Pubblico e poeti: una svolta civile?. Parte seconda.

5 febbraio 2011
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Inserto teorico, partendo dall’interno.

Per testo poetico di solito ne intendo uno che ha avuto una lunga gestazione e un lungo periodo di rimaneggiamento, necessari, ovviamente, per dire qualcosa di significativo, almeno nel contesto storico-sociale in qui viviamo. Allo stesso tempo sono convinto che l’atto poetico sia sostanzialmente una funzione del segno o di un insieme di segni: nello specifico quello che fa ragionare sul suo stesso significato – e questo è qualcosa che avviene all’interno dell’interpretante, sia esso il poeta stesso o un lettore qualsiasi. Diciamo però che chi scrive ha una responsabilità differente da chi semplicemente riceve un messaggio: ovvero di formularlo, e possibilmente di formularlo efficacemente. Per fare ciò egli ha a disposizione una serie di strumenti: una vera e propria scatoletta degli attrezzi: ora ci sono due strade che sarebbe a mio avviso possibile percorrere per ottenere in un lettore un ragionare sul senso, appagare o generare il pensiero critico, e credo che una delle due influisca più positivamente sul nostro immaginario perché può raggiungere un numero di riceventi maggiore, perché questa strada è quella tipica del piacere della narrazione, quella adatta a tramandare un contenuto, e ora la illustrerò.

1) abbiamo per molto tempo visto la poesia come un’arte che non avesse a che fare con il presente e con il domani, un luogo ad appannaggio esclusivo del passato, della tradizione, degli epigoni – degli dèi, e non dell’uomo, negli aspetti meravigliosi della sua quotidianità, della sua natura di sangue, di carne e di racconto. La poesia doveva suscitare uno stupore grossolano – barocco: il contenuto doveva essere premuto, rarefatto, la forma e le scelte lessicali ardite: la poesia doveva essere avanguardia se si parla di forma del linguaggio (e tracimare dal bacino del linguaggio naturale), misterica se si parla di veicolazione del messaggio (per l’accostamento stordente, rumoroso di segni), e così in una di queste versificazioni uno poteva e potrebbe leggere all’incirca qualsiasi cosa: meglio vendere libri bianchi, allora. E tutto ciò di cui non si era già parlato non poteva essere detto. Pensiamo a quanti sono i poeti che versano la loro opera in un immaginario contemporaneo che non sia di seconda mano, ovvero già elaborato dalla stessa tradizione poetica del Novecento, ridotto a stereotipo: e parlo dei genitori assenti e di figli cresciuti da TV e videogiochi, degli stessi videogiochi, della stessa TV, di internet, parlo della precarietà cronica, della cassa integrazione che riguarda un italiano su cento, parlo di Grande Fratello ecc.). Il poeta pensava di fare i conti solo con la poesia, e si è ritrovato a fare i conti con il mondo. La poesia doveva essere solo un gioco senza senso, un gioco per intellettuali, un elemento linguistico identitario nel quale riconoscersi come élite – piuttosto squallido, non credete? Non riesco a capire se sia vero che chi ha scelto questa strada del poetare abbia effettivamente una profonda competenza delle discipline che studiano il linguaggio umano (teoria della comunicazione) e filosofica (filosofia del linguaggio) e non una meramente storico-letteraria. Forse sì, ma se ne limita alla superficie: come dare in mano a un bambino un centro di lavoro a cinque assi. Se invece il caso è il secondo, ci troveremmo davanti a qualcuno che per progettare una macchina si limitasse ad abbonarsi a un settimanale di motori e, partendo da quelle fotografie di berline grigio antracite su carta patinata, si mettesse, con tutta la buona volontà di questo mondo, davanti al tecnigrafo – logico che, ignorando volutamente certe basilari nozioni di aerodinamica, di meccanica e scienza dei materiali, o non avendole proprio, non andrebbe molto lontano… Per quale motivo una persona dovrebbe essere tenuta dunque a leggere un testo il cui significato è volutamente offuscato dal emittente? Questo è quello che sono costretto a pensare quando leggo i segni dell’immaginario comune di questo paese, quell’immaginario che tutti partecipiamo ma che qualcuno non vorrebbe partecipare – per rinchiudersi in una torre d’avorio: la poesia che parla a ogni uomo è stata ammazzata da una élite letteraria che si esprime secondo i vizi della forma mentis che ho appena descritto, una élite letteraria che per di più ha l’ardire di definirsi di sinistra.

2) La poesia è l’arte del togliere. Il poeta – per usare una figura semplice – non è altro che il mare. Il mare che rivolta incessantemente i ciottoli delle rive e che in questo suo gioco d’erosione regala ai bambini di città, quelli con l’eritema che arrivano a frotte ogni estate sulle riviere della Liguria (almeno – una volta era così), quattro pietruzze cangianti di Portoro o dei vetrini luccicanti che non tagliano più, ma che dicono molto, molto del tempo, dei giorni, e della salsedine che brucia e di quello che siamo o siamo stati. La poesia è l’arte anche del raccontare. Sì, anche del raccontare. Viviamo in un mondo che ha un disperato bisogno di narrazioni, in un’Italia dove anche il poeta deve essere determinante con il suo mestiere nella generazione di un immaginario. Ecco, se quello della poesia fosse un luogo vorrei che questo fosse quello di incontro tra estetica e morale, tra forma e contenuto, un luogo che tutti, disponendo di competenze basilari, possano partecipare – tutti quelli che sanno leggere dovrebbero avere a disposizione della buona poesia fatta da professionisti della poesia, non da dilettanti allo sbaraglio che, se avessero scelto di fare i musicisti, si sarebbero fermati al primo arpeggio.
Poesia anche per gli analfabeti di ritorno: e allora sarebbero necessarie trasmissioni radiofoniche e programmi TV di poesia (ma di poesia che dia la possibilità a chi la ascolta, a tutti quelli che la ascoltano, di provare emozioni, e penso a Luigi Nacci e all’esperienza della poesia performativa in generale), forse è inutile ricordare il discorso tenuto nel 1991 da Brodskij alla Library of Congress: “come soluzione estrema i clienti di tutti i motel nazionali dovrebbero trovare un’antologia della poesia americana nel cassetto di ogni stanza, accanto alla Bibbia, che sicuramente non farà obiezioni a questo accostamento, visto che non ha nulla da obbiettare alla vicinanza dell’elenco del telefoni”.

Ci dovrebbe essere poesia come si deve. Ma non poesia come si deve per me, per chi cerca di leggere un libro di poesia a settimana e ha studiato Lettere, poesia come si deve sia per uno che ha competenze di questo genere, sia per uno che queste non le ha proprio, poesia che sia in grado di farsi volere bene – la poesia come il Grande Cinema: dove creatività e competenze danno un prodotto qualitativamente raffinato ma allo stesso tempo di libero accesso, per tutti. Sì, voglio i Cameron e di Ridley Scott della poesia, voglio una nuova epica italiana per la poesia. Se vogliamo fare poesia per la gente, e se siamo davvero comunicatori competenti, non ci si deve accorgere leggendo i nostri lavori, di uno scollamento tra il mondo intellettuale e il mondo reale – perché il sapere deve essere al servizio della vita e non viceversa. In pratica, come scriveva Cartesio: “e avendo deciso di non cercare altra scienza se non quella che potevo trovare in me stesso oppure nel gran libro del mondo”.

Il poeta è, oltre al mare stesso, anche il vecchio uomo di mare, quello dalla pelle conciata dal sole, dal salino. Il vecchio uomo di mare che passa al setaccio giorno dopo giorno l’arenile ghiaioso, che raccoglie filtrato in sé quel poco che abbiamo in resto: il salvabile, il ninnolo perso dal bambino, il ciondolo laccato d’argento: il ricordo, un’immagine. Perché è vero, uno alla fine scrive principalmente per se stesso, per vederci chiaro. Ma se vuole comunicare qualcosa a qualcuno il suo poetare deve essere cosciente e responsabile – la raffinazione del senso che si ha in poesia è l’esercizio di cui vive quello che si potrebbe chiamare spirito poetico, è ciò in cui esso si determina. Se ne siamo coscienti non prenderemo tanto alla leggera il fatto di fare arrivare al pubblico la nostra poesia, questo significherà mettere a nudo la parte più sensibile della nostra persona: scrivere alla fine è proprio questo, far crollare ogni limite tra noi e l’altro, un atto di sincerità totale, di chiarezza, di libertà, di responsabilità; mentre leggere, invece, vuol dire lasciarsi lusingare dalle parole. Farsi, e non c’è niente di sbagliato in ciò – intrattenere. Leggere vuol dire condividere sì un significato generale ma soprattutto, e ciò è inevitabile e non va dimenticato, generarne uno nostro, soltanto nostro.

Un Nacci come pietra di paragone.

Luigi Nacci si distingue per praticare in modo cosciente una poesia ‘per la voce’. Questa è l’impressione che ho avuto parlando con lui e facendo da spettatore alle sue performance: al centro del suo lavoro c’è una volontà nobile, e non comune nel mondo della poesia italiana, quella di utilizzare la poesia per trasmettere un messaggio alla gente. Senza che questa debba essere stata precedentemente addestrata alla poesia di Accademia, o dei tanti neo-post-avanguardisti.

