Una piccola nota sulla distribuzione

10 febbraio 2011
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[Mi piacerebbe che questo intervento sulla distribuzione fosse letto tenendo d’occhio questo intervento di Vincenzo Ostuni sulla qualità nell’editoria, ecc. a. i.]

Enrico Piscitelli

Qualche tempo fa, Andrea Inglese ha pubblicato su Alfabeta2 una mia piccola nota, sulla situazione attuale della narrativa italiana – non di major. Scrivevo, in quella nota: “la narrativa italiana ha un riscontro bassissimo. Al momento, il più basso degli ultimi anni. I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori. Qui stiamo parlando di numeri così bassi, che cinquecento copie vendute di un libro di una piccola casa editrice, sono un successo clamoroso, roba da brindare col prosecco”.

Questa nota è stata ripubblicata da molti. Per esempio da Loredana Lipperini, nel suo blog. Lì, nei commenti, Federico Guglielmi (Wu Ming 4), scrive: “quanto all’intervento di cui sopra, non mi sembra (più) vero che nessuno scrive questa verità. Forse non è sbandierata a titoli cubitali sui giornali, ma in realtà è risaputa e sotto gli occhi di tutti”. Ma, soprattutto, Guglielmi si chiede cosa fare e come agire. Domande impegnative, e importanti. Senza dubbio.

Nicola Lagioia, invece, sempre negli stessi commenti, scrive: “tra le altre cose, lavoro da anni come editor in una piccola casa editrice, e cioè minimum fax e – dati alla mano – i numeri non sono quelli di Piscitelli. Quando vendiamo 500 copie di un esordiente, non brindiamo a champagne e nemmeno a prosecco, ci chiediamo in cosa abbiamo sbagliato, visto che nel libro mandato in libreria credevamo tutti”. Ma Minimum fax è, davvero, una piccola casa editrice? Spulciando il suo catalogo, si può vedere che ha pubblicato nel 2010 quarantatré titoli, in dieci collane. Quella di narrativa italiana, però, Nichel – diretta da Lagioia – pubblica solo sei libri all’anno. Sei libri su quarantatré. Dovrebbe far riflettere anche questo, secondo me.

Anche Mauro Baldrati ha ripreso il mio pezzo, su Nazione indiana: “come uscire dal Grande Terrore?”, scrive Mauro, “non facciamoci illusioni. Noi, e i nostri figli, non rivedremo le grandi pianure d’Africa di nuovo popolate di elefanti, leoni, rinoceronti e gazzelle che vivono in armonia con l’ambiente. Forse però continueremo a vederli nelle riserve e nei parchi naturali. Il Grande Terrore può causare l’estinzione della letteratura”. Baldrati invita a ragionare sui meccanismi della distribuzione, e prende come esempio Senzapatria, editore che si è inventato una modalità nuova di vendere i suoi libri.

Ecco, ha ragione Baldrati: è davvero il caso di esaminare questi meccanismi. O di provarci, almeno.

Il mercato del libro in Italia vede sempre più il predominio di posizioni consolidate e dominanti. I principali attori sono presenti in tutta la filiera. Ovvero, fanno tutto: sono editori, stampatori, distribuori, promotori, librai. Prendiamo, per esempio, il gruppo Mondadori, l’azienda più grande nel settore editoriale. Mondadori possiede i marchi Mondadori, Einaudi, Sperling & Kupfer, Electa, Piemme, Harmony, EL, Frassinelli. Come distributore opera la Distribuzione Libri Mondadori, che distribuisce, oltre ai libri delle case editrici del gruppo, altri editori di primo piano come Rai-Eri, e Baldini Castoldi Dalai. Per la vendita diretta esistono nove Mondadori Multicenter (megastore), e 16 librerie Mondadori, di proprietà del gruppo, oltre a centinaia di punti vendita in franchising. Il gruppo Mondadori ha anche un suo sito di vendita on-line di libri e prodotti media, BookOnLine (BOL). A tutto questo, vanno aggiunti Mondolibri-Club degli Editori (di cui fanno parte, fra gli altri: Ok Musica, Junior Club, e Euroclub) e Piemme direct, che operano nelle vendite per corrispondenza tramite catalogo.

Mondadori, insomma, è in grado di riempire un’intera libreria. Anche con buoni libri, fra l’altro – basti pensare al catalogo Einaudi.

Ora, immaginiamo di voler creare una casa editrice. Secondo NielsenBookScan, nel 2009 l’on-line aveva una quota di mercato del 3,5 percento. Questo vuol dire che tutti gli altri libri – il 96,5 percento – si vendono ancora attraverso i canali di vendita “tradizionali”: librerie, di catena e indipendenti, edicole, grande distribuzione organizzata. E arrivare in libreria è difficile. Servono un distributore e un promotore. Il primo è quello che ha, fisicamente, gli scatoloni con i libri della nostra, ipotetica, nuova casa editrice. Il secondo, il promotore, convincerà il libraio a prendere – e si spera: vendere – i nostri libri. In alcuni casi i due ruoli coincidono, e alcuni distributori hanno anche una propria rete di agenti librari.

Per esempio, sul sito di Dehoniana Libri – un distributore meno noto di Messaggerie, Cda, Pde o Nda, ma anche parecchio efficiente – si legge: “la promozione degli editori rappresentati avviene attraverso una propria rete costituita da 18 agenti, coordinati da un Responsabile della rete promozionale coadiuvato da due Capi area (Nord e Centro/Sud). Secondo un calendario prestabilito nel corso dell’anno, sono previste visite periodiche alle librerie per la presentazione delle novità annunciate dall’Editore, delle strenne, delle riproposte di catalogo e delle iniziative promozionali concordate, quali, ad esempio, campagne ad hoc su particolari tematiche, collane, autori o altro”.

Distributore e promotore hanno un ruolo fondamentale. Un editore con cui collaboro, parlando del suo distributore, dice sempre “il mio socio di maggioranza”. Questo perché, per fare il suo mestiere, il distributore prende una grossa fetta del prezzo di copertina. Spesso, però, lo fa male, questo mestiere. Non propone i libri, non ha agenti, si limita a inviare qualche lista, qualche file excel, e a mandare poi i titoli su richiesta del libraio – nel peggiore dei casi: in ritardo, o dopo molti solleciti.

Oltretutto – oltre alla percentuale sul prezzo di vendita – il distributore reclama diverse condizioni, per accettare un editore nella sua squadra. Un certo numero di titoli all’anno, per esempio. O un nome di grido. Vorrà insomma partecipare alla programmazione editoriale della casa editrice. Spesso, senza conoscere davvero gli autori e i libri.

È un bel problema: senza distributore, una casa editrice dovrà piazzare i suoi libri direttamente, libreria per libreria, o venderli on-line, dal proprio sito. Con un distributore, invece, la parte propriamente commerciale dovrebbe essere coperta.

Ma ci sono soluzioni alternative alla distibuzione canonica?

Mi aveva incuriosito un’intervista di Andrea Cortellessa a Nanni Balestrini. Balestrini parlava di Area: “verso il 1976-77, poi, inventammo Area: una federazione di una dozzina di piccole iniziative editoriali come la Cooperativa scrittori, l’Erba voglio, Aut Aut, eccetera (molte erano espressione di aree politiche, appunto), che messe assieme componevano un’entità di medie proporzioni, con una buona distribuzione e ottimi risultati commerciali”.

Incuriosito, assai, ho cercato notizie in Rete, su Area. Ma ho trovato solo qualche informazione nell’Archivio Primo Moroni: “ chiudemmo anche la Cooperativa Area che rappresentava il più organico tentativo di creare una struttura editoriale produttiva che avesse la forza di confrontarsi con i grandi organismi di distribuzione editoriale che, com’è noto, sono da sempre uno dei nodi strategici della diffusione della cultura in Italia. Nell’Area avevamo riunito sotto un unica sigla editoriale una decina di case editrici autogestite (Squi/libri, Librirossi, Edizioni del No, Coop Scrittori, Edizioni delle Donne, Lavoro Liberato, ecc.) che, complessivamente, pubblicavano un numero di titoli sufficienti da permetterci l’accesso alle Messaggerie Italiane che era e rimane l’organismo distributivo più importante del panorama editoriale italiano” (Primo Moroni).

Insomma, cos’era Area? Io l’ho chiesto direttamente a Nanni Balestrini. Area – mi ha detto – era una struttura comune, una redazione unica, una alleanza di fatto fra un buon numero di case editrici vicine al Movimento [Nanni, quando gli ho chiesto di Area, l’ha usata spesso, questa parola: Movimento]. L’intento era dividere le spese, e fare blocco nei confronti dei distributori, delle tipografie, delle librerie. Fu chiusa nel 1978, dopo perquisizioni, e minacce niente affatto velate. Quei libri lì, pubblicati dai soci di Area, davano fasrtidio. Da quell’esperienza, nacque Alfabeta.

