DELLA SERIE: RECIDIVI

20 gennaio 2011
Pubblicato da

di PIER LUIGI FERRO

Un articolo di Vania Lucia Gaito apparso su «Micromega» dell’aprile scorso si apriva constatando come l’Italia sia stata apparentemente solo sfiorata dal fenomeno dell’abuso su minorenni in ambito clericale che così grande spazio ha ricevuto sui mass-media internazionali.
È generalmente riconosciuto che lo scandalo all’interno della Chiesa tragga origine nel 1983 dalla vicenda di Gilbert Gauthe; ma solo dal 1987 la gerarchia cattolica statunitense cominciò ad affrontare il problema in maniera più diretta. Alcuni vescovi riconobbero la gravità della situazione, altri preferirono mantenersi sulla difensiva, cercando in tutti i modi di arginare la portata e gravità della stessa, deflagrata sui mass media americani solo nel 2002, quando vennero alla luce gli abusi seriali su circa 130 minori commessi dal prete John Geoghan, che di lì a un anno verrà strangolato in carcere da un suo compagno di cella. Tali misfatti furono occultati coi noti metodi, ossia mantenendo la massima riservatezza e limitandosi a trasferire da una parrocchia all’altra il reo, quasi sempre inserito nelle strutture ecclesiali che si occupano dell’educazione dei minori. Il «problema americano» della Chiesa, rivelatosi non circoscrivibile in quel solo ambito, con i suoi pesantissimi risvolti economici, da allora venne preso in carico dai massimi vertici, fino alle recenti prese di posizione da parte di Papa Ratzinger. Tuttavia quando, come notava la Gaito, nel 2007 cominciarono ad arrivare anche da noi le notizie dell’entità dei risarcimenti che le diocesi americane erano state costrette a esborsare, si fece di tutto per ridimensionare agli occhi dell’opinione pubblica italiana la drammatica gravità del caso.
Prima della svolta voluta da Ratzinger, che comunque ha fatto sentire i suoi effetti, per quanto è dato vedere, soprattutto fuori dai patri confini, se la vittima di abusi o i suoi familiari mostravano di non accontentarsi degli esiti del loro appello all’autorità religiosa, se si ostinavano a propalare i fatti in cui erano coinvolti come vittime, non era infrequente l’accusa nei loro confronti di voler infangare la Chiesa. Quando poi il prete non ammettesse la propria colpa al vescovo o ai suoi superiori e la notizia dei fatti fosse ormai giunta davanti alla magistratura, si poteva arrivare ad aggredire la credibilità psichica e morale dei denuncianti attivando la comunità locale, pronta a difendere il proprio sacerdote, spesso una persona non priva di carisma e autorità, con manifestazioni pubbliche, gruppi di preghiera o, come recentemente avvenuto ad Alassio, usando i social network. Tutto questo, magari, mentre le indagini sul crimine erano in pieno svolgimento, e in alcuni casi con accompagnamento di alti lai per denunciare pubblicamente atteggiamenti persecutori da parte della magistratura, argomento che nel nostro Paese, com’è noto, ha ottenuto da tempo vaste consonanze e modulazioni politiche, oppure, in alternativa, spiegando il fenomeno quale frutto di congiure (perlopiù definite massoniche) contro la Chiesa e il Papa.
Che in Italia si respiri un’aria tutta particolare lo dimostra, se non altro, il fatto che il tema cospiratorio, rifiutato dal Vaticano stesso, possa ancor oggi essere tranquillamente evocato da politici come il ministro Calderoli – passato, nel corso di questi anni, dalla celebrazione delle nozze in rito celtico, officiate dal druido meneghino, alle fila degli zuavi pontifici – in un’intervista rilasciata a SkyTG24 l’aprile scorso, un mese che ha visto le dimissioni di sette vescovi cattolici accusati di aver praticato la pedofilia o di aver coperto le responsabilità in tal senso dei propri preti. In quegli stessi giorni il sito cattolico Pontifex attribuiva al vescovo (emerito) di Grosseto Babini una dichiarazione dove addirittura, rispolverando i fasti dell’oratoria nazifascista, si denunciava una cospirazione sionista contro il Papa. Mesi dopo, in occasione della perquisizione della polizia belga nella cattedrale e nell’arcivescovado di Malines-Bruxelles, un altro esponente, di analoga levatura, della compagine governativa, Maurizio Gasparri, parlava più generalmente di assalto internazionale contro la Chiesa, invitando tutti i cattolici alla riscossa.
