Una risata disseppellirà: Angelo Orlando Meloni

30 gennaio 2011
Pubblicato da

di
Francesco Forlani

Una delle prime incisioni su disco

C’è un libro, Io non ci volevo venire qui, (ed. Del Vecchio) di Angelo Orlando Meloni di cui vorrei raccontarvi ma per poterlo fare ho bisogno di proporre le seguenti considerazioni preliminari.
Quando vedo una scena con Peter Sellers non riesco a trattenere le risate. Al contrario, quando mi è capitato di vedere Salemme in televisione, non solo non ridevo, ma mi sentivo anche un po’ pirla rispetto ai miei vicini che si scompisciavano nonostante conoscessero quelle battute a menadito. Non c’è niente da fare. Non si ride tutti delle stesse cose! La questione diventa ancora più complessa quando si varcano i confini e si scopre che la comicità, come la poesia, è spesso intraducibile, non esportabile da un paese all’altro. Non ricordo infatti nel mio lungo soggiorno francese di aver visto un solo film di Aldo, Giovanni e Giacomo nelle sale d’ oltralpe e  ho realizato recentemente quanto un grande comico francese di nome Coluche sia assai poco conosciuto dalle nostre parti. Come è possibile allora inquadrare, canonicamente, una letteratura che si dica comica?

Ed è a partire da tale questione che ho interpellato dei miei amici filologi (segue trascrizione della intercettazione via facebook)
Francesco Forlani: Regà, come ridevano i greci? come si diceva “risata”? etimologia? effeffe
Wednesday at 8:30am · Like

Gigi Spina: allora, siamo seri! in greco ridere si dice gelao (pronunzia ghelao se no sembra un gelato), che ha anche un significato di risplendere, brillare, c’è un libretto recente del Melangolo, Come ridevano gli antichi, di Tommaso Braccini, che è un dottorando senese che conosco, il testo di riferimento è il Philogelos, una specie di antologia di barzellette, che è anche edito da Mario Andreassi, Le Facezie del Philogelos, barzellette antiche e umorismo moderno, editore Pensa Multimedia di Lecce (2004); quanto al latino rideo e risus nessuna etimologia sicura, forse lo si lega a una radice sanscrita che significa jouer, danser. Mo sei contento mo? Speriamo che Daniele non smentisca tutto!!!!
Wednesday at 12:04pm · Like
Francesco Forlani Me ne scrivi una? di barzellette greche antiche (con testo a fronte) il cui tema sia quello dell’identità,,,dai Gigi poi ti pago da bere o vuoi dei bondi di stato Pompei?
29 minutes ago · Like
Gigi Spina Questa è la più carina: “Come te li taglio? domandò un barbiere troppo loquace, In silenzio, disse un tipo dalla battuta pronta”.
Sull’identità posso suggerirti (ma non so se funzionano per i tuoi scopi, identità è tante cose): “Uno dei due fratelli gemelli morì. Un cervellone (scholastikos), imbattutosi in quello ancora vivo, domandò: Sei tu che sei morto, o tuo fratello?”; “Dopo aver visto la luna, un cervellone chiese al padre se anche nelle altre città vi fossero delle lune simili”; “Un tale cercava uno scorbutico. Quello rispose: Non sono qui! L’altro si mise a ridere e disse: Menti, riconosco la tua voce. Canaglia! disse lo scorbutico, se te l’avesse detto il mio schiavo gli avresti creduto, io invece non ti sembro più attendibile di lui?” Cicerone nel de oratore racconta lo stesso aneddoto a proposito di Ennio e Scipione Nasica (questa te la scrivo in latino!): Cum ad poetam Ennium venisset eique ab ostio quaerenti Ennium ancilla dixisset domi non esse, Nasica sensit illam domini iussu dixisse et illum intus esse; paucis post diebus cum ad Nasicam venisset Ennius et eum ad ianuam quereret, exclamat Nasica domi non esse, tum Ennius: Quid? Ego non cognosco vocem – inquit – tuam?. Hic Nasica: Homo es impudens: ego cum te quaererem ancillae tuae credidi te domi non esse, tu mihi non credis ipsi?”

