La dichiarazione di guerra civile di Berlusconi

di Marco Rovelli

Forse non andrà  in porto l’ultimo progetto berlusconiano, ché le problematiche giuridiche rischiano di affossarlo in corso d’opera, ma di certo è un segno preciso della ridotta in cui il Cav. si trova, e dell’azzardo che è costretto a tentare per uscirne e spiazzare il “nemico”. Chiamare il post-Pdl “Italia” è nient’altro che una vera e propria dichiarazione di guerra civile. Non sembri eccessiva e iperbolica questa affermazione. E’ lo stato dei fatti di un partito-azienda che ha provato a farsi Stato che adesso si trova alle strette, esposto al rischio mortale di perdere quel dominio, e che dunque gioca l’ultima carta, l’estrema risorsa dei bari di professione. “Italia”, dunque: la parte per il tutto, il tutto per la parte. Un’identificazione assoluta, un corpo mistico senza resti, una sineddoche che non ammette repliche. Chi si oppone all’”Italia” si oppone all’Italia. E’ una mossa retorica astuta, che costringe gli avversari ad accettare le regole del gioco, il frame stabilito da lui. I suoi avversari si muoveranno in un classico doppio legame bello e buono, per una semplice questione di virgolette (il metalinguaggio che si confonde con il linguaggio oggetto, si direbbe in linguistica): e il doppio legame paralizza l’interlocutore.
Non è da ora che Berlusconi accusa i suoi avversari di essere anti-italiani (e, ricordiamolo, con l’approvazione saltuaria di un D’Alema, che dichiarò: “C’è un anti-berlusconismo che sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano”). E’ solo retorica, ovviamente, visto che in questo Paese non c’è stata alcuna costruzione reale di un’identità nazionale, non si è articolata una memoria che, sola, possa fondarla: anzi, l’antifascismo, che è stato minimo comun denominatore del patto costituzionale, è stato picconato per vent’anni. Sullo sfondo di questo collasso identitario, “Italia” risulta essere il punto terminale di un processo di svuotamento comunitario, e di riduzione a mero “logo” del nome della nazione, che l’azienda berlusconiana usa, letteralmente, come carta di credito.
Ma occorre andare più indietro nel tempo. Questa mossa retorica astuta è nient’altro che il compimento di una tradizione ben precisa (e in questo senso, come è stato detto, “autobiografia della nazione”): l’esclusione dalla “cittadinanza” di chi si oppone al Capo, il “bando” dalla comunità imposto a chi non si adegua alla voce che si autodichiara come portatrice degli interessi nazionali. Ciò che storicamente ha fatto il fascismo, di cui, con questa mossa estrema, Berlusconi si mostra il più autentico erede. Chi si oppone è un “bandito”, come appunto erano i resistenti partigiani. I quali, pure, rivendicavano a sé il nome di “patrioti”. Questo è il paradigma della guerra civile, come ha esemplarmente mostrato Claudio Pavone. E’ guerra civile quando si avoca a sé la piena rappresentatività della comunità nazionale e si disconosce la legittima cittadinanza dell’altro in quanto anti-nazionale. Berlusconi dichiara la guerra civile come estrema difesa del suo potere minacciato mai come adesso. Rilancia con tutte le fiches che ha in mano per uscire dall’angolo. E’ del resto questo il progetto enunciato dal pasdaran Sallusti nella terrificante intervista concessa a Luca Telese qualche tempo fa, quando diceva, dopo aver ricordato che nella sua famiglia nel 1945 “aveva già dato”: “Loro non vogliono solo il 25 aprile. Vogliono Piazzale Loreto, la pelle di Berlusconi. Ma se vogliono questo, noi non possiamo che fare la guerra, con le armi in pugno”.
Se allora questa è una dichiarazione di guerra civile, si tratta di esserne all’altezza. E saper proporre, come fecero i resistenti, un orizzonte che sia tutt’altro da questo: un’altra narrazione, ma anche altre “cose”. Difendere Marchionne, e la sua visione totalitaria dell’azienda Italia, per dirne una, è decisamente perdente.
[pubblicato sul manifesto, 13/1/2011]