Negli Stati Uniti, in Irlanda, nelle altre nazioni coinvolte nessun esponente governativo ha preso le difese della Chiesa agitando il fantasma di oscure minacce alla cristianità, ma il Presidente del Consiglio italiano, un mese dopo le manganellate del caso Boffo, in occasione della lettera pastorale ai cattolici irlandesi, si è premurato di inviare una lettera al pontefice in cui ha definito eufemisticamente il fenomeno degli abusi e della loro copertura «situazioni difficili, che diventano motivo di attacco alla Chiesa e perfino alla sostanza stessa della religione cristiana». Parole che di lì a poco ci hanno consegnato l’ immagine televisiva di un Berlusconi divorziato e divorziante, per le note ragioni, ricevere la comunione ai funerali di Vianello, nonostante la Chiesa cattolica in molti suoi atti e documenti ufficiali abbia espressamente negato l’accesso a tale sacramento a chi avesse sciolto il sacro vincolo. La stessa Chiesa che si era mostrata assai meno tollerante nei confronti di Piergiorgio Welby, sostenitore del diritto a una morte dignitosa, cui non vennero concessi i funerali religiosi quattro anni fa.
Passando dal piano della mera politica a quello delle teste pensanti, in alcuni scritti recenti Massimo Introvigne, intellettuale di spicco di «Alleanza Cattolica», un tempo membro dell’UDC di Casini, oggi vicino a Berlusconi e attivo sostenitore di Roberto Cota nelle recenti e discusse elezioni amministrative piemontesi, con argomentazioni più articolate, occorre ammetterlo, di quelle di Calderoli e Gasparri – attinte però a piene mani dagli scritti di Philip Jenkins, un oscuro storico assunto al rango di improbable star dei cattolici reazionari a partire dal 1996, come notava «The New York Review of Books» – ha ricondotto le eco mediatiche sulla pedofilia nel clero cattolico alle forme di un «panico morale», ossia di una «ipercostruzione sociale» che, partendo da una dilatazione sistematica di dati reali, riferite a fenomeni sociali endemici e noti da tempo, di non significative proporzioni, ha dato luogo a narrative mediatiche e politiche finalizzate a far percepire un tragica incidenza attuale del fenomeno, nei fatti inesistente. Su queste basi, a dar conto della spregiudicatezza con cui s’è attaccata la Chiesa, lo studioso argomenta che la maggior parte degli abusi era compiuta nei confronti di minorenni che avevano passato la fase prepuberale, come dire ragazzi e ragazze che avevano superato ormai i 13-14 anni per sfiorare magari l’età della bella Noemi al tempo dei suoi fasti, e che dunque tecnicamente non di pedofilia perlopiù si trattava. Aggiunge che il numero dei preti pedofili tra i pastori protestanti in Australia è, con qualche sensibile approssimazione, da due a dieci volte quello del clero cattolico, e non manca di notare che il numero di «professori di ginnastica e allenatori di squadre sportive giovanili» americane condannati per abusi sessuali su minori, nel medesimo periodo, era quasi sessanta volte quello dei preti cattolici. Tutto questo per chiudere all’ombra nerissima e autorevole del conte Emiliano Avogadro della Motta – stagionato campione del cattolicesimo codino, sostenitore del dogma dell’Immacolata Concezione, e qui ci collochiamo davvero su risvolti antifrastici delle poco devote pratiche di cui si discorre, e fautore del Sillabo di Pio IX – che «profetizzò» in pieno Ottocento come agli effetti perniciosi del laicismo avrebbe fatto seguito un’autentica e nefasta demonolatria volta a distruggere la famiglia e la «vera nozione del matrimonio», che è, ovviamente, solo quella cattolica. La posizione della Chiesa sul tema della famiglia, dell’eutanasia, della pillola RU486, delle unioni omosessuali sarebbe quindi all’origine dello scandalo orchestrato «da lobby più o meno massoniche» – rieccole – che «manifestano il sinistro potere della tecnocrazia». Va da sé che il tema massonico e tecnocratico appaia al dottor Introvigne di minor momento quando si riferisca invece a Silvio Berlusconi, promotore della Fondazione Res Publica del cui comitato scientifico, presieduto di Giulio Tremonti, egli è membro. Egli pure non ci rivela se i gym teachers, che hanno tra l’altro il difetto di non arrogarsi uno status simile a quello dei sacerdoti cattolici – non amministrano sacramenti, non svolgono alcuna funzione di mediazione tra il piano umano e quello divino – e che possiamo pure considerare, a questo punto, un’autentica bomba sociale fino a oggi ingiustamente trascurata, siano riusciti a mantenere nell’ombra le loro nefandezze grazie all’influenza delle organizzazioni di categoria che li rappresentano, capaci di intralciare il percorso della giustizia e di agire per nascondere la responsabilità dei propri iscritti. Dal momento che può parere irriverente l’accostamento, anche se scaturito da cerebro cattolico, ci chiediamo: si sono comportate in maniera analoga le diverse Chiese protestanti che hanno la sfortuna di non godere del potere e dei privilegi che ha la Chiesa romana, soprattutto nei paesi concordatari?
