Notte e Nebbia [ Aiutami a parlare della cenere di un cuore. ]

27 gennaio 2011
Pubblicato da


[sottotitoli tradotti da O. Puecher]

Con ognuna delle tue parole così brillanti d’oro 
Aiutami a parlare della cenere di un cuore.
1

[“Père Jacques, mon pur feu flambant” di Jean Cayrol]

   di Orsola Puecher

   Ogni anno il 27 Gennaio mi attende il dovere di commemorare il Giorno della Memoria, rinnovando una sofferenza che solo chi ha avuto delle vittime del Nazifascismo fra i suoi familiari può comprendere profondamente. Ma mai come quest’anno occorre raccontare della cenere di un cuore, per strappare la memoria alla retorica, all’abitudine e all’intento strisciante di svilire, ridicolizzare e ⇨ falsificare la storia, per poi più facilmente rimuovere e dimenticare.   Mai come ora è necessario ricordare, mai come in questo momento i valori della Costituzione Repubblicana, nata dalla Resistenza e dalla lotta al Nazifascismo, sono quotidianamente usurpati e seriamente minacciati.
   Affonda in tempi oscuri, lontana ma pervicace, la radice di chi usa il potere a proprio vantaggio, sia che favorisca le sue favorite, sia che faccia della legge una comoda elastica materia da piegare a proprio uso e consumo.

Sia che racconti una barzelletta sugli Ebrei, pronunciando con il sorriso sulle labbra la parola campo di sterminio, fra i satelliti che al nome di Hitler gli ridono sguaiatamente intorno. Sia che affermi in una intervista, parlando del fascismo paragonato alla dittatura di Saddam in Iraq, “Lasciamo stare, era una dittatura molto più…”. “Benevolente”, suggerisce l’intervistatore, “o benigna”, traduce l’interprete…. “Si’, Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino”. [intervista di Nicholas Farrel –The Spectator – 2003]
 

Notte e Nebbia dal commento di Jean Cayrol
 
Nel momento in cui vi parlo, l’acqua fredda delle paludi e le rovine riempiono le fosse dei carnai. E’ un’acqua fredda e opaca come la nostra cattiva memoria. La guerra è assopita, un occhio sempre aperto. L’erba fedele è ricresciuta sull’Appel Platz intorno ai blocchi. Un villaggio abbandonato, ancora pieno di minacce. Il crematorio è fuori uso. Le crudeltà naziste sono passate di moda. Nove milioni di morti vagano in questo paesaggio. Chi di noi veglia in questo strano osservatorio per avvertirci dell’arrivo di nuovi boia? Hanno davvero un volto diverso dal nostro? Da qualche parte, fra noi, ci sono dei kapò che l’hanno scampata, dei capi riabilitati, dei delatori sconosciuti. Ci sono tutti coloro che non ci credevano, o soltanto ogni tanto. Ci siamo noi che guardiamo sinceramente queste rovine come se il vecchio mostro dei campi fosse morto sotto le macerie, che fingiamo di ritrovare la speranza, davanti a queste immagini che si dileguano, come se si fosse guariti da quella peste, noi che fingiamo di credere che tutto questo appartenga a un solo tempo e a un solo paese, e che non pensiamo più a guardarci intorno e non sentiamo quelle grida infinite.

[trad. Orsola Puecher]