marco rovelli

Marco Rovelli nasce nel 1969 a Massa. Scrive e canta. Come scrittore, dopo il libro di poesie Corpo esposto, pubblicato nel 2004, ha pubblicato Lager italiani, un "reportage narrativo" interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (CPT), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi e analizzati dal punto di vista politico e filosofico. Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide, un nuovo reportage narrativo dedicato ad un'analisi critica del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia. Nel 2009 ha pubblicato Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Sempre nel 2009 ha pubblicato il secondo libro di poesie, L'inappartenenza. Suoi racconti e reportage sono apparsi su diverse riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Collabora con il manifesto e l'Unità, sulla quale tiene una rubrica settimanale. Fa parte della redazione della rivista online Nazione Indiana. Collabora con Transeuropa Edizioni, per cui cura la collana "Margini a fuoco" insieme a Marco Revelli. Come musicista, dopo l'esperienza col gruppo degli Swan Crash, dal 2001 al 2006 fa parte (come cantante e autore di canzoni) dei Les Anarchistes, gruppo vincitore, fra le altre cose, del premio Ciampi 2002 per il miglior album d'esordio, gruppo che spesso ha rivisitato antichi canti della tradizione anarchica e popolare italiana. Nel 2007 ha lasciato il vecchio gruppo e ha iniziato un percorso come solista. Nel 2009 ha pubblicato il primo cd, libertAria, nel quale ci sono canzoni scritte insieme a Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2, e al quale hanno collaborato Yo Yo Mundi e Daniele Sepe. A Rovelli è stato assegnato il Premio Fuori dal controllo 2009 nell'ambito del Meeting Etichette Indipendenti. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo "racconto teatrale e musicale" che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa. Nel 2011 ha scritto un nuovo racconto teatrale e musicale, Homo Migrans, diretto ancora da Renato Sarti: in scena, insieme a Rovelli, Moni Ovadia, Mohamed Ba, il maestro di fisarmonica cromatica rom serbo Jovica Jovic e Camilla Barone. 

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  53 comments for “La dichiarazione di guerra civile di Berlusconi

  1. véronique vergé
    13 gennaio 2011 at 15:22

    Et dire che ho comprato una borsa rossa con : I love Italia!

  2. 13 gennaio 2011 at 15:28

    La pelle d’oca leggendo parole giuste che conducono all’unica reazione giusta.
    Guerra civile.
    Dopo essere stati deufradati dell'”Amore”, ci viene sottratta simbolicamente anche la Nazione.
    Si assiste allo stupro continuo dei fondamenti della nostra cultura, delle parole, dei significati.
    La reazione è Guerra Civile. Come si scrive, la creazione di “un’altra narrazione”. E si aggiunge “ma anche di altre cose”.
    A voi (noi) scrittori e produttori di cultura tocca il fronte, la prima linea, la trincea. Saremo, dunque, anche i primi a perire, ma il nemico nello scontro dovrà avere impresso nella mente il nostro sguardo, le nostre parole.
    Guerra Civile sia.
    Grazie

  3. Luigi B.
    13 gennaio 2011 at 15:49

    Gravissimo.

  4. 13 gennaio 2011 at 15:50

    Bisogna prendere coscienza che parlare male di qualsiasi cosa dica-faccia-pensi-scoreggi Berlusconi non serve più a niente.
    Abbiamo fallito, tutti, noi antiberlusconiani che da anni lo critichiamo un giorno sì e l’altro yes. Prendiamo coscienza dell’impalpabilità di un’alternativa che non è mai esistita, se non nei deliri di qualche ingenuo che crede ancora in ideali come la giustizia sociale e cita testi evanescenti come la Costituzione che non si fila più nessuno.

    L’Italia è nella merda, scusate il francesismo.

    Solo la morte riuscirà a fermarlo. Naturale ovviamente.

  5. 13 gennaio 2011 at 16:10

    Concordo con la guerra civile degli scrittori contro l’imbarbarimento proposta da Chiappanuvoli. Naturalmente, per tattica, è bene farla dall’interno, quindi regolarmente retribuiti da Einaudi e Mondadori.

  6. 13 gennaio 2011 at 16:38

    Ecco bravo, altro esempio delle incongruenze della sinistra italiana.
    Si può essere di sinistra e portare ricchezza e prestigio al nemico nr. 1?

  7. Luigi B.
    13 gennaio 2011 at 17:13

    No, vi prego, di nuovo con la sega dentro/fuori mondadori no.
    Altrimenti qui finiamo che mentre discutiamo delle stronzate, Berlusconi apre 1000 nuovi partiti usando nomi propri costringendoci a smettere di avere figli o a chiamarli con nomi comuni di cose.

