Quelli che però è lo stesso

[E’ in uscita nella collana Contromano di Laterza Quelli che però è lo stesso di Silvia Dai Prà. Un reportage narrativo di un anno scolastico nelle periferie romane. Insegnanti precari, periferie, scuole devastate: uno sguardo sull’Italia. mr]

di Silvia Dai Prà

Daiana sembra più piccola, ora. Il passo sicuro e seduttivo con cui divora i corridoi di una scuola in cui, in prima, lei sa già di essere una delle più belle, se n’è andato: ora è soltanto una quattordicenne con un metro di extensions nere attaccate ai capelli, coi jeans strettissimi che lei non si tira su neanche una volta come di solito fa sempre, con la maglietta corta di Monella Vagabonda che continua ad abbassarsi sull’ombelico e sul relativo piercing, come se fossimo in chiesa, e lei avesse all’improvviso percepito quanto è sacrilega la seminudità con cui esce di casa ogni giorno. «Quello l’ho visto in televisione, prof», mi afferra con le unghie finte che graffiano quando arriviamo nel Transatlantico e, a un paio di metri da noi, si erge la figura teutonica di un leghista dall’occhio blu e la cravatta smeraldo.
La guida di Montecitorio insiste a parlare di soffitti a cassettoni, ma anche le colleghe sono distratte dal leghista dall’occhio azzurrino: che, mentre continua a parlare con un altro girato di schiena, nota la nostra attenzione, e fa cadere lo sguardo sulla mia studentessa.
Ve l’ho detto che odio le scene emblematiche, per questo afferro Daiana e le chiedo come va con Iuri, che è il suo ragazzo, ventidue anni, meccanico di Acilia, fulcro principale della sua logorrea orale e scritta – così non può vedere che il leghista teutonico passa in rassegna le altre ragazze ma non le trova di suo gradimento, non può vedere che il signor cravatta verde torna a lei e le sgranocchia i glutei con lo sguardo mentre mastica un chewing gum – parla di Iuri e della sua ex e di lei che è gelosa e sbrocca, parla di ciò di cui mi ha già parlato nell’ultimo tema, sette colonne fitte fitte senza un apostrofo e una acca, ma poi quando la guida dice:
«Shhh!» anche Daiana sta zitta, e io comincio a odiare questo luogo e la guida di Montecitorio, li odio perché è questa, l’aura del potere: riuscire addirittura a mettere a tacere Daiana quando attacca con Iuri e i suoi sentimenti – lo odio e non provo pietà per la guida che, all’improvviso, si fa timida, mi si avvicina e sussurra:
«E adesso ci sarebbe la visita all’aula. Però, ecco… lo so che non si può venire fin qui senza vedere l’aula, però è mio dovere avvertirla che non sarà molto istruttivo».
«Be’, andiamo comunque, no?»
«Non è molto istruttivo, però!», e me lo ripete piccata, come se avessi appena preso la decisione di portare un gruppo di innocenti liceali a vedere un film porno: ed io avrei voglia di risponderle che questi ragazzi hanno visto il proprio padre con la faccia mangiata dall’epatite o la sorella messa incinta da chissàchi a quindici anni, e che quindi se le tenesse per lei, le sue delusioni da ex studentessa diligente che ha imparato a memoria gli articoli della costituzione, anzi!, le sue delusioni da raccomandata, perché figuriamoci, come ci sarà mai finita a lavorare qua dentro.
E poi, sono stanca, i barbari mi hanno deluso, e mi è pure toccato portarli in gita in un luogo che detesto – odio le scene emblematiche, ma, se proprio mi tocca, preferivo vivere quella dei delinquenti in gita che scrivono LAZIO MERDA sui muri di Montecitorio, piuttosto che trascinarmi dietro trenta Enrico di Cuore che si prestano a servire e riverire un potere superiore, un’entità astratta, una repubblica i cui meccanismi studiano nell’ora di Cittadinanza e Costituzione, nuova materia che il governo gli ha donato insieme al privilegio di essere trentacinque per ogni classe. Quando ci fanno accomodare nei loggioni, la guida si ritira subito, inorridita: le ringhiere si affacciano a picco sull’aula del parlamento e la minaccia niente MacDonald’s se non state zitti adesso farebbe ridere, se solo qualcuno avesse ancora l’energia per muovere le labbra.
Ma dall’aula si alza un tale boato che possiamo solo restare lì, muti, immobili, con le braccia ciondoloni e la testa che scoppia. Ogni tanto si sente il tin-tin del campanellino, tenuto in mano da uno che non è Fini, evidentemente assente: da quella distanza possiamo vedere ogni singolo labbro, ogni singola dentatura dei membri del nostro parlamento muoversi, scintillare, deformarsi – vediamo gruppetti di amici che ridono forte, monadi col cellulare premuto contro l’orecchio, annoiati parlamentari che leggono il giornale appoggiato sui banchi, deputate che passeggiano sculettando e poliponi che se le abbracciano, deputati col pc acceso davanti mentre il loro vicino ride, e si gira per fare un commento con l’espressione che si ha quando si parla di argomenti quali il cibo, il calcio, la gnocca.
(…)
«Prof, ma…», Venere Marchi ha gli occhi lucidi. «Ma li pagano per fare questo?»
«Non è stato istruttivo, lo so, ma non dite che io non ve l’avevo detto!», commenta la guida mentre ci scorta verso l’uscita.
«E ora come facciamo a dirgli di stare zitti in classe?» dice Ines, e ride: ci vogliono cinque minuti perché i ragazzi riprendano a borbottare, perché Santinelli gridi:
«A’ prof, ma c’ha ragione mi’ padre, allora! Che lui dice che cor duce era meglio perché era uno solo, dico, se uno è da solo mica potrà fare ’sto casino, no?»
«Ma davvero li pagano per stare su facebook?»
«E noi non ci possiamo manco andare su facebook, sa che c’hanno bloccato gli accessi dai computer proffe?»
«Pressoré? Romani ha sputato il chewing gum nell’aula. L’ho visto».
«Quindi mo si va al Mac Donald’s, pressoré?» chiede Barotti mentre mi porge la cuffietta di un i- pod che tutti, già, si stanno rispingendo nelle orecchie.

