Lettera a un magistrato

10 febbraio 2011
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Aleksej Meshkov (Mosca, 1966). Da diversi anni in Italia, è musicista. È autore del thriller politico Il cane Iodok, romanzo che sarà pubblicato in Francia nel 2011.

di Aleksej Meshkov

Illustrissimo Kubacic,

da anni siamo vicini di casa. Probabilmente un magistrato del suo rango non si sarà neppure accorto della mia presenza, eppure abitiamo nello stesso palazzo: il condominio 14 costruito dalla Cassa privata dei dipendenti del tribunale, a cui tutti dobbiamo qualcosa per il privilegio concessoci di vivere in un ambiente tanto elegante e pulito.
Fra noi condomini, è ovvio, c’è chi più di altri si è impegnato nello studio della legge, meritando di assumere cariche prestigiose e di occupare i piani più alti all’interno della residenza. Questo è il suo caso, illustre collega. Quanto a me mi sono sempre arrangiato con cause civili di poca importanza, nulla che possa paragonarsi ai reati squisitamente ideologici sottoposti al giudizio della sua corte. Non per niente i dirigenti della nostra cassa di assistenza le hanno riservato l’ottantacinquesimo piano, mentre a me hanno concesso il più modesto privilegio di vivere al settimo, cosa che, comunque, mi riempie di orgoglio.
Un anno fa ho festeggiato il mio pensionamento e il direttore del tribunale mi ha ringraziato ufficialmente per l’obiettività dimostrata in quarant’anni di servizio.
“Un giudice equanime ed esemplare” sono state queste le parole utilizzate per lodare il mio lavoro. Con le mie sentenze ho cercato sempre di correggere, mai di punire. In nessun caso ho provato piacere nel giudicare l’imputato e questi ha sempre goduto del mio incoraggiamento.
“La punizione deve rivelare al colpevole una via di salvezza” è scritto sul banco della corte ed io non ho mai violato la deontologia magistratuale. Questo, però, fa parte dei ricordi di un giudice in pensione. Da un anno sono uscito dalle aule del tribunale e da allora non vi ho messo più piede. Nel tempo libero mi sono dedicato alla musica e alla perlustrazione della città.
La necessità di materiale per i miei componimenti – questa affermazione le sembrerà strana al momento, ma comprenderà in seguito quanto sia importante la materia per un musicista della mia specie – mi ha spinto a cercare in ogni direzione, e il risultato delle indagini è stato sorprendente. Non crederà alla differenza tra il mondo esterno e ciò che di esso abbiamo immaginato per anni, restando seduti sullo scranno di un tribunale. La nostra giurisprudenza è in ritardo sui tempi. Ci impegniamo nella lotta a reati secondari, mentre trascuriamo i pericoli più gravi che minacciano la nostra società.
Per quarant’anni ero rimasto in un’aula, pensando  alla salvezza dell’uomo e alla salvaguardia della sua immagine aurea come appariva nei testi della legge. Il giorno del mio pensionamento, tuttavia, ho scoperto che il mondo era cambiato al di là dei confini del foro. I vecchi modelli umani erano stati superati e, al loro posto, era comparsa un’umanità nuova.
La cosa potrà sembrarle incredibile, illustre collega, ma l’elevata specializzazione della nostra società ci ha spinti a progredire in una sola direzione. Alcuni di noi sfiorano oggi le nuvole, mentre altri hanno sviluppato enormi cervelli  racchiusi dentro crani giganteschi. Nei quartieri P, Q, R, abitati dai nostri matematici, vivono impressionanti cefalopodi, che spiccano per il corpo minuscolo a sostegno dell’enorme testa calcolatrice.
I nostri uomini altissimi, dalle gambe fragili e sottili che poggiano su deboli piedini, e i loro compagni di strada, i cefalopodi privi di baricentro e pericolosamente senza equilibrio, rappresentano il progresso della nostra società.
Da millenni, avanzando nella ricerca e nell’utilizzo delle nostre scoperte, abbiamo raggiunto un’invidiabile specializzazione, sicché allampanati spilungoni si aggirano oggi numerosi per le nostre città. Anche da noi, lungo i viali della Cittadella della legge, s’incontrano questi debolissimi fuscelli che oscillano al soffio del vento.
Sono certo, esimio Kubacic, che si affacciano alla sua finestra per curiosare nel suo appartamento e che anche lei, se il suo ruolo non la impegnasse totalmente, si accorgerebbe del pericolo che rappresentano. Basterebbe un po’ di vento o una leggera scossa tellurica per abbattere simili perticoni e con essi la nostra civiltà che, sul loro sapere, ha fondato la propria esistenza. Siamo giunti a un punto in cui la nostra forza si è trasformata nella nostra debolezza.
Mentre élite specializzate affinano la loro intelligenza settoriale, vaste moltitudini sprofondano nell’ignoranza senz’altro sogno che il consumo delle merci. Nel caso di una grave recessione, greggi d’individui, già incantati dal populismo, solleverebbero le funeste bandiere dei fascismi. Scopriremmo allora d’essere incapaci di moderazione.
Esca dal tempio e capirà che è giunto il momento di sognare un nuovo mondo, di liberare un grande spazio bianco in cui distendere l’anima e d’immaginarsi diversi. Abbiamo bisogno di nuovi miti, di nuovi colori e di una nuova lingua in cui forgiare la nostra immagine liberata. Occorre che l’uomo ritorni alla terra, agli animali e agli alberi e che germogli un nuovo essere armonioso. Uomini con ombre di gatti, di volpi, di cervi e cavalli, di cicogne e di albatri dovranno comparire nelle nostre città. Individui con ombre di lecci, di abeti, di frassini e platani dovranno germogliare ovunque se vogliamo che la Terra continui a vivere. È il momento di sognare l’uomo-albero, l’uomo-volpe, l’uomo-fiume. Non il vecchio, ma il nuovo uomo dall’anima di tigre e betulla garantirà la vita sul nostro pianeta.

