine vitale, come una sorta di magia. Un adulto penserà che non c’è niente di eccezionale: pagine e pagine di letteratura fantastica e fiaba popolare mostrano come sia sempre la notte il momento degli incantesimi e dell’impossibile. Ma un bambino, senza il bisogno di troppi saperi libreschi, ne avrà una comprensione diversa e più profonda – si ricorderà forse di quelle notti in cui ha cercato di restare sveglio più a lungo dei genitori e degli adulti nella casa, per esplorare la notte. Mi ricorderò io, tornando a quel tempo per me incomparabile a nient’altro possa vivere, del piano segreto tra cugini, per aprire la porta e scendere le scale nell’oscurità, e poi aspettare di vedere al buio come i gatti e i gufi, sapere finalmente che avevamo ragione noi, che la notte non è affatto “vuota”, che il mondo si rovescia e cambiano perfino le parole per raccontarlo.
Il bambino e l’amico di neve fanno visita alla casa con le sue stanze, gli elettrodomestici, i vestiti, i trucchi – tutto è nuovo e bizzarro; si avventurano fuori, a cavallo di una vecchia motocicletta e infine è il pupazzo a mostrare qualcosa di inatteso al bambino: prendendolo per mano si alzano in volo, verso il polo nord. Prima dell’alba si salutano, con la promessa forse di rivedersi presto, il bambino torna a dormire, ma al risveglio non c’è che un mucchio di neve sciolta dal sole dove stava l’amico. La tristezza del ragazzo è incomunicabile – come potrebbe spiegare ai genitori ciò che è accaduto e ciò che ora gli manca? Con quale organo noi avvertiamo un’assenza del tutto naturale eppure inspiegabile? Non sono più quello che ero. I miei occhi emergono nel mattino di sempre, un mattino che di me non tiene conto, ma lo sguardo è una lacuna, quasi indolore, di cui tuttavia non mi capacito. Nella tasca della vestaglia il ragazzo ha una sciarpa, dono di Father Christmas, il Babbo Natale allegro e rubicondo che hanno incontrato alla fine del viaggio volante verso l’artico. L’esperienza raggiunge il suo compimento – è diventata ricordo. In quell’inverno è insita tutta l’attesa dell’infanzia e l’improvvisa presenza del corpo adulto, mortale. È una sorta di tensione negativa – accusare, senza rimuoverla, la mancanza e che essa sia parte dell’esistere – a tenere tutto insieme, a mostrare la bellezza di ciò di cui per poco siamo parte e il lento disarmo degli affetti e delle vite davanti a se stesse.

guarire

“La sofferenza non è al di sotto della dignità umana.”

“… la forza autentica, primaria, consiste in ciò, che se anche si soccombe miseramente, fino all’ultimo si sente che la vita è bella e ricca di significato, che si è realizzato tutto quanto in noi stessi e che la vita era buona.”

“Si deve semplicemente essere”.

“Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima”.

Scriveva Etty Hillesum, ebrea olandese di 28 anni, nel Diario, nell’anno 1942, un anno prima di scegliere la deportazione ad Auschwitz, dove lei e la sua famiglia trovarono la morte. Parole dallo sterminio imminente, dalla privazione totale, eppure così ricche di quel vivere interiore che può permettere di accogliere la natura umana, perfino nella sua aberrazione, come una cosa debole, fallace, dentro un bene che sta tutto nell’imparare, lavorare sul mondo in se stessi. Guarire è forse il passo che segue, capire che resiste una comunanza più profonda tra gli esseri, che sta nel medesimo estinguersi con più o meno memoria, coraggio – gioia dell’aver visto la vita oltre la contingenza, il destino, la storia.

Stanno dentro l’inverno i malati di un ospedale. Nell’ultima notte dell’anno, la luce scarsa trasforma la corsia in un pezzo d’Europa remoto, polare, fatto di migrazioni nomadi, ma anche nell’immediato spazio esterno, dove i resti natalizi si consumano in una fiamma di strada, che ripara appena dal freddo.