marco rovelli

Marco Rovelli nasce nel 1969 a Massa. Scrive e canta. Come scrittore, dopo il libro di poesie Corpo esposto, pubblicato nel 2004, ha pubblicato Lager italiani, un "reportage narrativo" interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (CPT), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi e analizzati dal punto di vista politico e filosofico. Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide, un nuovo reportage narrativo dedicato ad un'analisi critica del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia. Nel 2009 ha pubblicato Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Sempre nel 2009 ha pubblicato il secondo libro di poesie, L'inappartenenza. Suoi racconti e reportage sono apparsi su diverse riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Collabora con il manifesto e l'Unità, sulla quale tiene una rubrica settimanale. Fa parte della redazione della rivista online Nazione Indiana. Collabora con Transeuropa Edizioni, per cui cura la collana "Margini a fuoco" insieme a Marco Revelli. Come musicista, dopo l'esperienza col gruppo degli Swan Crash, dal 2001 al 2006 fa parte (come cantante e autore di canzoni) dei Les Anarchistes, gruppo vincitore, fra le altre cose, del premio Ciampi 2002 per il miglior album d'esordio, gruppo che spesso ha rivisitato antichi canti della tradizione anarchica e popolare italiana. Nel 2007 ha lasciato il vecchio gruppo e ha iniziato un percorso come solista. Nel 2009 ha pubblicato il primo cd, libertAria, nel quale ci sono canzoni scritte insieme a Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2, e al quale hanno collaborato Yo Yo Mundi e Daniele Sepe. A Rovelli è stato assegnato il Premio Fuori dal controllo 2009 nell'ambito del Meeting Etichette Indipendenti. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo "racconto teatrale e musicale" che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa. Nel 2011 ha scritto un nuovo racconto teatrale e musicale, Homo Migrans, diretto ancora da Renato Sarti: in scena, insieme a Rovelli, Moni Ovadia, Mohamed Ba, il maestro di fisarmonica cromatica rom serbo Jovica Jovic e Camilla Barone. 

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  8 comments for “Quelli che però è lo stesso

  1. Sofia Teresa Mondini
    31 gennaio 2011 at 19:37

    Uno spaccato di vera realtà! brava!

  2. Paolo S
    1 febbraio 2011 at 09:53

  3. patrizia denegri
    1 febbraio 2011 at 20:49

    Bello!
    Ironico e coinvolgente.
    Silvia riesce sempre a denunciare, col sorriso sulle labbra, situazioni complesse e drammatiche.

  4. Marcello N
    2 febbraio 2011 at 02:12

    Non so. Questo passaggio è un po’ troppo “denso”: in una solo periodo ci hai messo dentro un po’ di tutto, fimo a scoppiare. Come un panino di mia madre, insomma.

  5. josip
    8 febbraio 2011 at 14:55

    Il libro è bellissimo. Complimenti!

  6. 24 febbraio 2011 at 13:55

    Ho sentito l’intervista e presentazione del libro in ” Le storie” di Augias.
    Molti complimenti alla professoressa Silvia Dai Prà. Ha saputo con levità esporre i problemi della ” malascuola “, problemi che si trascineranno poi
    nella vita dei giovani, che non entreranno tutti nella “malavita” ma alcuno di quelli che hanno una formazione scarsa o nulla dai genitori.

  7. daniela
    1 marzo 2011 at 22:32

    abito ad Ostia, ho un figlio di quell’età che frequenta lo scientifico, non conosco direttamente nè i luoghi nè la tipologia di persone descritte nel libro ma quanta verità … che realismo impressionante! quanta amarezza! la superficialità di questi giovani, ma di tutti, di tutta la nazione, è impressionante. l’insegnante/scrittrice mi ha veramente colpito…. da non dormire la notte.

  8. Francesca
    3 ottobre 2012 at 14:58

    Fare i complimenti all’autrice per come e per cosa ha saputo scrivere mi sembra fuori luogo: ci vorrebbe solo un minuto di sgomento silenzio, e non per quel che sono o sarebbero i ragazzi, ma per quelli che ne hanno colpa, cioè tutti noi. La desolazione che prende lo stomaco leggendo queste righe è compagna di un profondo senso di vergogna; per noi adulti.

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