 
   Le parole finali di Nuit et Brouillard, scritte dal poeta e scrittore Jean Cayrol, racchiudono un compito di vigilanza, affidato come una catena alle generazioni future. Nel loro stile lirico e antiretorico, sono il tenue filo conduttore del documentario di Alain Resnais, assistente alla regia Chris Marker, dove le riprese a colori fatte ad Auschwitz-Birkenau intorno al ’54, si mescolano in modo perfetto con il bianco e nero di fotografie e filmati d’epoca degli archivi nazisti e alleati, con l’accompagnamento della musica composta da Hanns Eisler, che, tanto più le immagini sono terribili, tanto più si abbandona a una specie di dolcezza interrogativa. Nella sinergia, nel contrapporsi, nell’inseguirsi di queste tre linee di racconto sta la forza unica e ancora intatta di questo documentario, concepito nel 1955 quando ancora era molto difficile parlare della tanto vicina tragedia dei campi di concentramento. Censurato in Francia soprattutto per quell’immagine del flic francese con il kepì che sorveglia gli internati del campo di Pithiviers, ché il collaborazionismo interno era ancora un argomento scottante, in esso per la prima volta si videro immagini che forse ora ci sono in un certo qual modo familiari, anche se sempre inaccettabili, ma che allora furono un vero e proprio shock. Ci sono alcune imprecisioni, per alcuni non si sottolinea abbastanza l’Olocausto ebraico, non si parla delle altre vittime, omosessuali e rom, non si precisa la differenza fra campi concentramento e di sterminio, si può contestare che la parte dove si parla del sapone è forse una diceria, non si puntualizza che i poveri corpi spalati dal bulldozer, una delle sequenze più terribili, furono un’emergenza degli alleati che dovettero seppellirli in fretta per scongiurare epidemie. Ma in questa prima meditazione c’è una tale emozione, un intento civile talmente forte, un mettersi di fronte alla tragedia a cuore aperto, che i difetti, riconosciuti più tardi da Resnais stesso, passano in secondo piano.
   Le riprese nel campo di Auschwitz, il presente deserto, muto, vuoto ma ancora pieno di minaccia, sono carrellate lente che si fermano nelle foto d’epoca o si trasfondono nei filmati veri con un effetto naturale e stridente insieme. Notte e Nebbia chiude la parte iniziale della carriera di Resnais, iniziata come documentarista, anticipando con il procedere per contrapposizione di linguaggi, quella che sarà la caratteristica principale del suo cinema, fatto di salti temporali, frammenti narrativi, mai lineare per trama, così vicino al procedere del flusso interiore di pensieri e sentimenti.
   ⇨ Jean Cayrol, che racconta di aver avuto, dopo aver scritto questo testo, un periodo di sofferenza fortissimo, fu internato a Mauthausen nel ’42 per aver partecipato alla resistenza francese, come prigioniero N. N., la scritta che in un’immagine del film si vede impressa a larga pennellata sulla schiena di un deportato, e che significa Nacht und Nebel, Notte e nebbia, definizione di una tipologia speciale di deportati, liricamente ispirata nel nome a un verso da L’oro del Reno di Wagner in cui Alberich per nascondersi indossa un elmo magico che lo rende invisibile.

 


 
ALBERICH:
[…]
“Nacht und Nebel –
niemand gleich!”
 
“Notte e Nebbia-
simile a nessuno!”

 
R. Wagner Das Rheingold, Scena Terza

 
   I Nazisti erano dei boia poetici: accompagnavano perfino i loro schiavi al lavoro con arie d’operetta, ossa e note.
   Gli N.N. erano i prigionieri politici destinati a sparire più di quanto già sparissero gli altri, a diventare Nomen Nescio, gli invisibili degli invisibili, antesignani dei desaparecidos, nessuna notizia del loro arresto, della loro destinazione e della loro morte doveva trapelare, per decreto:

  ⇨ Nacht und Nebel Erlass  
[ Decreto “Notte e Nebbia” – Berlino, 7 dicembre 1941 ]

Il terzo e fondamentale elemento di Notte e Nebbia è la musica composta da ⇨ Hanns Eisler, di origini ebraiche, comunista, allievo di Schönberg e Webern, collaboratore di Bertoldt Brecht, autore dell’Inno della Repubblica Democratica Tedesca, profugo prima dal Nazismo in America, dove fu vittima del Maccartismo, e poi costretto a fare i conti, una volta tornato a Berlino est, anche con la censura di quel regime, egli infonde alla colonna sonora una particolare malinconia, sintesi di una vita che ha attraversato la storia del ‘900 nei suoi nodi più stridenti, e che stempera e insieme acuisce la drammaticità delle immagini, spostando i contrasti su di un piano quasi elegiaco, in un continuo senso di allarme sotterraneo.
   E di fronte alle bocche aperte dei forni spenti, ai camini freddi, è terribile pensare alla linea del fuoco che ha percorso il nazismo, ardendo prima simbolicamente e poi, calore e fiamme, a ridurre in cenere, nella Soluzione Finale, notte e giorno, milioni di corpi.
 