1

Bene!

A parte il mistero che ammanta il reparto maternità dei jokes, blagues, e quant’altro (chi l’ha scritta per primo? Come ha viaggiato?) dal prezioso suggerimento possiamo desumere che il cervellone (scholastikos), ricorreva allora nelle barzellette greche come il carabiniere nelle nostre, il belga in quelle francesi e le bionde nelle anglosassoni. Quando si scrive un romanzo, vd il recente, La battuta perfetta di Carlo D’amicis, o il comico viaggio sentimentale di Angelo Orlando Meloni, la prima cosa di cui ci rendiamo conto è che il carabiniere, la bionda, il belga, lo scholastikos, sono tutti concentrati, quasi sempre, nella voce narrante. sia quando fa battute, in prima persona, sia quando le battute se le fa raccontare e ce le racconta.
Nel caso di Io non ci volevo venire qui ritroviamo, effettivamente, questo condensato di mots d’esprit che come minuscole tessere sparse un po’ ovunque, ricompongono l’allegro mosaico di un romanzo (comico) di formazione. A differenza di altri libri che tentano l’assalto al riso del lettore, ricorrendo al celebratissimo, televisivo cabaret che ormai non fa ridere più nessuno e che negli esordi letterari si manifesta attraverso quella che chiamo letteratura giovanilistica yuppi yuppi, dai titoli assurdi e spesso televisivi, la prova di Angelo Orlano Meloni, a mio parere si colloca, seppure timidamente, in quella tradizione letteraria secondo cui, come ebbe a scrivere Milan Kundera : ” Uno degli sbagli dell’Europa è di non aver capito l’arte più europea, il romanzo, né il suo spirito né le sue immense conoscenze e scoperte, né l’autonomia della sua storia. L’arte ispirata dalla risata di Dio non dipende per sua essenza, dalle certezze ideologiche, ma anzi le contraddice. Come Penelope, essa disfa, nel corso della notte, la trama che teologi, filosofi, scienziati, hanno tessuto durante il giorno. […] “

I Greci, ancora loro…
Mi sono permesso di usare un pezzo da novanta come lo può essere un libro quale “L’arte del romanzo” perché a dispetto di quanto non si possa credere, il comico è uno dei generi più bistrattati dalla critica e dall’editoria in generale. ma cerchiamo di capire allora come un giovane autore siciliano sia riuscito nell’impresa.
A mio parere è la sua abilità di montaggio, più specificatamente nell’organizzare transizioni da un modulo all’altro – ora un test della personalità pescato su di una rivista, ora un ricordo scolastico, l’allestimento di uno spettacolo teatrale, l’iniziazione a un corso di scrittura creativa- secondo un timing che non eccede mai né sottrae tempo a quello necessario alla storia per farsi viva e colpire nel segno.

Bene sa chiunque abbia raccontato barzellette ma soprattutto ne abbia ascoltate che basta prolungare di un minuto la narrazione perché l’effetto comico salti. Ma come stabilire quel tempo? Da questo punto di vista non penso che esista un ricettario del tempo, diciamo che è un po’ come il QB, quanto basta, indicato nella preparazione di certi piatti (l’AM, A Muzzo, secondo un amico cuoco) e allora, così come si riesce a salare bene l’acqua lasciando alle mani di decidere quanto sale grosso ci vorrà (a proposito, le battute si dicono sempre salaci e mai zuccherose) ecco che in certe narrazioni comiche, non si sa perché né come, quel tempo è indovinato.
Vi propongo dunque uno dei capitoli iniziali, per capirci:

2
Fammi un’altra birra

di

Angelo Orlando Meloni

Un giorno, alle elementari, la maestra vi dice: – oggi facciamo le frasette a fantasia.
Santa donna. però quel giorno le cose non vanno per il verso giusto. L’essere che sta forgiando i vostri destini fa una pausa a effetto e aggiunge:
– Mi raccomando, stavolta dovete usare la parola “lungamente”.
Non l’avesse mai detto. Ricordi ancora la faccia del tuo compagno di banco.
Terrore puro.
C’è chi dice rassodi la buccia.
C’è chi dice prepari alla vita.
C’è chi non è della stessa idea.
La parola “lungamente” per voi bambini è peggio di un Ufo.
«Tirò il pallone lungamente» è il meglio che riesci a cavare dalla tua penna. Uno sforzo creativo devastante e infelice negli esiti, in quella giornata nella quale in molti sperimentate il fallimento.
Il tuo migliore amico diventa rosso magenta, vira sul blu cobalto nel tentativo di inseguire l’ispirazione, scrive:
«Il papà ha comprato la macchina lungamente» e sviene a pelle di leone sul pavimento mentre consegna il compitino. Un giorno forse diventerà il paroliere di Carmen Consoli, ma per ora non riesce a convincere la maestra.
Gli avverbi!
Se gli insegnanti più scafati li usano per oscure ragioni pedagogiche, i redattori delle case editrici e gli insegnanti di scrittura creativa li temono come la peste, a causa del loro potere proliferante. Peggio dei conigli. Peccato che per insondabili motivi sia ASSOLUTAMENTE impossibile farne a meno.
Mettiamoci l’anima in pace, è inutile domandarsene la ragione, meglio, molto meglio non lasciarsi ossessionare dalla lunghezza degli avverbi e vivere tranquilli, senza chiedersi troppi perché.
IMPROVVISAMENTE un infingardo potrebbe sentire i nostri lamenti e mettersi in testa di darci un consiglio. Ma se gli avverbi sono inevitabili, lo stesso non si può dire dei consigli.
Non dovremmo né darne né riceverne. lo so che è difficile resistere, ma la grandezza dell’uomo è tutta qua. la forza senza controllo è niente.
Chi non ha paura di un buon consiglio?
Io per esempio ho paura. Molta paura. evito di darli e di riceverli, e se li ricevo mi sforzo di dimenticarli. quando non li dimentico, poi, cerco di applicarli male. come vi potrà confermare più di un buon samaritano, dedicarsi ai problemi degli altri è uno sport pericoloso, perché il sonno della nostra indifferenza genera mostri e, in casi sventurati, un consiglio può generare addirittura “artisti”.
Ecco perché se un nostro amico sbatte le ciglia e ci mette il suo cuore in mano, l’unica soluzione è quella di fare il finto tonto. dissimulare, mentire, nascondersi, darsi alla macchia ogni qual volta sentiamo quell’arietta freddina che accompagna la domanda: «secondo te, cosa dovrei fare?».
Certo, non tutti sono in grado di cambiare discorso come un politico preso in castagna. non tutti possiedono faccia da culo e calma glaciale. non tutti riescono a mimetizzarsi nella folla fino a scomparire. Ma non facciamoci prendere dal panico. non sto dicendo che se un amico o un’amica mettono il loro cuore nelle nostre mani dobbiamo stenderli con un uppercut o sparire come un ninja in una nuvola di fumo. questo, in casi estremi. Il più delle volte sarà sufficiente ordinare una birra e offrire una sigaretta.
È infatti innegabile che fumo e alcol, se pure da evitare al fine di una vita tutta fitness, possiedano qualche pregio di tutto rispetto. Altrimenti, perché l’uomo ci si dedicherebbe da secoli? Il rapido susseguirsi di boccali e sigarette sembra fatto apposta per sviare l’attenzione fino a che, a causa del mal di testa, avremo dimenticato il problema e il relativo consiglio. A quel punto non ci resterà che accompagnare a casa il nostro compare e sospirare di sollievo. e per di più il compare dormirà sodo, annientato dalla sbornia, credendo che la vita è bella.
Certo, non possiamo trascurare l’eventualità che un bicchiere di troppo causi l’effetto opposto. la facile eccitazione tipica delle birre irlandesi, per non parlare del surriscaldamento causato da un paio di gin tonic, potrebbero far perdere la trebisonda anche a un signor spock. ed è storicamente accertato che i consigli più nefasti siano stati dati in seguito a epocali bisbocce.
– Che facciamo con quei rompicoglioni dei Parti, Giuliano? – chiesero all’imperatore dopo un brunch di dodici portate.
– Armate la flotta, ragazzi. – Ma forse il divo Giuliano voleva dire: «fammi un’altra birra». È per questo che a me, se mi scappa un consiglio, viene subito da aggiungere: – non mi prenderai sul serio, vero?
Ed è un sollievo sentirsi rispondere: – fossi matto.