È scesa una notte orientale, si è incollata sui tetti
di colpo come nei presepi
da una fessura del cielo è precipitata la neve.
Davanti alla sponda dei letti sfilavano silenziose le renne
contro il legno degli armadi ardevano i fuochi dei Lapponi
fuori crepitavano rami e bottiglie
bruciavano alberi di Natale
legno e vetro segreto scintillio di carte.

È un testo di Antonella Anedda, da Residenze invernali, un libro dove i primi mesi invernali sono in rapporto con la malattia e la morte, con l’ospedale come terra di esilio e di necessità – si è lontani dal paese della salute, da ciò che è considerato normale quotidianità, ma si è anche risvegliati a un male che è, oltre il disagio fisico, negli sradicamenti accumulati dal vivere, la mancanza dello spazio originario, protettivo – la casa è ciò da cui si è tolti, dirà un’altra poesia. La scena è desolata, pervasa da una solenne miseria – eppure le cose si rivelano, si compie un viaggio senza destinazione e i malati sono la gente lappone in balia del clima austero, i loro letti chiglie di navi che solcano il sonno come fatto d’acqua, ne osservano i cerchi, dove l’esperienza aggalla e si soppesa stavolta, con più amore o rimpianto, spettatori del nostro percorso. Anche i nomadi migrano in cerchio, conoscono più volte la medesima zolla. Il mare è la certezza della nostra condizione: riverbera netto sulla frontiera, delinea gli strumenti per attraversarla, senza nessuna angoscia dell’ignoto.

Eppure, distesi sulla misteriosa rotta dei letti
noi siamo nello stesso splendore
della marea che si placa
vicinissimi al nodo che l’acqua finalmente distende.

Guarire è prendere congedo, questa resa in cui si può sperare, mentre si accetta l’ulteriore punto di vista in cui l’uomo non è compreso affatto come centro, ma semplicemente contiguo all’altro, che è stato o che non è, che già ci ha dimenticato, come un segno sommerso nel paesaggio. La limpidezza raggiunta dello sguardo, che fa ammenda dell’invecchiare, di quel pervicace sentimento di esilio da coloro che amiamo, proprio quando più li amiamo.

Guardo mia nonna nel suo inverno e sono piena di timori per il mio io che non vuole mai abbandonarla. E la casa che conosco da sempre, perfino la formica dei vecchi mobili di cucina, o il tavolo tarlato, che fu della bisnonna, la macchina da cucire a pedali, i cestini coi rocchetti di filo e i bottoni, i giochi sparsi di mio cugino piccolo, lei dietro gli occhiali, china sul ricamo, è tutta un’immagine che mi s’imprime dentro perché sta costantemente per sparire. Come è struggente e personale e come il fatto che questo accada “banalmente”, in una vita, che possa soffermarmi per tenerlo nel pensiero, mi rende grata.

La casa è ciò da cui si è tolti. La casa è un’attitudine nel cuore. Quando nevica, viene spazzato l’ingresso al giardino e il marciapiede perché non si formi il ghiaccio e poi si spargono le briciole di pane secco sui terrazzi, sui davanzali. Lo fanno mia nonna e mia madre. “Per i passeri, i pettirossi”, dicono. Un gesto che non cambia le sorti, ma quando appare il passero, a rovistare sulla neve con il becco, noi sentiamo come un’alleanza, il senso della cura per ciò che ci è vicino, per null’altro che la speranza del nostro incontro. Dentro questo gesto, nell’inverno io sono mia nonna e mia madre e la me stessa bambina e questa è la mia casa mortale.