Un’idea semplice e, allo stesso tempo, rivoluzionaria. Della quale non v’è più traccia. Pare esista una tesi di laurea, sui due anni di vita di Area, e nulla più, a parte i ricordi di chi c’era.

E oggi, esistono idee “diverse”? Quali sono? La risposta è sì. Tra mille difficolta: sì. Ne cito tre, diverse fra loro.

Produzioni dal basso sfrutta le potenzialità della Rete. Funziona così: chiunque lo voglia, può proporre un progetto. La Rete, gli iscritti al sito, possono sottoscrivere il progetto e pagarne una quota. Con questo sistema è stato finanziato, fra gli altri, il documentario Una montagna di balle, sull’emergenza rifiuti in Campania. 506 persone hanno prenotato una copia del DVD, pagando quasi sei euro a testa. Anche alcuni libri sono stati finanziati e prevenduti – e quindi: distribuiti – con questo sistema. Saltando quindi gli intermediari – editori inclusi. [Si veda anche questa intervista apparsa su NI.]

Un altra idea: Murene di Nazione indiana. Murene è una collana che propone testi di  poesia, saggistica e narrativa. Un comitato di redazione sceglie i titoli. I libri sono autoprodotti e acquistati per abbonamento – tre libri l’anno per 20 euro. Sul sito di Nazione indiana si legge: “abbiamo calcolato che 200 abbonamenti dovrebbero permetterci di andare in pari con le spese vive della produzione (le uniche che abbiamo deciso di tenere in conto): impaginazione, stampa, spedizione e spese di gestione del sistema PayPal”. Un altro modo, insomma, di saltare a piè pari distribuzione e librerie. [Per una riflessione sull’autoproduzione e Murene.]

Ultima idea: Senzapatria, ovvero la casa editrice di cui parla Baldrati, nel suo pezzo. Anche qui, incuriosito, ho chiesto direttamente all’editore, Carlo Cannella. Mi ha detto, Carlo, che i libri di Senzapatria, sono venduti negli Automatic Free Shop, ovvero quei negozietti pieni di ditributori automatici tutti arancioni, che vendono merendine, bevande, gelati, aperti ventiquattro ore su ventiquattro. E libri, ora, anche. Ma la rivoluzione, in questo, è soprattutto nel fatto che gli associati ad Automatic Free Shop acquistano i libri di Senzapatria. Non possono renderli, come invece possono fare le librerie. I libri, insomma, sono trattati come ogni altro bene di consumo.

Anche questa è un’ottima idea.

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47 Responses to Una piccola nota sulla distribuzione

  1. […] This post was mentioned on Twitter by Poesia 2.0 and Francesco Cingolani, nazioneindiana. nazioneindiana said: Una piccola nota sulla distribuzione: http://bit.ly/eHEVZ4 [andrea inglese – 10 febbraio 2011] […]

  2. AMA il 10 febbraio 2011 alle 14:16

    :-)))

  3. gherardo bortolotti il 10 febbraio 2011 alle 14:37

    pezzo interessantissimo ed esemplare nel dare corpo al solito discorso un po’ astratto sull’industria editoriale, sulle case editrici come aziende.

    soprattutto dallo spunto delle idee “diverse” mi nasce però un sospetto che rigiro, in modo provocatorio ma giusto per mettere in luce subito dove voglio arrivare: occupandoci dell’editoria in questi termini non stiamo facendo piuttosto dell’archeologia industriale? dei tre circuiti “alternativi” segnalati, che possono anche valere come modelli di distribuzione diversa, solo il terzo ha veramente necessità dell’oggetto libro o cmq di un supporto documentale concreto. gli altri due potrebbero limitarsi al digitale e porci in uno scenario del tutto diverso. in che termini, in quello scenario, dovremmo porci la questione della distribuzione?

    questa era la provocazione. che rimane tale perché né lì né nel pezzo si tiene conto di un livello di macroanalisi che rischia di farci entrare nell’ennesima discussione del tipo ‘o tempora, o mores’ ma che tuttavia ha un suo peso nel concedere così tanto spazio a soggetti come i distributori e i promotori nell’influenzare le decisioni editoriali.

    il livello è quella della riconfigurazione delle “fortune” culturali delle diverse produzioni da una parte (libri, film, musica, etc.) e, dall’altra, della riconfigurazione delle “fortune” sociali dei diversi approcci verso la parola scritta.

    per tagliare al punto, ho l’impressione che l’industria editoriale tenda a cristallizzarsi sempre di più, in termini di target e prodotti e standard di qualità, a causa delle riconfigurazioni di cui sopra e questo porta a concedere un peso sempre maggiore al livello tecnico (del marketing essenzialmente) a scapito di quello progettuale. può bastare intervenire proprio su quel livello per modificare in qualche modo lo status quo?

  4. enrico il 10 febbraio 2011 alle 14:52

    sì, Gherardo, l’avvento dell’ePub rimescolerà tutte le carte.
    però, ora, in questo momento, è ancora complicato capire esattamente come andranno le cose.
    si possono fare solo delle previsioni. e può accadere di tutto.
    ci sono parecchie cose interessanti. per esempio: alcuni autori sono riusciti a tenere per se i diritti sulle pubblicazioni digitali. oppure – altra cosa interessante: i drm sono aggirabili. questo implica che gli eBook saranno crackabili.
    queste cose potrebbero implicare un ridimensionamento del ruolo delle case editrici. un esempio: Paolo Nori che diventa editore di se stesso, e pubblica solo in ePub il suo ultimo libro, La matematica è scolpita nel granito.
    e-

  5. Alessandro Ansuini il 10 febbraio 2011 alle 14:59

    Non vedo l’ora di poter piratare libri.

  6. enrico il 10 febbraio 2011 alle 15:12

    sì, in realtà è più corretto “sono” crackabili. o, almeno: se esistono in digitale, lo sono già – piratabili.
    c’è, poi, chi lo fa da tempo, come i ragazzi di Libreremo [esistono ancora?], che fotocopiavano i libri, li convertivano in pdf, e li facevano [fanno?] circolare su emule.

  7. Alessandro Ansuini il 10 febbraio 2011 alle 15:16

    Ma io non voglio un pdf del libro, voglio i nuovi libri scritti apposta per il formato epub. infinite jest andrebbe letto solo su ereader, è stato concepito per essere una cosa diversa da un mattone da sfogliare avanti e indietro. Staremo a vedere. Preciso che se il libro mi piace mi preoccuperò di dare 3 euro all’autore non appena ne avrò occasione. ;)

  8. gherardo bortolotti il 10 febbraio 2011 alle 15:31

    posso segnalare che sul mulo girano edizioni digitali pirata. se non mi ricordo male ci sono diverse iniziative (tipo bluebook, fsbook e simili) e distribuiscono diversi formati: .rtf, .pdf., .lit e ora credo anche .epub. anche i libri di libreremo girano ancora. ma nell’insieme secondo me non arriviamo, in italiano, a 2000-3000 titoli.

    cmq roncaglia ne la quarta rivoluzione cita un po’ di sito, principalmente in inglese e orientati alla saggistica (e spesso con base in cina) che propongono edizioni piratate. ma anche lì più che altro credo .pdf.

    per una cosa tipo .mp3 e napster dei tempi d’oro è ancora troppo presto.

  9. simone rossi il 10 febbraio 2011 alle 15:45

    ciao io ho venduto cinquecento copie di un libro di carta senza casa editrice, mi sono trovato piuttosto bene, pensavo di rifarlo.
    ieri sono finito sul blog di un’americana di ventisei anni che ha scritto cinque libri di zombi e vampiri e li ha messi on-line a 3 dollari l’uno sui vari ebook store e in un anno ha venduto 450mila copie e si è trovata piuttosto bene e pensa di rifarlo.
    amanda (si chiama amanda) dice che un autore, se si sbatte così tanto a promuovere il suo libro, magari significa che prima si è sbattuto per scriverlo come-si-deve, perché con questa democratizzazione del mezzo il rischio di ciclostilare le poesie nel cassetto dell’impiegato del catasto è sempre alto, ma in effetti l’impiegato del catasto ha tutto il diritto di scrivere le poesie e farle leggere alla gente, che la gente poi si stufa presto, se non gli piaci, e l’impiegato del catasto non è mica scemo, e una ridimensionata all’ego gli farebbe solo bene.
    oggi l’internet ci permette di fare arrivare le nostre parole a cinquecento sconosciuti in maniera piuttosto rapida: affrontare i lettori è un po’ come mandare in giro i manoscritti, secondo me: la paura del rifiuto ce l’hai sempre, la convinzione intima di avere scritto qualcosa di buono pure, altrimenti saresti sopraffatto dalla vergogna e torneresti al catasto o le poesie le faresti leggere solo alla morosa.
    non so se mi sono spiegato.

