Cuore comune

23 dicembre 2010
Pubblicato da

di Renata Morresi

Ecografia

Vedo dal buio
A. Anedda

Venire a persona –
succede quando una incontro a
una sbatte e sfrega
e fa il suono suo
l’impronta in cui sa di accadere.

Quasi essere tutta una orecchia
una cava che amplifica gli echi,
gli attriti, distingue rintocchi

quasi a trasmettere
un alfabeto morse
di unghie e di nocche.

Pare che persona non comincia
fino a che non cominci a contare
lo spazio battuto da un’altra
e diventi contare il minuto,
il passo già umano sul monitor.

Dunque si esiste così,
come per ritmo e richiamo.

*

Tre odori

uno è la tinta
che tingeva la madre sulle teste
come l’arte di coprire il tempo
di un colore astratto, idealista,
resta traccia nel tanfo
che consuma le dita

uno è l’officina
con la polvere metallica del tornio
che fa un cerchio intorno ai piedi
un’aureola, anche qui
l’odore grasso e ferroso
ha una sua vista
macchie sulle mani, sulla faccia

uno è l’odore della sveglia
in terza media, odore
di visione d’altopiano,
un nero remoto e caldo amaro,
parlava di partenze,
e diceva sempre
“a dopo” al dopo.

*

i.

Ah non possiamo farci salmi
ah non possiamo essere ostie ed ingoiarci
allora basti un bicchiere d’acqua fresca
alla statura intera per tenerla
abbastanza dritta, abbastanza flessa
ché non poter mangiare la persona
o tenerle in braccio il cuore gatto
o ficcarle mano nella mano
come un chiodo, fino a dopo sé – è giusto

muoversi a ritmo, scivolare una chançon
e non sapere mai di più
del campo benedetto di distanze
tra cui ti toccai piano, con grazia, di fianco.

*

Officina

Soltanto variare vale, pensa
mentre quasi cade.
Poco prima di finire si addormenta.
Anche nel sogno pensa

M. Giovenale

La macchina agglomerato di parti, spasmi
parti spastiche tenute da tiranti
la macchina che tira.

L’olio nero sui ricambi
volumi primitivi cesellati in differenze
di millimetri, divisi in cassettine
in dozzine forme singole sonanti
bambine vincite alla slot
le speri sempre solide, restare
riempire le navate degli oggetti
piccolissimi, portanti
santeria di congegni portatili.

La mano grossa e nera aperta e presa
salda come leva e noce santa
aperta giusta come il buco detto vite
come il padre intatto interamente dato
al gesto – che riavvia che riavvita.

Continua la manovra.

Solo volendo si vive, crede,
e intanto si prepara.
Non volendo l’opera continua
anche quando va a dormire.

Anche la mente tiene, tira.

Poesia tratte da: Cuore Comune (Pequod: Ancona, 2010)

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11 Responses to Cuore comune

  1. nadia agustoni il 23 dicembre 2010 alle 20:44

    Ho già scritto di questo libro di Renata Morresi.
    Non saprei aggiungere altro, ma mi mi è gradito ritrovarla anche su NI.

    Buone feste a voi.

  2. andrea inglese il 23 dicembre 2010 alle 23:04

    Riescono davvero ad essere segrete, queste poesie di Renata Morresi, nel senso che rifiutano facili riconoscimenti. Uno è pronto a catalogarle, si familiarizza con un giro sintattico, si aspetta una continuità lessicale, e poi la lingua sfugge di nuovo in avanti, richiede nuovo calcolo e comprensione.

    E c’è una libertà, che affascina.

    Ricopio qui un ulteriore testo, tra quelli brevi:

    TELEFONO

    Alle sette chiamiamo tuo padre
    che sta dentro il quadrato del telefono
    come quando sei nato

    come nel quadrato del miracolo
    che costruimmo senza un lato.

    *

    Auguri Renata!

  3. mariapia il 24 dicembre 2010 alle 01:10

    Brava Renée, molti auguri vitali al tuo libro e alla tua vita(bonne Noel! inoltre)

    da Maria Pia Q

  4. viola il 24 dicembre 2010 alle 06:07

    _)):auguri Renata

  5. effeffe il 24 dicembre 2010 alle 14:48

    le poesie di Renata Morresi mi dicono come da voce alta
    belle veramente
    effeffe

  6. manuel cohen il 24 dicembre 2010 alle 16:34

    E’ vero, c’è una libertà che affascina, e stilistica e di immaginario. Buone prove e buone cose, cara Renata :-)

