Poesia civilizzata sul popolo egiziano

12 febbraio 2011
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Cari amici indiani,

visto che sono stato ormai sufficientemente edotto
sui tabulati di Ruby
vorrei spendere qualche parola almeno
sulla cacciata dello zio

questa volta scrivendo una poesia civilizzata
in lingua umana, tutta scaturita da dentro,
per spiegare che io, anche se sono un tipo qualunque,
e non me ne intendo molto di diplomazia e geopolitica
e non faccio il giornalista pagato esperto in problemi
islamici
ebbene, che ci crediate o no, io stasera non sono preoccupato
anzi sono scioccamente contento (ho brindato con la mia compagna)

io sono contento come quegli europei qualunque
che la democrazia sia bella anche quando ce l’hanno gli altri

(in ABC Africa, Kiarostami, un regista iraniano neppure lui uscito
dalla scuole della diplomazia mondiale,
scopriva all’inizio di questo secolo
che l’Africa non era il paese perduto di cui parlavano tutti i media
l’Africa era un paese pieno di futuro:

penso anche a lui in questo momento
perché deve essere uno di quelli che oggi è contento
senza essere più di tanto sorpreso)

io sono contento malgrado gli esperti stiano ancora ponderando
senza mostrare che c’hanno i coglioni girati
soprattutto i consulenti militari statunitensi
le polizie politiche ad Algeri o in Cisgiordania
i raffinatissimi del Mossad gli sbirri di Gheddafi

e anche tutte le cancellerie europee hanno dovuto
riscrivere ponderando un sacco di discorsetti
e gli specialisti nei telegiornali sono abbastanza fiduciosi con riserva
tutti gli uomini politici stavolta
ci sono andati con i piedi di piombo
perché la democrazia va bene
ma è un gran salto nel buio
la sovranità popolare piace
ma è scarsa in garanzie diplomatiche in accordi economici

si dicevano: “guarda in Tunisia mica che ne fanno
un’altra mica che gli riesce
una seconda volta…”

tutti i segretari di stato altamente democratici in Europa
non è gente di facili entusiasmi di decisioni avventate
non si sono precipitati a dire: “egiziani
fateci sognare”

però ho trovato scritto questo in un documento
della Comunità Europea:

“La Commissione europea crede fermamente che lo stato di diritto, il rispetto dei diritti fondamentali, elezioni libere ed eque, una democrazia pluralista poggiante su una società civile attiva, sono i migliori strumenti per raggiungere stabilità e prosperità.”

Un discorsetto che fila
ma poi sentite questa:

“Questi sono i principi fondativi dell’Unione europea e sono anche i valori fondamentali della cooperazione con i nostri Stati partner, in particolare quelli fanno che parte della Politica di Vicinato europea nella sponda meridionale del Mediterraneo.”

per i trent’anni di regime di Mubarak, i valori fondamentali di cooperazione tra Stati europei e l’Egitto sono stati “una democrazia pluralista”?

forse il livello dei diplomati in diplomazia
è calato di molto in questi trent’anni e anche gli inviati speciali
avevano le piramidi da fotografare, le incredibili
distrazioni
delle classi dirigenti
queste sì che sono un po’ preoccupanti

io vista la situazione avrei detto
(senza troppo ponderare):
“egiziani fateci sognare
toglieteci un po’ dalle nostre miserie
le quattromila piccole paure le novecentomila divisioni
che ci fanno splendida isolata preda per i più forti
egiziani toglieteci le invenzioni da intellettuali, come la moltitudine
il meticciato
il corpo del capro
fateci vedere, ma così anche solo in prova
per una settimana dieci giorni
come si può essere popolo
(ma non quello dei divani
delle ronde contro i barboni sotto casa)”

(ma quello yankee di Obama
malgrado tutto il lavoro lercio
che hanno fatto e vorranno fare ancora
i soliti consulenti dell’Intelligence
i supervisori diplomati in tortura
terrorismo di stato censura telematica
malgrado il solito lavoro lui
Obama
ha mostrato una certa reattività almeno retorica
almeno simbolica
che negli europei poverini
è andato perduta – ha detto:
“gli egiziani ci ispirano”)