  10. enrico il 10 febbraio 2011 alle 15:54

    l’ePub è sicuramente il formato migliore. si adatta allo schermo di qualunque device – smartphone compresi. è aperto (nel senso che è un formato che non ha un “proprietario”), maneggevole, si può ingrandire il testo a piacimento, si possono diminuire i margini ecc.
    le scansioni dei libri dànno come risultato dei file d’immagine – anche se convertiti in postscript – e i vari ocr [riconoscimento carattere] non so come funzionino. l’ultima volta che ne ho usato uno – un bel po’ di anni fa – è stato un disastro (un buon 10 percento delle lettere scambiate fra loro. e non è poco. in pratica è necessario un lavoro – quasi – di riscrittura).

    @Alessandro: sì, il prezzo è importante. le major stanno attuando politiche folli. un esempio: Everyman, di P. Roth. l’edizione Super ET costa 10 euro. si trova sulla principale libreria on-line a 7,50 (25 percento di sconto). l’ePub costa 9,99 euro. l’edizione Supercoralli costa 13,50.
    ovvero: l’idea di Mondadori è far pagare gli ePub (fra l’altro con DRM) il 75 percento del libro, nell’edizione più costosa. anche se di quel libro esiste già un’edizione tascabile.
    vogliono vendermi una sequanza di byte allo stesso prezzo di un libro di carta – sia pure nell’edizione economica, come i Super ET.
    è evidente che hanno intenzione di inquinare questo nuovo mercato.
    ma – mi domando – perché?

  11. gherardo bortolotti il 10 febbraio 2011 alle 15:55

    “vogliono vendermi una sequanza di byte allo stesso prezzo di un libro di carta – sia pure nell’edizione economica, come i Super ET.”

    sì la politica dei prezzi, ora come ora, è già scandalosa.

  12. enrico il 10 febbraio 2011 alle 16:17

    sì, quello di Simone è un vero e proprio caso di autoproduzione – riuscito.
    lo stesso sistama che utilizzano molte riviste underground. per esempio Collettivomensa. o la stessa Malicuvata, con i suoi annuari.
    un caso di produzione su richiesta, invece, è stato il libro di Gabriele Frasca, Dai cancelli d’acciaio, che, se non ricordo male, era prenotabile dal sito dell’editore, e prevedeva anche dei “bonus”, ovvero audiolibri in mp3. 2008, mi pare.

  13. […] Nazione Indiana, 10/02/2011. […]

  14. Alessandro Ansuini il 10 febbraio 2011 alle 18:27

    Enrico: credo perché hanno in mente di riproporre lo strozzinaggio che applicano adesso agli autori (e di conseguenza ai lettori) anche su file. So che la mondadori e anche la feltrinelli stanno già proponendo contratti simili, per i diritti sul digitale, a quelli dell’editoria tradizionale. Sono dei pazzi secondo me se fanno così, faranno la fine delle etichette musicali. Ma intanto seminano. I più accorti i diritti digitali se li stanno tenendo, in attesa di capire cosa succederà. L’autoproduzione va benissimo, l’esempio di Simone è uno dei tanti. Io in poesia ad esempio il peer to peer (anche cartaceo) lo sto mettendo in pratica da un po’, con voici la bombe, ma li si va sul gratis ed è finalizzato alla semplice diffusione. Gli scrittori in questo dovrebbero fare una battaglia comune, prendere coscienza che possono avere almeno, dico almeno, il 50 per cento dei diritti d’autore nella versione digitale. E’ una buona occasione in cui il coltello dalla parte del manico per una volta non ce l’hanno solo le major.

  15. Eugenio il 10 febbraio 2011 alle 18:56

    Caro Enrico:

    solo per farti un esempio delle potenzialità del digitale, e un esempio concreto, riguardo la vostra Novevolt. Digitalizzare i vostri libri avrebbe un costo molto contenuto. Il lavoro che sta facendo Bookrepublic (e io lo preferisco a tutti gli altri portali, ovviamente) è davvero ammirevole (ho visto anche il tuo, di libro, in “vetrina”). Non solo permette a me che sto all’estero di leggere finalmente letteratura italiana contemporanea, ma l’attenzione che presta ai piccoli editori è la vera soluzione al problema che poni. Con il digitale non esistono più intermediari a livello di distribuzione. Ed è per questo che, per esempio, in Spagna è in atto un vero e proprio boicottaggio del digitale (Libranda è pura apparenza).
    Ti faccio un esempio: io mi trovo in un paese latinoamericano, dunque in un continente che parla, nella maggioranza dei casi, la stessa lingua…
    Ma se cerco un libro Mondadori-Argentina in Messico (dico MONDADORI…), non lo trovo… con il digitale questo problema sarebbe totalmente risolto…

    Perché non fare qualcosa di più ambizioso? Perché non tentare ciò che sta facendo 40k, e cioè libri tradotti in più lingue?
    Trovare spazi per la narrativa italiana – visto che il nostro paese fa difficoltà a leggerne e a comprarne, a parte poche eccezioni – in altri paesi, accostandogli un lavoro critico, però (il vostro discorso sulla qualità vs quantità)…

    E’ un progetto che per esempio cercheremo di iniziare qui: libros.malaletra.com

    Cosa si traduce in spagnolo della nostra letteratura? (e dunque cosa si conosce, ma è solo un esempio… negli USA non è diverso) e non parlo nemmeno di piccole case editrici… anche le grandi fanno fatica a vendere diritti di traduzione, a meno che non si tratti di Baricco (ancora un esempio a caso, di autore che spopola in Messico… la linea sembra essere Calvino-Baricco, e fa rabbrividire).

    Anagrama, una casa editrice che io rispetto molto (…studio Bolaño!)… pubblica Magris (e va benissimo), ultimamente ha annunciato Ammaniti (potrebbe andare bene ad alcuni) e… Faletti…

    http://ivanthays.com.pe/post/2998159036

    Insomma, quello che voglio dire è questo: il digitale permette di fare un discorso un po’ più ampio… ragionare oltre il confine nazionale credo sia la vera risorsa delle piccole case editrici… e non solo: ragionare meglio e prima sul futuro del digitale, rispetto a quanto non stiano facendo le Major (come le chiami tu).

    Però accostare a tutto questo un discorso critico, di ricerca, se no non ha senso… tutti potrebbero farlo, grandi e piccini: in un futuro immagino che anche le grandi case editrici faranno tradurre da sole i propri libri, vendendoli su Amazon…: iniziare a costruire un discorso serio sulla nostra letteratura in paesi che conoscono solo Baricco, significherebbe, per le piccole case editrici, anche chiarire a se stesse le proprie scelte, dovendole spiegare a dei lettori totalmente “vergini” nel contesto della letteratura italiana e prescindendo da logiche editoriali…

    E.

  16. Eugenio il 10 febbraio 2011 alle 18:59

    d’accordo con Ansuini…

  17. enrico il 10 febbraio 2011 alle 22:17

    sì, Eugenio, sono d’accordo.
    le cose cambieranno.
    voglio solo dire che è difficile – ora – fare un’analisi su ciò che sta accadendo (ma, soprattutto: che accadrà). io ho una mia idea. ma si tratta di una previsione, e non so quanto possa interessare.
    io credo che il ruolo stesso dell’editore stia per venire meno. ma potrei sbagliare, clamorosamente. dipenderà da tante cose.
    sulle librerie digitali: io credo che siano un fenomeno transitorio.
    la libreria che citi tu, mette – obbligatoriamente – i social drm, su tutti i libri che commercializza. a me, questa cosa, non piace.
    google book sta arrivando. e siamo nell’era dell’open source. la lettura su eReader non ha rivali. scambiarsi e mettere in remoto file è facilissimo. mentre tutto questo accade, ci si ostina a inserire drm e a proteggere le posizioni dominanti. ma la mareggiata sta arrivando. bisognerà [=dovranno] rassegnarsi al fatto che i lettori non spenderanno più 18/23 euro per un libro. bisognerà offrire contenuti nuovi, modalità di fruizione nuove. Quintadicopertina – oggi, ora – permette di abbonarsi agli autori, di seguire il loro processo creativo. ci vogliono idee. ed è naturale che gli intermediari siano eliminati. non servono. a un autore con un buon pubblico, basterà un editor/ePuber.
    [troppa roba, forse. vedremo che accadrà, manca poco]

  18. Alessandro Ansuini il 11 febbraio 2011 alle 02:15

    Lunga vita al Venerandi et familia e Quintadicopertina. Tifo per loro.