 
   Quando Hitler salì al potere, le notti per tre giorni si trasformarono in questo spettacolo di fuochi nell’oscurità. La forza del nuovo ordine deve essere dimostrata dall’ordinato fiume di tedofori maniacalmente allineati a formare l’enorme svastica ardente, che incute timore e eccita la gente semplice a una specie di primitivo sentimento ferino, bestiale ed eroico. Gli uomini si devono trasformare in bestie pronte a tutto, in automi pronti a obbedire a qualsiasi ordine, per annientare chiunque si opponga all’ascesa del nazismo. Le accurate riprese cinematografiche, sono parte integrante della propaganda.
 

[ la traduzione 2]

 
   Comunisti, socialdemocratici e sindacalisti sono i primi a essere eliminati. Chi lavora a giornali e radio deve essere nazista. Poi si bruciano libri. Goebbels guida la cerimonia all’università di Berlino: chiama i giovani al nuovo spirito tedesco e alla nuova cultura, studenti e SS insieme gettano nel fuoco Tolstoj, Majakovskij, Anatole France, Romain Rolland, Jack London, Mann (Thomas e Heinrich), Heine, Remarque, Brecht, Marx, Engels, Lenin… bruciano i frutti del pensiero umano. Poi bruceranno gli uomini.
 


V. Ullmann Sonata N.7 [ Terezin 1944 ] Adagio ma con moto 


 
   Le dittature non sanno che farsene degli uomini di libri, come li chiama il Dottor Goebbels, anzi li temono, temono le opinioni dissonanti, e chi ancora i libri li vuol mettere all’indice, radiare dalla Biblioteche, in questo 2011, lontano dalle notti infuocate di Berlino, certo, imparagonabile, forse non si rende nemmeno conto di quanto la peste concentrationnaire, come la chiama Cayrol, abbia vie insospettabili e sempre vive per diffondere la sua infezione.
 

  1. Par chacun de vos mots si brillants dans votre or
    aide-moi à parler de la cendre d’un cœur. []
  2. A Berlino come in altre città universitarie della Germania i libri “anti tedeschi” e immorali sono stati raccolti e bruciati dagli studenti.
    Il falò alla Opernplazt di Berlino.
    Il ministro del Reich Dottor Goebbels si rivolge alla gioventù.
     

    Miei cari studenti, donne e uomini tedeschi,L’era del’esagerato intellettualismo ebraico è ora alla fine.
    Il trionfo della rivoluzione tedesca,ha già sgombrato la strada al cammino tedesco; il futuro uomo tedesco non sarà solo un uomo di libri, ma anche un uomo di carattere.
    Ed è a questo scopo noi vogliamo educarvi.Ad avere in giovane età il coraggio
    di guardare direttamente negli spietati occhi della vita.
    A ripudiare il timore della morte per riguadagnare il rispetto per la morte.
    Questa è il compito dei giovani e così fate bene a questa tarda ora della notte
    ad affidare alle fiamme l’immondizia intellettuale del passato.
    Questa è una forte, grande impresa simbolica,un’impresa che proverà a tutto il mondo che le basi intellettuali della repubblica di Weimar sono qui affossate.
    Ma da queste rovine risorgerà vittoriosa la Fenice di un nuovo spirito.

    []

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19 Responses to Notte e Nebbia [ Aiutami a parlare della cenere di un cuore. ]

  1. Gabriele Biotti il 27 gennaio 2011 alle 11:17

    Il panorama contemporaneo ci mostra non solo preoccupanti revisionismi (come sta avvenendo in Ungheria in questi giorni ma anche altrove), ma veri e propri “sdoganamenti” di fascismo e nazismo. Se da una parte rimane fondamentale scrivere, riflettere o filmare per commemorare (è una strategia o una politica attiva, sempre importante), dall’altra dobbiamo essere molto vigili al fatto che sempre di più ultimamente la Storia vive di anacronismi e certe “bestie” non sono morte, anzi ritornano, magari con forme e volti nuovi. L’Italia ne mostra la punta avanzata, in una situazione che non ha ancora mostrato tutto il suo elemento angoscioso. Il trauma è soprattutto storico e si lega al bisogno di una memoria elaborata nel giusto modo.
    Gabriele Biotti

  2. viola il 27 gennaio 2011 alle 11:23

    che non si ripeta sta a noi, thanx O.