Nacci reinserisce così la poesia nella cornice dell’oralità, divenendo, a suo modo, un bardo dei nostri tempi. Ma Nacci tiene conto dei mezzi che i nostri tempi gli mettono a disposizione, la sua non è una fuga verso il passato ma l’ammettere la tangibilità dell’oggi. Con Nacci si può tranquillamente parlare di poesia come strumento di comunicazione e come forma di intrattenimento.

Solo parlando di poesia come strumento di comunicazione e come forma di intrattenimento è possibile restituirle diffusione all’interno della nostra società, restituirla al ruolo di genere letterario che le spetta rispetto a quello, che ora per alcuni ricopre, di credo religioso. E una nuova poesia civile non può che passare attraverso una riflessione di questo genere: come arrivare scuotere la sensibilità di più persone possibili?

Questo poesia per la voce, praticata da Nacci, da Voce, da Bulfaro, ha almeno, e ribadisco, almeno, la stessa dignità di una certa poesia del silenzio, quella che non racconta, che non dice, che maschera, che confonde, quella che non è ‘arte del togliere’ e non è nemmeno ‘narrazione’ sensibile del presente, ma al più diapositiva spezzettata, che solo un addetto ai lavori avrà la possibilità di ricostruire (e solo se avrà il tempo e la voglia di farlo) oppure, cosa che spesso accade, stereotipo.

La poesia per la voce differisce da una certa poesia del silenzio per vari motivi, tutti facilmente individuabili, nella poesia dell’oralità si deve fare i conti – sempre – con un pubblico, un pubblico che giudicherà, oltre alla fattura del testo che gli verrà proposto, la capacità che un poeta ha nel performarlo – non ci sono scappatoie di nessun tipo, né apparati critici che tengano, sali sul palco, esponi te stesso e il tuo lavoro, se va bene bene, se no amen. Un pubblico che non è spesso composto da poeti o critici, ma da cittadini comuni. Come del resto per un concerto musicale, dove gli spettatori non sono tutti poli-strumentisti.

In ogni caso l’avere un pubblico che apprezza la tua performazione non è frutto del caso, altrimenti non mi spiegherei perché anche in regioni piuttosto refrattarie alla poesia artisti come Nacci riescano a riempire un pub o un’aula universitaria, mentre gli altri, di una certa scuola del silenzio, che vantano, magari pubblicazioni Einaudi o Mondadori, non riescano ad essere protagonisti di eventi partecipati.

E qualcuno mi risponderà che questi portano avanti un serio e prestigioso impegno editoriale, bene, per quante migliaia di copie? Per quanti riceventi effettivi del loro messaggio? E con quale influenza sui più giovani, che nel tentativo di avere successo nel mondo della poesia si ridurranno a essere dei tristi epigoni di una cosa morta, disdegnando, a differenza di quanto avviene all’estero, soluzioni performative, di contaminazione, e via web.

Se nella poesia per la voce si cerca con gli strumenti della contemporaneità di trovare una soluzione allo stato di crisi della poesia italiana in una certa poesia del silenzio sembra che ci si sia ormai rassegnati: eppure ci sono realtà europee dove poeti più che vivi vendono decine di migliaia di copie all’anno, il caso dell’Olanda.

“Avrai poche cose ma quelle le avrai” un poemetto in cui Nacci ci dà prova della sua capacità di costruire un testo per la voce: ecco, dopo averlo sentito potrei dire che il tempo della poesia dell’oralità è il presente, tanti piccoli presente, uno dietro all’altro, ogni volta che una poesia viene raccontata. Questo non ci deve ingannare, sebbene la fruizione di un testo come questo sia immediata, estemporanea, qualcosa viralmente, continua ad agire dentro di noi, nel tempo, come per certe pubblicità-progresso che viste da bambini non ci lasciano mai. Qualcosa ci si incastra nella testa, presumibilmente tra il lobo dell’insula e l’aria di Broca, (Molesini direbbe nel cuore) e li vi rimane fino a quando non siamo tornati a casa… Ci dormiamo su. Trascorrono i giorni e non succede nulla, poi l’incubazione finisce e la febbre si alza. Come nella malaria queste suggestioni, ciclicamente si ripropongono; nel ricordo vago, sfumato, ci saranno degli elementi che spiccheranno, immagini, cromatismi per non parlare dei ritornelli, e forse proprio attorno a questi elementi, nel processo creativo del ricordare, andremo a generare un senso, il nostro senso, e quando qualcuno ci chiederà di raccontargli “Avrai poche cose ma quelle le avrai”, non potremo che aggiungere al ricordare altro del nostro alfabeto del mondo. Forse fra cento anni, scomparsa in una catastrofe l’informatica, di questa di questa sola poesia sopravviveranno, in nuove mitologie da dopo-apocalisse, strane memorie, e solo il titolo, e forse nemmeno quello, si sarà preservato dal lavorio della parola, delle migliaia di voci che avranno raccontato.

Conclusioni per andare avanti.

Immaginiamo un giovane poeta e l’esercizio non è tra i più difficili. Provvisto fin dall’adolescenza di una qualche sensibilità antropologica verso i suoi simili, verso ciò che lo circonda o sente alla tv, e nondimeno di un’attitudine a sondare certe domande con il fascino sbarazzino della parola, mettiamo pure abbia avuto la fortuna di uscire pressoché indenne, solo con qualche acciacco, dal bronx statale della scuola media superiore e abbia incontrato al liceo/istituto superiore uno di quei pochi sopravvissuti dinosauri didattici che ancora riescono a trasmettere, insieme a nozioni d’inutile italianistica, anche la passione per il senso di ciò che dice. E che quindi questo insegnante abbia avvicinato lo studente alla poesia. Il nostro cucciolo poetico si ritrova in un giorno provinciale qualunque a buttare già qualche verso – o meglio, ad andare a capo spesso. Se è bravo, ripete ciò che ha letto nell’antologia di scuola. Se è bravissimo, qualcuno gli ha messo tra le mani un libro di poesia (contemporanea, se c’ha molta fortuna) e prende ciò che capisce da quello. Ma in ogni caso, di lì a poco, se ne andrà a ripetere la lezione davanti a infiltrati professori universitari entrati con concorso truccato o con l’ope legis dell’Ottanta, e quindi per lo più ignari del connubio semantico tra ricerca e didattica (se non addirittura dello specifico portato lessicale di entrambe). Se il nostro tamagotchi delle patrie lettere è molto sfigato va anche a Lettere e Filosofia. In pratica, durante il suo percorso nessuno sarà formalmente autorizzato a insegnargli a leggere (non a scrivere – non è quello il compito) la poesia italiana contemporanea.

E qui, per decenza, ci fermiamo. Se non dopo aver detto che è a quest’età – e non a quarant’anni, come dicono i genii della sociologia poetica italiana – che inizia la sua carriera, obbligatoriamente da biforcarsi a seconda del suo sesso. Se è maschio, scriverà e si destreggerà tra leccate e versi. Se è femmina, verrà opportunamente squalificata dalla nascita, con un marchio a fuoco, grazie al connotato principale dell’Italia e della sua poesia: il Puttanismo. I poeti maschi (spesso i quarantenni di cui sopra) stanno perfezionando il metodo usato dai politici dal “sesso forte” per sbaragliare la concorrenza, ma finora il loro meccanismo si è concentrato soltanto sulle donne. L’innesco è questo: reclamare ad ogni occasione l’unico valore personale che non inferisce alla produzione letteraria della medesima. A ogni presentazione, al titolare dell’evento basterà elogiare davanti al pubblico la più o meno bellezza dell’interessata per confezionarle una piccola bara bianca. Poiché le valutazioni sulla poesia italiana si fanno agli incontri, privati e pubblici, tra tanti poveracci e pochi potenti (se è potente un anziano che ha un orto a fianco della scarpata ferroviaria popolar-nazionale…), il destino della “poetessa” è segnato indipendentemente da ciò che ha scritto o dal suo valore critico. Le valutazioni, ormai, non si fanno dentro il pubblico dibattito sulle riviste, sulle antologie e nei saggi sulla poesia italiana, dove ci si guarda bene da affrontare questioni di genere, poetica e stile, nonché di rapporti tra società, poeti e storia, nonché di comparazioni e prospetti teorici della e sulla poesia d’oggi, sui suoi poeti in attività. O, meglio, ci si guarda bene da dare un qualche peso a questi scritti nelle decisioni nella stanza dei bottoni sbottonati (l’immagine richiama a sé un doppio senso – che ci premiamo di esplicitare come sessuale per non correre il rischio di fraintendimenti).

Il mondo della poesia italiana è – qui simbolicamente, non sessualmente – un mondo di pedofili. Sul nascere, si fa in modo di violentare un giovane poeta in ciò che ha di prezioso per la poesia: che non è banalmente e ovviamente la sua, di poesia, ma la sua capacità d’apprendimento e la sua fortunata cronologia che lo spingerà a dover portare lui, un giorno, un poco più avanti quel testimone che, qualcuno, una decina (se non una ventina, trentina) d’anni fa ha preso tra le mani di una cosciente generazione per lasciarlo cadere mentre usciva dal bordello. Siamo giunti all’esasperazione, con una tale chiarezza d’intenti e capacità predittiva che altrettanto illuminata ci viene indicata la strada. Soltanto un moralismo altrettanto esasperato, da introdurre a forza nel mondo della poesia, potrà salvare i poeti; poiché la poesia è comunque più furba di noi e scappa, va altrove se trattata male, verso altri paesi e culture. Segnali in questo senso non tardano a farsi vedere in Italia, anche attraverso una serie di poeti che sono già fuggiti all’estero per volere o per necessità. Una formula verificabile, infatti, dice che la moralità di un poeta è direttamente proporzionale alle sue capacità poetiche. Se la sua condotta di fronte al testo subisce incrinature, anche il testo stesso ne risente, e in peggio. L’atteggiamento moralistico è cioè l’anticamera di un atteggiamento professionale, finalizzato all’attenzione del contesto e alla comunicazione come punto di arrivo della poesia.