Su una cosa il dottor Introvigne ha tuttavia ragione: il problema non è nuovo, e nuovo non è nemmeno lo scandalo che il comportamento del clero cattolico in quest’ambito ha suscitato, anche in epoca precedente ai nefasti anni del Concilio Vaticano II e della rivoluzione sessuale che, questa è l’ ardita tesi di alcuni, penetrata nelle linde e austere celle dei seminari, sarebbe all’origine della degenerazione morale di parte del clero formatosi in quegli anni; a differenza di oggi ha anzi già investito con forza la nostra penisola in un’epoca in cui stava prendendo forma la società di massa. Ma preferiamo partire da questa semplice constatazione non per sminuire la portata attuale del fenomeno e dei suoi risvolti, quanto piuttosto per chiederci come mai in Italia esso sia stato poi sostanzialmente coperto e ricavare qualche spunto sul perché esponenti politici italiani di rilievo, intellettuali e giornalisti di destra si diano tanto da fare per sedare preventivamente l’indignazione su questo tema. Delle risposte si possono trovare ripercorrendo le vicende legate allo scandalo Besson, di cui mi sono occupato in un recente saggio pubblicato dalla Utet, e riportandoci nell’età giolittiana, in cui si creano le premesse per il passaggio da una concezione laica dello Stato, quale quella uscita dal Risorgimento, all’Italia concordataria.
Siamo nel 1907, in un momento in cui ha preso corpo anche in Italia, ancora solo a livello amministrativo e sull’esempio dei bloc des gauches francesi, un’esperienza politica, sostenuta dal Grande Oriente di Ettore Ferrari, che vede unite le forze dell’ Estrema a frange progressiste liberali e alla parte più moderata dei socialisti e che ha nel suo programma il progetto di creare e finanziare una scuola pubblica e laica, da tempo istituita ma ancora claudicante e osteggiata dai cattolici. Vengono prepotentemente alla ribalta diversi casi di nefandezze compiuti all’interno di istituti religiosi e le pagine dei quotidiani si riempiono di particolari scabrosi su Don Riva, Suor Fumagalli e l’Asilo della Consolata nonché sul famigerato diario Besson, ove si narra in maniera assai fantasiosa di messe nere e di «turpitudini» commesse nel collegio salesiano di Varazze. Le pagine allucinanti dello scritto di Alessandro Besson hanno però il merito di far partire un’indagine che mette in luce come effettivamente in quella scuola fossero stati compiuti ripetuti abusi, nascosti con metodi del tutto simili a quelli attuali. Un prete verrà condannato in contumacia a trent’anni di reclusione, che non sconterà mai, perché la sua fuga fu favorita e coperta; altri tre membri del personale della scuola riusciranno a sfuggire al processo grazie alle maglie larghe, in tema di abusi su minori, del codice Zanardelli. Il clima politico favoriva una maggiore attenzione e sensibilità critica sul tema dell’attività delle congregazioni religiose che esercitavano ancora quasi il monopolio su settori quali l’assistenza agli orfani e l’istruzione, per cui, accanto a questi due fatti principali, dilagò sui giornali il racconto di una miriade di episodi consimili e la nazione sembrò preda di una «epidemia nera», come venne chiamata allora, che provocò una grande agitazione collettiva e disordini di piazza. Un morto, chiese bruciate: di tutto ciò si occuparono anche i maggiori quotidiani stranieri, come il «New York Times».
La classe dirigente liberale formatasi in età risorgimentale, i cui membri erano in non trascurabile parte affiliati alla massoneria, nutriva sentimenti di diffidenza, quando non di ostilità, ampiamente ricambiati, nei confronti del Vaticano. Si presentava tuttavia ad essa, sempre più pressante, il problema del confronto con il socialismo in ascesa e col mondo cattolico, ancora trattenuto dal non expedit in parte consistente nell’area dell’astensionismo, nella prospettiva anche di un allargamento del suffragio maschile: un tema, quest’ultimo, strettamente collegato al problema dell’alfabetizzazione e all’istruzione di massa nella nascente società industriale.
