aspettando l’oltre (con Berardinelli)

9 febbraio 2011
Pubblicato da

di Gaia Manzini

Nel prezioso libello di Alfonso Berardinelli c’è un solo elemento che rende dubbiosi. Il titolo: Che intellettuale sei? Domanda che s’immagina pronunciata con sussurro gentile. Domanda che in realtà presuppone un lettore già eletto, o auto-elettosi, intellettuale. Tutti gli altri potenziali lettori si escludono da sé con orgoglioso diniego: tipico di chi, suo malgrado, è stato fatto fuori da un’élite. E questo è un peccato. L’intellettuale è un misantropo. Forse un filantropo critico. Possiede un’attitudine umana (la tendenza a isolarsi) che determina o sostiene un’attitudine dello sguardo. Critica e smonta il vivere sociale, le sue finzioni e le sue menzogne. E’ conscio di aver iniziato a esistere come individuo nel momento in cui ha scelto la solitudine e sa che l’ambiente sociale è diventato conoscibile solo da quando ha smesso di farne parte. Non era Montaigne a fare di solitudine saggezza? L’intellettuale misantropo vive fuori dalla società. Un fuori che diventa un oltre migliore. E qui viene il punto.

Il punto è che tra Ruby, Minetti, Macrì & co.; tra Lele, Emilio e bellezze varie che si scambiano telefonate su potenti cavalieri, con molte macchie, ma senza paura alcuna (né della legge, né della patetica figuraccia); tra genitori, fratelli e amici che istigano a scegliere la scorciatoia della coscia allegra; telegiornali, giornali e magazine scandalistici che si avvitano intorno alle stesse immagini da soft porno e alle stesse notizie da sultanato di un’Italia saudita – tanto che qui si sta parlando di cose trite e ritrite (ormai un classico come Le mille e una notte)- , a sentirsi fuori dalla società sono in molti, e soprattutto in molte. Molti e molte che magari non vivono indicando un oltre, ma sicuramente aspettando un dopo.

Questo essere fuori dai giri senza neanche saperlo (perché manco si sapeva che ci fossero dei giri così diffusi) ci può far definire intellettuali inconsapevoli? Oppure, se non intellettuali, possiamo ad ogni buon conto considerarci l’oltre migliore a cui anelare? Sarebbe troppa presunzione. Lasciando la critica militante di cui parla Berardinelli alle anime nobilissime, mi butterei a capofitto in quella ludica e cialtrona. Ecco, proporrei un gioco (qualcosa a metà strada tra il Risiko e il Gioco dell’Oca). Mettiamo caso che ci siamo sbagliati. Mettiamo che quelli lì e quelle lì di cui tutti parlano non rappresentino affatto la società, ma siano una minoranza da sempre sola ed emarginata. (Ovviamente qui non si potrà parlare di misantropia o filantropia critica, piuttosto di misoginia militante. Ma questo è sotto gli occhi di tutti). Mettiamo che siano una setta di strateghi e acutissimi osservatori della realtà, che ci ha studiato per anni e poi ha deciso di vendicarsi smantellandoci, mandando a quarantotto le nostre certezze con la dialettica del push up e l’ermeneutica del tanga, la retorica del lifting e l’epistemologia del “pago pretendo”. Una specie di movimento culturale secondario, con tutto un corpo ben nutrito di argomentazioni. Benissimo. Allora, tutti noi (quelli che se ne sentono estranei: filosofi, critici, scrittori, giornalisti, ma soprattutto gente comune, gente altra), siamo molto più forti e numerosi di quello che crediamo. Non un’élite emarginata al bivio se scegliere l’omologazione berluschese o vivere come invisibili. No. Al limite, possiamo considerarci una vasta società di misantropi fino ad ora (misantropicamente) poco in contatto.

In quest’ottica il Che intellettuale sei? di Berardinelli diventerebbe perfetto. Da usare come codice di riconoscimento. Da rivolgerselo in autobus, in palestra, al supermercato. Un po’ come chiedersi l’un l’altra “preferisci il mare o la montagna?” e subito stabilire una vasta appartenenza. E, chissà, magari da lì trovare un’idea (più creativa che intellettuale) per questo oltre tanto anelato da molti, ma ancora da definire. Sia esso su una spiaggia o in cima al Monte Bianco.

A. Berardinelli, Che intellettuale sei?, nottetempo, pp. 94, eu 7,00.

Tag: , , , , ,

6 Responses to aspettando l’oltre (con Berardinelli)

  1. […] This post was mentioned on Twitter by Francesco Cingolani, nazioneindiana. nazioneindiana said: aspettando l'oltre (con Berardinelli): http://bit.ly/eXQenG [chiara valerio – 9 febbraio 2011] […]

  2. Enrico Macioci il 9 febbraio 2011 alle 11:32

    Berardinelli ha il dono della lucidità, merce piuttosto rara.
    Esemplare il suo articolo di oggi sul Corriere della Sera, ove denuncia un problema intellettuale “di sinistra” che rimonta agli anni ’80 e di cui Berlusconi è in parte sintomo in parte conseguenza.

  3. andrea inglese il 9 febbraio 2011 alle 12:36

    Il problema credo però non si riduca all’appartenenza. Possiamo metterci tutti quanti maglioni viola, appendere lenzuoli o bandiere della pace alla finestra, riconoscerci a vista. Non basta constatare che non siamo nei giri brutti. Anche perché il berloscunismo è un sottoprodotto italiano che ben si sposa con il più generale neoliberismo. Allora oltre l’appartenenza, e oltre persino le nuove narrazioni, bisognrebbe parlare di modello di società, paradigma economico, concetto di ricchezza e di sviluppo, questioni che implicano non intellettuali misantropi, ma intellettuali sociali, che mettano le loro conoscenze specifiche al servizio di dibattiti comuni, politici, che riguardano tutti.

  4. maria il 9 febbraio 2011 alle 13:58

    Quoto andrea inglese e aggiungo a proposito di intellettuali che tutti, gramscianamente, possiamo esserlo.

    maria

  5. francesco pecoraro il 10 febbraio 2011 alle 14:13

    sì, ma il libro com’è? che dice?

  6. emanuele il 26 marzo 2011 alle 07:22

    Ma di questo bel libro non si dice nulla?



indiani