(gli USA a scuola di democrazia dagli ARABI!!!!!!!!!??????
dagli AFRICANI!!!!!!!???????
da gente MUSULMANA!!!!!!!???????
– questa frase gliela faranno pagare –)

no questo gli europei che contano non lo hanno detto
gli europei informati hanno tenuto il profilo basso
quando la gente si fa la democrazia da sola
senza l’aiuto dei nostri cannoni c’è molto scetticismo
ma ora che tutto è stato fatto
valutano in modo positivo la svolta
ma senza facili entusiasmi (c’è un problema
che suscita una responsabile preoccupazione
– non i morti ammazzati dagli sbirri di Mubarak –
ma l’esistenza dei fratelli musulmani – ma quanti potranno essere poi
questi fantomatici fratelli?)

comunque io volevo mettere un contenuto in lingua umana
in questa poesia civilizzata e universale
perché ognuno lo capisca
io sono un uomo medio irresponsabile
ma devo confessare che non sono per nulla preoccupato
a me questa democrazia non mi preoccupa per nulla
dicono che ci sono i fratelli musulmani, ma noi abbiamo
bossi borghezio dell’utri e ghidini e abbiamo avuto previti gava
lima e andreotti, abbiamo bertone e ruini
che paura volete che mi facciano i fratelli musulmani?

perché dovrei preoccuparmi?

vedo migliaia, ma centinaia di migliaia, ma alcuni milioni di egiziani
che o sono dei gran simulatori oppure sono felici come delle pasque

perché la gioia della gente
dovrebbe procurarmi angoscia?

certo da qui non si capisce niente
certo da qui è facile
tirarsi un po’ su il morale
con tutto quello che gli è costata una rivoluzione
(su “Repubblica” dei giornalisti in gamba hanno calcolato
quanto costa al giorno la rivoluzione
insomma quasi nessuno se la può permettere una rivoluzione
salvo quei poveri cristi di tunisini ed egiziani
– a quanto pare
costa un fottìo –

io capisco questo calcolo difficile che non so fare
d’altra parte mi viene da dire che anche senza il finanziere europeo
gli egiziani lo sanno che la rivoluzione costa
perché gli ammazza le persone
che in genere è il costo massimo
che umanamente si può calcolare

poi possiamo stare tranquilli con la rivoluzione egiziana
sono le rivoluzioni come piacciono agli Stati Uniti e agli altri
che ci capiscono a fondo
le rivoluzioni pacifiche
perché è bene che un centinaio di persone si faccia ammazzare
ma senza fare troppo casino
certo le rivoluzioni pacifiche sono belle anche se grondano sangue
ma è solo sangue del popolo niente di grave
non è che hanno ammazzato Mubarak o un altro politico
perché questo sì che sarebbe stato grave, un atto non di democrazia
ma di terrorismo
ma sono stati ammazzati solo un centinaio di egiziani qualunque
chi vuol essere pacifico nella rivoluzione
deve metterlo in conto che all’inizio si fa ammazzare
e se finisce bene alla fine non l’ammazzano più

(comunque questa moda delle rivoluzioni democratiche africane
queste rivoluzioni democratiche arabe così à la page
in mezzo a tutti
questi musulmani antidemocratici, mi chiedo ancora
come abbiano fatto anche qui sarà una gran simulazione
di questi arabi fingono di amare la libertà fanno le rivoluzioni
ma a vederli mentre gli sparavano contro
sembrava che facessero davvero…)

però mi fanno sognare anche se io non conosco niente
ho parlato una volta
con un egiziano che mi metteva le piastrelle sul balcone
c’era questo egiziano mi ha detto che sono in tanti nell’edilizia
aveva proprio i baffi come uno si aspetta da un egiziano
ma anche se era musulmano era simpatico e gentile
e faceva bene il lavoro il suo capo era il vicino di casa italiano
che poi il condominio gli ha fatto causa
ma quell’egiziano ora va in giro contento
e io sono contento per lui
perché anche se un italiano con la pressione bassa e poco sangue al cervello
gli dice che lui deve tornare sul cammello per il rispetto delle regole
che noi italiani in Italia sulle regole è peggio dei tedeschi in Germania
e che lui invece è un egiziano con la poligamia
e tutto quell’incredibile vespaio di problemi connessi al fatto
che sei nato in un cazzo di paese musulmano
che quando arrivi in Europa ti ritrovi un portatore mondiale di problemi
ebbene quell’egiziano lì secondo me guarda l’italiano con la pressione bassa
e pensa
“ma zitto tu: venti anni di fascismo, quarant’anni di democrazia cristiana
altri vent’anni di Berlusconi
e non hai mai fatto una cazzo di rivoluzione
democratica e di popolo
né pacifica né a martellate
e c’hai ancora tre o quattro mafie che spadroneggiano nel tuo paese
più il vaticano
io sono un egiziano
il mio popolo ha cacciato lo zio di Ruby
con l’esercito in piazza e la polizia che ammazzava”