Esimio collega, avrà capito che il suo vicino è una persona responsabile, sinceramente preoccupata per il mondo in cui vive.
Il mio senso morale, il sentimento del mio dovere di cittadino è desto e sincero.
Benché il mio strano caso e le vicende personali, di cui le parlerò fra poco, potrebbero indurla a considerazioni a me sfavorevoli, le assicuro che, in qualunque momento, troverà in chi le scrive un cittadino onesto, pronto a battersi per la difesa dell’uomo e della sua civiltà.
A questo punto, pertanto, è il caso di chiarire un aspetto importante di questa lettera lunga e inattesa.
Cosa c’entrano le mie argomentazioni con il nostro rapporto di vicinato? Per quale ragione il suo vicino, un ex magistrato di ottavo livello, un uomo col quale si è sempre limitato a un convenevole saluto, ha deciso di indirizzarle una simile lettera?
Ebbene, le ragioni della presente stanno nella calunnia pronunciata contro di me dai nostri condomini. Si tratta di un’accusa d’immoralità e antipatriottismo che verrà presto inoltrata alla suprema corte per i reati ideologici.
Nelle prossime ore qualcuno potrebbe depositare sul suo tavolo l’esposto formale con la richiesta della mia condanna. Questa lettera non è che il disperato tentativo di salvarmi dalle calunnie.
Sono mesi che, nel condominio 14, qualcuno non fa che lamentarsi chiedendo l’intervento dell’amministratore per cacciarmi dal mio appartamento.
Il caro signor Panfilov è stato da me alcuni giorni fa. È venuto a farmi visita e ha verificato lo stato dei luoghi. È suo dovere controllare che i beni immobiliari della Cassa privata per i dipendenti del tribunale non siano danneggiati dal cattivo comportamento dei suoi inquilini.
Egli ha visitato il mio appartamento e non vi ha trovato nulla di indecente o pericoloso. È tutto in ordine e lo stabile non è a rischio di crollo a causa di quello che accade all’ottavo piano.
Perché allora la signora Foca e gli altri condomini si sarebbero lamentati? Se lo starà certamente chiedendo. Ebbene glielo dirò, rischiando di mancare di buon gusto raccontandole i capricci di una donna.
La signora Foca, che non è mai venuta nel mio appartamento e che io cerco saggiamente di evitare – considerato che in passato ha cercato di trascinarmi nella sua stanza e di violentarmi, saltandomi addosso con tutto il suo peso e cercando di schiacciarmi come un ippopotamo può schiacciare un gattino – questa donna, dicevo, sta cercando di vendicarsi di me.
È vero. Davanti alla mia porta viene scaricato da più di un anno un quintale di verdure al giorno, e ciò crea un ingombro nel corridoio. A volte, alcune foglie di lattuga restano sul pianerottolo con un po’ di terra, ma l’immobile non crollerà per questo. La struttura di cemento armato è progettata per sopportare carichi maggiori.
La signora Foca non è che un’importuna e le sue lamentele non andrebbero ascoltate. Questa seccatrice, tuttavia, verrà presto da lei, accompagnata da altri inquilini del nostro condominio, per chiederle la mia condanna.
Ho pensato quindi di scriverle, affinché sappia da me, prima che il peso delle calunnie mi schiacci impedendomi di difendermi, quale individuo io sia e quale senso di responsabilità mi animi.
Da quasi due anni ho lasciato la magistratura, ho ottenuto una pensione e sono uscito dalle aule dei tribunali.
La musica e la creazione di opere sinfoniche occupano oggi il mio tempo.
Interi fiumi, ponti, onde marine, grattacieli e montagne mi hanno nutrito con la loro visione e, proprio adesso, mentre le scrivo, le immagini dei sicomori del parco, depositatesi per giorni dentro di me, si stanno gonfiando come palloncini a elio e cercano una via d’uscita attraverso la musica.