3

Enfin

La prova di Angelo Orlando Meloni, da qui intendersi come Prova in senso teatrale (i francesi le chiamano répétitions) è un crescendo di situazioni, paesaggi, per cui man mano che la voce racconta,- al principio sembra intrattenere con il lettore un discorso da io a tu – si popola di personaggi, registi, figuranti, spettatori, mondi. Il materiale che fa da supporto copre tutte le arti, da quelle visive, soprattutto il cinema, a quelle teatrali e letterarie.
La lingua che racconta la voce ha la purezza dei ragazzi, alla Holden, la stoltezza dei soldati, alla Schweik, o quella romantica dell’ Hidalgo. In ogni caso ci sembra di riconoscerla come se fosse la nostra, quella dell’infanzia. Viene allora, da chiedersi, in chiusura, quello che a un certo punto, per test interposto l’autore si chiede, domanda al lettore e rispondere, naturalmente, con la lettera c.

1) Hai avuto un’infanzia felice?
a) no.
b) sì.
c) non ricordo

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12 Responses to Una risata disseppellirà: Angelo Orlando Meloni

  1. Larry Massino il 30 gennaio 2011 alle 13:20

    Bella cosa avere gli amici colti. Io, che amici colti non ho e colto vorrei essere, ebbi alcuni amici comici, che volevo ingenuamente pedagogizzare, far crescere dal loro stato animale di servi del gusto popolare, al quale quasi sempre retrocedono anche quando partono bene. Così fu che mi feci degli studi, innamorato della comicità perché non avevo niente da fare, piccandomi di capire il riso più di tutti, giusto per darmi delle arie a cena, chez les amis, che del resto manco mi ascoltavano… O, attori navigati, si immergevano perfettamente nella parte di personaggi che facevano finta di non ascoltarmi. Del resto, in situazioni più appartate, dove sarebbero stati costretti ad ascoltarmi, li sorprendevo a farsi immaginariamente legare all’albero della nave, timorosi che gli sguinzagliassi contro le mie belle sirene.

    La comicità, come disciplina, nacque durante un importante processo, nel quale Zeus in persona era giudice, al quale assistettero tanti Dèi minori che non sto a fare i nomi. Prima di quella data dibatti mentale si rideva, ma senza sapere che cosa si stesse facendo, passando come minimo da maleducati in società. Il fattaccio era quello noto a tutti del furto di vacche perpetrato da Ermes a danno di Apollo. Pure notorio che i due erano figli di Zeus stesso. Non sto a spiegare come, ma successe che Zeus, seduto sul suo scranno giudiziario, si scompose, per così dire si sgomitolò, si scompisciò ascoltando la deposizione sguaiata dello sbarazzino Ermes, che era anche nato da pochi giorni e ben si prestava a ricondurre la controversia nell’ambito limitato alla gioia familiare, e che aveva scelto l’irrisione come strategia difensiva davanti a un vecchio flaccido che gli faceva schifo sia in quanto vecchio che in quanto autorità, del quale ancora ignorava di essere figlio divino. A seguito delle risate godute, Zeus emise una sentenza mite, da giudice di pace, che scontentò assai il pubblico, che in definitiva ride ride ma poi vuole il sangue, che si allontanò imprecando contro Zeus per via che non c’era più verso assistere a un verdetto perbene, come poteva esser stato quello contro Sisifo, o quello contro Prometeo. Al quale pubblico, nel tentativo di riaggraziarselo, Zeus regalò la disciplina della comicità, come una sorta di possibilità di giudizio arrovesciato, quello dei deboli contro i forti, degli esclusi contro gli inclusi, degli imputati contro i giudici, dei giovani contro l’autorità dei vecchi, infine quello dei comici che fanno ridere gli Dèi contro quello dei comici che si accontentano di far ridere gli umani di peggior cònio.

