Cartolina da Parigi sul popolo tunisino

15 gennaio 2011
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Cari indiani,

vi scrivo una cartolina da Parigi, perché da qui la visuale sulla Tunisia è un pochino più comica.

Non che una rivoluzione sia comica. In genere le rivoluzioni sono sanguinose, spesso tragiche, quella dei tunisini non so neppure se sia una rivoluzione, ma se i prudentissimi giornalisti francesi hanno deciso di chiamarla così, forse avranno ragione. E come ogni rivoluzione, anche questa comincia a contare i propri morti, ossia il numero dei cittadini innocenti uccisi dalla polizia nel corso delle rivolte. Numero difficile da determinare, perché quando lo stato spara, gli ammazzati svaniscono nell’aria. (Questo lo sappiamo anche noi, prima di far ammettere a un poliziotto che ha ucciso un cittadino innocente, bisogna far passare un cammello varie volte per la cruna di un ago.) Dunque, sembra che ci sia davvero poco da ridere. Eppure immaginatevi cosa succede sui media francesi, quando i telegiornali serali che annunciano la caduta del regime del presidente Ben Ali, celebrando quindi una rivoluzione popolare, debbono nello stesso tempo annunciare ai francesi (e ai vari franco-tunisini che vivono in Francia) la destinazione di quel tiranno in fuga. Destinazione che parrebbe essere un qualche paese europeo. Si parla, ad inizio serata, dell’aereo presidenziale che sorvola Malta. Ma questo aereo non potrà sorvolare in eterno Malta, anche perché nel frattempo nei programmi televisivi d’attualità tutta una folla d’intellettuali, giornalisti, militanti politici tunisini compaiono negli studi, per farsi intervistare dai galvanizzati conduttori francesi. La logica dell’informazione mediatica non può certo farsi scappare una rivoluzione, soprattutto dal momento che capita agli altri.

Una rivoluzione poi è davvero uno di quegli eventi che i giornalisti occidentali erano convinti fossero estinti, come i processi di stregoneria e le epidemie di peste. Le TV francesi, quindi, si gettano sulla notizia, passano a ripetizione due o tre sequenze di scontri violenti tra manifestanti e polizia, e intanto parlano di tutto, con tutti. (Compaiono persino militanti di partiti comunisti arabi!) Parlano a tal punto, da dover affrontare nuovamente lo spinoso argomento della destinazione del presidente della Tunisia, che nel frattempo è diventato per il popolo tunisino e per l’opinione pubblica occidentale un “tiranno”. Ebbene, pare ad un certo punto che il tiranno sia diretto a Parigi – probabilmente ci è già arrivato, dopo qualche giro da condor su Malta – e qui tutti i giornalisti si guardano l’un l’altro un po’ sgomenti, perché si è creato un piccolo buco logico nell’opinione pubblica francese.

Da un lato, governo e presidente francesi in carica, come in passato lo sono stati anche governi o presidenti socialisti, erano fino a ieri degli ottimi alleati di Ben Ali, il legittimo presidente laico della Tunisia, che la governa da ventitré anni, avendo occupato – meglio del clan di Alemanno nel comune di Roma – tutti i posti chiave della nazione. Ma da stasera, per colpa di quei rompiscatole dei giovani tunisini, che vogliono oltre il pane anche la democrazia, l’alleato legittimo è divenuto un tiranno. Ma siccome nell’agenda del governo e del presidente francese non era prevista una rivoluzione democratica africana, tutto il loro apparato di relazioni diplomatiche, commerciali, militari è rimasto fermo a prima che i rompiscatole scendessero in strada. E oggi si trovano magari a dover accogliere il loro vecchio alleato, in arrivo con indosso il marchio infamante di assassino e tiranno, che neppure i più moderati giornalisti francesi possono ormai eludere nei loro dibattiti in prima serata.