Della sorte di queste immagini sonore e degli effetti delle mie composizioni, una volta che queste si siano liberate nell’aria, non sono responsabile. Il loro effetto non dipende da me più di quanto non dipenda dal pubblico. Eppure, stimatissimo collega, c’è chi intende denunciarmi per la mia attività, ritenendola un tradimento ideologico e un reato morale contro lo spirito della nostra società.
Di recente, a causa della grande quantità di verdure che la mia nuova dieta mi obbliga a consumare, hanno cercato di allontanarmi dal condominio 14 con l’accusa di sporcare i corridoi e gli spazi comuni, ma è ovvio che questo è semplicemente un pretesto.
In realtà, mi accusano di non aderire al gran coro di coloro che celebrano le straordinarie imprese della nostra specie.
I miei accusatori vorrebbero condannarmi perché mi rifiuto di seguirli sulla loro corda da funambolo, lungo la strada affollata e senza svolte che in massa stanno percorrendo.
Una volta saliti su questo sottilissimo spago, né il primo né l’ultimo di loro sarà in grado di tornare indietro. Il primo è incalzato da una mandria enorme che gli impone di andare avanti e l’ultimo è immediatamente raggiunto da un altro che lo incalza privandolo della libertà di scendere.
Con nasi striscianti come lunghi cappotti, orecchie deformi come vecchi cappelli, teste da cefalopode e gambe lunghissime, i nostri vicini e concittadini amatissimi s’incamminano ineluttabilmente su una strada stretta e senza uscita. Ma ecco che, nonostante le mie preoccupazioni per l’uomo e i pericoli che lo minacciano, qualcuno corre a lamentarsi di me.
Proprio in questo momento, il signor Perosopo, l’inquilino del primo piano, sta andando dal portiere per affidargli l’ennesimo reclamo da consegnare all’amministratore.
Il signor Perosopo ha sempre giudicato cause di scarsa importanza e il suo potere è stato inferiore al mio. Forse è per l’invidia maturata in un’intera carriera che egli si comporta così. Costui si lagna della mia attività di compositore. Sostiene che le vibrazioni della mia musica muovano le suppellettili del suo appartamento e che, per questo, non possa dormire.
Il signor Perosopo e la signora Foca stanno spingendo l’amministratore a privarmi del mio alloggio all’ottavo piano e ad assegnarmi le stanze delle cantine dove il buio mi ammazzerebbe certamente.
Caro collega, io amo il genere umano e la lontananza dai miei simili sarebbe fatale per me. Esiliato in una cantina, senza un balcone o una finestra da cui guardare il mondo, mi abbandonerei alla tristezza e cesserei di vivere. Eppure, nonostante i miei sentimenti, i vicini, che, meglio di altri, dovrebbero conoscere la mia innocenza, non fanno che calunniarmi e, nelle ultime settimane, il loro astio è aumentato. Un inquilino del quindicesimo piano, un giudice militare che ho incontrato rare volte durante i trent’anni trascorsi nel nostro condominio, ha scritto una lamentela al dirigente della Cassa privata per i dipendenti del tribunale, affinché il sottoscritto venga privato del privilegio di vivere nel nostro palazzo in quanto colpevole di antipatriottismo.
Ebbene, stimatissimo collega, se potessi circolare per il mondo come un uomo libero, deciderei in questo istante di abbandonare il mio appartamento. Perché restare se i vicini non amano la mia compagnia, se sapere che vivo qui li spinge a scrivere lettere contro di me?