Di seguito, il corrispettivo poetico dell’atteggiamento moralistico di alcuni poeti ha prodotto una “Nuova poesia civile”, che fa sentire tutta la sua distanza rispetto a un certo passato e all’immediato presente proprio in virtù del suo codice di comportamento. Non si tratta di chiamare in causa l’allineamento alle correnti ideologiche del secolo scorso: la poesia civile – e questa è storia – nasce come modalità di racconto della società sulla base dell’interpretazione che ne dava una certa ideologia, limitandosi, nei casi peggiori, a essere un surrogato poetico di una classe politica. La “Nuova poesia civile” ha, invece, dalla sua la modalità del discorso. Il suo fine è prettamente comunicativo, non dimostrativo: cogliendo esempi tra i fenomeni, i personaggi, le situazioni quotidiane della nostra società ha trovato il modo d’inserirli nel suo ritmo, nelle sue immagini, attraverso un contesto sociale da trasformare in messaggio poetico, certo dotato delle sue leggi particolari, ma che rende la poesia tangibile a lettori e persone di qualsivoglia livello, perché la stessa poesia con loro condividerà la materia prima, l’argomento, le questioni più brucianti e cruciali del nostro tempo. Conseguentemente, questo implica anche non comuni capacità d’invenzione stilistica per fare in modo che quelle questioni rimangano aperte e che la loro pressante attualità temporale non infici la resistenza del testo alla prova del futuro, delle generazioni che dopo di noi verranno. Solo che affinché quel messaggio sia comprensibile, non basta avere la stessa lingua, serve anche un’esperienza comune condivisa fra i due parlanti, con cui fare insieme strada (R. Daumal). Se poi qualcun altro diceva anche che il medium è il messaggio, parlare della realtà con la poesia significherà anche comunicare, e quindi divulgare, al pubblico la poesia stessa. E nel pubblico della poesia, composto quando va bene da poeti che leggono poeti, la divulgazione della poesia è oggigiorno quanto mai necessaria. Nell’agire, si tenga allora presente che la nostra moralità poetica influirà tanto sul fronte esterno quanto su quello interno. La moralità ci resta sempre Giano bifronte.

Matteo Fantuzzi, Lorenzo Mari, Francesco Terzago, Guido Mattia Gallerani

(qui la prima parte)

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36 Responses to Pubblico e poeti: una svolta civile?. Parte seconda.

  1. Luigi B. il 5 febbraio 2011 alle 20:14

    la questione si sta facendo davvero importante e richiede una riflessione necessariamente più ponderata, complessa e attenta di uno stupido commento al post.
    ad ogni modo, mi ripeto: come dicevo dall’altro lato, se vuoi inviare un messaggio, essere capito e dal numero maggiore di persone non scrivere poesie; scrivi saggi.
    a mio avviso il poeta non è un comunicatore, non ha moralità, non fa la morale, non invia messaggi.
    a mio avviso, la poesia non è il luogo della trasmissione e della comunicazione, ma quello della simbologia del reale, che non è per nulla la realità ma, piuttosto, tutto quanto sta al di sotto di questa e che non pupo essere detto (altrimenti dov’è la difficoltà? dove il bisogno di utilizzare strumenti complicatissimi e sottili – se usati bene – come le figure retoriche?).
    La poesia non invia messaggi; offre una possibilità. e, in quanto tale, è uno stato in potenza che ha bisogno del lettore per attuarsi in infiniti modi. Ci vorrebbe una disamina attenta e non volgare (del positivismo occidentale) di cartesio per chiarire questo punto ma non mi sembra il caso nè il luogo.
    detto ciò, passo alla questione intrattenimento. premetto che non ho nulla in contrario rispetto alle varie forme di fare e proporre poesie né tantomeno ho pergiudizi a riguardo di nulla. Solo giudizi assolutamente estetici e di gusto molto personali, che con la critica e l’universalità della buona e della cattiva poesia non hanno nulla a che fare.
    Per quanto mi riguarda, trasformare il poeta in un intrattenitore e la poesia in un intrattenimento significa cedere alle richieste del mondo così come ce lo ritroviamo, nonostante il cattivo giudizio che ne diamo. entrare in questi meccanismi significa far prevalere egli aspetti che in realtà andrebbero moderati, reindirizzati verso altri fronti. e il rischio è quello di trasformare i poeti nell’anima morale della società intrattenuta che sta a sentire come dovrebbe comportarsi. Perché, forse mi sbaglio, non vedo differenza tra i cultori del silenzio e di un certo accademismo e la poesia di Nacci che dopo un suo reading tutti ricordano. Non hanno entrambi l’aura del vate? (non mi riferisco personalmente a Nacci, che non conosco, ma alla metodologia proposta).
    Mi vedo costretto a nominare per l’ennesima volta pasolini: anche lui andò in TV a dire che la TV è una merda, ma gli spettatori, nonostante fossero d’accordo, non hanno smesso di vederla la TV e pasolini avrebbe rischiato di diventare un opinionista ante litteram se non se ne fosse allontanato.
    Ma la vera questione è: è più importante inculcare un messaggio o fare in modo che il maggior numero di persone sia in grado (e si prenda il tempo necessario) per costruirsene uno da soli?
    A questo proporrei un esperimento: chi dei 4 ha assistito al reading di Nacci e ricord ed e in grado di raccontare la poesia proposta provi a chiedere a tutti i presenti e a calcolare una percentuale di quanti se ne ricordano come lui. Non tutti siamo uguali poiché non a tutti appartiene la medesima sensibilità.

    Mi spiace sembrare il bastian contrario della situazione, però la questione è davvero importante.

    Luigi B.

  2. Gabriele D. L. il 6 febbraio 2011 alle 13:45

    Non so se quello che dirò è stato già espresso da altri nei commenti alla prima parte. Se è così me ne scuso, ma non ho avuto il tempo di leggerli tutti.
    Forse mi sbaglio, ma mi è parso di capire che quello che si auspica, sia un riavvicinamento del poeta – e quindi della poesia – al lettore; dall’emittente direttamente al ricevente. In questa dinamica vedo una estromissione importante: quella del Tramite, cioè del critico. Questo elemento mi pare fondamentale. Per critico, e critica, intendo quell’insieme di persone e competenze che filtrano la produzione poetica di un periodo storico, e che in un certo senso la reindirizzano al lettore. Ovviamente per critica non va intesa solo quella accademica (per l’amor di dio!), ma soprattutto le recensioni sulle riviste, sui quotidiani, sui blog come questo, e così via.
    Questo tramite credo sia stato rimpiazzato nel vostro discorso dalla lingua e le tematiche: più aderenti alla realtà, e quindi al lettore. Tutto ciò passerebbe anche attraverso l’incontro fisico tra poeta e lettore: come nei reading, ad esempio.
    Il lettore, a mio avviso, non ha gli strumenti critici del critico (e spesso anche del poeta); questo mi pare innegabile. Il rischio quindi è quello di cadere in un relativismo (nel senso peggiore del termine), in cui la qualità smette di avere ogni tipo di giustificazione che non sia dettata dal gusto personale e dalla momentaneità. Anche perché, lo sappiamo tutti, c’è un Lettore Ideale (cioè competente e che sa motivare le sue scelte), ed un Lettore Reale (spesse volte incompetente, e che non sa oggettivamente motivare le sue scelte).
    La vera sfida quindi non è tanto il riavvicinamento del poeta al lettore, ma il riavvicinamento della critica al lettore. La critica andrebbe svecchiata, resa frequente al lettore e non ad esclusivo appannaggio degli addetti ai lavori.
    Anche perché nel vostro saggio ci sono degli interventi critici su alcuni autori, utilissimi! L’arma su cui puntare secondo me è quella. Io lettore, dopo aver letto quei piccoli cenni critici su quegli autori me li vado a rivedere, a scoprire. Se non ci fossero stati credo che non sarebbe avvenuto.
    Il mio intento, in conclusione, non è quello di spostare l’attenzione, o di dare la responsabilità solo alla critica, anzi; ma credo che una poesia senza supporto critico (inteso come ho cercato di dire) sia una scorciatoia infruttuosa.