che è un discorso un po’ brutto da farsi
tra un egiziano oggi e un italiano oggi
ma almeno l’egiziano lo pensa
e a volte lo penso pure io che sono italiano
che il più lungo 68 d’Europa non è cha lava via tutto
che i partigiani non è che lavano via i repubblichini
e tutti i fascisti dei vent’anni di prima
che il governo d’Alema non lava proprio niente, ecc.

beati quelli che hanno il popolo mi dico
noi ci hanno detto i pensatori radicali
meglio avere la moltitudine
che però la moltitudine
alla fine le prende sempre in piazza

noi ci resta il corpo del capro

ma oggi sono contento
perché c’è un popolo che ha rotto i coglioni
a tutta l’intelligence araba israeliana statunitense europea
non hanno avvisato nessuno
non hanno chiesto il permesso
completamente imprevisti e guastafeste
con la loro festa di popolo democratica
sono davvero felici orgogliosi contenti
mi fanno davvero sognare
su quella vecchia faccenda
che mi hanno insegnato a scuola
vi ricordate?
… come si chiamava… ?
“sovranità popolare”, credo….

.

11 febbraio 2011

[P.s. Anche la rivoluzione scorsa, quella tunisina, avevo brindato, mandandovi una cartolina.]

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59 Responses to Poesia civilizzata sul popolo egiziano

  1. Luigi B. il 12 febbraio 2011 alle 12:07

    Ah, quanti piccioni con questa fava!

    Luigi B.

  2. caracaterina il 12 febbraio 2011 alle 12:32

    Ecco, mi sono commossa. Maledetto ingles e la tua lingua umana!

  3. andrea inglese il 12 febbraio 2011 alle 12:47

    a luigi,
    ma qual fava! (è il caso di dirlo)

    a caracaty
    anche a me è venuta la bruschetta nell’occhio ieri sera

  4. enrico dignani il 12 febbraio 2011 alle 13:16

    Il minor biasimo per chi ruba ha forse qualche relazione col progredire delle teorie contrarie alla proprietà individuale; ma tale relazione non è punto sicura; invece appare molto più chiara quella colla democrazia e col suffragio universale. (Vilfredo Pareto)

  5. jan reister il 12 febbraio 2011 alle 13:34

    Ah che bella cartolina, Andrea, e che lezione di democrazia!

  6. Luigi B. il 12 febbraio 2011 alle 13:51

    @ Andrea: non ho colto il tuo commento oppure mi sono espresso male. Era un apprezzamento, più che per lo scritto in sé, per:

    l’argomento trattato
    l’elogio ad una rivoluzione (senza scaturire in una apologia della violenza)
    la critica alla società occidentale in generale
    la critica alla società italiana in particolare
    l’individuazione della nostra piccolezza
    l’individuazione della piccolezza dei meccanismi mediatici
    l’omaggio ai morti ammazzati, da ora in poi solo numericamente individuabili
    la questione della poesia, del pubblico e del linguaggio del poeta di cui si parlava la scorsa settimana.

    Luigi B.

  7. […] This post was mentioned on Twitter by Francesco Cingolani, nazioneindiana. nazioneindiana said: Poesia civilizzata sul popolo egiziano: http://bit.ly/i7WRT5 [andrea inglese – 12 febbraio 2011] […]

  8. fabio teti il 12 febbraio 2011 alle 14:24

    eccola la lettera *della* Reinserzione!

  9. andrea inglese il 12 febbraio 2011 alle 14:47

    no, luigi, avevo inteso bene lo spirito del tuo commento, la mia era sola una variante sull’immagine che hai usato…
    volevo ribadire solo che è proprio l’evento in sé, che ha una portata davvero vasta, tale da sollecitare una riflessioni a più piani, ecc.

  10. natàlia castaldi il 12 febbraio 2011 alle 15:13

    aspetto quella dalla Libia, che dall’Italia sarebbe chiedere troppo, ahinoi.