    Luigi B.

  8. paolod
    13 gennaio 2011 at 17:18

    Secondo me, può parlare di “guerra civile” solo chi vive autocentrato, chi forse non fa un lavoro che gli consenta/lo obblighi a confrontarsi con la realtà. Chi tutti i giorni va a lavorare a scuola, in un ufficio, ovunque ci siano altre persone, ovviamente avrà a che fare con berlusconiani, leghisti et similia. Questo aiuta molto a ridimensionare, a prendere coscienza del fatto che i “nemici” non sono mostri, sono solo un’altra parte di noi, la parte che, per vari motivi, non abbiamo assecondato, coltivato. E scopriamo magari che alcuni sono persone migliori di nostri sedicenti “amici” sinistrorsi. Bisognerebbe un po’ uscire da quest’ottica maniche, perché il nemico, se esiste, è assai più nascosto e “globale”. Richiederebbe una visione estesa che a troppi manca.

  9. marco rovelli
    13 gennaio 2011 at 17:43

    paolod, io insegno a scuola, per dire, per cui i fondamenti del tuo discorso andrebbero rivisti…
    In ogni caso, se leggi l’argomentazione che ho fatto, vedrai che non c’entra nulla la possibilità che “magari che alcuni sono persone migliori di nostri sedicenti “amici” sinistrorsi”, né è in ballo alcuna distinzione antropologica. Ti accorgerai, il discorso si sviluppa su tutt’altro piano.

  10. @t
    13 gennaio 2011 at 17:56

    Dubito che i leghisti accettino di buon grado di far parte di una coalizione con quel nome…comunque, anche solo parlare di guerra civile assegnerebbe un punto a Berlusconi e ai suoi sodali: se si pensa che sia l’unico modo di liberarsi di lui, abbiamo perso in partenza. Aggredirlo non serve perchè l’aggressione è il suo normale terreno di gioco. Bisogna parlare alle persone, non con l’ostentata pretesa di far loro cambiare idea, bensì con il fine di far cadere il velo sulla realtà di tutti i giorni. E’ quello che sta cercando di fare Saviano.

  11. maria
    13 gennaio 2011 at 18:02

    A voi (noi) scrittori e produttori di cultura tocca il fronte, la prima linea, la trincea. Saremo, dunque, anche i primi a perire, ma il nemico nello scontro dovrà avere impresso nella mente il nostro sguardo, le nostre parole.
    Guerra Civile sia.
    Grazie

    maria
    scrittori e produttori di cultura in prima linea e i primi a perire, stiamo lustri!

  12. 13 gennaio 2011 at 18:57

    Scusate, forse capisco male io, ma in quel simbolo vedo il nome di una nazione, il cognome di una persona, e la denominazione di una carica istituzionale. Italia Berlusconi presidente.
    Forse c’è chi intende imporre una lettura limitata, che si fermi al solo nome della nazione e blocchi tutti i discorsi. Ma perché dovrei fermarmi lì?
    E poi, guerra civile… chi può obbligarmi a combattere una guerra che io non voglia combattere? C’è da tirar fuori questo Paese dai problemi in cui si dibatte, non c’è mica tempo per fare una guerra!

    Se una parte del problema risiede nel linguaggio e nello sguardo – e accettando un certo linguaggio e un certo sguardo si capisce che ne sortiranno soltanto guai… operiamo lì, no?

  13. Low
    13 gennaio 2011 at 19:01

    Chiamerò il mio partito: Pachino. O: Rosolini. O ancora: Civitavecchia.

  14. mauro baldrati
    13 gennaio 2011 at 19:08

    Intanto sono curioso di vedere l’ultrastalinista TG1 come darà la notizia della bocciatura della Consulta della legge privata del loro piccolo padre…

  15. marco rovelli
    13 gennaio 2011 at 19:12

    Guido, “Berlusconi presidente” c’è sempre stato scritto anche nelle liste di Forza Italia e del Pdl. Il dato nuovo è l’appropriazione del nome Italia. Che nella mia lettura è una simbolica dichiarazione di guerra civile. La piena e massima esposizione di uno spazio pubblico personalizzato e privatizzato nella sua “totalità”, dunque intensificando al grado estremo la polarità inclusione (identitaria senza scarti)/esclusione.

