27-31

27-31 / gherardo bortolotti

27. Seguivamo le vicende delle nostre settimane come storie di un’età parallela, come intrecci secondari in cui la merce era innocente, le immagini infinite. Nel corso delle giornate, alcuni accettavano di assistere alle cose dal punto di vista di chi non ha ragione, di chi riconosce al mondo le sue necessità, i suoi bisogni, anche crudeli. Non capivamo fino in fondo perché eppure eravamo in vita, in visita presso il reale, presso le notizie di cronaca, le fattispecie del capitale.

28. Come tracce di una civiltà scomparsa, ritrovavamo al mattino il senso delle nostre giornate, dei mesi a venire, mentre ascoltavamo in radio gli editoriali sull’accordo a Mirafiori, sulle rivolte tunisine. Sentivamo, nel petto, il peso di ciò che era in corso, di ciò che era vero, e guardavamo al futuro dalla cucina, quasi avendo il sospetto di un finale diverso.

29. “Non è il segno di niente che valga” diceva bgmole alle schiene degli altri clienti, nelle file alla cassa che frequentava con l’assiduità di un dilettante, con l’impegno di chi ha riconosciuto nell’acquisto gli indizi di un complotto più vasto, di una strategia impersonale, sottile ma di ampio respiro. Le opinioni, gli equivoci quotidiani, si aprivano in lui come faglie sul fondo dell’oceano, e ne usciva una materia incolore, aliena, più simile all’umore di foglie in decomposizione, terriccio, carte abbandonate ai lati del viale.

30. E ammettevamo che c’era il margine per indignarsi, per alzare la mano nella scenografia vuota che era l’inizio del secolo, l’occidente dopo la globalizzazione, mentre proliferavano i debiti pubblici, le speculazioni finanziarie ci colmavano di orrore e meraviglia, come epidemie di mali incurabili, come le gesta furiose dei signori del PIL e delle transazioni, e prendevamo ossessivamente la parola per sollevare eccezioni, per recriminare il fatto, il detto, il valore che avevamo sacrificato nelle ore che precedevano il sonno, seduti di fronte al televisore acceso, quasi astratti nella catastrofe povera dei suoi segni, nelle migliaia di trame, di particolari irrilevanti, di storie manipolate e incomprensibili in cui smarrivamo qualcosa. Ci inoltravamo nel futuro come in un fluido densissimo, lasciando che le correnti di ciò che avveniva sfibrassero la nostra presenza, la prova che eravamo qualcuno.

31. Dopo il sonno, il lavoro ci attendeva e il dolore, e chi ci stava accanto.

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13 Commenti

  1. sarebbero da studiare i modi del mesmerismo capovolto di questa scrittura, del suo ipnotizzare sull’ “hoggidì” riuscendo a trattarne un contenuto di verità (ipnotizzando quindi *su* un contenuto di verità) senza esimersi dal notomizzarne gli accidenti, per così dire.
    i modi, anche, di una proposta di ordine sul/nel mondo che sa trasformare in memoria, narrazione, anche i frantumi più marginali e vischiosi dell’esperire minuto, facendoli filare su un dettato che in un certo senso è persino definibile come epico.

    mah, scemenze superficiali, magari – ma avevo due minuti per giustificare il mio “cazzarola!”.

    un saluto,

    f.t.

  2. ma la ‘tecnica’ più geniale di queste ‘tecniche’ secondo me è l’uso del tempo (guarda caso!) IMPERFETTO

  3. la scrittura di gherardo bortolotti è una delle pochissime cose belle in un mondo di allevi jovanotti sorrentino eco saviano einaudi big critici poetici tardosessantottini passati ahimé alla scrittura ecc. essa dimostra ancora una volta che scrivere è fatto eminentemente tecnico. e gherardo padroneggia la tecnica epicodinamica in maniera talmente magistrale che persino lo stantio discorso marxista sul lavoro e sulla merce diventa poetico e mirabile. w gherardo bortolotti.

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