  11. maria il 12 febbraio 2011 alle 16:31

    Intervista a Le Goff : “Oggi è storia Per il mondo arabo è una grande rivoluzione”

    “Un tiranno cacciato senza veleno né spada”

    Intervista di Pietro Del Re a Jacques Le Goff da La Repubblica del 12 febbraio 2011

    La scomparsa di re o tiranni avviene di rado con una sollevazione popolare. Soprattutto in quella parte di mondo. L´unico precedente è la caduta dell´ultimo sultano turco, che però fu costretto all´esilio dall´esercito di Atatürk.

    «No, non me l´aspettavo proprio: quanto accaduto in Egitto e in Tunisia è grande una novità per i Paesi arabi, una prima assoluta nella storia di quel mondo». Appare davvero stupito il celebre medievalista francese Jacques Le Goff, al quale chiediamo di scandagliare la Storia con la sua memoria e la sua erudizione per fornirci analogie con quanto accade in queste ore al Cairo. «La scomparsa brutale di re, imperatori o tiranni è quasi sempre passata attraverso l´omicidio o le rivoluzioni di palazzo, e molto più raramente grazie a una sollevazione popolare. Soprattutto in quella parte di pianeta».

    Professor Le Goff, la fine di Mubarak non ha proprio nessun antecedente?

    «Nessuno. Salvo, forse, la caduta dell´ultimo califfo turco, Abdul Mejid II, che però fu costretto all´esilio più dall´esercito di Atatürk che da un sollevamento popolare. Diverso è quanto accaduto in Africa centrale, dove re e capi tribù sono stati, essi sì, scacciati da rivolte di popolo, in paesi come il Benin o il Congo».

    E che cosa è successo altrove, in Europa, per esempio?

    «Mi vengono in mente almeno tre esempi francesi. L´ultimo re di Francia, Luigi XVI, prima di essere condannato a morte dal parlamento e decapitato, fu vittima della rivoluzione del 1789, che può essere considerata un sommovimento popolare».

    E gli altri due?

    «Carlo X, ultimo re della dinastia dei Borboni, fu spodestato nel 1830 dal popolo parigino. Allora la rivolta durò tre giorni, entrati nella storiografia con il nome dei “tre gloriosi”, perché così fu intitolato lo splendido quadro con cui il pittore Eugène Delacroix immortalò quei moti. Dalla piazza fu detronizzato anche Luigi Filippo nel 1847».

    Ci fu poi la rivoluzione russa del 1917.

    «Certo, fu anche quello un imponente sollevamento popolare che fece cadere l´ultimo zar di tutte le Russie, Nicola II».

    Torniamo all´antichità. Quali eventi le propone la memoria?

    «Possiamo perfino risalire ai tempi biblici, quando Saul, primo re del Regno d´Israele, fu cacciato dalla folla e sostituito da David. Penso anche al grande re babilonese Nabucodonosor, noto per aver conquistato e distrutto Gerusalemme e il suo tempio, e che dal 605 a.C. regnò per 43 anni. Ebbene, fu anche lui detronizzato dalla piazza di Babilonia».

    E in Italia?

    «Nel 1343, i tumulti di Firenze fecero cadere il Signore della città».

    Dalla rivolta dei mercenari di Cartagine a quella cinese dei “Sopraccigli Rossi” e dai Vespri Siciliani a quella delle Quattro giornate di Napoli, le ribellioni sono state numerose nella storia dell´umanità. Ma quante hanno ottenuto l´esito sperato?

    «Dai tempi dell´Antica Grecia solo molto poche sono riuscite a rovesciare un re o un despota. Nei secoli scorsi, gli espedienti più diffusi per sbarazzarsi di un sovrano erano piuttosto il veleno o la spada. Perché? Perché è sempre stato più facile pagare un sicario che mobilitare una folla. Mi riferisco all´assassinio del re d´Inghilterra Eduardo IV, e quello del re di Francia Enrico IV. Ma poteva anche capitare che un monarca fosse vinto in battaglia. Accadde all´inglese Carlo I e all´imperatore francese Napoleone III, il quale nel 1870 fu duramente sconfitto dai prussiani a Sedan. A causa di quella catastrofe militare, a Parigi venne rapidamente decisa la deposizione dell´imperatore. Con lui finì il Secondo Impero».

    Ma ci sono stati anche sommovimenti repressi nel sangue, o comunque abortiti prima di raggiungere lo scopo voluto.