    I comici, caro Forlani, anche quelli di valore, sanno bene certe cose, per esempio che potrebbero far ridere i loro pari, ma scelgono quasi sempre di no, perché son quasi sempre dei cinici pezzi di M, povera gente che abbassa il registro espressivo a fine di consenso e di guadagno, come altri artisti in quest’epoca fasulla, anche fral sacro nòvero degli scrittori. Ma sanno una cosa arcana, i comici con o senza valore, vieppiù ignorata dai composti letterati, e la applicano: la comicità è un fatto fisico che fa storcere i corpi di chi la fa e di chi la subisce. Hasek lo sapeva, forse l’unico fra i letterati. Maanche Salemme, un maestro della farsa, quanto di meglio ha prodotto la cultura teatrale, che è un allievo e discepolo di Eduardo de Filippo, non un qualsiasi pezzente satirico: uno che sa bene quando è il caso di far ridere gli Dèi e quando gli umani. Coluche non so.

  2. francesco forlani il 30 gennaio 2011 alle 18:19

    ok, Larry l’hai voluta tu :-)
    qui Salemme:

    effeffe

  3. francesco forlani il 30 gennaio 2011 alle 18:25

    qui Coluche

    effeffe

  4. Tiziano Fratus il 30 gennaio 2011 alle 18:53

    non capisco il bisogno di classificare sempre tutto: se una cosa ti fa ridere ridi, se non ti fa ridere non ridi…

  5. Larry Massino il 30 gennaio 2011 alle 19:05

    Forlani, ho già detto, sono quasi tutti dei pezzi di M, Salemme compreso: abbassano i propri registri per essere comprensibili e commestibili (il maestro è purtroppo Benigni). Sono testimone diretto, mi si dia credito. Ciò non significa che non abbiano talento. Salemme andrebbe visto nel Cilindro di Eduardo, ancora ragazzo, a fianco di Monica Vitti e Pupella Maggio. Ma anche in certe improvvisazioni magari su un set cinematografico. Sono del resto convintissimo che insieme Salemme e Coluche si divertirebbero tantissimo a far ridere gli Dèi. Secondo me è stato sbagliato esempio negativo. Ne suggerisco uno io, senza fare nomi, lui si insulso e sullo stesso piano del pubblico: Giorgio Panariello (sarà fratello? Lei almeno è carina e ha l’attenuante dell’età…).

  6. francesco forlani il 31 gennaio 2011 alle 00:01

    adesso capisco Larry, meglio, il tuo discorso e lo condivido in parte visto che considero nell’ars comica degli attori che in qualche modo hanno mantenuto il timone sulla loro naturale velocità di crociera, Tiziano, detta così, mi sembra una battuta, ma non fa ridere! :-)

  7. Massimo il 31 gennaio 2011 alle 12:22

    A me Beningni non ha mai fatto ridere. Mai, ma proprio mai. Non è che non mi piaccia e neanche che voglia fare lo snob o che non percepisca la sua cultura e profondità di visione. Poveretto, mi è anche simpatico, ma proprio non mi fa ridere. Peter Sellers mi fa sganasciare e anche i Monty Python o il vecchio primo Fantozzi e più più più di tutti Stanlio e Ollio e Buster Keaton. Charlot mi immalinconisce. Poetico, per carità, ma comico non tanto.

  8. daniz il 31 gennaio 2011 alle 14:41

    Tra Benigni e il comico ne parlò ai debutti del suo blog anche Larry sitacchiando Carmelo Bene che mi parbe dire delle cose sacrosante sul personaggio.
    ‘ Con Benigni siamo amici da anni. Lui è grande nel “buffo”, ma lasciamo stare il “comico”. I buffi sono concilianti, rallegrano la corte e le masse. Il comico che interessa a me è un’altra cosa. Cattiveria pura. Il ghigno del cadavere. Il comico è spesso involontario. Specialmente quando si sposa con il sublime ‘.
    Non so a che data proferì quelle piccole stilettate ma se lo vedesse oggi direbbe anche meno.