  16. Fiastro
    13 gennaio 2011 at 19:34

    Il discorso linguistico è ineccepibile, anche se prospetta scenari a mio avviso troppo pessimisti. Da un punto di vista ermeneutico, ad esempio, “Italia” lascia maggiori spazi di risposta, e ad abbassarsi, ma di molto, anche poetica, sulla scelta di questo nome, rispetto al ristretto ambito calcistico di “Forza Italia” di tanti, troppi, anni fa. Se poi si ha paura di compromettersi al solo scrivere Italia, senza virgolette, propoongo un’astensione collettiva, sostituendo il termine con Belpaese, Italy o Italietta, che sia.

  17. pierandrea de' sartori
    13 gennaio 2011 at 20:14

    “A voi (noi) scrittori e produttori di cultura tocca il fronte, la prima linea, la trincea. Saremo, dunque, anche i primi a perire, ma il nemico nello scontro dovrà avere impresso nella mente il nostro sguardo, le nostre parole.
    Guerra Civile sia.
    Grazie

    maria
    scrittori e produttori di cultura in prima linea e i primi a perire, stiamo lustri!”

    mi perdoni maria, ma a leggere questa roba mi sono ribaltato dalle risate :D ma ci credi davvero?

  18. elio_c
    13 gennaio 2011 at 20:27

    Quanta esagerazione. A partire dall’articolo.

  19. fabio teti
    13 gennaio 2011 at 20:32

    Italien.

  20. 13 gennaio 2011 at 21:44

    Vi faccio un esempio terra terra.
    Io vivo a Latina, la città di “Canale Mussolini”, per capirci.
    E’ come se fondassi un partito per le imminenti comunali e lo chiamassi Latina. Manco su Topolino si vedono ‘ste cose.

    Parlare alla gente. Sono 16 anni che parliamo cazzo!

  21. 13 gennaio 2011 at 22:21

    Latina nord, est, ovest, sud?

  22. 13 gennaio 2011 at 22:29

    Chi io? Latina centro. Fa differenza?

  23. 13 gennaio 2011 at 23:36

    Bassoli, parlavo in vista della balcanizzazione certa della politica italiana. Ma a Latina centro non ci avevo pensato: potrebbe essere la lista vincente, mi affretterei a registrarla.

  24. Mourenho
    14 gennaio 2011 at 00:14

    Minho Reitenho

  25. 14 gennaio 2011 at 00:33

    Secondo me questo “Italia” finirà carta straccia prima delle prossime elezioni e si tratta, in realtà, di un messaggio alla Lega e in subordine a Tremonti.
    Solo chi non vive al nord e non conosce bene l’elettorato leghista può credere che l’alleanza Bossi-Berlusconi sia così organica e strutturale come vogliono far credere che sia. In realtà nè l’elettorato leghista nè Tremonti sarebbero insensibili, nel caso di fallimento dell’attuale stretta sul federalismo, alla seduzione di un nuovo patto di legislatura con PD e centristi per ottenere un federalismo magari più “soft” ma sicuro, dato che la parabola berlusconiana è inevitabilmente agli sgoccioli.
    In quel caso Berlusconi avvisa che sarebbe pronto a fare di sè e della sua straordinaria capacità di catalizzare consenso elettorale l’epicentro di una riscossa nazionalistica, che già da più parti (feudatari meridionali e colonnelli ex missini) gli chiedono.

  26. AMA
    14 gennaio 2011 at 02:21

    Condivido molto l’intervento lucido e pacato di Binaghi e lo ringrazio per questa chiave di lettura a cui non ero giunto.

  27. 14 gennaio 2011 at 08:50

    “C’è un partito che dal suo capo è stato definito ‘partito degli italiani’, con un’espressione che contiene un ossimoro: partito è per definizione una parte; italiani dovrebbe significare il tutto” (G. Zagrebelsky, “Sulla lingua del tempo presente”).
    Se “Forza Italia” poteva significare una divisione tra ottimisti e pessimisti (quelli che vogliono il bene del paese e quelli che non lo vogliono), “Italia” certifica direttamente la vittoria di una parte e l’esclusione di un’altra (certo, la contraddizione con la Lega sottolineata da Valter c’è: forse c’era più d’attendersi un “Nuova Italia”?).