    «Certo. Le faccio l´esempio del borghese Etienne Marcel, che condusse il primo moto rivoluzionario della storia di Parigi. Il 22 febbraio 1358, con un folto gruppo di suoi partigiani, invase il palazzo del Delfino, obbligando quest´ultimo a rinnovare la Grande Ordonnance, un testo legislativo promulgato dagli Stati generali di Francia che prevedeva la ristrutturazione dell´amministrazione regia. Diventato padrone assoluto di Parigi e sostenuto dalla borghesia, Etienne Marcel tentò quindi di far abbracciare la propria causa anche alla provincia. Il Delfino, però, era nel frattempo riuscito a fuggire e a mettere Parigi sotto assedio. Il 31 luglio 1358, Marcel fu ucciso da un sostenitore del Delfino

  12. georgia il 12 febbraio 2011 alle 16:42

    natalia al momento c’è l’Algeria, la libia è più difficile per via della sua struttura ancora in rigide tribù (ma tutto è possibile si vedrà il 17)

  13. andre ser il 12 febbraio 2011 alle 16:53

    Il vento non porterà via tutto. Suggestivo, nonostante l’enfasi esagerata.

  14. natàlia castaldi il 12 febbraio 2011 alle 17:03

    Georgia, volevo proprio dire Algeria :) sorry 4 d: lapsus.

  15. Stelvio Di Spigno il 12 febbraio 2011 alle 17:11

    E’ una poesia extraterrena: appunto: civilizzata, anche stilisticamente, per quelle lunghe scansioni in prosa, ma in-civile, in senso pasoliniano. I partigiani non cancellano i repubblichini; persino se si è missino questa frase fa impressione, perché la comicità amara di questo testo ci dice che le cose non vanno perdute, si ricomincia sempre daccapo, e, per dirla con Fortini, solo ciò che non è mai accaduto non si ripeterà. E qui da noi (Andrea, te beato, sei in salvo dopo la natural burella delle Alpi, in Francia), è avvenuto di tutto. Forse questo è uno dei possibili poli/sensi di questa sinfonia in forma di versi. Bravo Andrea. Stelvio.

  16. natàlia castaldi il 12 febbraio 2011 alle 17:36

    @Georgia: però anche il compagno di merende non sarebbe male, eh!? – sarebbe proprio una bella cartonlina.

  17. enrico dignani il 12 febbraio 2011 alle 18:29

    Repubblica italiana.

    Sembra opportuno.

    La politica,
    tutto l’arco costituzionale,
    va sospeso,
    per incapacità manifesta
    a ripristinare una situazione
    di normale virtuosa
    amministrazione pubblica.
    La dialettica furbesca
    che promuove il saccheggio,
    la corruzione e quant’altro
    con destrezza,
    è la politica della politica.
    Un bel gigantesco resit
    fatto da militari
    e da buoni ed appropriati tecnici.

    Cos’altro ci resta?

  18. georgia il 12 febbraio 2011 alle 18:35

    dubito che il compagno di merende riescano a buttarlo giù facilmente (ma vedremo l’aria che tira il 17), però io penso che qualche suo simile vada anche lasciato altrimenti dove lo mandiamo? (israele col cavolo che se lo prende, putin neanche parlarne) se nessuno se lo volesse prendere ci toccherebbe tenercelo agli arresti domiciliari :-((((, invece sono sicura che gheddafi è disposto a preparare la camerina per gli ospiti con tanto di sofà e amazzoni … poi vedrai che pellegrinaggi di mora, fede, ostellino, stracquadanio … la russa no, quello va ricoverato perchè è pericoloso.

  19. robertobugliani il 12 febbraio 2011 alle 19:36

    senz’altro c’è da brindare per l’insurrezione popolare (o meglio del numero attivo, bisognerà pur parlarne di questo numero attivo che fa la storia, lasciando poi, a rivoluzione finita, al numero passivo l’amministrazione dell’esistente), ma c’è da seguirla, questa insurrezione, nei mesi a venire, perché obama e il dipartimento di stato si stanno riposizionando, cercano di recuperare il loro predominio sull’area con giochetti d’ogni tipo, e israele fino a quando “subirà” gli eventi? e per seguirla, un po’ di visione politica sui conflitti geostrategici e sulla transizione mondiale alla multipolarità (che purtroppo non sarà indolore), dopo la decina d’anni di monopolarismo usa, bisognerebbe considerarla