  3. Mordecaj il 27 gennaio 2011 alle 11:31

    Se il ricordo della Shoah deve anzitutto sottolinearne la sua specificità, il suo “unicum”, da Primo Levi vissuto, indagato e consegnato alla migliore storia della letteratura: “in nessun altro luogo e tempo si è assistito ad un fenomeno così imprevisto e così complesso: mai tante vite umane sono state spente in così breve tempo, e con una così lucida combinazione di ingegno tecnologico e crudeltà”; se questa irriducibilità viene relativizzata e diluita dalla ricerca di un “consenso nazionale” imperniato sull’equiparazione dei presunti “totalitarismi”, l’ansia di archiviazione (che già traspare) aprirà la strada dell’oblio. Già De Felice :la banalizzazione del fascismo storico italiano; un’esperienza “autoritaria ma non totalitaria” da estendere per S.Romano anche al Franchismo, finisce per esaltare la civiltà latina e cattolica, che non è caduta negli eccessi dei “barbari” germanici e slavi, e che, ha trattato i “suoi” ebrei come “fratelli maggiori” diseredati ( con qualche occasionale intemperanza, dovuta alla necessità di difendersi contro il totalitarismo giacobino e bolscevico, seppur nelle forme anomale di bonapartismo e stalinismo). All’arco costituzionale subentra quello antitotalitario, dal Cardinale Ruffo a Junio Valerio Borghese e simili “patrioti”. E’ evidente che la Resistenza, dai martiri napoletani del 1799 e Filippo Buonarroti, robespierrista e comunista, fino alle brigate Garibaldi finisce dall’altra parte: come un tentativo totalitario. La Shoah diviene, in questa distorta prospettiva, una “sbavatura”, in cui i revisionisti post-fascisti ed ex-sinistri minimizzano all’unisono il cospicuo contributo italico, dalle leggi speciali del ’38 all’abiezione di Salò.
    Invece, l’antisemitismo, culminato nella Shoah, è notoriamente un prodotto cristiano e specialmente, anche se non esclusivamente, cattolico. Certo Lutero e gli ortodossi hanno svolto un ruolo prominente, ma il papato, i gesuiti ed i francescani con i loro (testé beatificati) Pio IX, Mons. Stepinac e Mons. Tiso e padre Gemelli non sono stati da meno. L’ulteriore sovrapposizione di un antisemitismo laico-illuminista (Voltaire), e poi di un razzismo “biologico” a tinte irrazionalistico-pagane (filoni compresenti nel nazismo tedesco) non oscura il fatto elementare che alla base dell’antisemitismo storico sta l’adattamento all’impero romano della tendenza paolina (contro lo stesso giudocristianesimo gerosolimitano). Tutto ciò in opposizione a quel che Bernard Lazare, parlando di C.Marx, definiva “il vecchio materialismo ebraico, che sognò perpetuamente di un paradiso realizzato sulla terra e sempre respinse la remota e problematica speranza di un Eden dopo la morte”. Ma anche nella divulgativa “Apologia dell’ebraismo” di Dante Lattes “I giorni lontani della pace, della serenità, della felicità sono la meta cui gli uomini devono tendere con il loro lavoro.. ..Il Regno di Dio viene in quanto noi lo facciamo venire.. ..esso deve concretarsi non solo nei singoli, ma deve effettuarsi nel mondo e nella storia”. Questa è la “carnalità” rimproverata dal cristianesimo all’ebraismo, ed alle “eresie giudaizzanti”, ossia alla redenzione e ricomposizione (Tiqqun), attraverso il messianesimo e il regno di dio sulla terra come obiettivo collettivo e terrestre piuttosto che “meramente interiore e trascendente (nell’aldilà): ciò che tuttora Benedetto XVI denunzia nel comunismo in quanto messianesimo secolarizzato. Le concezioni del revisionista Furet, che “siamo condannati a tenerci questo mondo qual è”, e della filosofa H.Arendt, che ogni tentivo di cambiarlo sostanzialmente porta al totalitarismo, fanno da ponte tra revisionismo “democratico” e rivendicazione reazionaria unificante le varie destre, tradizionaliste o moderniste, e si riconnettono ad un fondo comune antisemita della “civiltà cristiana occidentale”.