E qui c’è un comico tutto politico che si mette in opera. Il potere politico, infatti, che si vorrebbe governo delle cose, quando si trova ad essere scavalcato da ciò che è semplicemente reale, manifesta infine la sua più vera e attuale natura, come governo delle immagini delle cose. Ed ecco che qualche politico, magari persino d’opposizione, scivola nelle trasmissioni, per innescare la lunga trafila degli esorcismi. Quando una rivoluzione africana è in corso contro un fiero alleato dell’occidente, come il signor Ben Ali, un politico occidentale non può che evocare ad un certo punto una serie di spettri: il disordine e la paura, in primo luogo. Già, perché il semplice sentore, percepito ben al sicuro e al riparo nel nord Europa, che la sovranità possa, anche solo per periodi di tempo limitati, e in situazioni eccezionali, tornare al popolo, ed essere esercitata direttamente da esso, è una ipotesi assai terrificante.

Dapprima, il politico occidentale, di qualsivoglia bordo, questa ipotesi l’ha collocata saldamente nel genere della fantascienza. La sovranità esercitata direttamente dal popolo non è una eventualità statisticamente rara, ma riguarda piuttosto forme di vita aliene e mondi che non appartengono al nostro sistema solare. Quando, però, dei docili nordafricani si rivelano di colpo, pur non avendo più di due braccia e due gambe, degli alieni, si è fuoriusciti dal genere della fantascienza per piombare in quello dei film dell’orrore. A questo punto il politico occidentale – che pur governa in nome del popolo, il quale  secondo la Carta deterrebbe il potere sovrano – ebbene quel politico inizia a vedere mostri. Parla di paura e parla di disordine. Anche i tunisini hanno paura. Hanno convissuto per vent’anni con la polizia ad ogni angolo di strada. Ora, stanotte, la polizia è come svaporata. Il popolo si trova solo con se stesso. Con i propri incubi, con le proprie angosce, con le proprie brame, con il proprio buon senso. Infatti, nei quartieri di varie città si sono organizzati dei comitati spontanei per mantenere l’ordine, impedire saccheggi o altri atti criminali.

Le rivoluzioni sono cose belle e terribili. Sono belle perché ci permettono di ricordare quanto il peggiore tiranno sia debole di fronte al popolo. Belle perché mostrano la grandezza morale delle persone più semplici. (Mostrano che le cosiddette “persone importanti” sono una straordinaria cazzata, un’invenzione per tenere in letargo le persone non importanti.) Belle perché moltiplicano la conoscenza che abbiamo del mondo, lasciano libero il flusso delle immagini, dei discorsi, delle testimonianze, delle poesie, dei canti. Terribili perché possono avere costi altissimi, perché si fanno nel sangue e nelle torture, nella sofferenza di tutti. Terribili perché possono essere tradite in ogni momento o rovesciarsi in qualcosa di malato e distruttore.

Il potere costituito, invece, e specialmente quello delle democrazie occidentali, mostra in occasioni come queste il suo lato grottesco e comico.

Ben Ali era il baluardo contro il fondamentalismo islamico, per questo era il tiranno tanto amato dagli occidentali. Infatti, per i popoli arabi, la sollecitudine occidentale immagina questo scenario: “è meglio che nessuna democrazia vi sia concessa, in quanto una volta liberi decidereste di optare per un regime islamico non democratico”. Il ragionamento si basa ovviamente su quell’evidente fenomeno che è la chiaroveggenza della classe politica occidentale. Ma si basa nel contempo anche su quell’altro evidente fenomeno, che è la coerenza della classe politica occidentale.