  19. Sascha il 11 febbraio 2011 alle 09:37

    L’aspetto più interessante del passaggio del libro al digitale sarà la possibilità per gli autori ma soprattutto per i lettori di ‘migliorarlo’ in corso d’opera. Mentre la maggior parte degli ascoltatori di musica tutto sommato ‘sa’ di non saper cantare o suonare e si limita a desiderare un infinita fornitura gratuita di musica, moltissimi sono convinti, visto che usano quotidianamente le parole, di poter scrivere e meglio dei ‘raccomandati’ pubblicati dagli editori – solo che non hanno il tempo. Si limiteranno a ‘migliorare’ i testi, tagliando, aggiungendo, cambiando scene e dialoghi e finali… Così si creerà un circuito virtuoso per cui online si potranno trovare centinaia e centinaia di versioni differenti delle stesse storie, compresi i classici della letteratura e i best seller correnti…
    Un po’ come il MedioEvo, in effetti, e come nel MedioEvo gli ‘autori’ finiranno per dover contare sul mecenatismo e la pubblicazione di edizioni cartacee numerate con dediche imbarazzanti ai loro patroni…

  20. Paolo Pedrazzi il 12 febbraio 2011 alle 09:30

    Mi tocca in pieno questo argomento perché la distribuzione, da dieci anni, mi tormenta le notti. Ho chiuso Eumeswil dopo quasi una decina d’anni di lotta contro questo sistema e dopo essermi rovinato la vita.
    Molte cose che dice Piscitelli sono vere, ma parziali. Cioè che più preoccupa non è tanto il predominio del mercato da parte dei grandi gruppi. Sarebbe nel caso soltanto una questione di libero mercato, di competizione, di pesci grandi e di pesci piccoli. Così come non è soltanto un problema – anche se l’Italia è l’unico posto al mondo dove le librerie sono addirittura “editoriali”, di proprietà di editori, e non semplici “franchising” fatti da librai. Il problema sono i meccanismi sottili che stanno “dietro” le logiche di libreria, il controllo dei dati di mercato per esempio, è nelle mani quasi interamente di Informazioni Editoriali, Alice, Arianna o come volete chiamarla, che è una società del Gruppo Messaggerie, che a sua volta è un editore primario Gruppo GEMS, che a sua volta ha librerie e distribuzioni.
    Che equità ci può essere dove non ci sono organismi antitrust al di sopra delle parti che vigilano il mercato? Quando una piccola casa editrice comincia a diventare “grande” prima o poi si deve raffrontare con queste logiche. Vuoi che il tuo marchio non saprisca dalle librerie? Bene. Stavi andando bene? Vuoi continuare la tua crescita? Mi vendi il marchio per due lire. Ecco la logica.
    Ed ecco perché in Italia non andremo mai da nessuna parte finché i piccoli editori non saranno tutelati da organismi garanti dell’equità del mercato. Anche se questa equità del mercato è pregiudicata in partenza visto che le librerie sono tutte quante di proprietà dei signori Feltrinelli, Mondadori etcetera.
    D’altronde nel 2010 siamo stati a colloquio con una manager molto importante della distribuzione italiana. Sono stato a coloquio con molti manager distributori, promotori, ragionieri indoppiopettiti. In un paese civile per come la vedo io un progetto culturale si valuta e si misura sul terreno della valenza culturale stessa attribuita a quel progetto particolare. Che contributo possono portare i miei libri alla cultura italiana? Che patrimonio (magari piccolo) porto in dote ai miei lettori. I miei autori sono degni di essere pubblicati? O mi devono servire solo per fare cassa? Queste dovrebbero essere secondo me le domande che dovrebbe porsi un editore a colloqui con un distributore. Invece la prima domanda, manco il tempo di sedersi: “Fatturato?”. “Ah no noi qui distribuiamo solo editori al di sopra dei 300.000 € annui di fatturato”. In realtà nemmeno sanno che la metà dei loro editori distribuiti sono editori a pagamento, che fanno cassa arraffando idee agli altri e non pagando i tipografi con cui stampano. Questi signori elaborano strategie di mercato, fanno business plan, elargiscono consigli senza aver mai nemmeno letto i libri che promuovono o distribuiscono. Sono venditori di fumo. Un libraio si trova di fronte a venditori che considerano un libro, una scheda: un abstract fra trecento. Si vende l’argomento. Ho provato a fare un esperimento qualche anno fa: ho pubblicato un libro con una copertina scandalosa e un argomento assolutamente di attualità, mentre all’interno era un romanzo, di un mediocre autore italiano esordiente che poi è sparito dal mondo delle patrie lettere per mancanza di benzina. “Questo è un titolo su cui puntiamo molto”, ha detto il distributore di allora, “Bisogna tenere alti gli stock”. Nemmeno l’ha mai aperto. Ma quel libro resta uno dei mie best-sellers….
    Fate vobis…
    Il guio è che il libro non è un “prodotto” come tutti gli altri. E lo si vuole brutalizzare e banalizzare come un Kg di patate.
    I libri della neonata Sottovoce, li trovate via Internet, le librerie che li vogliono li possono ordinare a noti con sconti notevoli e tenerli lì finché non li vendono. Per quanto mi riguarda ho finito di lavorare sui “prenotati” (altro grosso equivoco dell’editoria Italiana per cui incassi libri che non hai venduto come nella scena di Fantozzi dove arriva Robin Hood e dice “Sono Robin Hood rubo ai ricchi per dare ai poveri” al che Fantozzi “Pina siamo ricchi!” “Sono Robin Hood rubo ai ricchi per dare ai poveri”.
    W l’Italia del 17 Marzo, dunque, dove si vendono solo libri sui festini erotici di Berlusconi e sulle inchieste radical chic correlate. Libri di attualità e di scandalo perché gli italiani leggono volentieri le malefatte dei loro simili, che almeno si consolano. Piuttosto che leggere un bel romanzo, preferiscono leggere le ricette della Parodi: gnocco fritto e tigelle per tutti, al massimo con la carta spessorata mano 2 con cui sono confezionati il 90% dei romanzi da rotativa (150 pagine che sembrano 400 per gonfiare a dismisura i prezzi di copertina) dei grandi gruppi, ci asciugo lo strutto. Il cosiddetto “grasso che cola”.
    Ultima chiosa.
    Un libro prima di arrivare in libreria passa dentro una decina di macchine. Ogni macchina è una piccola arte. Nessun ebook potrà mai sostituire la carta. Perché l’impressione di un cilindro di caucciù sulle fibre di un foglio 70×100 racconta già una storia tutta sua, scritta tra le righe. Così come le carte che scelgo. Le copertine, le rilegature, mi raccontano di un arte che si tramanda da ormai 500 anni e nessuno schermo potrà mai simulare la consistenza di una carta vergata e nessun tasto potra mai darti la sensazione di toccare con mano la fatica degli altri.

  21. enrico il 12 febbraio 2011 alle 13:36

    Sì, Paolo, quello che ho scritto è parziale. Conosco ottimi autori che hanno scritto, o stanno scrivendo, un libro intero su queste cose. Le sintesi sono sempre parziali. I commenti, qui, sono ottime integrazioni. oppure conferme.
    tu, per esempio scrivi: “Questi signori [distribuzione/promozione] elaborano strategie di mercato, fanno business plan, elargiscono consigli senza aver mai nemmeno letto i libri che promuovono o distribuiscono”. io: “[il distributore/promotore] Vorrà insomma partecipare alla programmazione editoriale della casa editrice. Spesso, senza conoscere davvero gli autori e i libri.”
    su ePub vs carteceo: basterà aspettare qualche anno.
    ciao,
    e-

  22. jan reister il 12 febbraio 2011 alle 22:40

    L’ebook secondo me ha il vantaggio di costringere a pensare in modo diverso riguardo al processo editoriale. Non essendoci distribuzione fisica con il bene (i librai) ed il male (tutto il resto) che comporta, si è spinti a riflettere sulla natura del processo culturale che ruota intorno al libro, inteso come testo che trasmette idee ed esperienze artistiche.

    Enrico parla della disintermediazione, di certo l’ebook accelera la centrifugazione di fasi del processo editoriale che già nel mondo stampato sono state spezzettate ed esternalizzate.