Me ne andrei se potessi, ma la musica mi ha cambiato profondamente e finirei in un circo perdendo la protezione di una casa. Senza i miei diritti di magistrato, mi sbatterebbero in una gabbia e mi obbligherebbero a cibarmi di biada e altre porcherie secche che pungono il palato e mi riempirebbero la bocca di afte. Nello stato in cui mi trovo, sarebbe il minimo che mi potrebbe accadere.
Il mio è stato un mutamento lento, impercettibile al principio, eppure inesorabile, totale.
La musica mi ha appesantito. Con la sua leggerezza si è insinuata dentro di me, trasportando un’incredibile quantità di materiali.
Chi non conosce la mia arte, ritiene che sia qualcosa di leggero. Non immagina quanta materia la musica richieda tutti i giorni. Essa deve penetrare nelle cose per sottrarre l’anima al corpo, ma per fare ciò deve nutrirsi di esso, cibarsi della realtà, masticare la vita.
Il musicista è un essere pesante, grasso, con uno stomaco pieno di sassi, alberi e altre realtà, che digerisce trasformandole in immagini sonore.
Sembra agli altri che sia leggero, che egli voli, saltando nel suo frac da un albero all’altro come un allegro uccellino, ma ciò è falso. Egli è pesante, inguardabile con la sua bocca spalancata, piena di braccia e di gambe, di teste di cavalli e di altri animali necessari al metabolismo musicale.
Le gambe spesse come alberi, lo stomaco gonfio che lo rende incapace di correre, costui, spogliato della sua tuba e del tabarro che ne nasconde il corpo deforme, apparirebbe per quello che è: un uomo-elefante!
Proprio così, eccellentissimo giudice. È di questo che si tratta. La musica mi ha trasformato in un essere pesante, incapace di inseguire la meta comune. Gli altri uomini si muovono speditamente seguendo l’odore e fiutando il comune traguardo della nostra razza.
Eccoli allora che pretendono la mia condanna. Mi considerano intollerabile e osceno e, con l’uso di subdoli pretesti, cercano di spingermi in basso, di confinarmi nei piani sotterranei, privandomi del mio appartamento all’ottavo livello.
Essi sono mostruosi. Possiedono occhi, nasi, dita e gambe deformi. Vivono pericolosamente, sbilanciati su un lato e privi di equilibrio, senza accorgersi della loro debolezza, eppure mi perseguitano per ciò che sono diventato. Inviano reclami per qualche foglia di lattuga abbandonata davanti alla mia porta e scrivono ai dirigenti della nostra cassa privata perché mi privino della pensione.
Tutti i condomini, eccetto lei, hanno firmato la richiesta del mio allontanamento, concordando sulla necessità di concedere a persona più degna il diritto di occupare la mia abitazione.
Così stanno le cose. Eppure, nonostante l’odio dei vicini, sono certo che proprio io, col mio stomaco gonfio e le mie gambe pesanti, con i miei sentimenti benevoli per l’essere umano, potrei dare un contributo importante alla salvezza di quest’essere in bilico.
Proprio io, con questa lunga proboscide spuntatami all’estremità dell’encefalo, con la mia muscolosa e grassa appendice, potrei fornire un valido aiuto per la salvezza del mondo a un passo dalla catastrofe.
Io, che passeggio con la mia tuba altissima, col mio copricapo fuori moda da maestro dell’opera, pesante e lento, con la bocca piena di faggi e di pini, di uomini e pecore che ingurgito nel mio cammino, potrei compiere un prezioso gesto d’amore.
Quest’uomo-elefante potrebbe togliersi la tuba e, attraverso la sua lunga proboscide, potrebbe soffiare in alto una nuova immagine umana. Non la sua vecchia, falsa e inutilizzabile, scolpita nel marmo, aurea e perfetta, ma l’odierna e traballante.
Potrei fermarmi al centro di una piazza e, dopo aver attirato milioni di spettatori esibendo il mio goffo strumento, soffierei in alto l’attuale, nefanda immagine dell’uomo. Con un feroce barrito la spingerei oltre la vetta dei più alti grattacieli, affinché tutti possano vederla: l’effigie di quest’essere deforme, sempre più debole, vacillante e fragile nonostante i suoi decantati progressi.