  4. véronique vergé il 27 gennaio 2011 alle 12:33

    La memoria è scappata da un bosco freddo, da un muro, da una casa. Ha un tempo eterno di memoria, un albero di parole, una linfa superstite. Orsola ricorda come il passato non deve essere seppelito o visto con indifferenza.
    Abbiamo imparato una lezione di dolore e di vergogna. Si puo dire anche che il termine dell’infanzia è arrivato, quando abbiamo la conoscenza dei campi di sterminio. Allora non abbiamo più fiducia, abbiamo paura, sentiamo un sentimento di orrore. La trasmissione è precioza, perché dice che dalla notte la più disumanizzata, si preservano le voci di tanti bambini strappati alla vita, di tanti gridi che nessuno sentiva, di tanti corpi affondati nella neve, in una fossa.
    Oggi, vorrei che l’albero magnifico esca dalle pagine del diario di Anne Frank affinché sia ancora li per dire come la poesia, la sensibilità siano la nostra memoria.

  5. carmine vitale il 27 gennaio 2011 alle 13:40

    un puro capolavoro
    come Shoah di Claude Lanzmann
    fondamentali per capire perché
    saluti
    c.

  6. Gabriele Biotti il 27 gennaio 2011 alle 13:42

    Ancora una cosa: bisognerebbe cercare di fare della memoria, oltre che un dovere, una pratica costante e da elaborare. Se un vivere civile si fonda sulla memoria, allora occorre costruire l’uno come l’altra, attraverso un lavoro culturale sempre pronto a interrogarsi. La Storia e le immagini ci permetono di farlo al meglio.
    Gabriele Biotti

  7. roberto matarazzo il 27 gennaio 2011 alle 14:34

    articolo denso che si legge con animo saturo di amarezza, per non dimenticare suggerirei di rileggere primo levi e ricordare ciò che scrisse di giulia levi, la figlia dell’ing. levi di milano, uccisa a 5 anni perchè ebrea, colpevole di essere ebrea.. per ciò che concerne il premier, è solo un cafone, non meritereb be neanche di essere preso in considerazione!

  8. paolo pisacane il 27 gennaio 2011 alle 16:53

    Stamattina la mia classe sapeva che avrebbe visto “il film”.

    Di grande coraggio ha bisogno chi invita le masse alla responsabilità individuale, chi le invita a non essere più fredde, a non lasciarsi trascinare dal fiume dell’indifferenza, a non essere più folle afasiche. Di grande coraggio e di grande immaginazione. Immaginare che un grande numero di persone possa uscire, dopo la visione dello scioccante documentario “Notte e nebbia”, e riconoscere tutte le volte che la macchina del razzismo si mette in moto, è un atto poetico. Un atto che mira ad un altrove, che sogna un territorio mondato da insensibilità e vigliaccheria, un altrove che nemmeno un poeta come Pasolini credeva possibile, quando scriveva che “l’intelligenza non avrà peso mai / nel giudizio di questa pubblica opinione. / Neppure sul sangue dei lager otterrai / da una delle milioni d’anime della nostra nazione / un giudizio netto interamente indignato”. Ricordare per agire stanca, più facile ricordare e chiudere il passato in un museo.

