Baby Lemonade

30 gennaio 2011
Pubblicato da

di Gian Paolo Ragnoli

Saperlo là, indaffarato nel giardino della sua casa di St. Margaret’s Square, a Cambridge, era una consolazione per molti. Per tutti coloro che si sono sentiti Barrett almeno una volta, nelle giornate lente e noiose di “Dominoes”, nell’alienazione del lavoro di “The Scarecrow”, nell’assurda schizofrenia del “dover essere” (alluso in “Jugband Blues”), nella tragica coscienza di “Dark Globe” che qualcosa era finito per sempre (un’amicizia? l’infanzia? un sentimento intimo…?) o nella felicità insensata e infantile di “Bike”, nell’ebbrezza della scoperta di “The Gnome”, nella disperazione di “Feel”…

Sabato scorso, Santerenzo, bar Il Portiolo, ora dell’aperitivo. Arriva la cameriera, bionda, giovane, come una Pattie Boyd fuori epoca. Sara prende un bicchiere di vino, io ordino un Manatthan. La ragazza chiede se ci da fastidio la musica, rispondo che quella buona fa sempre bene…Sorride, poi fa partire un cd. Primo pezzo: Baby Lemonade.

In the sad town
Cold iron hands clap
The party of clowns outside
Rain falls in grey far away
Please, please, baby lemonade

In the evening sun going down
When the earth streams in, in the morning
Send a cage through the post
Make your name like a ghost
Please, please, baby lemonade

Ripartire da zero, ricominciare, riprendere quando tutto, ma proprio tutto, sembra finito. Riaccendere la speranza, solo quando ogni speranza è consumata.

Gli sembrava che queste parole indicassero una direzione, politica ed esistenziale a un tempo.

Perdersi, ma perdersi davvero, il suo verso più citato, senza nessuna tentazione nichilista e autodistruttiva. Perdersi per potersi, forse, ritrovare altrove. Perché il pensiero è destinato a un’eterna deriva, sprovvisto com’è di un luogo garantito cui tornare. Proprio per questo deve ogni volta ripartire da zero, “Je reparts à zéro” cantava Edith Piaf, rimettendo in questione le proprie presunte acquisizioni in un transito infinito.

Sì, ma magari senza somigliare a un filosofo francese post surrealista/situazionista/lacaniano…

Tempo fa Red Ivou gli aveva scritto: “Mi sposto su un altro versante”. Bravo Red, questa è sempre una buona idea, un po’ come la mossa del cavallo (i non scacchisti possono ricorrere a Vittorio Foa o a Philip Marlowe per capire quello che sto dicendo, peraltro nemmeno io so giocare a scacchi…), anche se non tutte le volte funziona.

Malvern, come spesso gli accadeva, ci metteva poco a lasciarsi trasportare dalle assonanze tra parole, ricordi, frammenti di canzoni, momenti di vita.

“Vivevamo in uno straordinario presente che cercava, spingeva, si muoveva e si dilatava verso il futuro”. Di nuovo: bravo Red.

A proposito, “God gave Noah the rainbow sign/No more water but fire next time”, il verso che, ricordava Red, secondo Seeger è il più bello di tutta la musica popolare americana, Malvern lo aveva perfettamente in mente, come l’avesse sentito ieri, ma nel suo ricordo Noah era Moses, chissà se significava qualcosa. C’entrava probabilmente la figura del Padre, forse anche il fatto che Moses ebbe in sorte di morire senza essere giunto alla Terra Promessa.

Quel giovanotto del New Jersey che si era fatto un nome saccheggiando il loro vecchio repertorio cantava Noah, ma non c’era troppo da fidarsi di un tipo così, e chiedere a George era fuori questione, avrebbe fatto finta di non ricordare, per quanto da giovane avesse letto Henry Miller.

Quel che è sicuro, pensò  Malvern, ascoltando il mormorio delle onde sulla spiaggia vicina e affrontando una generosa dose di Talisker, è che quel modo di procedere, quello di Colombo che cercando la via per le Indie ha trovato l’America,  ci è rimasto caro, è come una specie di firma delle nostre vite,  come direbbe King of the Road a Kamikaze “questa è la mia storia”.

“Mi sposto su un altro versante”, ok Red, one more time.

Ma ricorda: “Skippin’ over the ocean, like a stone”

Decise che ci avrebbe pensato su. Di cose a cui pensare ne aveva, il buon Malvern, a anche di cose a cui non pensare. A volte gli sembrava che il suo cervello funzionasse “con loop, montaggi, rovesciamenti, alterazioni di velocità, sovraincisioni e sequenze iterative à la Terry Riley”.

Si svegliò alle quattro del mattino. Aveva, come si suol dire, un leggero cerchio alla testa. Brancolò al buio fino in cucina, bevve un bicchier d’acqua e si concesse due minuti di riflessione.

Gli venne in mente Syd, ci pensava, a volte. Syd ai tempi era forse il migliore tra di loro, almeno dal punto di vista della scrittura, i suoi testi sull’Involucro erano per Ted il meglio che avessero prodotto allora. Ma Syd non c’era più, era imploso in se stesso dopo aver cercato di sentire l’urlo della farfalla. Pierre, che nella vita faceva lo psicologo, aveva provato qualcosa, ma sembrava non ci fosse nulla da fare.

Un giorno Syd venne a casa di Ted, gli portò un suo quadro in regalo, guardò la figlia piccola che dormiva, lo salutò e non tornò mai più. Per quanto non sapesse come Malvern pensava che avrebbe, che avrebbero dovuto fare di più.  Da allora quando Ted leggeva le sue poesie in pubblico la prima era spesso “Syd”. Una ferita mai rimarginata.

Il Talisker era finito, passò al Lagavulin. Lo sentì scendere nella gola e nello stomaco, con il suo sapore forte, cenere e torba, che gli procurò un piacere intenso ma che immediatamente spalancò la porta del ripostiglio dei ricordi. Altri whisky, altri luoghi, altri compagne/i di viaggio, ai tempi in cui l’entusiasmo era un fuoco che ci bruciava dentro e la felicità una promessa da inseguire a ogni costo. Quando il corpo era una cosa viva e il sangue pulsava ogni volta che si imbatteva in una donna nuova. Fumava, Old Holborn, a occhi chiusi, e si sentiva invadere da un languore denso e caldo che al fondo aveva “un gusto un po’ amaro, di cose perdute, di cose lasciate lontano da noi”, sapeva di malinconia, di qualcosa o qualcuno dimenticati o, peggio ancora, perduti per sempre.

Pensava a una stagione della sua vita, pensava che qualcosa era davvero andato perduto per sempre. La giovinezza, certo, ma anche l’incoscienza, un’insopprimibile voglia di vivere, l’innocenza.

I’m screaming, I met you this way
You’re nice to me like ice
In the clock they sent through a washing machine
Come around, make it soon, so alone…
Please, please, baby lemonade

***

[L’inizio del testo è preso in prestito da Luca Ferrari, il migliore (l’unico?) studioso di Barrett italiano,  il verso “un gusto un po’ amaro, di cose perdute, di cose lasciate lontano da noi” da Gino Paoli, antico maestro in lontane notti levantesi].

Tag: ,

One Response to Baby Lemonade

  1. gianluca garrapa il 30 gennaio 2011 alle 17:11

    il pensiero è destinato a un’eterna deriva….
    :)



indiani