Alternative metal

27 gennaio 2011
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httpv://www.youtube.com/watch?v=uc-VqT97iZQ

di Mauro Baldrati

Io e la lady ci facciamo questa pista, sottraendola al sacchetto che dobbiamo portare all’avvocato. Modica quantità, per andare su di giri, non per uscire di testa. L’avvocato non se accorgerà. Perché non può accorgersene, visto che non avrà certo il tempo di pesarla.
“Ah!” esclama la lady rovesciando indietro la testa. L’anello che le pende dal naso tintinna. Tiro a mia volta, la roba scende in gola, amara. Non amo particolarmente questa airplane, che quando cala mi fa venire la febbre, ma oggi va bene perché ho voglia di farmi la lady, come lei ha voglia di farsi me. Ci buttiamo all’indietro sul parquet di assi, ci strappiamo i vestiti, le metto a nudo le tette sotto la maglia nera. Ci scopiamo leggeri come angeli che volano sul tappeto fatato, incuranti di quello sventurato di Roby che si aggira per il capannone, lancia occhiate verso di noi e borbotta tra sé.
Concludiamo, ci rivestiamo, lei si fa un’altra riga, io no. A me va un caffè piuttosto. E’ entrato anche Chip, butta lo zaino in mezzo al capannone. Fa un paio di mosse di kung-fu, canta a squarciagola. Poi dice che fa freddo, si incazza perché nessuno mette mai legna nella stufa.
Vado da Roby. “Tira fuori i soldi” dico. Roby si schermisce, dice “aspetta un attimo.” “Aspetta un attimo un cazzo” dico, “oggi hai preso la cassa integrazione e la versi qui. Come sempre. Come tutti.” Roby abbassa la testa, dice che secondo lui sarebbe più giusto pagare una quota, come affitto, come spese comuni, ma tenere per sé… lo interrompo: “senti, se vuoi fare così vattene. Qui la regola è questa. Oggi io e la lady andiamo a fottere l’avvocato, facciamo un bel po’ di grano, rischiamo anche la pelle, e va tutto qui, nella cassa. Poi a fine mese dividiamo.” Roby annuisce, con quella sua insopportabile aria da depresso. Mi fanno andare giù la catena i depressi. Che la facciano finita invece di rompere le scatole al prossimo. “Va bene va bene” dice, e sospira.
Roby ciondola la testa. Se si mette di nuovo a fare quella lagna sulla ricerca del lavoro lo caccio via a pedate. Se vuole rovinarsi la vita sognando di diventare un operaio o un impiegato che lavora tre mesi e poi va di nuovo in depressione/integrazione si accomodi. Ma fuori di qui. Questo non è un albergo. Non è un centro di assistenza psicologica. E’ un’organizzazione seria.
“Sei pronta?” chiedo alla lady. Lei annuisce. “Andiamo allora. E sangue freddo, mi raccomando.”

Fuori piove. Una nebbia fradicia, che rende l’aria puro veleno. Il capannone da fuori sembra il solito magazzino abbandonato in un’area industriale dismessa nell’estrema periferia di Merdopolis. Bene così. Meglio non dare nell’occhio. Qui stiamo tranquilli, caldi e asciutti.
“Ho voglia di scoparti ancora, lady” dico, prendendole la mano. Lei la ritira.
“Io no.”
“Sei proprio una stronza, lady.”
“Bah. Neanche se tu fossi l’ultimo uomo sulla terra. Fai schifo.”
Ridiamo, mentre saliamo sull’Ape di Chip.

Guido io, questo ronzino scoreggione e puzzolente che Chip usa per fare gli sgomberi e caricare i metalli che poi va a rivendere al rottamaio in Via della Cooperazione. La lady mi dice che una sua amica vorrebbe unirsi a noi. Le chiedo che tipa è. “Una in regola” dice.
“Potrebbe prendere il posto di Roby” dico, “quello sfigato ogni giorno che passa è messo peggio. ”
“Non chiamarlo sfigato.”
“Ah, no? Cos’è, ti fa pena? Bene, allora è un doppio sfigato.”
“E’ solo uno che non ce la fa a vivere come noi.”
Rallento perché c’è una macchina dei vigili urbani che ci segue. Vorrei prendere la corsia dei taxi ma non posso farlo con quelli dietro.
“Ma lui vive già come noi, lady. Perché non c’è altra vita al di fuori di questa. Ne abbiamo già parlato.”
La lady è di nuovo in vena di discussioni deprimenti. Devo avere pazienza, non voglio innervosirla prima dell’azione.
“Non ne sono più tanto sicura” dice.
“Allora dimmi che vita ti aspetti. Ogni giorno in giro per quelle agenzie che ti promettono un lavoro pagato una miseria per un mese? Ogni giorno a spedire curriculum che vanno a finire direttamente nel cestino? E questo per quanto? Per sempre.”
“Sono stanca. E ho solo 27 anni. E tu ne hai 32. Quanto pensi di andare avanti?”
“Quanto? Finché posso. D’altra parte non potrei fare nient’altro. E poi vuoi proprio saperlo? Mi va bene così.”
La lady abbassa la testa. “Già, è proprio questo il problema” sussurra.