  3. Guido Mattia Gallerani il 6 febbraio 2011 alle 19:07

    Caro Gabriele, certamente il problema della critica che tu rinnovi è assai importante, ma esula leggermente dalle questioni qui affrontate. Se vuoi, la stessa impostazione “critica” del pezzo può essere una risposta allo scollamento fra critica e pubblico. Da un’altra ottica, cioè, può essere benissimo che la critica, a sua volta e in un gioco reciproco con la poesia, utilizzi la poesia stessa (e in questo caso la Nuova Poesia civile – ben inteso, ogni etichetta è una provocazione, ma una seria provocazione) come possibile rimedio, se vuoi tardivo.
    All’inverso, per ragionare invece con Luigi, io credo fermamente che la poesia invii anche un messaggio (forse perché ho studiato a fondo, per stare sul contemporaneo, un poeta come Giampiero Neri) e non vedo contraddizioni di sorta con il suo potenziale simbolico.
    Guido Mattia Gallerani

  4. matteo fantuzzi il 6 febbraio 2011 alle 22:15

    non è questione di essere il bastian contrario, è questione di non ritenere che la gente sia scema e non sia in grado di comprendere una poesia: la gente non è scema anche se non ha fatto un dottorato. ho il dubbio che in particolare nelle università questo non sia il pensiero dominante. io poi mi immagino quando al liceo imploravate l’insegnante “per favore, per favore prof. non mi legga le poesie di leopardi che mi sto gustando i saggi di gavazzeni, poi mi rovina la lettura…”
    questo lavoro vuole raccontare poetiche solide che riescono a comunicare anche con lavori sul verso mooolto differenti, vuole raccontare che la problematica è condivisa e che con le opere (letterarie e progettuali) anche le nuove generazioni cercano di lavorare con cognizione di problematiche, e soprattutto vivaddio leggendo.

    se no ci meritiamo che anche al prossimo giro tirature dirà che ci sono 2 milioni di poeti in italia, 1000 libri pubblicati in un anno ma che nessuno li legge (legge, mica parliamo di business… iniziamoli a leggere per favore): che è un poco come dire io faccio il cardiochirurgo, però non so mica dove sta il cuore, mica l’ho studiata l’anatomia, prendo un bisturi (o una penna bic affilata)… apro il paziente… stacco qui… attacco là… qualcosa succederà…

    o ci meritiamo i libri di poesie di ligabue… di topo gigio… di chi vi pare, e di perdere il novecento italiano e molti contemporanei: perché se alcune riviste militanti non si fossero accorte delle capacità di franzin forse nemmeno sarebbe uscito quello che colangelo ha definito “forse il miglio libro dell’ultimo decennio”, e certo non grazie a università che capita siano impegnate a fare cose fondamentali per l’umanità tipo dare le honoris causa ai campioni di motociclismo… se la meritrebbe uno come di ruscio piuttosto, valido come scrittore e che si è andato a spezzare la schiena in norvegia. anche questa “anomalia italiana” mi piacerebbe fosse spiegata in qualche saggio. ma prima il mio personale invito è a leggere le opere, se no parliamo del sesso degli angeli.

  5. tommaso il 7 febbraio 2011 alle 12:30

    “Ma che cosa DICE un’opera poetica? Che cosa COMUNICA? Assai poco a chi la comprende”
    W. Benjamin

    Il paradosso poetico sta tutto in questo. Chi comprende, e quindi legge poesia non lo fa grazie alla riuscita di una qualche COMUNICAZIONE. La poesia non “veicola messaggi”, non “tramanda contenuti”, non “racconta”. O meglio, lo fa, ma senza farlo. La poesia è l’unico linguaggio che non ha come intenzione principale quella di COMUNICARE. Se non si capisce questo paradosso fondamentale è meglio lasciar perdere ogni tentativo critico sulla poesia.

    La poesia di Franzin, che arriva eccome, è scritta in dialetto. Non mi sembra che questa sia una scelta molto divulgativa.

    Infine: stupisce non trovare nessun riferimento a Eugenio De Signoribus

  6. Guido Mattia Gallerani il 7 febbraio 2011 alle 18:36

    Non può stupire non trovare riferimento a un poeta piuttosto che a un altro, benché la poetica di De Signoribus sia altissima e innervata di più potenzialità, comunicative o non comunicative. Almeno per quanto mi riguarda.
    Inoltre, non deve innervosire più delle comuni nevrosi critiche la riduzione, la scelta creativa e critica che con questo intervento si è cercato di fare, poiché è un atto critico, non uno stato poetico immanente alla poesia italiana contemporanea. Non ci si abitui troppo alle antologie, ignorando volutamente ciò che d’esplicito ci può essere in un atteggiamento critico, rifiugiandosi altrove, in un indistinto inconscio delle tribolazioni commentative e della sua retorica del navigante.
    Infine, per l’annosa questione di comunicazione e poesia (seria faccenda, s’intende) rimando, sempre per quanto mi riguarda, alla soluzione già addottata da Umberto Eco in Opera aperta, dove l’esclusione reciproca di comunicazione e poesia mi pare un po’ più complicata di come è stata messa giù negli ultimi commenti. Non si tratta infatti, argomentatamente, di un’esclusione oppositiva.

    Guido Mattia Gallerani

  7. andrea inglese il 7 febbraio 2011 alle 19:25

    Cari autori del pezzo,

    ho letto con interesse e apprezzato alcuni passi della prima parte di questo vostro scritto, in modo particolare le letture che voi avete fatto di alcuni poeti. Ho espresso mie perplessità sul alcuni termini più generali, da voi sollevati. Mi sono permesso di farlo, perché sento di avere con voi alcuni punti in comune: la passione politica, l’interesse per una poesia non epigonale e manieristica, e l’importanza data alla militanza critica (che mi viene dall’aver curato per un certo periodo di tempo “Per una critica futura”, una rivista on line di critica di poesia, che poneva al centro proprio la questione della ricezione del testo poetico).
    Ho visto subito che voi riproponete il termine “poesia civile” senza aver operato preventivamente una riconsiderazione critica del termine stesso, valutandolo in una prospettiva storica o almeno teorica (vi ho suggerito Rancière).

    Però giunto a un terzo di questo vostro pezzo, non riesco più ad andare avanti.

    “Il poeta è, oltre al mare stesso, anche il vecchio uomo di mare, quello dalla pelle conciata dal sole, dal salino. Il vecchio uomo di mare che passa al setaccio giorno dopo giorno l’arenile ghiaioso, che raccoglie filtrato in sé quel poco che abbiamo in resto: il salvabile, il ninnolo perso dal bambino, il ciondolo laccato d’argento: il ricordo, un’immagine.”

    Amici, siamo nel 2011! Va bene il poeta-mare, ma il poeta vecchio-uomo-di-mare è semplicemente KITSCH e KITSCH senza appello! Scusatemi. E la vostra disinvoltura in termini di consapevolezza storica e teorica relativa al genere lirico del Novecento diventa ad un tratto irritante. Se la ricetta per non essere dei poeti epigonali, snob, elitari, autoemarginati, quel che volete voi, significa dissolvere ogni rigore, sortire banalità, allora di questa demagogia non ne abbiamo bisogno. Abbiamo già una classe politica molto rumorosa che ci ricorda che con Dante non si mangia il panino.

    Dico questo non perché abbia il minimo motivo per polemizzqare con voi. Ho letto un libro di Matteo Fantuzzi e l’ho apprezzato non poco. Ma sono purtroppo convinto, che molti leggeranno queste righe prendendole per buone. E ho quindi il dovere etico di espriemere il mio dissenso.

    Concludo sulla grammatica. Non sono un pedante, e sono un dislessico che infarcisce i testi di refusi, ecc. Però se non volete sorvegliare lo stile, i concetti, almeno sorvegliate la grammatica.

    “Questo è quello che sono costretto a pensare quando leggo i segni dell’immaginario comune di questo paese, quell’immaginario che tutti partecipiamo”

    “Ecco, se quello della poesia fosse un luogo vorrei che questo fosse quello di incontro tra estetica e morale, tra forma e contenuto, un luogo che tutti, disponendo di competenze basilari, possano partecipare”

    partecipare come transitivo ha questi significati: render noto, concedere, distribuire… non mi sembra che corrispondano all’uso che ne fate in queste due frasi che ho incontrato nel vostro testo.

  8. Guido Mattia Gallerani il 7 febbraio 2011 alle 20:08

    Mi sento di dire solo due cose.
    La prima è che la riflessione semantica attorno all’etichetta di Poesia civile c’è ed emerge nella sua professione d’indirizzo nel cappello introduttivo, non nella parte centrale del pezzo (evitando di sovraccaricarlo con pedantismi nozionistici). Da notare infatti che qui si è preferito usare il termine Nuova poesia civile in alternativa a quello più invalso (certo, sempre qua e là) di Poesia neo-civile. Il significato che diamo a questo termine invece emerge nella parte finale del saggio.
    Quanto all’italiano non entro nella discussione dei brani perché vorrebbe dire difendere qualcosa per lasciare scoperto un altro lato, vorrebbe dire cambiare fila nel traffico soltanto per vedere come la precedente ci passi a lato (sarebbe una manovra da tangenziale in ora di punta di cui Domenicali s’è già fatto teorico).
    Dico una cosa però:
    anch’io, come Inglese, sono campione pluri-mondiale in correzione di testi altrui. Quindi sono ben felice di confrontarmi sempre, alla sagra di paese come alle Olimpiadi. Ogni terreno è dunque valido. Credo che ora sia mia la palla.
    Guido Mattia Gallerani

  9. Marco Giovenale il 7 febbraio 2011 alle 21:56

    Più che una palla un macigno

  10. Guido Mattia Gallerani il 7 febbraio 2011 alle 22:21

    Sisifo giocava così. Ma è un mito. Chi prendeva sassolini per macigni era invece un altro.

  11. Marco Giovenale il 7 febbraio 2011 alle 22:48

    Golia in fronte?