D’altra parte, questa rivoluzione rompiscatole arriva proprio dagli arabi. Da dei giovani arabi. Da studenti arabi. (Che degli africani vadano all’università già rappresenta un concetto limite per molti europei ben informati.) Da gente che è insorta per il pane. (Ma io ho sentito per anni dire da marxisti coi fiocchi che dalle crisi economiche nasce solo la destra xenofoba, mai qualcosa di progressista.) E dopo il pane hanno voluto pure la democrazia. A costo di farsi ammazzare dai poliziotti. A costo di agire con violenza, trovando un nemico autentico. Peccato che nessuno lo aveva previsto. I chiaroveggenti politici occidentali, e i loro fidi opinionisti, non ne sapevano niente. Scrutavano all’orizzonte qualche nuova malefatta dei fondamentalisti. E di colpo saltano su degli studenti arabi, nordafricani, e ti fanno la rivoluzione. Il popolo diventa sovrano. E sul momento, i giornalisti occidentali, anche in virtù di una bizzarra simpatia delle gente comune occidentale per i tunisini in strada, non è in grado di trattare questi insorti, ribelli, creatori di disordini, da criminali o da terroristi. Sono in qualche modo costretti a dire che è il popolo tunisino che si ribella. Un concetto che qui da noi non si usa più. O sono quei piantagrane cripto-camorristi di Terzigno, o quei testardi isolani dei pastori sardi, o quei mascalzoni dei black-blok, o quegli autolesionisti della FIOM, o quei maledetti marocchini e pakistani della gru… ma da noi il popolo non esiste più. Lo hanno ben diviso in tante fazioni l’un contro l’altra armate. Inutile lamentarsi della cattiva salute della democrazia. Non essendoci più il popolo, chi mai dovrà essere sovrano?

Qualche mente fine scriverà un editoriale, spiegandoci che avere un popolo, tipo quello tunisino, che scende per le strade e riesce a mettere in fuga il proprio dittatore, non è mica un privilegio, ma una maledizione di paese arretrato. I paesi veramente democratici, veramente avanti, sono quelli che non hanno più bisogno di popolo. A noi bastano delle persone popolari, questo ci mette il cuore in pace. E la sovranità quando si va alle urne, ma senza starci a pensare sopra troppo.

Ecco cari indiani, la cartolina finisce qui. Pare che domani faccia bello. E noi si andrà in Normandia. Ben Ali sarà magari a pranzo da Sarkozy che prima di scaricarlo, gli farà mangiare, per castigo, un po’ di sale.

Dintorni di Parigi, 14 gennaio 2010

Tag: , , , , , , , , ,

17 Responses to Cartolina da Parigi sul popolo tunisino

  1. italo testa il 15 gennaio 2011 alle 10:25

    ad integrazione: tra le “menti fini”, ci metterei anche la sponda opposta e complementare, di quelli “che non hanno piu’ bisogno di popolo” perche’ gli bastano le moltitudini

  2. diamonds il 15 gennaio 2011 alle 10:46

    la cosa comica è che i parametri economici tunisini da cui si sono sprigionate le scintille non sono diversi da quelli nostrani prima del tradizionale make-up di fine anno.Chissà che la sorpresa del millennio non sia costituita da una lezione di democrazia da civiltà considerate inferiori dal nostro Establishment.Insciallah

    http://www.aladdin-fan.narod.ru/media/01_arabian_nights.mp3

  3. véronique vergé il 15 gennaio 2011 alle 11:14

    Caro Andrea,

    Ho seguito le notizie ora per ora nella serata. Ho avuto nel passato alunni con famiglia in Tunisia e mi chiedevo come vivevano ll’evento storico. C’è un vincolo di affetto che lega la Francia alla Tunisia, e perché siamo tutti in Francia il cuore in effervescenza.
    Finalmente Sarkozy non ha permesso l’atterraggio di Ben Ali. L’amico di ieri è divenuto infrequentabile, vale per la Francia, ma anche per gli altri paesi dell’Europea. Siamo tutti in colpa di non avere denunciato il potere tirannico di Bel Ali, che sembrava tutto sommato un un garante contro il potere religioso. La giovinezza tunisiana è alla ricerca della libertà.
    Ha dismostrato un desiderio di cambiamento, di coraggio. Ha lottato sola.
    E’ un esempio.
    PS: un gironalista di France Inter questa mattina ha riconosciuto non avere parlato del potere tirannico di Bel Ali, quando era ancora al governo del paese.