    Se ci mettiamo a ripensare il processo editoriale, a smontarlo nelle sue fasi e a rimontarlo dai pezzi sparpagliati, io credo che si debba separare l’aspetto creativo (io scrivo) dall’aspetto economico (io devo fare rientrare le spese che sostengo per fare cultura). Dobbiamo ragionare su meccanismi non commerciali legati alla gratuità e soprattutto al dono.

    Non perché non possa esistere un processo commerciale parallelo in grado di finanziare chi fa il libro, ma perché il lato economico si attiva con uno scambio profondo a monte, non mimando con il digitale le transazioni che avvengono con la carta.

  23. Francesca Flop il 13 febbraio 2011 alle 16:05

    Abbiate fede. In Giappone è già in atto la controtendenza che vede la rinascita dei negozi al dettaglio a spese delle grandi catene di supermercati. Sono convinta che prima o poi qualcosa del genere accadrà anche in altri campi, e anche in Occidente. Insomma, se si può fare con i generi alimentari, figuriamoci con quelli spirituali. Tanto più che la gestione di queste famose grandi librerie, a dispetto di nome e dimensioni, lascia davvero molto a desiderare (come qualità del personale, degli strumenti tecnologici, della disposizione dei libri, dell’offerta…). Io, pur abitando in una grande città, e avendo diverse librerie a disposizione nelle vicinanze, mi servo solo dal piccolo libraio di quartiere che mi fa il 10% di sconto, oppure ordino su IBS e Amazon: veloci, economici, efficienti. Che importanza ha il contatto ‘umano’ se l’impiegato non capisce niente dei ‘prodotti’ che vende? Se la libreria si preoccupa di esporre in modo comodo ed evidente solo i best-seller appena usciti, solo di un certo tipo di autori? Come se fosse un autogrill? Preferisco il ‘faccio-da-me’, che faccio per tre.

  24. Paolo Pedrazzi il 14 febbraio 2011 alle 09:35

    Brava Francesca.
    Sull’ebook/carta, vivremo e vedremo. Io sono convinto che la carta sia una fatto emozionale prima di tutto. La fisicità dell’oggetto libro, che si sfoglia con mano, difficilmente potrà essere rimpiazzata da un pdf da leggere sull’ebook reader. Almeno, a me interessa il libro anche come oggetto e come “arte”.

  25. gherardo bortolotti il 14 febbraio 2011 alle 11:20

    però, sul discorso della qualità, anche in riferimento all’articolo di ostuni che segnala andrea in testa al post, continuo a pensare che la pecca degli editori “grandi” non sia la mancanza di qualità ma la cristallizzazione della proposta editoriale, della progettualità, attorno ad un ristretto numero di standard – non necessariamente di scarsa qualità appunto ma molto stilizzati, molto “immobili”.
    la pecca della mancanza di qualità c’è e non ne sono esenti nemmeno i piccoli editori ma il punto è che, da parte di chi informa l’industria editoriale, non ci si immagini nemmeno più un altro tipo di prodotto, non ci si investa e così via. e questo, riprendendo quello che dicevo nel primo commento, mi sembra più un effetto che una causa di una trasformazione generale della cultura ed il riflesso di una cristallizzazione in corso nello spazio del libro “tradizionale”, con tutto ciò che implica in termini di economia, pubblico, proposta culturale.

    sugli ebook:
    – il pricing (come si chiama tecnicamente) squinternato che stanno applicando adesso, secondo me, è l’ennesimo sintomo, oltre ai vari ritardi, di un’estrema insicurezza rispetto al nuovo mercato digitale. l’idea è: arriviamo, arraffiamo e poi vediamo.
    – la questione introdotta da jan sulla necessità di misurarsi con meccanismi gratuiti è fondamentale. dato che quello della condivisione è un elemento strutturale della rete non si può non partire da lì per porsi la questione di pubblicazioni che vanno oltre la semplice autoproduzione. intendo: per me, singolo autore, più o meno a mio agio con la rete, l’autoproduzione di un ebook da distribuire gratuitamente è quasi ovvia; per tal dei tali, curatore di un’edizione critica di alcuni romanzi di autore straniero, la necessità di un reddito legato al suo lavoro di curatela, che richiede ore di studio, ragionamento e ricerca, è fondamentale e questo aspetto è tutto da considerare, mi sembra.

  26. carmine vitale il 14 febbraio 2011 alle 11:27

    quoto pedrazzi e la flop
    in toto
    c.

  27. alcor il 14 febbraio 2011 alle 13:18

    Scusa Gherardo, questo che dici qui:

    «per tal dei tali, curatore di un’edizione critica di alcuni romanzi di autore straniero, la necessità di un reddito legato al suo lavoro di curatela, che richiede ore di studio, ragionamento e ricerca, è fondamentale e questo aspetto è tutto da considerare, mi sembra.»

    sembrerebbe escludere che il lavoro dello scrittore richieda ore di studio, ragionamento, ricerca e sottintendere che il medesimo non sia dotato di apparato dogerente o in alternativa che sia mantenuto da qualcuno o da qualcosa: una professione altra, un mestiere altro. Il fatto che spesso, o anche prevalentemente, sia così, che ci sia questo fattore “dilettante” non può far dimenticare che il dilettantismo è solo una parte del paesaggio.
    Io non credo che si possa bypassare il lavoro editoriale, anche se mi piace che gli assaggi del proprio lavoro possano essere messi in rete nelle più varie modalità e nella totale gratuità. Senza dimenticare che la gratuità corrisponde, ora come ora, anche a una diffusissima evasione dal filtro del giudizio.

    A parte questo appunto a quello che mi è parso un eccesso irenico di ottimismo, molto interessante il post di Piscitelli e i commenti.

  28. gherardo bortolotti il 14 febbraio 2011 alle 14:04

    @alcor:
    mi riferivo fondamentalmente a due questioni:
    – gli autori sono quelli che fattualmente stanno subendo l’esclusione più pesante dall’economia legata all’industria editoriale. in che percentuale vengono pagati per le serate di presentazione? per la pubblicazione dei loro pezzi su rivsta? eventualmente per lavori di recensione? per gli stessi libri che scrivono?
    quindi in qualche modo partivo dallo stato delle cose, leggendolo come un altro aspetto della cristallizzazione di cui parlavo e come elemento destinato a rimanere.
    d’altra parte, gli autori vivono (hanno vissuto) con la scrittura solo nell’ultimo scorcio della (nostra) storia della letteratura mentre le altre professioni legate alla cultura invece hanno una storia diversa.

    – continuo a pensare che la dimensione del “dilettante”, inteso nel senso più ampio e profondo del termine (ovvero legato al diletto, al piacere), come anche in quello di residuale, di “della domenica”, etc., sia una dimensione fondamentale della scrittura letteraria e che la sua professionalizzazione, per quanto rispondente in modo virtuoso ad una specifica evoluzione sociale e culturale, non riesca ad esaurirla.
    per dirla tutta, trovo in questa dimensione il margine che mi fa ben sperare per la letteratura nonostante i grossi problemi che ha e che pone l’editoria.

    sul bypassare il lavoro editoriale, dico una banalità: bisogna tenere conto del fatto che quello stesso lavoro si sta trasformando profondamente. quindi c’è da chiedersi se e cosa rimarrebbe, nel caso, da bypassare.

    non sono per niente d’accordo sulla gratuità come “evasione dal filtro del giudizio”. per esempio questo come altri blog dimostrano che ci può essere gratuità e rigore. per di più, potrei dire esattamente il contrario, ovvero che un’etichetta con il prezzo è, per i libri come per altri beni, una “evasione dal filtro del giudizio”.

  29. alcor il 14 febbraio 2011 alle 15:16

    @gherardo

    parto dall’ultimo punto: in realtà questo come altri blog che possono dimostrarlo, al filtro del giudizio non sfuggono, nel progetto di murene questo filtro del giudizio lo avete messo in atto, altrimenti perché alcuni autori e non altri? per una valutazione che immagino non soltanto individuale, ma collettiva, o almeno partecipata. E’ questo il filtro del giudizio, che può essere declinato in molti modi spesso intrecciati, critico, editoriale e anche economico, nel caso dell’editoria aziendale, piccola o grande.

    sul by-passamento, è vero, il lavoro editoriale si sta trasformando, e non da ieri, ma se hai esperienza pratica di editoria, sai anche che prima che un libro esca c’è molto lavoro da fare, c’è una filiera non solo commerciale, ma interna prima che un testo inviato a un editore diventi un libro. Concordo totalmente con questo che dice @Pedrazzi «Un libro prima di arrivare in libreria passa dentro una decina di macchine. Ogni macchina è una piccola arte.» Anche se non so cosa succederà con l’e-book. Chiunque abbia partecipato o abbia assistito alla fattura di un libro, persino oggi, sa quanti saperi ci sono dietro.