  28. 14 gennaio 2011 at 09:00

    giusto per segnalare che giuseppe d’avanzo oggi su repubblica cita marco rovelli e questo suo pezzo.

  29. Mauro Gorrino
    14 gennaio 2011 at 11:13

    Chiamare un partito Italia è arma a doppio taglio, visto che offre agli avversari la facile opportunità retorica di parlare dell’Italia di Berlusconi, cioè dell’Italia che ripete da 5-6 elezioni le stesse promesse non realizzate, che sceglie come propri eroi i condannati di mafia, che propone ministri cui faccendieri regalano case, che concede attenzione ai giovani solo se sono nipoti di Mubarak eccetera eccetera. Di qui a dire che un’altra Italia è possibile e necessaria il passo è breve.

  30. véronique vergé
    14 gennaio 2011 at 12:06

    Forse questo nome sarà abbandonato, perché impossibile da tenire. Un partito non puo avere la pretesa di possedere il paese. Anche significa l’esclusione simbolica della terra natale per chi non vota per Berlusconi. Penso che è grave e soprattuto maldestro. Non rimette in causa la passione che ha Berlusconi per il suo paese, ma dinuncio il fatto che toglie agli altri questo diritto alla passione.
    C’entra anche qualcosa di psicanalitica, sposa la sua terra come inghiotitta da lui. Altro esempio anche senza importanza, sono straniera, porto in giro la mia borsa I love Italia. Che cosa rappresenta la mia borsa: il mio amore per l’Italia o la mia adesione al partito di Berlusconi :domanda che immagino fatto da qualcuno che mi incrocia).

  31. Michele Sirtori
    14 gennaio 2011 at 12:21

    Ho notato fin dal primo momento l’arroganza della scelta di un nome così per un partito, e ritengo si dovrebbe considerare un intervento di esperti per vietarlo, non so, qualche costituzionalista.
    Però bisogna reagire, la sinistra non potrebbe, nello spirito che li unisce, li lega e li accomuna, fondare il nuovo partito “Italia sì, Italia no”?
    Ci sarebbe pronto un bell’inno…

  32. 14 gennaio 2011 at 12:32

    SB muove le sue truppe cammellate su un terreno interno al centro destra. E’ lì che deve vincere, non sul terreno di quel 30-40% che non lo voterà mai. Un terreno che gli sembra meno solido di quanto non pensasse all’inizio di questa legislatura. Il nome «Italia» mi sembra scippato, nella sua strategia, e ormai forse solo nella sua tattica, soprattutto alla destra storica. Do you remember il primo scippo? La Giovine Italia mazziniana è stata seguita dalla Giovane Italia missina, e adesso questo.

  33. 14 gennaio 2011 at 13:04

    e mi ero dimenticata l’ultima Giovane Italia, il movimento giovanile del pdl, con la Meloni come presidentessa, ma allora lui e Fini erano alleati.

  34. 14 gennaio 2011 at 13:13

    E se fosse una mossa per sganciarsi dalla Lega e avvicinarsi al centro per dar vita a una nuova DC mascherata?

  35. Fiastro
    14 gennaio 2011 at 13:15

    @ Veronique: per quanto riguarda la psicoanalisi, la lingua italiana si presta a una netta divisione dei nomi in generi, maschile e femminile. Purtroppo, dovendosi declinare il nome di un partitO al Maschile, “Italia” poteva fondarlo Marrazzo…
    Non sarà secondaria, se decide di chiamarlO così, al di là degli scherzi, la confusione come perno di affermazione simbolica. Specie nel momento definitorio di accostamento degli aggettivi.

  36. 14 gennaio 2011 at 19:32

    @Bassoli
    In effetti secondo me questo è il senso della minaccia.
    Nel caso in cui la Lega non riuscendo a far passare il “suo” federalismo a fine mese, mollasse Berlusconi per patteggiare a sinistra.

  37. Giuseppe
    14 gennaio 2011 at 19:55

    Resistere, resistere, resistere.

  38. Mourenho
    15 gennaio 2011 at 00:40

    dopo la decisione della consulta, il padre di Ruby dichiara: mia figlia ha un diavolo per capezzolo.

  39. AMA
    15 gennaio 2011 at 02:44

    Ma L’Italia dei Valori? Boh!