  20. georgia il 12 febbraio 2011 alle 20:21

    certo in africa si sta giocando una battaglia enorme che vede presenti tutte le grosse potenze mondiali, compreso la cina, anzi direi soprattutto la cina.
    Ad ogni modo obama si sta muovendo abbastanza bene, va ricordato che obama fra i paesi musulmani dove fare il primo discorso, scelse proprio l’egitto e promise … in fondo quello che ora ha fatto. L’egitto è un paese molto importante sia per la politica africana che per quella del medioriente e quindi di consguenza di tutto il mondo. Uno stato veramente democratico in egitto sarebbe una grande vittoria per obama e soprattutto direi per tutto il mondo arabo e mediterraneo. Una unione del mediterraneo da unire, ma anche contrapporre, all’europa, sarebbe una cosa molto interessante sia per noi del mediterraneo che per gli usa (sempre che siano governati demcraticamente e non a suon di bombe come ai tempi dei neocon)
    Io però parlerei proprio solo di Obama perchè è Obama che ha voluto appoggiare la protesta, se era per la Clinto (dipartimento di stato) lasciavano anche fare una strage a mubarak, pur di tenerselo stretto. Poi anche la clinton ha dovuto piegarsi alla politica del presidente.
    Ad ogni modo gli interessi nella zona sono talmente tanti che potrebbe succedere di tutto.

  21. Luigi B. il 12 febbraio 2011 alle 20:36

    Il popolo, dopo aver manifestato, sta ripulendo l piazza, i muri, i monumenti. Ulteriore lezione di civiltà. Fra un po’ gli emigranti saremo noi. Tutti in egitto!

    Luigi B.

  22. Luca T il 12 febbraio 2011 alle 21:43

    Ieri sera dopo lo spettacolo teatrale al Ringhiera entro in una pizzeria. La televisione è accesa e sintonizzata su un canale arabo, mostra la folla in piazza. Riconosco Tahrir Square, la mia scuola, quando facevo la prima media al Cairo era lì vicino. Ascolto un po’, guardo i ragazzi, mi chiedo cosa possa pensare il pizzaiolo arabo. Mi avvicino e gli chiedo se è contento delle dimissioni del dittatore. Fa un sorriso d’imbarazzo. Non capisco. Non parla, mi sento a disagio, forse ho fatto la domanda sbagliata.

    Mi dice che lui ha paura, lui è copto, ha parenti e amici cristiani giù in Egitto, non sa cosa può succedere ora. Ne hanno fatti fuori venticinque a dicembre, lo sai, mi dice. Non è tutto oro quello che vedi. Non so se la dittatura finisce. Cosa ci sarà adesso. Facile esultare, quelli sono tutti ragazzini, Mubarak garantiva l’ordine. Mi astengo dal giudizio, non so cosa ha subito in quanto cristiano, tento di capire i suoi timori. Vediamo cosa succede.

  23. andrea inglese il 13 febbraio 2011 alle 02:17

    Luca T
    Facile esultare, – già, ma quando dobbiamo esultare: per la missione in Afghanistan, per l’Iraq, per i regimi che mantengono l’ordine come in Iran, tramite torture ed assassini, quando si deve esultare? solo quando il duce si affaccia dal balcone? o quando la squadra del cuore segna?

    quelli sono tutti ragazzini, – una scrittrice italiana, infatti, scrisse un giorno un libro di poesia straordinario, e s’intitolava proprio “Il mondo salvato dai ragazzini”

    Mubarak garantiva l’ordine – tutti i tiranni i dittatori della storia si giustificano attraverso il mantenimento dell’ordine
    solo che è uno strano concetto di ordine quello che implica la tortura l’incarcerazione dei dissidenti l’esecuzione dei nemici politici

  24. andrea inglese il 13 febbraio 2011 alle 02:25

    a roberto bugliani
    “e per seguirla, un po’ di visione politica sui conflitti geostrategici…”
    certo roberto, è vero, la visione politica sui conflitti geostrategici, ma mi permetti almeno per un paio di giorni di ridermela della geopolitica e degli esperti geostrategici?
    I mesi precedenti il 68 nessuno aveva presentito nulla.
    I geopolitici-geostrategici di professione non avevano presentito nulla della Tunisia e dell’Egitto.
    Il mondo della finanza (tranne pochissime eccezioni) non aveva presentito la bancarotta dei subprime.
    Vogliamo per un attimo contemplare fino in fondo una carattere ineliminabile del divenire storico: ossia l’imprevedibilità degli eventi, che nessun sapere geopolitico potrà sormontare?