    Pensate tutti che «un’etichetta con il prezzo è, per i libri come per altri beni, una “evasione dal filtro del giudizio”»? a mio avviso, se pensate così, sbagliate molto, a meno che non puntiate alla realizzazione dell’utopia di un mondo in cui valga soltanto la modalità dello scambio virtuoso del genere: io ti offro il dono del mio testo e tu mi offri il dono della tua capacità culinaria.

    La dimensione del “dilettante” – e concordo sul fatto che abbia avuto e abbia un enorme valore – vale finché resta confinata nell’intenzione e nella stesura dell’opera, nella propria stanza, ma finita questa fase è sulla realizzazione del prodotto culturale che sbatte. E anche se ci possono essere varchi e aspettative di autoproduzione con buon esito, si dovrebbe essere consapevoli che il rischio è sempre l’ipernicchia e l’autoreferenzialità.

    a salire – a proposito del tuo primo punto – qualcosa mi sfugge, o almeno vedo una contraddizione tra questo che dici: «gli autori sono quelli che fattualmente stanno subendo l’esclusione più pesante dall’economia legata all’industria editoriale. in che percentuale vengono pagati per le serate di presentazione? per la pubblicazione dei loro pezzi su rivsta? eventualmente per lavori di recensione? per gli stessi libri che scrivono?» e cioè una serie di domande molto «americane».
    Nel senso che lì tutto è da sempre pagato e ha valore quasi solo nel momento in cui è pagato, ed esclude la dimensione dilettante se non nella fase iniziale della vita dello scrittore e dell’opera. O la fa sopravvivere, ma pagata ad altro titolo pure lei, in ambito accademico.
    Ma la nostra tradizione è quella della collaborazione gratuita alle riviste culturali [e pagata solo quando si entra nel mondo della carta stampata «commerciale»] che magari sopravvivono, perché anche la carta costa, con contributi in vario modo pubblici, si basa cioè proprio su quella dimensione «dilettante» e gratuita che alla fine del tuo commento mi sembri sostenere, mentre mi sembri sottoporlo a critica all’inizio.

    Anche se io confido sempre nella “funzione lievito” della letteratura non mainstream, mi rendo anche conto che è impossibile tornare indietro, e che state sottovalutando, anche se spero di sbagliarmi, non solo la potenza economica dell’editoria, ma anche l’intelligenza che c’è dietro.

  30. alcor il 14 febbraio 2011 alle 15:23

    su alcuni punti sono andata un po’ piatta, scusate, per esempio quando mi riferisco alle collaborazioni gratuite, sulle quali ci sarebbe molto di più da dire, ma da un lato volevo restare in tema, dall’altro sono a letto con l’influenza

  31. gherardo bortolotti il 14 febbraio 2011 alle 15:30

    @alcor: scusa ma credo che ci sia più di un equivoco. adesso non riesco a risponderti. cerco di farlo più tardi!

    • jan reister il 14 febbraio 2011 alle 16:03

      Quando ho scritto più sopra del dono e della gratuità, mi riferivo alla possibilità di scollegare la transazione economica dalla circolazione delle idee, elementi che per ora sono uniti nella forma commerciale del libro (compro un libro, lo leggo), mantenendole entrambe parallele. In realtà ci sono onoratissimi esempi di dono e gratuità nel libro stampato, come la biblioteca pubblica, il libro prestato da un amico, che coesistono a fianco del mercato editoriale e lo sostengono. Neil Gaiman (via boingboing) di recente chiedeva al pubblico di una sua presentazione quanti di loro avessero scoperto il proprio scrittore preferito da un libro ricevuto in prestito, e quanti da un libro acquistato: i secondi erano pochissimi, eppure del proprio autore preferito si comprano poi i libri con entusiasmo.

      Con gli ebook si aprono grandi possibilità di circolazione di un libro, slegate dalla sua remunerazione. Cory Doctorow offre i suoi libri in formato digilate gratuitamente, e vive delle vendite della brossura, dei suoi tascabili e degli audiolibri. Il molto citato Konrath vende su Amazon i suoi gialli quando gli stessi sono disponibili gratis sul suo sito web. Il dono quindi può affiancarsi bene alla remunerazione, nella forma di ritorno e ringraziamento su libri letti come ebook e successivamente acquistati, o nella forma di credito verso i libri futuri.

      A proposito infine del “filtro del giudizio”: la fiducia nella garanzia di qualità dell’editoria e la speculare diffidenza verso editori a pagamento e autopubblicazioni nasce dalla fiducia che i meccanismi di mercato riescano ad assegnare ad un libro pubblicato un certo lavoro di selezione, redazione e affinamento. Si pensa che un libro arrivato in libreria sia passato tra le mani di parecchie persone che l’hanno letto, hanno deciso che valeva la pena, ci hanno lavorato su per giorni. Questo lavoro di miglioramento non è esclusivo delle case editrici, ma appartiene a numerose realtà. E’ il lavoro sul testo, il confronto e la critica, che servono per trasformare un manoscritto in un libro, non è il marchio della collana o dell’editore.

  32. alcor il 14 febbraio 2011 alle 17:32

    @ jan

    certo, questo che dici «Questo lavoro di miglioramento non è esclusivo delle case editrici, ma appartiene a numerose realtà. » è vero.

    ma non condivido completamente quest’altro: «E’ il lavoro sul testo, il confronto e la critica, che servono per trasformare un manoscritto in un libro, non è il marchio della collana o dell’editore.»
    perché anche il lavoro sul testo, il confronto e la critica possono essere di bassa qualità, mentre ancora oggi, se io vedo alcuni marchi, quodlibet, per fare un solo esempio, mi fido.
    Quali sono stati gli step che hanno portato a far sì che Quodlibet [mi scuso con quelli che non cito] mi offra libri eccellenti, e altri no?

    Poi, tutti gli esermpi che mi citi, sono americani, non vi dice nulla questo?

    quest’altra cosa che dici, e sulla quale sono perfettamente d’accordo:
    «Quando ho scritto più sopra del dono e della gratuità, mi riferivo alla possibilità di scollegare la transazione economica dalla circolazione delle idee»
    è una cosa vecchia, buona e sempre esistita, tutto il lavoro culturale che ruotava intorno alle riviste novecentesche si è nutrito di quello che a leggere qui [ma avrò equivocato] sembra una bella novità dovuta alla rete

    mentre sono piuttosto perplessa su questo: «elementi che per ora sono uniti nella forma commerciale del libro (compro un libro, lo leggo), mantenendole entrambe parallele.» perché mi evochi un curioso lettore autistico che non è in grado di scambiare idee e che evidentemente è del tutto ignaro, come dicevo prima, delle pratiche virtuose e normali del passato.

    Non ho la sfera di cristallo, ed è probabile che in questo momento la febbre mi rimbambisca, ma siamo sicuri [questo lo chiedo a Gherardo di cui aspetto le precisazioni] che l’e-book autoprodotto da lui, o anche da me, oltre ad essere da noi prodotto, circolerà e sarà in grado di competere con quelli prodotti dall’editoria classica?
    Se andate sul sito di Einaudi e cliccate su e-book vedrete cos’ha già riconvertito, benché finora le vendite non premino, a quel che ne so, ma sono pronti. E’ vero, forse le case editrici stanno andando giù pesanti sui prezzi, anche perché non sanno bene che cosa succederà, e perché come ho detto sono ancora pochissimi quelli che scaricano, ma sono disposta a scommetere che si rifaranno.

    Badate, non è che voglio fare il bastian contrario a ogni costo, è che molte delle cose dette qui, se ho capito bene sono interessanti e altre, sempre IMO, straordinariamente ingenue o velleitarie, perciò mi piacerebbe che la discussione continuasse, del resto è ben possibile che io sia troppo vecchia per cogliere alcuni elementi molto innovativi, anche se onestamente non credo.

    • jan reister il 14 febbraio 2011 alle 17:50

      Alcor, Quodlibet et al. ottengo la tua fiducia nel loro marchio perché fanno bene il lavoro sul testo, e secondariamente perchè riescono a portarlo in libreria nei modi difficili descritti da Piscitelli.

      Sul dono e gratuità, ho citato appunto il prestito e la biblioteca che sono cose preesistenti alla rete e che bene illustrano meccanismi che trovo ancora più rilevanti oggi di 20 anni fa.