Nòstos, tornare a casa. La nostalgia è il sentimento di angustia per il passato, il “dolore del ritorno a casa” (e della sua impossibilità), una forma spirituale di malinconia, che proviene dal tempo e dalla distanza. La nostalghia, secondo la pronuncia russa, è, nell’omonimo film di Tarkovskij, qualcosa di più: avvicina all’esperienza altrui, in modo empatico, stabilendo una relazione identitaria. Non più due, distinti, ma uno nel sentire. “È una specie di malattia mortale, una compassione profonda che lega non tanto alla propria privazione, mancanza o separazione, quanto alla sofferenza degli altri cui ci si accosta come per un legame passionale”.
A Bagno Vignoni, paese di Santa Caterina, il protagonista, lo scrittore russo Andrej Gorčakov, conosce Domenico, un anziano reduce dal manicomio per aver segregato in casa la sua famiglia per sette anni, nel tentativo di salvarla dal disastro mondiale. La casa di Domenico è un enorme rudere, un’officina di relitti, dal tetto devastato, le mura infrante, dove l’acqua stagna sul pavimento, la vegetazione si riforma in un umore di palude. L’unico compagno del pazzo è un cane lupo che non lo abbandona mai, ne intuisce i moti d’animo e le intenzioni. Nelle scene finali, prendendo su di sé il destino dell’altro, Gorčakov, tenta l’attraversamento della vasca d’acqua calda che sta nel mezzo del paese, cercando di mantenere acceso il mozzicone di candela che gli ha affidato l’uomo per compiere il rito. Nel momento in cui riesce, un infarto lo uccide. L’ultima lunga inquadratura è l’inizio onirico di uno strano inverno: lo scrittore siede con il cane (il suo, lasciato in Russia, o l’amico fedele di Domenico) nel centro della terra natia, quella desiderata per tutto il film, la casa dove vivono la moglie e la figlia, la quotidianità perduta, e a sua volta essa è all’interno della navata centrale della cattedrale scoperchiata di San Galgano, dove inizia a cadere la neve. L’uomo è un estraneo qualsiasi nel cielo aperto, dove non è il fine di tutto, ma piuttosto qualcosa che finisce ed è dimenticato. Nella neve come una morte, una pausa nei ritmi naturali, il mondo dello scrittore sta nel mondo di Domenico, la guarigione è la solitudine dell’altro – un gesto assurdo di condivisione.

Nota bibliografica

Tove Jansson, Magia d’inverno (Milano: Salani, 2008)

Hans Christian Andersen, Fiabe (Torino: Einaudi, 1992)

T.S. Eliot, La terra desolata. Trad. di Roberto Sanesi (Mondadori, 1974)

Antonia S. Byatt, “Ice, Snow, Glass”,67. In Mirror, Mirror on the Wall. Women Writers Explore Their Favorite Fairy-Tales. A cura di Kate Bernheimer (New York: Anchor Books, 1998)

Wallace Stevens, Collected Poems (London: Faber and Faber, 2006)

Raymond Briggs, The Snowman (New York: Random House, 1978)

Etty Hillesum, Diario (Milano: Adelphi,1996)

Antonella Anedda, Residenze invernali (Milano: Crocetti, 1992)

Tullio Masoni, Paolo Vecchi, Andrej Tarkovskij (Milano: Il Castoro, 1997)

Tag: , , , , , ,

2 Responses to Inverni straordinari (seconda parte)

  1. orsola puecher il 22 dicembre 2010 alle 09:50

    bellissimi ambentrambi!!!

     

    ,\\’

  2. mariasole ariot il 22 dicembre 2010 alle 13:56

    Capita di rado che io apra la porta dei commenti. Ma oggi sento l’urgenza di farlo, perché questa lettura mi ha commossa, intimamente. Come se il gelo estone da cui scrivo si fosse sciolto riga dopo riga, nella potenza della parola scritta, nella sua meraviglia. Visioni che preludono ai rimandi, note a margine che tracciano visioni, una storia dentro le storie. L’inverno del corpo, del viale di casa, la neve come stato temporaneo d’infanzia, l’alba blu che rivedo ai margini, il seme che inghiottito dal bianco sprofonda a nutrire la terra.
    (Sull’impossibilità del ritorno a casa, l’ospedale terra di esilio, ripenso ad un saggio di Gibelli, l’Officina della guerra, in cui per far fronte ad una disperazione incomunicabile il soldato ritrova (o crede di poter trovare) la salvezza proprio nella malattia, l’amputazione di una gamba per una via di fuga: sfuggire l’inverno del fronte attraverso l’inferno della carne)
    Sono davvero belli questi inverni, Francesca



indiani