  25. luigi weber il 13 febbraio 2011 alle 10:28

    Che bella, bella, bellissima poesia, Andrea. Grazie. Dice tutto quel che avrei voluto fosse detto, in questi giorni. Specie nell’apostrofe dell’egiziano all’italiano.
    Perché sai, sempre più spesso, andando a scuola, vedo degli italici ragazzi viziatissimi, a cui davvero non interessa altro che il loro taglio di capelli, l’altezza dei loro pantaloni cascanti, i videogiochi, il GF, ma che si atteggiano, con una spocchia insopportabile, non solo a “superiori” rispetto agli “stranieri” perché hanno i soldi. Quello, te lo dico sinceramente, lo troverei odioso, ma alla fin dei conti spietatamente comprensibile. No, si atteggiano a “superiori” perché “noi qua c’abbiamo una civiltà superiore”. Come se qualcuno di loro parlasse la stessa lingua di Dante o di Machiavelli per proprio merito. Come se qualcuno di loro fosse erede spirituale di qualcosa, e non lo sono di niente, invece. Ma proprio di niente. Se non della volgarità di una nazione diventata faro nel mondo solo di arroganza, violenza, stupidità, corruzione.

  26. renatamorresi il 13 febbraio 2011 alle 13:52

    chapeau!

  27. luca765 il 13 febbraio 2011 alle 18:23

    I prossimi regimi a cadere:
    – Gaza
    – Teheran
    – Damasco, anche se molto difficile

  28. sparz il 13 febbraio 2011 alle 19:34

    Inglès! Grande, ancora, il prossimo paese, dopo l’Egitto? Un po’ più a nord? A nord-ovest? Un bel nord-ovest inclinato, sfiorando Creta? Eh?

  29. robertobugliani il 13 febbraio 2011 alle 23:44

    @ andrea,
    d’accordo, un po’ di tregua sulla geostrategia è meritata, e durante le feste si balla e si canta, dopodiché ritengo importante ributtare un occhio sui conflitti geostrategici attuali, perché saranno quelli che decideranno le sorti dell’unico mondo che abbiamo. E in tema di geostrategia mi riferisco alle voci e ai blog fuori dal coro dei funzionari della geostrategia, gli esperti governativi e nato pagati per raccontar favole.
    E, en passant, devo dirti che da perfetto e pervicace ingenuo mi stupisco ogni volta, cioè praticamente sempre, che quotati opinionisti e giornalisti di sinistra e oratori del palasport e talk show del giovedì sera (ma anche di altre sere a scelta) sollevano il palcoscenico delle vicende politiche italiane (quelle che si svolgono di giorno, naturalmente) e ce ne mostrano la scena calcata solo da attori italiani. Mai uno attore straniero di passaggio. Lo trovo ridicolo.

  30. andrea inglese il 14 febbraio 2011 alle 00:01

    a roberto bugliani
    “E, en passant, devo dirti che da perfetto e pervicace ingenuo mi stupisco ogni volta, cioè praticamente sempre, che quotati opinionisti e giornalisti di sinistra e oratori del palasport e talk show del giovedì sera (ma anche di altre sere a scelta) sollevano il palcoscenico delle vicende politiche italiane (quelle che si svolgono di giorno, naturalmente) e ce ne mostrano la scena calcata solo da attori italiani. Mai uno attore straniero di passaggio. Lo trovo ridicolo.”
    Sì, completamente perduti, avvitati in noi stessi. Che pena.

    a luigi w
    queto “fantasma” della civiltà superiore io lo sento moltissimo, in ogni riga di giornale, nei programmi televisivi, e persino in strada, e tanto più in un momento, come dici tu, in cui – non solo i più giovani – ci troviamo con l’eredità del niente: sprovvisti di idee, coraggio, capacità di metamorfosi e invenzione…

    caro stelvio,
    parli di poesia incivile pasoliniana: la cosa mi piace… è quasi una non poesia, questa, una poesia minore e tutta d’occasione, una poesia giornalistica, che mi piacerebbe ricordasse davvero un po’ le poesie-giornalistiche dell’ultimo Pasolini di Transumanar….

  31. Ennio Abate il 14 febbraio 2011 alle 12:43

    DAN-NAZIONE INGLESE-INDIANA!
    Samizdat di E.A.