Arriviamo sotto il palazzo dell’avvocato. Parcheggio duecento metri più in là, per non dare nell’occhio con l’Ape quando usciremo. Sono le nove, l’ora giusta. Non c’è nessuno in giro. Sono tutti a casa davanti alle televisioni, e chi deve uscire si sta ancora preparando. Le strade del centro sono deserte. Merdopolis è morta, dopo l’orario di lavoro.
La lady esita. Le chiedo cosa succede.
“Succede che non ho voglia di succhiare l’uccello di quel maiale fascista” dice.
Le prendo una mano. Per una volta me la lascia.
“E’ solo un minuto. Ti prometto che risolvo subito.”
“Un minuto. Ti sembra poco?”
“Lady, tu sei la chiave di tutto. Se ti tiri indietro mezza operazione va in fumo. Non ci guadagniamo niente, gli ho promesso un prezzo stracciato per la roba proprio perché c’è il nostro piano.”
“E se reagisce? Sai cosa tiene nel cassetto.”
“Non ne avrà il tempo. Fidati di me.”
Sospira. Ritira la mano. “E va bene. Però non voglio farlo mai più, ricordalo.”

La telecamera è abbassata, come concordato. Gli ho detto chiaro che non saremmo entrati con la telecamera in funzione. Suono il campanello. Non c’è risposta ma con un “clack” si apre il portone.
Entriamo nel vano scale di un palazzo storico, gradini di marmo, passerella di moquette rossa con gli orli di ottone, corrimano in ferro battuto. Saliamo al primo piano. La porta blindata è socchiusa. Entriamo. La lady è nervosa, lo sento.
Lo studio dell’avvocato Renzini, detto “Chiagniefotti”, maneggione degli appalti e consigliere regionale di uno di quei partiti di ladri legali che dettano legge a Merdopolis, è foderato di una specie di carta da parati che sembra plastica, di un giallo/rosa scroto-di-neonato tutta bugnata e macchiata di sfumature color vomito. Uno schifo indescrivibile, ma che piace ai ricchi e costa una fortuna. Ci sono un sacco di specchi con le cornici dorate, e poltrone inverosimili che sembrano uscite dal set di un film di fantascienza.
Una voce grida “venite!”
Percorriamo un tratto di corridoio sul quale si affacciano delle porte laccate di bianco e ci affacciamo su quella dell’avvocato.
Chiagniefotti è seduto dietro una scrivania col ripiano di vetro, e guarda il video piatto di un computer. Alle pareti la stessa carta/plastica da parati, sul pavimento un tappeto tipo persiano. Scaffali di legno scuro carichi di libri col dorso di cuoio, un divano di pelle bianca. Un ficus accanto alla finestra con le tende tirate. Avrà cinquant’anni, la cravatta rossa su quelle camicie azzurro-cadavere che usano tutti loro perché viene bene in televisione. Sorride. Ma cosa sorride, c’è poco da ridere.
Non ho voglia di discorsi inutili, così tiro subito fuori la busta col mezzo etto e gliela piazzo sotto il naso.
“Ecco qua avvocato” dico, “roba purissima.”
“Certo, certo” dice con aria complice.
“La provi” dico.
Mi guarda con gli occhi piccoli, il naso arricciato. “Sì.”
Prende un coltellino da un cassetto, apre con cura la busta, allinea una pista di airplane sul ripiano di vetro. Non usa la banconota arrotolata, ha la cannuccia d’oro col dilata-narice, per spararsela per bene direttamente nel cervello. Tira come un aspirapolvere, si massaggia il naso, tira cinque o sei volte chiudendosi a turno le narici. Se la spalma anche sulle gengive.
“Una cannonata” dice.
Lo so bene. E’ roba di prima qualità. L’ho pagata lo stesso prezzo che gli ho chiesto. Annuisce tutto soddisfatto, mentre lancia occhiate alla lady. Le guarda le tette. Le sbirciava anche prima, ma dopo la riga si è fatto più audace. Proprio quello che voglio.
“Senta avvocato, se ci dà un piccolo extra la mia amica le fa un bel lavoretto” dico.
Gli faccio l’occhiolino, lui mi guarda con le sopracciglia sollevate.
“Un… lavoretto?” dice, allungando le labbra in un sorriso. Gli occhi brillano come fanali. E’ in pieno flash. Bisogna cogliere l’attimo, accelerare il ritmo. Faccio un cenno alla lady, che gli va vicino. Gli siede sulle ginocchia. La sua mano destra, incerta, morta, parte verso il seno.
“Sì, carino” dice la lady, facendo le fusa, ”ti faccio una bella… cosina… la vuoi?”
Lui ride, muove la mano sulle tette, mette in azione anche l’altra. Ma continua a sbirciarmi.
“Sì ma… e lui?”
“A me piace guardare” dico. “Ognuno ha i suoi gusti, avvocato.”
“Oh” sussurra l’avvocato, mentre la lady gli sollecita il lobo dell’orecchio con la lingua. Non ha tempo di riflettere sulle mie parole, la ragnatela elettrica dell’airplane gli sta mandando in fibrillazione i neuroni del cervello. “Ahhh” sospira, mentre la lady, lenta e suadente, gli sbottono i pantaloni. Glielo tira fuori, lo prende in bocca.
Io sono in posizione strategica, ci resto il minimo indispensabile, circa quarantacinque secondi. Glielo devo, alla lady. Mi avvicino e, mentre lui ha la testa rovesciata all’indietro con gli occhi chiusi lo colpisco con un pugno in faccia. Colpo frontale, con spinta a fondo. Lui grida, si abbatte con la schiena sulla spalliera della poltrona, mi guarda atterrito con la bocca spalancata, il sangue che zampilla dal naso fracassato. La lady si stacca di colpo, sputa. Io apro fulmineo il cassetto e prendo il piccolo revolver col manico di madreperla. Me lo ficco in tasca. E’ un gioiellino, ci farò almeno 500 euro al mercato nero.
“Te lo taglio questo schifo, brutto bastardo” dice la lady, girandogli le spalle.
L’avvocato Chiagniefotti è immobile con la faccia sbalordita/stravolta dal dolore e dal flash andato in corto circuito. La bocca è sempre spalancata, piena di sangue, un dente incisivo si è staccato dalla gengiva e pende verso l’interno. Recupero il sacchetto con la roba.
“Adesso mi dai tutti i soldi. Anche quelli che hai in cassaforte. Se credi di fare il furbo, se ti viene l’idea di sporgere denuncia pensa a questo.” Apro lo zaino che porto sempre con me, gli mostro la telecamera digitale fissata col nastro da pacchi. “Se fai una cazzata metto il filmato in rete. I tuoi clienti, tua moglie, i tuoi elettori rideranno di gusto vedendo che tiri droga e poi ti fai fare un pompino da una ragazza punk.”
Niente. Non si muove. E’ una statua con la bocca spalancata, il sangue che cola sul petto, sulla camicia azzurro-cadavere, sulla pancia. Così, per aiutarlo a scuotersi, gli mollo un calcio nella parte interna della rotula, il punto più doloroso di tutta la macchina umana.