Lo scandalo Besson venne lanciato da un giornale giolittiano dopo che il testo del diario era giunto, grazie anche ai buoni uffici della massoneria, direttamente nei palazzi governativi, da cui partì l’ordine di avviare un’inchiesta, di cui si fece carico il sottoprefetto competente e che ebbe tra le sue conseguenze la chiusura della scuola. In pochi giorni si assistette però a uno straordinario giro di walzer. Il quotidiano che aveva lanciato lo scandalo si spostò su una posizione difensivista, il sottoprefetto subì una violenta aggressione mediatica e venne trasferito d’ufficio in Maremma, mentre l’indagine era ancora in corso, accontentando i clericali che avevano chiesto da subito la sua testa, insieme a quella dei funzionari coinvolti nelle indagini. I giornali moderati nazionali trattarono le notizie sul caso in maniera chiaramente vicina agli interessi salesiani, limitandosi a parlare delle «messe nere» e delle altre stranezze del diario e passando in sordina i dettagli sui veri abusi compiuti nella scuola. I fogli dell’opposizione rimasero gli unici a denunciare lo scandalo, mentre il deputato locale, un giolittiano a cui faceva riferimento il quotidiano che aveva rivelato per primo le «turpitudini» del collegio, diventò il più attivo difensore e patrono politico dei salesiani. Dopo il bastone, insomma, la fazione ministeriale mostrava ai clericali di saperli difendere, all’occorrenza, e così poneva le condizioni perché la sospensione del non expedit nelle prossime elezioni del 1909 le consentisse di mantenersi in sella e di arginare l’avanzata socialista. Anche il deputato, sospettato di essere un massone, riceverà dai cattolici quelle poche centinaia di voti necessarie per battere il rivale socialista.
Questa vecchia storia italiana di scandali e clamori legati al tema della pedofilia clericale presenta, fatta la tara, tutte le componenti che hanno definito simili casi ai giorni nostri: tentativo di coprire l’abuso, prima che la denuncia arrivi a un giudice, trasferendo il prete colpevole e occultandolo alla giustizia civile; aggressione alla credibilità di chi denuncia il sacerdote – quando si scoprì che Alessandro era un trovatello i fogli cattolici lo definirono un «bastardo isterico», ma non si mancò di insinuare che la famiglia adottiva avesse origini ebraiche e che la madre fosse una «mopsa», un’affiliata alla massoneria –; mobilitazione della comunità locale, che arrivò ai limiti del linciaggio; spregiudicatezza di politici inclini a una doppia morale: quella che di giorno gli fa difendere l’etica cristiana e di notte li porta in partibus infidelium.
Tutto ciò dimostra come da noi certe pratiche, cui Ratzinger assicura oggi di porre rimedio, si fossero assai per tempo manifestate, ma che si è preferito mantenerle nell’ombra per l’arco di tempo passato dall’Italia giolittiana a quella concordataria consegnataci da Mussolini e giunta indenne fino a noi, dopo che si riuscì, allora, a sopire definitivamente lo scandalo, nonostante il coraggioso tentativo di un poeta come Gian Pietro Lucini nel cercare di tener desta la coscienza collettiva sul problema.
Partendo da queste premesse e osservando oggi i modi di alcuni esponenti del Governo, le argomentazioni degli intellettuali della destra cattolica nonché gli atti reali di parte della gerarchia ecclesiastica italiana, si ricava davvero l’impressione che all’Italia sia riservato, diciamo così, un trattamento diverso da quello dei paesi più capaci di difendere dignitosamente, in molti casi con vantaggi anche per il pubblico erario, le prerogative e gli interessi dello Stato dalle ingerenze e dai compromessi con gli interessi del clero. Il successo di tale operazione e il silenzio ancora vigente è garantito non solo dalle modeste qualità degli uomini rappresentativi, ma anche dall’indifferenza di una opinione pubblica ormai narcotizzata, di un paese abituato a ingoiare e metabolizzare qualsiasi schifezza.

Questo articolo di Pier Luigi Ferro, con il titolo
“Il Papa, gli zuavi e l’epidemia nera.
Lo scandalo Besson e la questione odierna della pedofilia nella Chiesa cattolica”
è apparso su Alfabeta2, a.I, n.4 Novembre 2010

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3 Responses to DELLA SERIE: RECIDIVI

  1. giuliomozzi il 20 gennaio 2011 alle 11:32

    L’articolo di Introvigne al quale Ferro fa riferimento è qui. L’articolo della “New York Review of Books” dal quale è tratta la battuta su Philip Jenkins (“Philip Jenkins was a fairly obscure historian until 1996, when reactionary Catholics made him an improbable star”) è qui (consiglio di leggerlo tutto: è breve). Il notevole libro di Ferro sui fatti di Varazze, “Messe nere sulla riviera. Gian Pietro Lucini e lo scandalo Besson”, è pubblicato da Utet (qui).

  2. G. P. il 20 gennaio 2011 alle 13:17

    è ufficiale: da quest’anno si terrà in piazza s. pietro il concorso di bellezza per Miss Credente

  3. Fernando Bassoli il 20 gennaio 2011 alle 18:21

    Bel pezzo davvero, complimenti all’autore.



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