  40. 15 gennaio 2011 at 04:17

    Forza Italia, il Popolo della libertà, i tribunali che non rispettano la volontà popolare se lo indagano, ogni critica come un complotto ordito dai comunisti che lede l’immagine dell’Italia…

    la guerra civile Marco c’è da 16 anni, non è che cambi molto con questo artificio retorico.

    E visto che chiami alla resistenza, ricordati caro collega che, anno 2004 o 2005, una delle prime telefonate di B a Ballarò: c’è uno “stato parallelo” controllato dalla sinistra, di cui fanno parte (se ben ricordo) giudici, giornalisti, artisti e (questo me lo ricordo) insegnanti. Così disse.
    Noi siamo già stati investiti, e da lui, Mr. Italia in persona, del ruolo di carbonari più che di partigiani, io sono anni che lo dico, anche qui su NI, che è ora di passare all’azione.

  41. 15 gennaio 2011 at 04:22

    PS

    purtroppo come sappiamo nella sinistra la strategia di comunicazione non sanno manco cos’è ma se ne avessero un minimo di quella strategia, i politici avrebbero potuto fin da subito rivolgersi, per esempio, a Forza Italia come Forza Fininvest, al popolo delle libertà come Popolo delle sue libertà, e ora, a Italia, che so, come all’Italietta.

  42. 15 gennaio 2011 at 11:00

    da sedici anni provo un certo imbarazzo per sfoggiare anche solo verbalmente l’azzurro,un tempo stabilmente accasato nella mia top five.E la consapevolezza del fatto che ormai la politica procede per ologrammi,placebi e inculate diversamente concepite non mi consola,visto che del vero Barnabooth all’orizzonte non si vede nemmeno l’ombra.Solo squallide controfigure animate dalla concupiscenza

  43. 15 gennaio 2011 at 13:04

    Avevo preso il titolo del post come un’iperbole, nonostante la precisazione di Marco «Chiamare il post-Pdl “Italia” è nient’altro che una vera e propria dichiarazione di guerra civile. Non sembri eccessiva e iperbolica questa affermazione.» Adesso vedo che Galbiati la riprende, e no, non c’è nessuna guerra civile in atto, si tratta di lotta politica con una delle parti in causa debole e divisa e l’altra che gode per ora del sostegno della maggioranza del paese.
    Guardate, non è indolore usare la cattiva retorica, non perché io tema che agli angoli delle nostre strade si piazzino automaticamente i cecchini, rendendoci difficile anche il banale acquisto del pane, ma perché finisce per far velo proprio a quel «passare all’azione» di cui parla più sotto Galbiati, che ha bisogno di analisi chiare e non è certo un passare all’azione armato, vero, Galbiati? tant’è che subito dopo parli di strategia di comunicazione.

    Purtroppo tra i guasti che SB, con il suo continuo alzare i toni, ha provocato, c’è anche questo, un uso pompato di espressioni alle quali bisognerebbe applicare un’attenta manutenzione.
    Che dire allora di quello che sta accadendo in Tunisia?
    Se la cattiva retortica dell’avversario ci costringe a usarla anche noi, siamo veramente in una situazione, noi, di debolezza radicale.

    Avrei dovuto farlo prima questo commento, in realtà, ma evidentemente anch’io sono ormai anestetizzata e solo la ripresa di Galbiati mi ha messo in allerta. Questo mi mortifica.

  44. 15 gennaio 2011 at 13:13

    @binaghi

    il grande boskov diceva che rigore è quando arbitro fischia. parafrasando, si potrebbe dire che AZIONE è sensata quando popolo vuole. ma popolo non vuole, vota lega nord e pdl, arzigogola, bizantineggia, si accorda per poco con chi gli dà uno stipendio e affanbicchiere tutto il resto. scommettiamo che questa fisima dei diritti (che dovrebbero essere difesi a favore di tutti, non solo a favore dei lavoratori della grande industria!), finirà prestissimo nel dimenticatoio? d’altra parte, oggi, chi si occupa davvero dei senza diritti? e i senza diritti, che sono tanti, in prospettiva tantissimi, perché non si ribellano spontaneamente? perché, per esempio, accettano di farsi detrarre un’alta percentuale dei loro insicuri stipendi per pagare le pensioni attuali, pur sapendo che loro stessi non riceveranno nulla? ah, saperlo…

  45. 15 gennaio 2011 at 13:18

    non so perché mi è uscito binaghi. naturalmente mi rivolgevo a galbiati.