  7. mb il 26 dicembre 2010 alle 22:39

    Ho letto il libro ma non ho sentito per nulla il senso di segretezza a cui si riferisce (secondo un’accezione positiva) @Inglese; semmai di fenditura e sbocco. Libertà (come poi suggeriscono lo stesso Inglese e Cohen) e una certa forza “aperta”, da subito. Ho preferito abbandonare l’idea di catalogazione.
    Già dalla prima sezione si indovina lo spessore dell’intero libro (opera prima?!) che va davvero assorbito seguendone l’evoluzione e la struttura poetica che non scade e non vacilla mai. Senso della misura, stile, eleganza, spontaneità e pienezza.
    Le sezioni meglio riuscite secondo me sono “Casa delle case”, la “Terra distesa” e “Cuore comune”, ma l’intera opera è davvero sorprendente.
    Che qualcuno evidenzi qualche difetto o nota stridula, altrimenti Renata Morresi rischia di dover imparare a tirarsela un pochetto ;-)
    Massimiliano Bossini

  8. luigisocci il 27 dicembre 2010 alle 15:26

    evviva gli esordi tardivi

  9. gianni montieri il 27 dicembre 2010 alle 22:33

    amo le poesie di renata e già molto amo questo libro.

  10. nubar il 28 dicembre 2010 alle 12:46

    in verità vi dico che questo carattere di “libertà” riconoscibile nei versi e nel libro di renata morresi (e qui sopra riconosciuto da andrea inglese) sarà un ostacolo al successo di questo libro. nella maggior parte dei casi l’esegeta si fermerà alla constatazione di questa carattere di libertà, come carattere formale. perché la libertà è il segno di un soggetto attivo, e in quanto tale non ridotto né riducibile, e non certo passivo. la libertà del lavoro di renata morresi è il segno di un soggetto che non può essere ridotto al sintomo di una patologia (schizofrenia, consumismo, etc.). e in quanto tale non è benvenuto, e in quanto tale è guardato con sospetto. specialmente laddove è la poesia coatta (in cui il soggetto è ridotto a l’ente che subisce la coazione a ripetere) ad essere più apprezzata.

    vae vobis! :)

    n.a.

  11. renatamorresi il 29 dicembre 2010 alle 11:59

    [Su “apertura” e “libertà” insieme a “poesia”]
    Heidegger parlava di “apertura del mondo” offerta dalla creazione artistica, e dell’uomo come “formatore di mondo”; in un libro che ho letto di recente (del 2008, mi pare) Massimo de Carolis emenda la definizione proponendo per l’essere umano la più modesta funzione di “formatore di nicchie”, suggerendo che la nicchia sia il luogo in cui proteggere se stessi dall’avvento enorme e intero del ‘mondo’, il perimetro culturale da cui imparare a distinguere segnali significativi nel profluvio di rumori assordanti cui si è esposti (parlo di esposizione antropologica, anche se la situazione socio-politica italiana calza qui, ahimè, a pennello). Essendo noi umani essenzialmente neotenici, ovvero senza artigli, senza pelo, senza zanne, ecc. e senza nicchia ecologica prestabilita, non possiamo far altro che esporci al caos e organizzarci ‘creativamente’ come meglio si può. Farci il nostro posticino tutto per noi e buttare la testolina fuori ogni tanto (e ogni tanto qualcuno fa un gran salto ‘evolutivo’, mica no). De Carolis insomma traccia la fenomenologia del rapporto tra apertura e chiusura, tra il bisogno di proteggersi e quello di esporsi alla contingenza illimitata, che nella contemporaneità politica occidentale risulta inesorabilmente mutato (una mutazione lunga svariati secoli), tanto che la dissociazione, psichica E politica, sembra ormai imporsi come modello fondamentale del presente. È un bel libro questo, si intitola Il paradosso antropologico.
    Ora, se, alla luce di tutto questo, penso ai poeti italiani, che non solo non hanno artigli, pelo, zanne, ecc., che fanno quest’arte già depotenziata di suo, e vieppiù marginale per i motivi (editoriali, culturali, economici, blabla) che ci sono noti, con un’ansia dell’influenza grossa dieci secoli e via dicendo, non mi meraviglio che la poesia italiana soffra, come dire, di timidezza, e a volte di autoreferenzialità e a volte persino di corporativismo. In teoria, non essendoci oggettivamente in palio nulla, né il “successo”, né il ruolo sociale, né il riconoscimento degli ormai rari “esegeti”, dovremmo essere tanto più liberi di sperimentare, no? E invece no. Perché la poesia resta un’arte della parola, e le parole si dicono a qualcuno nel contesto di qualcosa, e se le tue parole si perdono tra le urla, se vacilli tra isolamento muto ed eterna connessione, se l’unico spazio in cui l’autore ha autorità è il proprio sintomo, allora non è strano che la poesia sia in regime coatto. Bella questa definizione di “poesia coatta”, dunque, grazie Nubar. Tuttavia, credo, ci sono poeti salubremente fuori da questa gora (in questo thread, per esempio), e io spero in questa diffusa, inaspettata (forse non disperata) vitalità.

    Grazie agli amici e ai commentatori, specialmente ad Andrea Inglese, ragionerò non poco su quest’idea della segretezza, e a Massimiliano, per la generosità e la lettura attentissima.
    Grazie a Francesca per l’ospitalità e a tutti buone cose per la fine e per l’inizio.

    Un saluto caro,
    renata



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