      Nessuno qui minimizza l’intelligenza delle case editrici e la loro forza di mercato. Piuttosto, io ho la sensazione di esprimermi molto male, oppure che tu veda ovunque giovani, ingenui e velleitari idealisti della rete. :-)

      Questa colonna di commenti è sotto un articolo che descrive i problemi della distribuzione libraria in un modo che non lascia alcuna speranza di miglioramento. 20 anni fa balestrini e compagnia provavano a consorziarsi. Oggi qualcuno produce ebook e si interroga sul suo ruolo.

  33. enrico il 14 febbraio 2011 alle 17:35

    mi permetto di segnalare questa discussione, sul blog di Fabrizio Venerandi:
    http://salvoesaurimentoscorte.wordpress.com/2010/07/15/la-pirateria-danneggia-l%E2%80%99editoria-digitale-si-soprattutto-se-non-copiano-i-tuoi-libri/
    dalla quale, credo, è nata l’idea dell’abbonamento allo scrittore.
    è del luglio scorso.
    si affrontano le questioni messe sul tavolo da Jan [che partecipò, alla discussione]. è interessante, anche perché son passati 6, 7 mesi, e le cose sono già diverse da allora.
    e-

  34. alcor il 14 febbraio 2011 alle 17:41

    molto molto interessante, anche se quando entra nel tecnico è un po’ troppo sofisticato per me, ma mi conferma nell’idea che la situazione sia incerta e complessa e che non sia facile capire oggi come si evolverà

  35. alcor il 14 febbraio 2011 alle 17:44

    a proposito dello scaricare free, io guardo alcune cose in streaming, ma la maggior parte dei titoli rispecchiano la produzione commerciale, non credo che sia diverso per i best seller di cui si parla nella discussione linkata, non vorrei che alla fine tutto si risolvesse solo in un nuovo medium con le stesse modalità di visibilità e distribuzione del vecchio.

  36. enrico il 14 febbraio 2011 alle 17:47

    @Alcor
    sì, la questione, appunto, è in divenire. come dicevo più su, a parlarne ora si rischiano figuracce.
    però, immagina questo:
    un autore con un suo pubblico – esageriamo: un autore di bestseller – decide di saltare la filiera. di affidarsi a un editor/ePuber (un unico individuo che sia in grado di aiutare l’autore nel processo creativo, e di realizzare un ePub fatto per benino).
    l’autore di bestseller potrebbe, in questo caso, mettere in vendita il proprio libro (immaginiamo: il sequel di un libro molto venduto) direttamente sul proprio sito, o affidarsi a un eBook store.
    a quel punto le sue royalties sarebbero tra il 70 e il 100 percento. laddove oggi si parla del 20 percento di royalties sul digitale – ma per gli autori di bestseller.
    questo vuol dire che gli basterebbe vendere un quarto o un quinto delle copie per andare in pari. ma, in realtà, perché dovrebbe vendere meno copie di quante ne venderebbe con un editore – visto che c’è un rapporto di fiducia tra *lui* e suoi lettori?
    [parlo sempre di ePub, eh]
    già ora, diversi autori – quelli che vendono di più, quelli che hanno un buon agente a coprirgli le spalle – stanno cercando di non cedere i diritti sulle copie digitali.
    ciao,
    e-

  37. alcor il 14 febbraio 2011 alle 18:05

    @ Enrico
    sì, lo so, Andrew Weily per esempio si sta muovendo in questo senso, ma si tratta di autori GIA’ grossi, Weily non prende esordienti, che io sappia. E anche lì bisogna vedere cosa succederà.

    @Jan

    «Quodlibet et al. ottengo la tua fiducia nel loro marchio perché fanno bene il lavoro sul testo, e secondariamente perchè riescono a portarlo in libreria nei modi difficili descritti da Piscitelli. »

    appunto, ma non è che uno si sveglia la mattina e fa bene il lavoro sul testo, che poi non basta, tra l’altro, è qui che non ci capiamo, io ho ben presenti quelle “macchine ” di cui parlava Pedrazzi, che sono macchine che vengono messe a punto col tempo e nel tempo attraverso saperi che non si improvvisano.

    L’esperienza di Balestrini, ma non solo sua, e che tra l’altro si è chiusa, come si sono chiuse per ovvie ragioni una dopo l’altra pressoché tutte le realtà di quel tempo, è nata in un momento direi quasi magico di vivacità intellettuale e culturale, ben radicata in un sapere piuttosto forte e in un’epoca in cui molto forte era anche l’energia dei movimenti. E’ così anche ora? non so, non mi pare, forse sono miope.

    Sì, chiunque abbia anche solo cinque anni meno di me io lo vedo giovane:–)

  38. enrico il 14 febbraio 2011 alle 18:14

    “[Area] è nata in un momento direi quasi magico di vivacità intellettuale e culturale, ben radicata in un sapere piuttosto forte e in un’epoca in cui molto forte era anche l’energia dei movimenti. E’ così anche ora? non so, non mi pare, forse sono miope”.

    sì, è vero. ma noialtri che dobbiamo fare?
    io vedo vivacità intellettuale e culturale. la vedo nelle riviste online e cartacee, la vedo in giovani e meno giovani autori. manca uno sbocco, spesso. e anche l’idea di fare le cose insieme, di progredire non singolarmente. ma tantissimi si stanno ponendo il problema. mi pare una buona cosa – io, sì, sono un ottimista :D

  39. alcor il 14 febbraio 2011 alle 18:26

    @ Enrico

    anche a me pare una buona cosa, soprattutto nel progredire «non singolarmente», io non sono affatto negativa, sono critica, proprio perché sono stata giovane nell’epoca di Area, questo mi hanno insegnato a essere quelli della generazione di Balestrini, che tra l’altro erano di modi assai brutali, non carini e colloquiali come me:–)

    il fatto è che a me pare che negli ultimi venti- trent’anni sia cambiato molto, ma voi dovete fare quello che fate, non ho ricette, mi chiedo solo, anch’io, quale sia lo sbocco, e per ora lo vedo nebuloso, ma non è certo una buona ragione per rinunciare a cercarlo, penso tuttavia che più cose si sanno sulla macchina, più facile sia individuarlo.

  40. gherardo bortolotti il 14 febbraio 2011 alle 22:22

    @alcor:

    al volo, il primo equivoco è sulla gratuità e il rigore, per cui portavo proprio ni come esempio di spazio in cui all’offerta gratuita si affianca un rigore della proposta. non come esempio del contrario.

    sulla posizione dell’autore nell’economia dell’editoria, il punto che mi premeva sottolineare è riducibile ad un esempio scemo: io posso scrivere quando torno a casa dall’ufficio; tu o domenico pinto, alla traduzione, ci dovete dedicare la giornata. anch’io magari traduco, alla fine della mia giornata di lavoro, e una volta ogni 6 mesi butto fuori una versione in italiano di qualche testo ma, proprio per questo impegno saltuario, sicuramente meno attento di quanto possa essere il vostro, non professionale, per dirlo in un’espressione, non mi considero un traduttore. mentre un autore, sì.
    è questa la considerazione da cui arrivo a pormi il punto della gratuità nell’ambito editoriale. che, quindi, per me, potrei ridurre a questo: come fornire un reddito a te e pinto mentre traducete fontane e schimdt in un circuito in cui è prevista la gratuità? io le tecniche le ho scritte anche se faccio l’impiegato. (e qui, sì, dovrebberro entrare tutte le considerazioni sulla condizione dilettantesca dell’autore, che né approvo né critico, ma ci porterebbero abbondantemente ot).

    sul discorso del prezzo, di nuovo non si tratta di una denuncia dell’alienzione della merce, con conseguente vagheggiamento di utopie varie, ma della mera constatazione che in libreria (e poi in casa della gente) trovi una quantità di fuffa che è legittimata, in buona sostanza, solo perché ha un prezzo, solo perché è il prodotto ultimo di un’industria che avrà pure un’intelligenza da non sottovalutare ma anche i suoi uffici di marketing, lo spin del marchio, della collana e che subisce il “ricatto” dei conti.

    anche il discorso della diffusione, della circolazione, è un discorso che andrebbe chiarito perché mi sembra di nuovo basato sull’equivoco che cercavo di evitare, distinguendo, almeno in sede di discussione, letteratura ed editoria. non è necessariamente un problema dell’autore quello di massimizzare la circolazione del proprio testo – non lo è stato storicamente, non è diventata una sua esigenza ineludibile neppure quando il paradigma della cultura di massa si è affermato. invece, è sicuramente un problema dell’industria editoriale, proprio perché è un’industria. ma, lasciando da parte queste considerazioni, rimango sul caso personale e segnalo, per esempio, che i miei testi hanno una maggiore diffusione on line che non sul cartaceo. già solo un ebook messo sul mio blog personale, che ha un traffico ridicolo, ha avuto più download di quante copie abbia venduto delle tecniche. per la tipologia della mia scrittura, tutta la filiera editoriale è pleonastica e lo stesso ragionamento, per ragioni opposte, varrebbe anche per tipologie di scrittura (anzi, di autore) diametralmente opposte alla mia, come hanno indicato gli esempi di cui sopra.

    ora sia chiaro (ed è l’ultimo equivoco), il punto non è scegliere tra l’autoproduzione e il “vendersi alle majors”. (e per concludere anche il caso personale, sono contentissimo di aver pubblicato le tecniche da lavieri, e di aver avuto a che fare con domenico e con marcello, piuttosto che mettere on line anche quelle). il punto è capire quanto rimarrà del paesaggio attuale tra 5/10 anni. cosa su cui, chiaramente, stiamo tutti ben attenti a non pronunciarci, io per primo ;-)

  41. carmelo il 14 febbraio 2011 alle 23:25

    non competenze professionali e non ho a disposizione dei dati sule mercato editoriale ( gardo di concentrazione del settore, quote di mercato, la struttura distributiva, analisi quantitativa e qualititavia del “prodotto” libro etc etc) e quindi rischio di fare affermazioni avventate che derivano da una percezione delle cose che non corrisponde alla realtà.
    ma tant’e’ vorrei dire alcune cose come lettore, che aspira a una lettura di qualità.