  12. andrea inglese il 7 febbraio 2011 alle 23:18

    Gallerani la questione non è il campionato… Né ovviamente il vostro lavoro poetico di cui qui non si fa questione. Ma voi partite in quarta, date una definzione della poesia, formulate una poetica, fate satira sull’ambiente, stigmatizzate il malcostume di tanti poeti, insomma manifestate grandi ambizioni: vorreste in qualche modo cambiare i connotati alla poesia italiana. Non potete mica pretendere, poi, che uno non vi prenda sul serio. Poi sono andato a guardarmi le date di due di voi, tu hai 27 e Matteo 32. Non siete più giovanissimi. Io a quell’età ero finito nella redazione di “Baldus”, dove si parlava di Bachtin, Lotman, Benjamin, Jameson, e vi scrivevano critici militanti, ricercatori universitari, poeti con parecchia esperienza alle spalle. Che cosa significa? Significa che i margini d’ingenuità che avevo erano molto ridotti. Mi confrontavo con gente che ne sapeva molto più di me e questo non mi permetteva una gran disinvoltura. Ma sopratutto m’introduceva a una certa tradizione, a un dibattito in atto. Insomma, non avevo mai l’impressione di poter partire da zero, librandomi leggero oltre ogni eredità, senza fare i conti con un patrimonio preesistente. Il vostro discorso mi sembra sopratutto questo – e non è solo un problema vostro, di questi tempi – un muoversi come in uno spazio critico e teorico rarefatto. Ma così non è. E non si sostituisce il lavoro del concetto con l’evocazione di qualche immagine, per altro ingiallita.

  13. Guido Mattia Gallerani il 7 febbraio 2011 alle 23:26

    Bè io conosco il suo lavoro Inglese. Quindi tanto di chapeau per il promettente futuro e il florido passato. Io mi sento forse più puer senilis allora. Ma mai ho agito per procura altrui. Credo anche, con lei, che siamo tutti troppo vecchi, la critica, la poesia italiana lo è, per solazzarci ancora con certi giochetti. Cerchiamo di crescere, suvvia.

  14. andrea inglese il 8 febbraio 2011 alle 00:42

    Gallerani non ho afferrato molto bene il tuo discorso. Lo dico senza ironia. Comunque non credo che esista continuità o stretta conseguenza, in un poeta, tra teoria e versi. Quindi il mio giudizio su questo vostro lavoro, non pregiudica una considerazione dei vostri testi.

  15. Guido Mattia Gallerani il 8 febbraio 2011 alle 01:09

    Non c’è discorso da afferrare poiché stiamo ancora girando attorno a narcisismi, miei o suoi non importa. Lei inventa che nel saggio vi siano definizioni di poetica, che non ci sia la giusta consapevolezza, ecc. In breve, io vi leggo soltanto strategie per parlare d’altro, vuoi del suo curriculum, della mia età, delle note biografiche di Fantuzzi strappate alla rete, ecc. Tutto questo non c’entra nulla con la Nuova Poesia civile o con i presupposti metodologici del saggio e tanto meno con la grammatica. Lei reagisce a una minaccia che, forse per un riflesso condizionato, vuole vedere ma che in realtà non arriva nè dall’intervento, nè da noi. Come non c’è una teoria, in questo saggio, della poesia se non ricostruita da lei stesso.
    Non si sa, poi, cosa c’entrino con questo intervento le “poetiche” o le poesie di chi vi scrive. Se vogliamo discutere del pezzo, ottimo. Se si tratta di fare il solito gioco della poesia al tempo 2.0, perfettamente in linea alla situazione poetica italiana, lascio volentieri perdere, perché alla fine del celodurismo saremo sempre allo stesso identico punto.

  16. francesca matteoni il 8 febbraio 2011 alle 04:10

    Alcune considerazioni, le prime sull’interazione nei commenti – il saggio è qui perchè sussiste una evidente necessità di affrontare le questioni. Dai commenti alla prima parte, agli inviti di Andrea, Gherardo, Renata su una riflessione maggiore sul termine civile, all’ultimo commento di Matteo emerge che non è tanto il messaggio, contraddicendo parte dei contenuti qui sopra, ma il ruolo dei poeti ad essersi smarrito. Parafrasando Matteo: essere poeta non ha la dignità di mestiere, perchè chiunque paghi un libro con un sedicente editore improvvisato, appare rientrare nella categoria. Più che la poesia civile, ci si dovrebbe interrogare, anche partendo dai dubbi e dalle divergenze con gli autori del saggio, sul modo civile di fare poesie: quale presente, quale reale assorbe o disinnesca, denuncia o riflette. Vorrei soffermarmi su alcuni punti che mi lasciano perplessa.
    Prima di tutto, sulla scia del dibattito chiarezza/oscurità, l’altra dicotomia – poesia dell’oralità/poesia del silenzio. Premesso che credo che nella migliore poesia performativa i vari mezzi usati, dalla voce ad altre sonorità, al ricorso a video o arti visive, non servano solo ad una migliore fruizione del testo, ma ne siano parte integrante, c’è un elemento “sonoro”, che sta al principio di ogni poesia, anche quando è solo scritta. Il verso lo si dice, lo si scandisce. Ha già introiettata una dimensione orale, pur restando sulla pagina. Non capisco bene l’identificare la differenza tra silenzio e performance in una narrazione, un racconto più o meno assente e soprattutto questo punto qui:

    “ma al più diapositiva spezzettata, che solo un addetto ai lavori avrà la possibilità di ricostruire (e solo se avrà il tempo e la voglia di farlo) oppure, cosa che spesso accade, stereotipo.”

    Se da una parte la parola diapositiva mi richiama già una natura installativa di alcuni testi, aprendo un discorso per me molto interessante, non capisco perchè questa poesia così spezzettata debba restare alla portata solo di alcuni e da qui se davvero la poesia debba essere alla portata di tutti, in maniera indiscriminata e senza fatica o se, banalmente, contino le affinità elettive, in un panorama il più possibile variegato e tenuto insieme dal riconoscimento delle differenze, più che dall’appiattimento dell’omologazione. Così come vorrei una spiegazione ulteriore sull’uso della parola stereotipo, prima di intervenire ancora.
    Mi riallaccio al commento di Luigi, sul non fare la morale della poesia (cosa che condivido), aggiungendo l’importanza di non scrivere testi a tesi, confondendo la capacità mimetica di certo linguaggio con la volontà di dare una dimostrazione esclusiva o, attenzione, di parlare con il cuore in mano. Da qui passo ad un altro punto su cui vorrei ci si interrogasse di più: pubblico e poesia, leggere e scrivere.
    Si dice: “scrivere alla fine è proprio questo, far crollare ogni limite tra noi e l’altro, un atto di sincerità totale, di chiarezza, di libertà, di responsabilità; mentre leggere, invece, vuol dire lasciarsi lusingare dalle parole. Farsi, e non c’è niente di sbagliato in ciò – intrattenere. Leggere vuol dire condividere sì un significato generale ma soprattutto, e ciò è inevitabile e non va dimenticato, generarne uno nostro, soltanto nostro”.
    Mentre sulla conclusione, la capacità del lettore di generare un significato ulteriore, mi trovo piuttosto in sintonia, ritengo un po’ pericoloso ciò che sta prima. Mi spiego: ho pensato ad una certa frase apparentemente semplice, usata da grandi scrittori – Dagerman, Wallace, altri, il cui succo è proprio scrivere per toccare il cuore del mondo. Ecco se questo è il pensiero di partenza anche della riflessione qui proposta, chiedo: possiamo essere sicuri che toccare il cuore del mondo sia far crollare i limiti tra noi e l’altro? Personalmente rispoderei di no. Risponderei che sono quei limiti, quei margini su cui la comunicazione si fa difficile, si interrompe, ferisce o respinge, che la scrittura deve tenere sempre presente, come, passatemi la parola, “gabbia” per la stessa smania di sincerità del poeta. Non cito un poeta novecentesco, ma se penso alla Ginestra leopardiana dove l’altro si raggiunge eccome, in una lucida solidarietà, non ci leggo un abbattimento dei limiti, piuttosto l’andare fino al nulla siderale che è l’umano. La totale sincerità è rischiosa, sconfina nel diarismo. Io senz’altro mi sento più sincera quando butto giù parole sul mio diario. Ma credo di essere più civile quando costringo le parole contro me stessa e contro quanto del presente sta in me, per denudarlo, renderlo visibile. Sulla visibilità, qualcuno riconoscerà quella di Cameron senz’altro, ma qualcuno avrà bisogno di quella di Malick o di Antonioni. O di tutte e tre. Sincerità, chiarezza, libertà, responsabilità sono parole fortissime e abusate che insieme così stonano, anche se sono certa delle buone intenzioni. Vorrei, se possibile, ripensarci in quanto scrittori/lettori di poesia, anche partendo da questo.

  17. Francesco Terzago il 8 febbraio 2011 alle 09:24

    Caro Andrea, premetto che ho sempre apprezzato la tua poesia (questa non vuole essere una captatio benevolentiae) vorrei porti alcune semplici domande. Serve, in questo paese, riportare la poesia tra le persone? In questo paese si attribuisce comunemente un significato al termine ‘poesia’? A questa società servono poeti che scrivono solo per altri poeti? Infine, tu ci racconti della tua esperienza in Baldus, Baldus come interagisce con il mondo della quotidianità? Al di là, certo, di convogliare in un unico serbatoio persone distanti che appartengono allo stesso gruppo sociale. E allora, le tue opposizioni, non sono forse frutto della dissonanza cognitiva? Mi spiego meglio, a te dà profondamente fastidio che arrivi qualcuno e dica ‘Ehi, gli strumenti della mia poesia esulano da tutto questo, guardano ad altre discipline, ad altre teorizzazioni’ perché tu hai ‘fede’, nel senso religioso del termine, nei dettami che contraddistinguono il gruppo sociale al quale appartieni (non c’è niente di male – se se ne è coscienti), tu ci parli di Benjamin e di Lotman, non esiste al mondo solo il pensiero di Benjamin e Lotman. Spesso mi domando quanto si imparerebbe osservandovi attraverso la lente dell’etnografia.