  4. véronique vergé il 15 gennaio 2011 alle 11:17

    La sola cosa che si puo attribuire al merito di Ben Ali è la libertà lasciata alla donne per studiare.

  5. Simone Morgagni il 15 gennaio 2011 alle 11:19

    Notevole del resto il passaggio, in 24 circa, da discorsi edificanti e democratici come questo (http://www.dailymotion.com/video/xgix06_alliot-marie-propose-d-aider-la-tunisie-dans-la-repression_news) di Michèle Alliot-Marie, Ministro degli Esteri francese, alla messa al bando del povero Ben Ali, rimbalzato in Arabia Saudita dopo essere divenuto persona non grata in Francia.

    Questo nel breve tempo che ha impiegato il suo Falcon ad attraversare il Mediterraneo.

    Questo a meno di 24 ore di distanza da una dichiarazione che non merita alcun commento come quella di cui sopra.

  6. fabio teti il 15 gennaio 2011 alle 12:27

    bel pezzo, Andrea, davvero.

    poi, su:

    “Il potere politico, infatti, che si vorrebbe governo delle cose, quando si trova ad essere scavalcato da ciò che è semplicemente reale, manifesta infine la sua più vera e attuale natura, come governo delle immagini delle cose.”

    sono particolarmente *e* generalmente d’accordo. viene in mente il termine oikonomia, il termine dispositio. che è come dire, seppure è avvenimento raro, faticoso, che nel momento in cui qualcuno si accorge di essere un soggetto, si riporta alla condizione di soggetto, il dispositivo se lo ritrova davanti non solo per capirne la logica, ma anche per (tentare di) disattivarlo, mandarlo in cortocircuito.

  7. jacopo galimberti il 15 gennaio 2011 alle 13:23

    i filmati che propone il corriere della sera (versione online) parlano di vandali, banditi, saccheggiatori, banditi, criminali.

  8. rigodon il 17 gennaio 2011 alle 20:55

    Ma quando mai il popolo è stato sovrano,everywhere?
    Balle liberali,marxiste,fondamentaliste,occidentali,orientali….

  9. andrea inglese il 17 gennaio 2011 alle 22:18

    a italo,

    certo, le moltitudini… concetto affascinante, e certo più facile da portare che quello di popolo…. bisognerebbe però vedere se le moltitudini non rischino di funzionare solo come concetto negativo, ossia come mera decostruzione di un concetto positivo… e poi bisognerebbe fare un bilancio politico di queste benedette moltitudini… come funzionano infatti politicamente? e ancora…. forse volendo, a ben argomentare, si potrebbe trasformare anche “il popolo tunisino” di cui stano parlando tutti i media in una “moltitudine tunisina” – e se ciò fosse, vero, che vantaggi o svantaggi avremmo?

    tutta una serie di domande che ti rigiro caro italo, e che non sono retoriche, in quanto io stesso scrivendo di “popolo” mi sono meravigliato di servirmi di un cotale arcaico concetto, così in disuso anche (o sopratutto) nel pensiero critico contemporaneo…

  10. andrea inglese il 17 gennaio 2011 alle 23:10

    interessante vedere comunque il trattattamento della stampa italiana e quella francese della notizia; quella francese nell’imbarazzo di dover fare in qualche modo autocritica, ma se non altro capace di cogliere la moteplicità di aspetti propri di un evento del genere; quella italiana con il solito sguardo tra il disincantato (“nulla ci sorprende”) e il distratto (“solite questioni africane…”);

    ma l’italocentrismo si percepisce anche in un blog come NI, dove la Tunisia pare c’entri come i cavoli a merenda; mi sa che per molto tempo ancora le uniche cartoline capaci di suscitare interesse saranno quelle su Arcore e dintorni

  11. Maria Borio il 18 gennaio 2011 alle 02:43

    Grazie per il bell’articolo!