Leggero sopra la piazza, visibile a chiunque, gigantesco come una Luna, egli apparirebbe con le sue lunghe gambe, la testa da cefalopode e il ventre da uomo-boa con cui vorrebbe divorare la Terra. Tutti lo ammirerebbero: insensato e triste, ebbro di sé e bisognoso d’aiuto, ma, a quel punto, la mia arte potrebbe rivelare la sua utilità. Nel magico gioco della ricomposizione musicale, da tante tessere assurde potrebbe formarsi una nuova immagine armoniosa.
Per un brevissimo, folgorante momento, soffiati in alto dalla mia proboscide musicale, il verde degli abeti siberiani e l’azzurro dei mari del Sud, le pinne dei beluga e le ali dei gabbiani, di cui mi sono nutrito negli ultimi anni, colmerebbero, nell’illuminazione generale, gli spazi vuoti della poesia e dell’anima sul corpo dell’ingombrante inquilino del nostro pianeta. All’improvviso, sulla sua epidermide, comparirebbero prati, nuvole, ippocastani, e squame argentate di pesci colorerebbero le sue braccia. Una nuova immagine umana verrebbe proiettata nel cielo. L’uomo azzurro, dalla grande pinna di delfino sul dorso e dalle braccia alate, prenderebbe il posto dell’attuale cefalopode.
L’umanità intera profitterebbe di questa visione, potrebbe esserci più amore fra gli uomini ed io, anch’io, con la mia proboscide e lo stomaco gonfio d’immagini, avrei dimostrato la mia utilità, il bisogno che c’è della mia musica. Potrei conservare il mio appartamento al condominio 14, e i vicini la smetterebbero di lamentarsi per qualche cavolo dimenticato sul pianerottolo; lei, esimio collega, non dovrebbe punirmi per i miei reati ideologici, come vengono definiti. Anche lei, reso deforme dalla carica ricoperta per anni, con le sue affilate tenaglie, oscuro e mostruoso scarafaggio, che, come me, non può uscire dalla sua casa senza il tabarro da giudice, la sciarpa e il cappello che nasconde le sue antenne, pure lei potrebbe mostrarsi comprensivo verso una creatura che ha provato ampiamente la propria lealtà verso l’essere umano. Poiché in quest’epoca triste, che sembra avviata verso un fatale declino, la musica e le fantasie di un essere così goffo, appesantito e col capo deformato da una pesante appendice, potrebbero rigenerare il mondo, offrirgli una possibilità, una nuova immagine mitologica, un sogno per il futuro…

Città di I, gennaio 2010

Il suo affezionato vicino
L’uomo-elefante

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2 Responses to Lettera a un magistrato

  1. véronique vergé il 11 febbraio 2011 alle 12:12

    Bellissima favola ampia, poetica, metaforica.
    L’uomo elefante, caricato della colpa colletiva,
    chiuso nella vicenda del condominio,
    musicante senza finestra, sognando una lingua nuova,
    uno spazio naturale, una foreste inalterata, mari azzurri,
    mi concedo il sogno di inventare la figlia mare, la figlia
    ippocampo, la figlia corallo, tanto questa scrittura
    musicale mi parla,
    dalla prigione pesante, il corpo non è in levitazione,
    perché l’isola degli esseri marginati è piena di dolore,
    di gridi, di rivolta in sordina, di passi, di lettere,
    di preoccupazioni, di lotta.
    Il musicante è nell’ombra di Kafka, con animalità
    e anima artista, sulla riva dei luoghi di libertà.

    Ho molto amato e comprero il libro alla sua publicazione
    in Francia.

  2. Massimiliano Governi il 12 febbraio 2011 alle 17:33

    Bello. Complimenti.



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