    Per finire, appellarsi alla grammatica normativa è molto discutibile, visto che la linguistica da Chomsky in poi, ha sostituito la nozione di ‘norma’ con quella di ‘regola’ (nel mondo latino si riscontra ancora una forte opposizione a questa sostituzione, io la attribuisco al tradizionale pensiero aristotelico-tolemaico, ancora imperante in buona parte dei circoli letterari e nelle università) e la norma, come la legge, necessita di costrutti difficilmente discutibili, elementi che consentano, a chi li riconosce una certa sicurezza (in un certo mondo letterario si sostituisce il paradiso con la pubblicazione – ma non è questo quello di cui voglio parlare).
    Tu stesso, però, dài ragione a Chomsky e a Hjelmslev quando dici ‘partecipare’ ha un significato particolare in questo contesto, che però ‘cortocircuita’, a tuo dire, (e di un articolo della Crusca) con una norma; che cos’è più potente ti chiederò, la tua norma o quello che, a tua insaputa, avviene nel tuo stesso cervello e nel cervello di ogni essere umano?
    Infine, criticare l’originalità delle immagini impiegate nel pezzo (e spiegare per immagini è ‘pragmatica’ prima di tutto) è una delle cose più novecentesche che si possano fare ed è addirittura ottocentesco iniziare una disfida sulla nostra lingua tirando in ballo il lavoro dell’Accademia Della Crusca. Dici che siamo ingenui? Ben venga, ma si può rovesciare tranquillamente la frittata, tant’è che con alcuni tuoi interventi abbiamo fatto un balzo indietro fino ai puristi. Allora, scusa l’ironia, ma sto dalla parte di Melchiorre Cesarotti.
    A presto.

  18. Guido Mattia Gallerani il 8 febbraio 2011 alle 09:58

    Nella prima parte dell’intervento sono state sollevate questioni importanti, da Inglese e da altri. A cui si è cercato di dare una risposta. Se la risposta non è stata soddisfacente è opportuno segnalarlo. In questa seconda parte, invece, ci siamo trovati a discutere sul portato lessicale della transività del verbo partecipare, preso ad esempio per discutere sull’intero valore “teorico” del pezzo. Il che non è sbagliato, soltanto non pertinente, non interessante, perché è un approccio non serio, che svia la discussione dal pezzo al valore critico di chi la scritto. Questo non interessa a nessuno, poiché non un’opinione su chi v’ha scritto è il fine ultimo di questo intervento. Le questioni che mette in campo Francesca mi paiono invece più serie. Io credo che la moralità abbia a che fare qualcosa con il dialogo, non per penetrare il segreto del mondo, ma per poter creare le condizioni ottimali affinché la poesia italiana contemporanea possa lavorare nel migliore dei modi. Quindi in qualche modo condivido il fatto che la moralità esuli dal contenuto e dalla scrittura del testo. Eppure credo che in qualche modo essa permanga retroattivamente, nel nostro modo di leggere, e nel trattare con onestà il testo stesso, più che il suo poeta.

  19. andrea inglese il 8 febbraio 2011 alle 12:33

    Francesco, un chiarimento innanzitutto.
    Ho citato Baldus, non perché voglia riferirmi ora a una “scuola particolare”, ma perché volevo evocare un percorso di “iniziazione” alla discussione critica, che nel mio caso è avvenuto in un modo, con certi autori di riferimento, ma quali autori, quali tendenze poco importa. Quello che mi importava mostrare era il fatto che non si comincia mai da zero. Esiste un contesto di discussione più allargato nel quale il vostro testo si inserisce, e a me sarebbe piaciuto che su un tema così forte, il vostro discorso mostrasse i segni di una “memoria” di quanto già detto. Una memoria che può essere molto soggettiva, idiosincratica, estremamente polemica, ma una “memoria”.
    La questione della memoria è la questione del senso della storia, assolutamente importante oggi. Importante tanto più per i più giovani, perché sbucano in un mondo privo di profondità storica.
    Ora mi sembra che il rischio maggiore vostro sia questo.
    Il piacere della lettura, la comunicazione, l’arrivare alla gente, ecc., Berardinelli è da vent’anni che ribatte questo chiodo. Non so, magari almeno citatelo, riconoscete una comunanza…
    Questo modo di fare, anche se non siete consapevoli, finisce per alimentare ulteriormente l’atomizzazione del campo poetico, in quanto ognuno costruisce la sua visione della poesia (passata-presente-futura) in modo avulso, senza minimamente prendere in considerazione – anche polemicamente o criticamente – quello che gli “altri” hanno veramente detto o fatto.
    Comunque non so quanto io riesca a farmi capire. Su alcune delle cose che dite sono grosso modo d’accordo, ma quello che non condivido è il modo. E nella poesia il modo non è questione secondaria. (Dimenticate pure le mie osservazioni sulla grammatica, non è certo mia intenzione valutare il vostro discorso su questo semplice metro.)

  20. lorenzo mari il 8 febbraio 2011 alle 13:25

    Bene così, perchè mi pare che anche il modo esercitato in alcuni commenti (dall’ortografia all’anagrafe) non mirasse a rispondere con lucidità alle questioni poste…
    Possiamo riconoscere qualche punto in comune con Berardinelli? Forse sì. Ma al tempo stesso non ci andava di metterlo a difesa del nostro lavoro, quando l’evocazione del nome avrebbe certamente portato con sè anche i paludamenti della sua visione critica. Altro discorso con la riflessione sul “Baldus”, che non buttiamo certamente nel cestino della carta straccia. Né potremmo farlo, ragionando onestamente…
    D’altro canto, immagino che affrontando queste questioni con un approccio epistemologico solido e anch’esso onesto (mi riferisco alla questione della moralità così com’è posta da Francesca e affrontata da Guido), non si possa decidere d’amblè che la mancanza di riferimenti critici (quando si tratta pur sempre di un post su un blog) corrisponda a una negazione della memoria a favore di una piccola parrocchietta. Francesco evidenziava bene, secondo me, il fatto che spesso, e non è detto che questo sia il caso, ci si riferisce fideisticamente a certi nomi, proprio allo scopo di differenziare il proprio gruppo da altri, e non per un confronto aperto con essi. La poesia civile descritta non si chiude a parrocchietta (si provi a immaginare Franzin, Bordini, Alborghetti, Cangiano, Nacci e Cattaneo insieme) e l’enfasi sulla comunicazione sta a dimostrare anche questo. Isolarla così forse vuol dire che certo messianismo ben temperato, se proprio non “serve”, ed è un moto narcisista e anti-storico, perlomeno può evidenziare alcune criticità presenti in tutti gli autori e i critici che rifuggono, o saltano, queste domande.

  21. matteo fantuzzi il 8 febbraio 2011 alle 14:34

    in questo senso io non ho particolari critiche da muovere alla critica fatta. nel senso che anche per me esistono anche nel recente passato dei percorsi, degli sforzi fatti per avvicinare, per raccontare senza svilire la materia: ma non è questa la prassi dominante, e sarebbe pericoloso come gli appunti che ci vengono fatti non dire a gran voce che il problema esiste.
    a quel punto bisogna lavorare anche col rispetto del lavoro altrui e anche con la serietà di prendersi le proprie responsabilità. quelle riviste e altre riviste militanti anche solo degli anni 90 come atelier, clandestino… ma penso pure all’esperienza di forte dialogo di “sul porto” con benzoni, simoncelli ecc. insomma tutti questi passaggi importanti sono stati fatti da 20enni, 30enni al massimo in dialogo con chi li ha preceduti. dialogo rispettoso.
    spronare a fare altrettanto, senza considerarsi degli unni quanto piuttosto dei costruttori, degli edificatori ecco quello vorrebbe essere il senso della cosa. e tra parentesi se abbiamo pensato a questo lavoro qui e non altrove (come premesso anche privatamente a francesca e gherardo) va proprio nell’idea di costruire là dove ci può essere un terreno, e dove probabilmente si poteva ragionare sui forti dubbi di partenza che altrove erano stati posti sulla debolezza e la precarietà dei cosiddetti “bamboccioni” anche nelle patrie lettere.

  22. andrea inglese il 8 febbraio 2011 alle 16:47

    a gallerani,

    di cui mi era sfuggito un commento.
    “Lei reagisce a una minaccia che, forse per un riflesso condizionato, vuole vedere ma che in realtà non arriva nè dall’intervento, nè da noi.”

    Si, hai perfettamente ragione Gallerani: io reagisco a una minaccia, e questa minaccia viene dal vostro pezzo, per come è scritto, per quello che dice e per come lo dice. La minaccia ha un nome semplice: banalità.
    Ora questa banalità è nemica della poesia, che rimane comunque un prodotto estremamente sofisticato della cultura umana. E’ brutto sentirselo dire. So benissimo di rendermi antipatico dicendotelo. Puoi difenderti come credi: mettere tutto sul conto dei “soliti narcisismi della rete o dei poeti” (un’altra banalità) o di chissà quali manovre… Non me ne importa. Né ho voglia di scrivere un saggio per dimostrare per filo e per segno come qualmente quella frase o quell’altra veicolino un luogo comune. Alcune cose ve le ho dette, sia a caldo, sia con più urbanità a freddo. Questo dei commenti è uno spazio pubblico e serve a manifestare i propri pareri, che ti piacciano o meno.