  46. Tommaso
    15 gennaio 2011 at 13:44

    In effetti quando ho letto questa notizia la prima volta mi sono chiesto se e’ legale. E, leggendo il comunicato Dire che la dava, mi ha sorpreso trovarci commenti di illustri intellettuali italiani, nessuno a sollevare la questione della legalita’. E’ una cosa certamente illegale.

  47. 15 gennaio 2011 at 17:37

    forse bisogna farsi meno seghe su quel che fara’ o non fara’ berlusconi e pensare a cosa vorremmo fare noi di questo paese o anche solo del nostro quartiere. Quindici anni sempre a rincorrerlo dovrebbero averci dimostrato il fallimento nostro

  48. 15 gennaio 2011 at 18:19

    io sono anni che lo dico, anche qui su NI, che è ora di passare all’azione

    scusa lorenzo, e lo chiedo senza alcuna ombra di ironia: Ma tu lo dici solo qui in NI? oppure ti stai già organizzando altrove? E cosa vuol dire passare all’azione? dobbiamo armarci, dobbiamo partire, dobbiamo andare in palestra, dobbiamo addestrarci, cosa dobbiamo fare?
    Son parole grosse e inquietanti le tue se non le spieghi.
    Siamo carbonari? (già inizia l’effetto del ritorno mediatico del risorgimento?) e dove ci riuniamo segretamente? su la Giovane Nazione indiana?
    Pazientate vah … un amico di craxi (messo da lui nel 1987) è già scappato, vedrete che tra poco anche l’amico italiano di craxi farà le valigie ;-), la guerra civile, come tutto quello che lui fa, se la sta facendo da solo, anche se di civile non ha proprio più nulla.

  49. 16 gennaio 2011 at 02:53

    @larry
    @geo
    (@alcor?)
    il popolo cioè la società italiana è divisa in due, non c’è solo quella che sta con il PDSueL. E in questa società di interessi (mafiosi, in ultima o in prima analisi) c’è molta gente che non ha interessi particolari e che ci sta dentro perché si dice che non c’è alternativa – e in effetti, ora più che mai vedere un PD che non sa manco se allearsi con Vendola piuttosto che con Fini, rafforza la giustezza di questa impressione.
    Dunque, non è che NON ci sia una società che possa essere partigiana, resistente, carbonara, c’è eccome, ma è priva di una guida politica (da qui l’entusiasmo che suscita Vendola) e soprattutto di una guida intellettuale, culturale, perché come ben sappiamo giornalisti, scrittori, intellettuali e artisti di sinistra non sanno e non vogliono far altro che stare a lanciare allarmi ogni settimana da 16, dico 16 anni, per le trovate propagandistiche (per non dire delle azioni politiche, pubbliche e private) di B, ossia per le parole che usa verso chiunque gli capiti a tiro, istituzioni o cittadini, senza avere il coraggio di proporre una lotta senza frontiere e compromessi, un totale boicottaggio del suo impero mediatico, culturale, finanziario, economico, senza il quale ovviamente B non avrebbe potuto dividere l’Italia in due ossia tra chi lo considera il salvatore della patria perseguitato da media/politici/giudici di sinistra e chi lo considera un criminale capo di una banda che si è messo in politica per tenersi il suo impero e non andare in prigione.