    Tutti gli anni, in questo giorno, mi ritrovo a sentire un galateo di frasi fatte e vuote, da parte dei miei colleghi, che quest’anno, credo che basti questo, erano in allarme perché il Comune ha mandato all’inizio dell’anno una lettera in cui parlava di un film da far vedere e poi si è volatilizzato, adesso noi che facciamo? Allora penso: la mia terza non vedrà la loro favoletta con l’ebreo che si salva e il nazista buono; restano in classe e faccio lezione io. Invece no. Stamattina arriva il vicepreside e mi dice che le terze vedranno tutte il mio film. Non l’hanno mai visto, ma si fidano.

    Arrivano le classi e sembra l’inizio del circo. Chiedo la parola, mentre pesno che mi vorrei trovare altrove, che questi estranei che ho di fronte parlano una lingua che non conosco. “Ragazzi, oggi non vi chiederò solo il silenzio. Il silenzio non basta. Non è sufficiente un’attenzione particolare. Di fronte a questo documentario, che dura solo mezz’ora, dobbiamo avere un atteggiamento che non sta nelle nostre abitudini comuni. Forse qualcuno di voi è contento perchè non fa lezione e qui siamo tutti riuniti a vedere un bel film. Vi devo deludere. Non c’è nulla di divertente. Non c’è nulla di leggero. Dunque vi chiedo il rispetto che si ha per le cose più grandi di noi. Stiamo parlando di uno dei crimini più orribili della storia. Questo documentario ne parla senza addolcire la verità, senza ammorbidire i toni, mostrando delle immagini sconvolgenti. Qui non c’è nessun padre che riesce a far credere al figlioletto che si tratta solo di un gioco, come ne “La vita è bella” (la collega: “Sì, l’abbiamo visto! Sì, ve lo ricordate ragazzi?”), film che dice il falso perchè tutti i bambini venivano subito mandati nelle camere a gas. Non c’è nessun benefattore che emerge raccontandoci di quanti ne ha salvati, come in Schindler’s list. Questo film ci mette in difficoltà, ci spiazza, ci mette nell’angolo: chiede di chi sia la responsabilità, che è la domanda cruciale.
    Quindi chiama in causa la nostra coscienza, ci impone una attiva vigilanza di fronte a tutti gli atti, ancora oggi frequenti e numerosi, di esclusione, abbassamento sociale dell’altro, deumanizzazione. La giornata della memoria non è una ricorrenza che siamo costretti a rispettare, non è un atto di buona educazione. Una cerimonia che permette il ripristino, il giorno dopo, di tutti gli atteggiamenti che contribuiscono a muovere la macchina del razzismo, con la sua fabbricazione dell’inferiore, con la sua pedagogia dell’ignoranza e dell’ostilità verso il diverso, clandestino, omosessuale, ebreo, islamico, zingaro …”

    Finito il pippone, la proiezione inizia, le facce sono avvinte dalle immagini, pochi fiatano. Pare che siano attratti dal macabro, che ciò che resti sia la sensazione forte, il pugno nello stomaco dell’ebreo disumanizzato, ridotto a scheletro. L’unica domanda che fanno, dopo la visione è: “Perché gli tagliavano anche la testa?” La mia collega divaga, parla di Benigni, del “Bambino col pigiama a righe”, di un suo conoscente, scampato ai lager, che alla nipotina che gli chiedeva del tatuaggio sul braccio rispondeva che si trattava del numero di telefono di un amico.
    Fingo che sia un messaggio anche per me; anch’io avrei dovuto rispettare i tredici anni di questi ragazzi? Mi chiedo se ho fatto bene a scegliere questo film, se questi drogati di videogiochi e facebook sono all’altezza di un tale argomento o se, come dice una mia collega, hanno proprio bisogno di essere smossi, svegliati. Alla fine della scuola, una mia alunna passa vicino a me. La saluto e le chiedo cosa pensa del film: “Non ci faccia più vedere una cosa simile, prof!”

  9. stalker il 27 gennaio 2011 alle 18:19

    bellissimo lavoro.
    complimenti Orsola.