  23. Il fu GiusCo il 8 febbraio 2011 alle 17:00

    Mi aggiungo all’ultimo commento di Fantuzzi, che mi pare mettere meglio a fuoco una questione, quella del “mestiere”. Segnalando gli atelieriani di dieci anni fa nell’altro commento (fra i quali Piergallini), volevo far intendere che un certo tipo di operato, come anche voi lo propenete, porta dritto alla politica attiva e quindi al discorso della rappresentanza reale. Mi pare remota la possibilità di accreditarsi, oggi nel nostro Occidente e qui in Italia, come poeti di mestiere e assumere una rappresentanza indiretta. E dove non fosse remota, tale possibilità sarebbe -a mio modesto avviso- superata dagli eventi e dalle forme aggregative (ed economiche, laddove non si voglia assistenzialismo di stato più o meno mascherato) contemporanee.

  24. Tavor il 9 febbraio 2011 alle 00:39

    Mi attengo soltanto a ciò che ho trovato scritto qui; non entro nei meriti di ciò che gli autori di tale scritto hanno fatto in altra sede e in altri spazi, non interessano ora e non mi interessano.

    Snobismo, ascetismo, virtuosismo cazzolato and so on. La certezza di sapere che si ha di fronte è quasi imbarazzante. Il progetto che qui punta le basi per un futuro progredire della poesia nei popoli, poi, mi pare spinto alla pragmatica(cosa che mi spiace per i lettori del saggio indicato all’inizio e a mauss -il dono di cui si parla, il potlàc, spazzerebbe via benissimo tutto quanto è stato scritto sopra; i suoi limiti sono comunque riconducibili ad altrettanti limiti di cui i popoli e lo stesso principio erano modus vivendi- ; i lettori di tale saggio e di mauss conoscono lo sfondamento del possibile, la critica stessa che ne viene messa in atto esautorando dall’essere coinvolti in una natura di senso, di pragmaticità), invitando poi a questo esponenziale riferirsi a Cartesio(laccio spaziale con i campi minati da Hegel, distrutto da Heidegger, che a sua volta s’è distrutto in Nietzsche), il quale non solo è nel discorso sul metodo un mazzarsi i piedi con se stesso-zappa, ma che nel plesso della rex-cogitans/rex-extensa(qui credo si fondi molto del “Pensiero” sottoposto al pubblico da questo post) trova il limite dei suoi stessi termini. Invero, se si volesse far sì che il popolo si avvicini alla poesia, è innegabile che si fa poesia per il popolo, che il “genio” prenda parte, il fare sarà comunque influenzato sul dotto di conduzione, e questo dotto di conduzione si aggiudicherà una strada significativa se il significato sarà conforme al movimento di massa. Se si vuole indurre il popolo a sè(perchè questa inversione dal pubblico alla poesia è un chiamarsi in causa come punta del triangolo) si deve cambiare il popolo, ma ciò non esula al portare se stessi(l’io scribendi)al punto d’incontro che, come detto sopra, non può rispondere a dei piani spaziali conformi se non conformando ancora una volta la tensione da comunicativo a comunicato in precise istanze di senso. Pedagogia. Quella che qui si dimentica tendendo a dimenticare che la stessa pedagogia è stata messa alla ghigliottina(in quanto criticata e distrutta, non allontanata) da Freud, a sua volta demolito da Lacan, Foucault ecc.
    Proprio Galileo, dato che è stato messo in ballo, risponde alla domanda sul fenomeno: osservazione. Ma poi salta fuori un altro e dice: solo osservandolo, il fenomeno cambia, e più ti ci concentri, più non vedrai il fenomeno.
    Ma si è tanto sicuri di far chapeu alla critica che si saltan gli intermezzi. Come posso accorarmi se tutto ciò porta a questa reinvenzione del mondo esclude a priori giudicando malanno l’ascetismo snob, l’arzigogolio estetico, il virtuosismo esasperato, chi “se la tira” e non vuole farsi capire, e si finisce che qualcuno scrive addirittura “il significato del sapore”. Il significato del sapore. Cosa che rimanda a una fame di appagamento tale da non riuscire a mettermi manco l’appetito. Il significato del sapore.
    Chi sono questi fautori della poesia malata, questi deviati visrtuosi che distruggono il panorama dell’utile poetico? Joyce nell’ulisse(roba per intellettuali da tecnicismi)? Rimbaud(che cazzo c’è finito a fare nel deserto)? Husserl(Cosa pretende, scrive cose impossibili)?
    Il possibile, è questo il campo d’indagine? Senza immodestia però(leggere cosa ne dice Leopardi della modestia; quel leopardi misantropo e puzzone chiuso in uno stambugio a rovinarsi per nessuno, come Kafka che manco voleva si pubblicassero quelle inutilità; ma non conta, parliamo dei palesemente incapaci presenti nel panorama contemporaneo, gli snob arzigogolati idioti asceti o incapaci contemporanei). Non mi raccapezzo proprio sull’invito qui esposto, questo nutrirsi che fa di Wittgestein un totem(ma quando distrugge il significato vale ancora?) buono e nutriente.
    Qual’è ad esempio, per voi, il linguaggio messo in crisi? O la crisi del linguaggio in atto? Il consumismo liberal-capitale ha permesso questa avanzata del letamaio culturale? La cultura è un letamaio, solo per il fatto d’essere colonizzatrice necessita di una critica senza fine(e il fare esiste, forse, continuando nella intercapedine che espelle questo fare dalla cultura); mi ricorda molto la patristica, scesa però dallo studium per farsi verbo, robba forte. Qualsiasi stratificazione si adotti la più “superficiale” rimarrà superficiale e la pedagogia che ne uscirà per chi è superficiale sarà superficiale. Chi buca i piani e arriva allo scritto così come è passato per le mani di chi l’ha scritto non può essere insegnato, a meno che non si voglia tornare alla tanto amata dalla critica contemporanea parafrasi. Una volta non era meglio, una volta se ne preoccupavano solo in spazi definiti e meno persone. Il bracciante sapeva spalare la merda e coltivare l’uva, il pastore sapeva accudire le bestie, lo studente borghese faceva lo studente borghese. E chi non vede? Chi non vede non vedrà, anche il più impensabile degli imbecilli finti prima o poi si aprirà alla sua tensione, questo perchè c’è chi continua a fare quello che si sente di fare, quello che fa senza poter fare altrimenti. Qui entrate in gioco anche voi, poeti rivelatori, ma come entrano in gioco altre miriadi di cose, mutande, scarpe, altri scrittori altre cose. Si può accompagnare chi si incontra lungo il proprio cammino, ma anche solo ci sia di mezzo un motivo, un alibi, un’apologia del perchè lo si fa si è condannati alla ricerca di un appagamento. Il dono si getta, si spreca, chi lo fa si spreca senza chiedere un ritorno di fiamma, senza soprattutto chiedersi se la cosa avrà seguito, oppure sarà abbandonata nel vostro odiato inutile.
    Potreste aver ragione però; se avete visto il mondo cambiare invece che lasciarsi al buio di fronte alla poesia, al buio che li eliminava dal mondo scomposto e distrutto e morto, se mai vi fosse successo di esser martiri con tornaconto, avete buone speranze. Ma avete alimentato un buon fuoco da quel che vedo, quindi significa che siete sulla giusta strada.
    In fondo si tratta di aver voce perchè se ne ha in gola, come tutti, ma con
    la coscienza a posto di chi ha trovato o vuole il significato del sapore, i nutrienti poeti anti perditempo, che poi è un buon modo farla civile per non camuffarla il un gioco(nel senso più alto del termine), per darle una giusta causa, altrimenti guai a farla diventare un effetto.

  25. Adelelmo Ruggieri il 9 febbraio 2011 alle 14:58

    La poesia come il Grande Cinema?

    “Sì, voglio i Cameron e i Ridley Scott della poesia, voglio una nuova epica italiana per la poesia.”

    Ma ho letto bene?
    Mi sembra incredibile.

    Un saluto caro e cordiale

  26. Luigi B. il 9 febbraio 2011 alle 17:38

    @ Tavor:

    “esponenziale riferirsi a Cartesio(laccio spaziale con i campi minati da Hegel, distrutto da Heidegger, che a sua volta s’è distrutto in Nietzsche), il quale non solo è nel discorso sul metodo un mazzarsi i piedi con se stesso-zappa, ma che nel plesso della rex-cogitans/rex-extensa(qui credo si fondi molto del “Pensiero” sottoposto al pubblico da questo post) trova il limite dei suoi stessi termini.”

    ti rispondo solo in merito a questo (perché mi riguarda e perché il resto non l’ho capito): il cartesianismo del Principio, dell’Origine non aveva quasi nulla a che fare con res cogitans e extensa e con il pensiero moderno a cui ha dato origine. Parlava di sensazione, dell’essere prima della sua ek-stasis, quando ancora il cogito non era paragonato al conoscere; ovvero quando ancora il reale non era ridotto alla mera realtà, sua rappresentazione.
    Che Heidegger si sia distrutto in Nietzsche, in un suo predecessore, indica quanta debolezza c’è nelle basi del pensiero filosofico-scientifico moderno che vorrebbe essere “applicato” anche alla poesia in questo caso (linguaggio come mera funzione, per di più funzione di comunicazione… insomma: Barthes si drogava…)
    La “pedagogia” è uno degli approcci per consentire alla “massa” di riappropriarsi della bellezza, perché è di questo in fondo che (per quanto mi riguarad) si parla. Mi farebbe piacere sapere dove Freud ghigliottina la pedagogia e dove Lacan e Foucault demoliscono Freud. Magari però in un altro posto in un altro momento.