    – mi pare ( mi pare! non ho dati che possano dimostrare le mie sensazioni) che negli ultimi anni vi sia stata una crescita esponenziale dei titoli pubblicati e del numero di autori che tali si dichiarano e come tali vengono proposti.

    – mi pare che il ruolo che prima esercitava la critica (che in qualche modo stabiliva delle gerarchie basate sulla qualità dell’opera) sia venuto, che insomma la figura del critico stia scomparendo come dice ignacio echevarria, sostituita da persone che dispngon odi competemze sempre piu’ basse e di fatto svolgono attività promozionale. Anzi ho motivo di credere che spesso, nemmeno leggono i libri di cui parlano.

    – Mi pare che il numero di lettori (soprattutto dei lettori di qualità) stia progressivamente diminuendo se non altro per la presneza sempre più massiccia di dispositivi tecnologici e multimediali che fanno preferire i prodotti multimediali e interattivi rispetto alla lettura che richiede un certo grado di concentrazione e “disconnessione” dal mondo e soprattutto “tempo”.
    Di fronte a questa tendenza gli editori specie quelli più grossi cercano di adeguare l’offerta con prodotti standardizzati, di scarsa qualità, epidermici, che solleticano bisogni indotti e superficiali.
    Mi pare anche che epr ridurre i costi si faccia meno attenzione alla qualità delle traduzioni.

    Di fronte a questo paradosso che vede da una parte una proliferazione oscena di libri e di autori ( a volte sembra che tutti scrivano e nessuno legga) e una progressiva riduzione dei lettori (mentre aumentono i lettori consumatori) io come lettore il problema che mi pongo è uno solo:
    visto che fisicamente è impossibile leggere oltre un certo numero di libri all’anno, devo in qualche modo fare delle scelte, devo fare una selezione dei libri che decido di leggere. E il più delle volte non gl istrumenti per farlo ( a parte i libri dei grandi autori).
    Qual è la soluzione per far incontrare l’offerta di chi vuole pubblicare libri di qualità con chi vuole leggere libri di qualità ?
    E’ questo il punto secondo me.
    l’esperienza Murene è una buona idea secondo me è un’idea che puo’ funzionare anche economicamente se si crea una rete globale di murene presenti in numero maggiore di paesi possibili che attivino una rete di scambi di autori di qualità. Se ci fate caso in ogni paese esitono buon iautori non tradotti perchè vengono tradotti solo gli autori che assicurano un elevato numero di vendita.

    L’altra strada è la presenza di editori anche piccoli che pubblicano esclusivamente libri di qualità. l’unico esempio (parlo da lettore non da esperto) che mi viene in mente è quello di lavieri. Resta il problema della comunicazione.
    Insomma il lettore vuole potersi fidare , vuole essere sicuro di acquistare un libro di qualità altrimenti preferisce scegliere i grandi autori (che sono appannaggio delle grandi case editrici).

  42. alcor il 14 febbraio 2011 alle 23:30

    @ Gherardo

    Ma guarda, il doppio passo e il doppio lavoro ci sono sempre stati, Bianciardi come lo consideri? E Vittorini, che ha cominciato come correttore di bozze? Tutti gli scrittori che hanno fatto e fanno lavoro editoriale lo hanno fatto e lo fanno per mangiare e produrre cultura, e per produrre cultura mangiando, ma sono assunti come redattori o impegnati come consulenti – quando lo sono – per una competenza che viene loro riconosciuta in quanto autori.
    Il fatto è che finché resti nella filiera [solo economicamente parlando, ché poi le cose sono sempre intrecciate] vieni pagato per il lavoro che hai fatto, mentre come autore devi entrare nel mondo editoriale secondo l’appetibilità (variabilissima) del tuo testo rispetto al target di quell’editore.
    Non sto qui a parlare delle ragioni per le quali alcuni vengono pubblicati e altri no, e da quali case editrici e con quali eventuali fortune; parlavo con un editore medio-grande proprio poco tempo fa e a un certo punto ha detto, solo in parte come battuta cinica, “se gli editori sapessero quali libri funzionano, ne pubblicherebbero 6 o 7 l’anno” e questo mi ricorda un frammento dell’intervista a Balestrini in cui ricorda le parole di Feltrinelli (Feltrinelli, nota bene) che gli dice, più o meno che l’obiettivo degli editori non è pubblicare libri, ma venderli.

    Ora a me sembra che il piatto forte qui sia la speranza o il tentativo di trovare altre strade, alternative al gioco del mercato, o almeno di questo mercato. Anche questo c’è sempre stato, e c’è sempre stata una zona grigia, che per molti autori non è diventata né bianca né nera, moltissimi scrittori agli inizi hanno pubblicato per esempio con case editrici piccolissime, a volte sperimentali, ma a volte quasi stamperie, pensa per un verso a Joyce, per un altro a Leonard Woolf, e alle case editrici che hanno pubblicato Svevo, e Moravia, che tra l’altro ha pagato.

    Ora, è vero che in questo momento sembra che queste nuove tecnologie offrano possibilità inaspettate, e sono d’accordo con quello che dici qui: «il punto è capire quanto rimarrà del paesaggio attuale tra 5/10 anni. cosa su cui, chiaramente, stiamo tutti ben attenti a non pronunciarci, io per primo»
    ma penso che se hai avuto più riscontri e letture on-line e su e-book autoprodotti, è perché sei nato in rete e interagisci in rete. Questo non solo non vale per tutti, ma non puoi neppure pensare che le cose che scrivi, a meno che tu non diventi un fenomeno di massa, possano sostituire nelle famose “case della gente” la fuffa. La “gente” non è mai stata devota alla letteratura, ma all’intrattenimento librario e ha sempre letto più Liala che Pizzuto o Frasca perché Pizzuto o Frasca proprio non li capisce, non perché Liala ha un prezzo, non solo perché è il prodotto ultimo di un’industria che ha i suoi uffici di marketing.

    Poi un’ultima cosa che ho accennato anche rispondendo a @Jan, tutti gli esempi fatti qui di successo nell’autoproduzione sono americani e, se ho capito bene, più o meno commerciali, non si tratta dunque di Pizzuto americani, cioè di letteratura, ma di scrittori meno che mainstream, intendendo per mainstream di qualità per esempio Coetzee, quindi per ora hanno avuto successo operazioni in rete che avevano quell’obiettivo dichiarato, procacciarsi lettori paganti.

    Comunque sto a vedere, sono curiosa e non prevenuta, solo non penso che il mondo cambi eccessivamente quando cambiano le tecnologie, o per meglio dire, penso che cambi molto nelle modalità, ma non molto nella sostanza, che qui potrebbe essere sintetizzata così: pulsioni letterarie versus pulsioni di profitto.

    Ciao a tutti.

  43. gherardo bortolotti il 15 febbraio 2011 alle 09:56

    non so, alcor, ho l’impressione che stiamo ripetendo più o meno le stesse cose senza riuscire a capirci. adesso, per esempio, dovrei formulare per la terza volta gli stessi concetti e quindi mi fermo qui.

    concludo dicendo solo che, per conto mio, sul piatto non c’è la “speranza” in un’alternativa al mercato perché il punto non è questo. semmai il punto è che in questo momento stanno già circolando saperi e scritture esterne al mercato editoriale e si stanno sviluppando piattaforme perché questa circolazione sia ancora più facile. vediamo cosa succede.

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