  10. lorenzo il 28 gennaio 2011 alle 01:19

    grazie a puecher per aver ricordato l’episodio della barzelletta di berlusconi sui lager, assai più grave e indicativo di tante altre cose.

    lorenzo

  11. clelia pierangela pieri il 28 gennaio 2011 alle 10:40

    Grazie, Orsola.
    Aggiungere altro non serve. Aprire bene gli occhi, non solo serve: necessita!

    Grazie.
    clelia

  12. orsola puecher il 28 gennaio 2011 alle 11:25

    Ci sono in questi vostri commenti, suggestioni ed esperienze che meritano altri post…

    Abbiamo un bello sforzarci di rielaborare il trauma storico attraverso le immagini, lo studio, come giustamente dice Biotti, ma quando si leggono notizie così:

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/01/16/news/loggia_dei_mercanti_nuovo_appello_il_city_center_ostruisce_il_sacrario-11306720/

    si capisce benissimo quale sia la linea in materia di chi ci governa…

    Per controbattere alla banalizzazione del fascismo italiano, la dittatura benigna del barzellettiere che ci è Presidente, di cui parla Mordekaj, consiglio la visione di questo documentario inglese acquistato dalla Rai e poi mai trasmesso e che andò su La 7 qualche tempo fa

    Fascist Legacy

    http://www.youtube.com/watch?v=QBZT-9f-bIk

    http://www.youtube.com/watch?v=1JT0nq3bS-w

    Nelle scuole italiane si insegna poco e male la Storia dopo la prima Guerra Mondiale e il fenomeno del fascismo di ritorno fra i ragazzi, e questo detto per esperienza diretta di madre di adolescenti, è molto diffuso e preoccupante. Fin dalle scuole medie, fra i maschi soprattutto è diffuso l’atteggiamento fascistoide e nazistoide, come atteggiamento contro tout court: si frequentano siti nazisti, internet ne abbonda più di quanto ci si immagini, con annesso Protocollo dei Savi di Sion e teorie negazioniste e mistica ariana, simboli, ne deriva bullismo in classe, razzismo verso i compagni extracomunitari, atteggiamento macho con le ragazze. E soprattutto nei piccoli paesi delle più sperdute province, dove il vuoto culturale della sinistra è un abisso e i valori tradizionali deponenti.

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  13. carmine vitale il 28 gennaio 2011 alle 12:00

    “Nelle scuole italiane si insegna poco e male la Storia dopo la prima Guerra Mondiale e il fenomeno del fascismo di ritorno fra i ragazzi, e questo detto per esperienza diretta di madre di adolescenti, è molto diffuso e preoccupante. Fin dalle scuole medie, fra i maschi soprattutto è diffuso l’atteggiamento fascistoide e nazistoide, come atteggiamento contro tout court: si frequentano siti nazisti, internet ne abbonda più di quanto ci si immagini, con annesso Protocollo dei Savi di Sion e teorie negazioniste e mistica ariana, simboli, ne deriva bullismo in classe, razzismo verso i compagni extracomunitari, atteggiamento macho con le ragazze. E soprattutto nei piccoli paesi delle più sperdute province, dove il vuoto culturale della sinistra è un abisso e i valori tradizionali deponenti.”

    facciamone un bigliettino e lasciamoli cadere su tutta la nostra patria.
    come gocce di benefica pioggia
    sottoscrivo parola per parola
    grazie
    c.

  14. Giovanna Cosenza il 28 gennaio 2011 alle 17:24

    Bello, duro, doloroso.
    Ciò di cui scrivi e come ne scrivi.
    Grazie Orsola,
    Giò

  15. andrea inglese il 28 gennaio 2011 alle 18:16

    Segnalo un pezzo su cinema e shoa apparso oggi sul sito alfabeta2:

    http://www.alfabeta2.it/2011/01/28/il-giorno-del-carrello/

  16. sparz il 29 gennaio 2011 alle 12:37

    ho guardato con crescente dolore e rabbia i documentari linkati da Orsola, che ancora ringrazio, memore, con crescente raccapriccio, dei racconti gloriosamente guerreschi che mi faceva mio padre, mitragliere reduce appunto dalla guerra di Libia, e in particolare in Cirenaica. Non c’è limite alla vergogna che ogni tanto dovrebbe sommergerci. Lo ripeto con un dolore smisurato.