    Luigi B.

  27. Francesco Terzago il 9 febbraio 2011 alle 19:31

    Mah, non credo proprio che la semiologia sia figlia degli acidi, “Elementi di semiologia” è un piccolo capolavoro da leggere e rileggere; nemmeno “Scritti corsari” sono figli dell’oppio. Questo però non è il motivo del contendere.

  28. tommaso il 9 febbraio 2011 alle 23:06

    “Poesia che sia in grado di farsi volere bene – la poesia come il Grande Cinema: dove creatività e competenze danno un prodotto qualitativamente raffinato ma allo stesso tempo di libero accesso, per tutti”
    “Se vogliamo fare poesia per la gente, e se siamo davvero comunicatori competenti”

    Ma siamo fuori dai coppi?

  29. renatamorresi il 9 febbraio 2011 alle 23:22

    Ciao, a me piace dire che la poesia non è un uso speciale della lingua, ma un uso speciale della vita (suona un po’ romantico, lo ammetto;)

    comunque, nel frattempo ho cominciato a leggere Rancière, di cui si diceva nella I parte, che sulla questione del linguaggio letterario è assai più illuminante:

    “La specificità storica della letteratura non dipende da uno stato o da un uso specifico del linguaggio, ma da un nuovo equilibrio dei suoi poteri, da una nuova maniera alla quale ricorrere offrendo qualcosa da vedere e da intendere.”

    Siccome la politica è, prima di essere pratica del potere, la costituzione (sempre controversa) di una “forma specifica di comunità”, ossia consiste nel decidere quali siano gli oggetti di interesse comune e condiviso, di contro a ciò che è meramente ‘personale’ (o ‘pre-politico’), ecco che la letteratura, che si occupa di mettere in rapporto tra loro “il dicibile e il visibile, le parole e le cose”, può rivendicare un fare politico specifico alla sua natura.

    In effetti forse proprio Rancière può aiutare a risolvere l’inghippo di questo saggio collettivo, che specialmente in questa seconda parte si è fatto più prescrittivo e ha perso un po’ di spessore critico.

    A me sembra che quello che rende veramente ‘civile’ la poesia di Franzin o di Nacci non è il loro modo di essere “comunicativi”, quanto “le cose” di cui parlano e il loro modo di “stare” nelle stesse. Franzin dell’alienazione da lavoro nel tardo-capitalismo, Nacci della disumanizzazione dei rapporti. Franzin da testimone, in quanto operaio dipendente e poi cassaintegrato, Nacci da poeta che fa della parola presenza sul campo, contatto umano.

    Secondo me il saggio s’intoppa criticamente proprio qui, sul fatto che puntiate sulla comunicatività della lingua. Siccome non volete/potete portare fino in fondo questa cosa della poesia come lingua speciale, con un uso autonomo (non potete perché vi porterebbe troppo vicino alle avanguardie che non vi piacciono), a un certo punto vi bloccate attorno a delle metafore un po’ fumose, il poeta come il mare, ecc., e alla categoria (piuttosto acritica) del “successo”. Mentre invece, come avete fatto meglio nella prima parte, (mio modestissimo parere), forse dovreste concentrarvi su quelli che una volta si chiamavano “contenuti”.

    Naturale che vi siano delle ritrosie: doveste farlo sareste tacciati subito di voler sovieticamente circoscrivere i limiti dell’infinita potenzialità dell’arte, bla-bla. Ma forse per riflettere su una cosa chiamata Nuova Poesia Civile non sarebbe del tutto inappropriato delineare quali sono le questioni civili di cui sarebbe il caso di parlare in poesia oggi e di cui ancora non si parla. (A me colpì moltissimo una serie di Maria Grazia Calandrone sugli incidenti stradali, che mi parve un tema struggente e civilissimo, il lutto condiviso, trattato in una lingua che non direi affatto “comunicativa”.)

    Oppure bisogna cambiare assunto, e partire dal presupposto che la poesia non è una lingua speciale, ma un atto vero e proprio, un gesto di rinegoziazione. Ma questa è un’altra storia, e ho parlato già troppo.

    Ultima nota: ho apprezzato molto il riconoscimento di come un certo maschilismo permea (eccome!) i ‘rapporti poetici’; anche qui però sarebbe interessante riappropriarsi della questione della bellezza e del corpo in modo più complesso (penso a Sara Ventroni, che è interessante come performer ANCHE per come la sua avvenenza sta in rapporto alla sua parola; oppure a Rosaria Lo Russo, la cui poesia è un lungo studio sulle metamorfosi del corpo di donna)

    Grazie per avermi offerto tanti spunti di riflessione e scusate la lunghezza,

    un saluto caro,

    renata

  30. Tavor il 9 febbraio 2011 alle 23:48

    Ciao luigi,

    Riguardo Cartesio il discorso sarebbe troppo vasto, ma è la stessa ontologia cartesiana a vacillare a mio parere, ma non posso farlo qui(comunque ti ringrazio per la puntualizzazione, potrei aver trovato il nodo sbagliato e andrò a rivedere).

    Potrei anche esser d’accordo con te riguardo la pedagogia, ma se questo è scevra da obiettivo definito, da educazione intesa come la intendeva, purtroppo, anche rousseau.
    Per quanto riguarda freud forse mi sono espresso male. Diciamo che al di là del principio di piacere porta freud oltre freud(da qui estendere verso lacan, il valicamento del “segno” freudiano, ma non è luogo, come hai detto tu, per parlarne).

  31. lorenzo mari il 10 febbraio 2011 alle 02:04

    Renata, purtroppo molti, troppi spunti di riflessione sono rimasti inevasi… Il superamento della dicotomia tra poesia civile e poesia d’avanguardia, per esempio. Nella prima parte del post, infatti, si accennava al fatto che la ricerca formale di “Prosa in prosa” poteva star dentro a questo discorso e non esserne sovieticamente espulsa… E malgrado tutto continuo a non capire come la questione della comunicatività della lingua non possa essere utile e significativa, se non centrale, nella ricostituzione di una comunità. La questione che si pone di nuovo è: come parlarci? Parliamo solo tra teorici, citando questo e quello, e ricostituiamo una comunità che è solo una repubblica delle lettere (immaginaria)? O forse non è ora di scendere dall’empireo (senza che il compromesso sia per forza di cose umiliante, per nessuno…) per confrontarci con i “contenuti”, anche in modo nettamente radicale e integrale, se necessario, e mettendo in discussione certe forme e certi linguaggi “per iniziati”?

  32. Guido Mattia Gallerani il 10 febbraio 2011 alle 11:08

    Cara Renata, effettivamente bisognerà ragionare a un certo punto su quali siano questi contenuti civili. Qui ci premeva soltanto di segnalare un doppio meccanismo, che già Lorenzo ha esplicitato. Non sono solo le modalità comunicative, ma anche il materiale (cioè i contenuti come tu giustamente dicevi) che rendono possibile lo scambio. In questo senso citavo Daumal, riconducendo la Nuova Poesia Civile proprio al contenuto di una comune esperienza con cui fare strada, esperienza condivisa, che già il lettore conosce, proprio perché riguarda temi civili, di tutti. Questo non vuol dire che la lirica non faccia altrettanto, ma che, proprio per contestualizzare, la capacità del pubblico di muoversi in quella direzione, cioè verso l’individualità dell’altro, mi pare sempre più sclerotizzata. Allora riavvicinarlo attraverso contenuti di cui già ha esperienza può essere un modo operativo per permettergli di avvicinarsi alla poesia contemporanea nel suo complesso.
    Grazie anche per le indicazioni sul problema del maschilismo poetico. Credo però che l’avvenenza debba sempre restare fuori da questioni testuali, ma anche performative in senso stretto. Laddove il performer ne fa uso fuoriesce dal campo poetico per entrare in un altro. E perderebbe il contatto poetico col pubblico per sostituirlo con un altro tipo di rapporto estetico. Ma certo sono tutte interessanti linee di studio di questo problema. Grazie per l’approfondimento.
    Guido Mattia Gallerani

  33. enrico dignani il 10 febbraio 2011 alle 15:50

    2007 correva l’anno
    Il magna magna

    Il delinquere autorizzato
    Non è delinquere

    Se non siete capaci di reazione
    Baciate la mazza,
    Muti e rassegnati.

    Prima viene l’idea,
    Poi viene il credo,
    Poi viene la fede,
    Capito l’andazzo
    Se me ne viene qualcosa
    Sono fedele,
    Militante,
    Furbetto.
    Ma si può dare qualcosa a tutti?
    Certo!
    Un sistema,
    Una patria,
    Un debito pubblico,
    Un sacerdote,
    Un magistrato,
    Una puttana,
    Eppoi , senza eppoi.
    ————————–
    può essere un esempio di poesia civile?

  34. manuel cohen il 12 febbraio 2011 alle 10:38

    orrenda

  35. enrico dignani il 12 febbraio 2011 alle 12:33

    l’orribile che galleggia= orrenda.



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