    Son d’accordo con Larry quando parla di pezzi di fetizie sti comici, solo che vorrei far presente che i boleri pure hanno da magnare. Svendersi come Salemme è atto spregevole invece perché lo avevo visto anche io al cospetto di Eduardo. Penso a Paolo Villaggio anche che s’è ridotto malino se regala quei cammei alle serie tv scadenti e pure Fantozzi che adoravo è stato un totem comico poco migliorato molto spremuto. Incontrare il pubblico non deve essere un delitto, volersi dare in pasto al fagocitamento sì. Se non sono i comici a innescare le fotosintesi ai cervelli chi ce deve a da pensa’ Napolitano?

  9. francesco forlani il 31 gennaio 2011 alle 15:19

    c’è un Benigni crudele, quello di Night on Earth, per esempio, e un Benigni furbo che si snocciola nella gran parte della sua cinematografia. Questa deriva interessante comicinenatografo, mi fa però tornare al testo di Angelo, che tra i vari pregi presenta in sotto traccia molti riferimenti al cinema comico. Uno su tutti, i già citati Monty Python di meaning of life.
    effeffe

  10. Larry Massino il 31 gennaio 2011 alle 16:36

    Siete forse troppo piccoli. Il Benigni mancante, che comunque ha provato a essere una persona perbene almeno per dieci anni, derubato letteralmente da tutti, è quello di Berlinguer ti voglio bene e relativo monologo teatrale Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, anni ’70. Magari anche quello ottantesco di Chiedo Asilo dell’obliquo Marco Ferreri, sacro, con il quale passeggiava orgoglioso per le strade della mia città, o quello del Minestrone di Sergio Citti, o del piccolo diavolo di Walter Matthau (fidatevi…) fino al Non ci resta che piangere con l’ultimo nostro Tragicomico, Massimo Troisi, che nessuno, pare, nella vile nazione, ha il coraggio di sostituire nel nobile ruolo appartenuto fodamentalmente a Petrolini, Totò, Sordi e Tognazzi. Ci manca anche il Benigni dei film di Jim Jarmusch, con il quale erano pure grandi amici, che faceva immaginare spacconerie produttive alla John Cassavetes, che coi soldi che guadagnava facendo l’attore hollivudiano finanziava i suoi raffinatissimi film lavorati artigianalmente all’interno dell’ambito familiare amicale. Invece…

  11. francesco forlani il 31 gennaio 2011 alle 16:54

    piccoli,(e diavoli) forse sì, ma non in senso anagrafico, hèlas!

    effeffe

  12. GINA TOTA il 2 febbraio 2011 alle 00:21

    NON PIU’ IL SUD CALPESTATO
    DEL CALPESTIO,SOLO LE ORME.
    NON PIU’ IL SUD DEL SUDORE DELLA
    FRONTE E DI SALVEMINI
    NON PIU’ EMOZIONI ESPRESSE
    ATTRAVERSO ROSSE BANDIERE
    NON PIU’ IL GESTO VIRILE DEL PUGNO
    CHIUSO A FIORIRE COME I TURGIDI GAROFANI
    L’OMBRA DEL TEMPO,ORMAI COPRE LA ROSSA
    UTOPIA.
    DOVE SONO I TOGLIATTI,I PAIETTA
    I BERLINGUER,I PICCOLI PADRI DELLE NOSTRE
    EMOZIONI GIOVANILI.
    OGGI,NESSUNO CANTA COL SOLE IN GOLA.
    SOTTOVOCE ABBOZZI DI UOMINI,GAROFANI
    SFIORITI,TENTANO DI RISALIRE LA CHINA.
    MA OGGI,NON E’ PIU’ IERI
    —————-GINA TOTA.3-FEBBRAIO



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