Guido rilassato nel traffico che ha ricominciato a scorrere. La lady è chiusa in un mutismo che nulla sembra scalfire. Non ha neanche risposto alle mie battute.
“Che schifo di storia” dice.
“Sei stata grande” dico, cercando di portarla fuori dal suo stato di down. “E ho cercato di tenerla corta. Neanche un minuto.”
“Bah” dice, cupa.
“Lady. Abbiamo quattordicimila euro in contanti, una pistola da collezionisti e la roba, che rivendo in due giorni. Possiamo costruire il secondo bagno nel capannone, finalmente.”
“Il bagno. In un locale occupato. Possono sbatterci fuori anche domani.”
“Ma no. Devono demolirlo per uno di quei progetti di recupero che non partirà mai. Il comune è in miseria, c’è la crisi. A nessuno frega niente del nostro capannone.”
“Sarà. Tu la fai sempre facile” dice. Si accende una sigaretta.
“Lady, le cose non vanno male, perché vuoi sempre metterle in peggio, come Roby?”
Dopo due tiri lancia fuori la sigaretta dal finestrino.
“Ho fame. Andiamo a farci una pizza” dice.
Mi piace il suo tono. E’ così… tirato via. Così notturno.
“Possiamo mangiare anche in un ristorante a cinque stelle, se vuoi.”
“Ma no. Non me ne frega niente del ristorante. Andiamo alla Scalinatella.”
“Come vuoi.”
Quello che piace a lei piace anche a me. Il fatto è che la lady mi piace da matti.
“Senti lady… perché noi due, insomma… perché non ci mettiamo insieme?”
“Insieme?”
“Sì. Non è vero che ti faccio schifo, dai.”
“No, non è vero. Però mi fai paura. E’ questo il problema.”
“Paura?”
Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Sta uscendo dal down, sta entrando nel ritmo lento, sta entrando nella notte.
“Sì. Tu non ti fermi davanti a niente. Non hai limiti. Per te ogni differenza tra bene e male è polverizzata. Non so se io sono così. Non so se lo sono diventata.”
Parcheggio l’Ape dietro la stradina della pizzeria. E’ un’area di sosta riservata alla Polizia Municipale, ma piove, fa freddo, e i vigili urbani non escono con questo tempo da lupi. Stanno a scaldarsi il culo in ufficio.
Le prendo la mano mentre passiamo di fianco alla torre medievale che un tempo era una galera della Chiesa e oggi è un bed & breakfast.
Siamo davanti all’ingresso della pizzeria. Quando entreremo il proprietario come al solito ci farà un’accoglienza trionfale, come se entrassero due star della televisione. Non ho mai capito perché.
“Lady, guardami.”
Mi guarda. Sorride.
“Io.”
“Tu. E allora?”
“Io, lady. Non disprezzarmi. Io sono il futuro.”

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One Response to Alternative metal

  1. sparz il 27 gennaio 2011 alle 10:37

    nel tuo miglior stile, Mauro, ciao.



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