    La guerra civile c’è dal 1994, dal decreto salvaladri, da quando B ha imposto agli italiani di scegliere tra lui e la magistratura, e lo ha fatto servendosi del suo enorme potere mediatico, in palese conflitto, peraltro, con leggi già esistenti sulle concessioni statali. La sinistra inizialmente ha sottovalutato il fenomeno, e attaccato B come una persona da non poter considerare interlocutore politico, anche per i processi a carico: uscendone sconfitta, ha abbandonato questa strategia e ha cominciato il famoso “dialogo” con B evitando accuratamente di attaccarlo per la sua impresentabilità dovuta al conflitto di interessi e ai suoi procedimenti giudiziari ecc. Poi B parla e ogni volta la sinistra si ricorda di quello che è, e ne esce scandalizzata, urlando ai quattro venti i suoi allarmi per la democrazia. Ma a chi urla? E a chi gli fanno eco gli intellettuali (e gli attori satirici, per esempio)? Sono i politici, e gli intellettuali che devono sapere porre un freno, non possono ogni volta scrivere e andare in tv per dire che si è superato il limite, allarmi! allarmi! (sono fascisti!): lo sappiamo da 16 anni! Non abbiamo bisogno di sentircelo dire anche da voi, cazzo, da voi ci aspettiamo (ci aspettavamo) una AZIONE. Una azione costante, duratura, e via via sempre più capillare nella società.
    Cosa faccio io, geo?
    Beh, io faccio quel che posso. Non solo qui. Ho fatto parte di un movimento politico, minuscolo, quando ancora speravo nella resurrezione della sinistra (dimenticando che dubito già di quella di Gesù, e quindi…), ho cercato di far parte di movimenti del social forum (constatandone l’evanescenza) e ora collaboro con una associazione pacifista molto ecumenica e attiva, per i mezzi che ha (Peacelink). Qui si aprirebbe un altro discorso: la fine del social forum, del movimento per la pace, che solo qualche anno prima del tracollo della Sinistra e l’Arcobaleno era stato il movimento più numeroso che mai c’era stato nella storia, e che aveva accomunato sotto la bandiera arcobaleno una miriade di associazioni: perché è finito, perché i pacifisti, gli ecologisti (e lo stesso varrebbe per i girotondini) non hanno trovato la capacità di AGIRE sul piano politico, dentro o fuori i partiti e i luoghi di cultura della sinistra per obbligarli, direi quasi ricattarli a passare all’azione? perché si sono ritrovati frammentati in mille associazioni capaci di parlare di nonviolenza, energie alternative, decrescita felice, e incapaci totalmente di incidere sul piano politico contingente, incapaci anche di parlare con una sola voce su come resistere a questa banda che si è impossessata dell’Italia?

  50. 16 gennaio 2011 at 18:31

    Galbiati permettimi di dire che secondo me ti aspetti troppo dalla politica. Comunque, l’azione di cui parli rischia di diventare pratica di volontariato buonista piccolo borghese, a volte autoreferenziale, del resto non immune dalle cancrene della formazione del potere, in quanto comitati elettorali, per esempio, di questo o quello: penso alle misericordie o pubbliche assistenze; penso alla rete di protezione civile, che come ha dimostrato Bertolaso è una rete di potere ai limiti della legge; ma penso anche ai girotondi che allafineallafine hanno prodotto solo il deputato Pancho Pardi, indicato da Nanni Moretti come un futuro leader, che invece non è risultato altro che un professore abbastanza preparato, cioè quello che era prima di diventar senatore per Di Pietro…

    Penso che quelli come noi, intellettuali, pensatori, artisti o che altro, per azione debbano intendere la produzione di idee innovative all’interno della propria disciplina, non fossaltro perché le idee, anche se non immediatamente comprensibili ai loro destinatari, sono la materia prima delle azioni politiche. Ma le azioni quelle vere non spettano a noi, che siamo assai assai minoritari nella società, peraltro ridicolmente divisi in piccoli e piccolissimi gruppi, al limite del familiare, ma alle masse rivoluzionarie, qualunque cosa voglia dire oggi questa vecchia espressione (ma la Tunisia fa vedere che vuol dire quello che ha sempre voluto dire: gente incazzata per strada disposta anche a morire per ottenere dei risultati).

    Alla prossima.

  51. Massimo
    18 gennaio 2011 at 12:55

    Forse bisogna arrivare alla fame. Quella vera. Ecco, forse gli italiani si incazzerebbero per la pagnotta. Quella vera. C’è ancora molta strada da fare. Quoto Larry Massino, senza sommovimenti di massa (non manifestazioni), ma di una massa molto massa, non si muoverà mai foglia. Gli è che gli intellettuali hanno rinunciato a 1) una elaborazione seria di un progetto di società alternativa 2) guidare le masse verso la risoluzione di questo progetto. Chissà, forse è meglio così. I fallimenti delle varie rivoluzioni li conosciamo. Però pensare di smuovere il potere (leggi: politica) costituito con le idee, pezzulli, palliativi o mesti localismi mi pare quanto mai ingenuo.
    Bisogna essere disposti a morire. Altrimenti niente. Dopo tutto con il digitale terrestre si hanno a disposizione un sacco di canali Tv nuovi.
    Anche stare a casa mente fuori fa freddo va bene. Pensa a quanta gente c’è gente che non sa dove andare a dormire.

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