  12. véronique vergé il 18 gennaio 2011 alle 09:53

    A Simone Morgagni: non avevo saputo della proposta di Alliot Marie. Mi sento vergogna dentro di me. Mi sembra che la Francia -e mi fa male riconoscere questo- ha perso la sua capicità di indignazione e di coraggio. Sono francese e faccio parte anch’io di questa cecità. Quello che mi colpisce di più è il capovolgimento nella manera di trattare il caso Ben Ali.

  13. italo testa il 18 gennaio 2011 alle 22:28

    @ andrea

    cerco di esplicitare quanto intendevo con la mia integrazione concisa. in effetti, leggendo la tua analisi, mi e’ sembrato proprio che la nozione di popolo, che tu utilizzavi, fosse adeguata al fenomeno che descrivevi. cosi’, quando mi son imbattuto nel passo in cui scrivevi che

    “Qualche mente fine scriverà un editoriale, spiegandoci che avere un popolo, tipo quello tunisino, che scende per le strade e riesce a mettere in fuga il proprio dittatore, non è mica un privilegio, ma una maledizione di paese arretrato. I paesi veramente democratici, veramente avanti, sono quelli che non hanno più bisogno di popolo”

    mi e’ venuto da pensare che in fondo la stessa ironia si si potrebbe esercitare nei confronti di quei pensatori politici che, su altre ma complementari sponde, ritenendo obsoleta la nozione di popolo, han ben pensato di rottamarlo a favore delle moltitudini e delle loro virtù. ora, anche prescindendo dai problemi teorici connessi all’uso della nozione di moltitudine – che è o prepolitica, e presuppone allora quella di popolo, o e’ usata in senso decostruttivo rispetto a certe nozioni di popolo, ma come tale non puo’ di per se’ dar senso a qualche forma di agire politico – e lasciando da parte i bilanci del suo impiego – che hai ragione, bisognera’ pur fare un giorno
    – l’impressione e’ che quanto sta avvenendo possa indicare che forse non e’ neanche fenomenologicamente adeguata per descrivere il nostro mondo. a meno appunto, di non voler derubricare quel che succede altrove a fenomeno arcaico, nel senso del tardo ingresso in una modernita’ che i moltitudinari si sarebbero lasciati alle spalle. ma cosi’ non credo che stiano le cose. anzi, mi sembra che ci siano piu’ ragioni per invece tornare a ragionare sul popolo, e di non cedere al riflesso condizionato per cui, siccome il porcellone del consiglio ne fa da noi un abuso quotidiano nel suo linguaggio politico, allora noi in odio a lui e ai suoi ci sbarazziamo della stessa nozione.

  14. andrea inglese il 19 gennaio 2011 alle 10:45

    caro italo,

    ti ringrazio per aver chiarito il tuo intervento; e sono contento che, da filosofo quale (anche sei), tu la pensi così…
    sul caso specifico: rottamazione del concetto di “popolo” e celebrazione del concetto di “moltitudine”, poi ripresa in modo automatico da tanti… mi verrebbe da dire questo: è come se un certo pensiero filosofico, erede del pensiero critico della sinistra intellettuale novecentesca, abbia realizzato una fuga in avanti nel mondo dell’invenzione concettuale, nel momento stesso in cui partiti e movimenti di sinistra segnavano la grande battuta d’arresto politica cominciata con gli anni Ottanta.

    Risultato, la sinistra si è nutrita di belle e nuove narrazioni che giravano però a vuoto rispetto alla realtà.

    Ma la cosa non pare fino in fondo compresa, se ancora si insiste sul bisogno di narrazioni. E qui mi sembra c’entri anche l’osservazione di Fabio Teti sullo scivolamento della politica ufficiale dalla oikonomia (classica) alla dispositio.

  15. maria il 19 gennaio 2011 alle 12:30
  16. andrea inglese il 20 gennaio 2011 alle 00:56

    grazie del link maria



indiani