  17. orsola puecher il 29 gennaio 2011 alle 15:09

    Paolo Pisacane sarà una visione poetica, una grande immaginazione credere che far vedere un film renda migliori, ma tocca farlo anche a perdere, qualcosa resta sempre

    Volevo dire a Viola che il perché non si ripeta è una specie di imperativo capillare che ti fa sobbalzare anche al supermercato, quando una voce indignata tre toni di decibel sopra redarguisce il signore dello Sri Lanka che inavvertitamente ha saltato un posto della fila alla cassa. “Nei paesi civili si fa la coda, tornate da dove siete venuti” e due impellicciate di visone come zarine comprese di colbacchi annuiscono starnazzanti “Ma come ha ragione… metterli tutti al muro!”.

    Véronique non so se per i ragazzi di oggi il sapere dei campi di sterminio costituisce ancora la “linea d’ombra” che ti fa sentire terminata l’infanzia, per me lo è stato. E non è un dolore che fa male, sveglia, fa maturare… oggi forse ci sono dolori più striscianti, nascosti e peggiori, che costringono a crescere.

    Carmine suggerisce una specie di azione alla D’Annunzio volante su Fiume, che avrebbe molto successo anche come performance d’arte contemporanea, altro che vernice nella Fontana di Trevi!

    Matarazzo certo il barzellettiere è un cafone, ma come dice Lorenzo questo suo atteggiamento di revisionismo e di negazionismo é quasi peggiore delle presunte maratone di sex&the escort.

    Stalker, Giovanna e Clelia grazie, c’è davvero molto lavoro in questo post, che ho iniziato a progettare un mese fa.

    Andrea grazie del rilancio, il post su Alfabeta è molto interessante, dovendo scegliere un video quest’anno avevo preso in esame varie possibilità, scartando d’istinto insieme a Kapò tutti quei film che in modo più o meno estetico, edulcorato o melodrammatico, certo con buone intenzioni, ricostruiscono per il set i campi di sterminio e i loro abitanti, resi macilenti con costumi, trucco e parrucco ed effetti speciali vari. Di fronte alle immagini vere la ricostruzione ha qualcosa di inutilmente falso e buonista sempre.

    Sparz nel fim di Resnais i sottoposti, chi ha eseguito ordini, dice sempre “non sono reponsabile.” , chi questi ordini li diede in Italia sta nascosto negli archivi, come il famoso Armadio della Vergogna, e resta sempre impunito, insabbiato.

    ,\\’

  18. fabio teti il 30 gennaio 2011 alle 17:07
  19. Gabriele Biotti il 31 gennaio 2011 alle 22:50

    Mi pare che uno dei problemi centrali del dibattito sia lo stato di allentamento della tensione etico-morale e civile del nostro paese.
    Purtroppo al momento mi pare che in Italia non ci siano gli anticorpi sufficienti per una risposta IN BLOCCO e CONDIVISA. Tutti parlano di condivisione ma nessuno sa bene cosa vuol dire, mi sembra…
    Ho paura che tanti ragazzi non siano troppo interessati a queste cose; si vive appiattiti sul presente, pensando che tutti potranno diventare ricchi e famosi in breve tempo. Il passato, la memoria, la cultura sono avvertiti spesso come impedimenti al successo personale e all’affermazione incondizionata di sé.
    Niente più comunità e ognuno per sé (e Dio per tutti).
    Certi politici del centro sinistra hanno enormi responsabilità, dal momento in cui hanno incominciato, ormai anni fa, a rivedere il giudizio sulla repubblichina di Salò e sui giovani fascisti di allora, e poi via i giornalisti pronti a amplificare quelle voci, in tv come in libreria…
    La scuola avrebbe delle potenzialità immense e deve poter costruire un senso della memoria. Un governo così di destra non ha perso un secondo per smantellare la scuola pubblica e l’università laddove potrebbero costituire dei “pericoli” per un pensiero unico che purtroppo in Italia sta trovando argini troppo deboli.



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