    Caro Andrea Inglese,
    mi scuso per questa mia incursione incivile in Nazione Indiana. Le cose fuori dai denti che di seguito dirò forse oggi ti entreranno da un orecchio e usciranno dall’altro, ma io le invio a quel giovane che avevo conosciuto come studioso di Fortini e di Majorino, due scrittori vecchi più di me, ma che, in misura diversa e con scelte politiche e stilistiche diverse, non si erano/sono assoggettati alla democrazia pluralista di cui in questo sito senza bussole si discute.
    La tua «poesia civilizzata/ in lingua umana, tutta scaturita da dentro», con il suo «contenuto» pur esso «in lingua umana», non mi è piaciuta. È ben scritta. Si “capisce” dall’inizio alla fine. Ma che me ne faccio della forma “bella” e “comunicativa”, se trasmette il pessimo e falso (per me) messaggio politico che in Egitto, con l’aiuto di Obama e degli USA, il “popolo” o “la gente” ««si fa la democrazia da sola», come se fosse in un paese liberato dai suoi invasori o dittatori?
    Sì, forse non t’intendi di «diplomazia e geopolitica», ma se si decide di scrivere di certe cose, poeta o non poeta, bisogna un po’ conoscerle Tu hai deciso di parlare in poesia dell’Egitto d’oggi. Bravo. Alla realtà, alla politica, alle guerre in corso, ai drammi della Tunisia, dell’Egitto, dei palestinesi, ecc. tanti poeti lotofagi neppure ci pensano. Scusandosi e purtroppo scusati in nome della Poesia. Tu, invece, ne parli. E te ne do merito. Ma in che modo? Che escamotage inverosimile ed equivoco, è questo tuo parlarne mimetizzandoti nell’ideologia di «un tipo qualunque», di «un uomo medio irresponsabile» che dice di non preoccuparsi dei «fratelli musulmani»! Credi di farti ascoltare di più dai veri tipi qualunque e uomini medi irresponsabili che si fanno difendere dai «bossi borghezio dell’utri e ghidini» o li votano comunque come il male minore?
    Spiegami poi, per favore, dove la vedi tu questa «cacciata dello zio»? Mubarak («lo zio di Ruby») ha manovrato, patteggiato, sistemato in segreto i suoi affari, puntato i piedi, ricattato ed è uscito di scena (e ancora non sappiamo bene perché), non senza aver lasciato la sua brava scia di sangue; e tu parli di «cacciata»? A me pare una cazzata. E il vero zio, di cui dovremmo preoccuparci di più, lo zio Sam (Usa), tu lo esalti o gli dici pure: Bravo! Bravo! Perché lui, sì, avrebbe mostrato « una certa reattività almeno retorica/ almeno simbolica» (quella che piace tanto ai letterati!) e che «negli europei poverini/ è andato perduta»?
    Ma come ignorare che l’obiettivo perseguito da Bush con la guerra (il bastone) Obama continua a perseguirlo con guerre e belle parole? E che la “democrazia” imposta con la guerra “umanitaria” è lo stesso sistema di dominio che Obama continua a voler imporre in Nord Africa, in Medio Oriente, con gli intrighi, l’appoggio strumentale alle dissidenze più o meno spontanee e il restauro di dittature fino a ieri coccolate ma ormai inservibili e agli sgoccioli? C’è bisogno di essere raffinati geopolitici o geostrateghi per vedere come gli USA manovrano tutto sommato ancora indisturbati quanto c’era da manovrare nell’evento egiziano prima, durante e in vista del dopo di cui nessuno sa.
    Dove la vedi, scusa, questa «gente» che««si fa la democrazia da sola»? Io vedo minoranze, certamente coraggiose e ammirevoli ma senza guide politiche (che non s’improvvisano dall’esterno, che non basta siano intellettuali di fama internazionale). Vedo preoccupato che o per ingenuità e inesperienza o per necessità (in mancanza di meglio) sono costrette a fidarsi o a subordinarsi a quello stesso esercito fino a ieri al servizio di Mubarak e che è stato formato, addestrato, equipaggiato, finanziato ed è ancora teleguidato dagli USA. Hanno il coraggio, hanno l’entusiasmo (sono giovani) queste minoranze, ma – ahimè! – non hanno teste politiche pensanti e forze militari che rispondano ai loro bisogni.
    Dove lo vedi, allora, questo «popolo», che avrà, sì, «rotto i coglioni» per un po’ di giorni «a tutta l’intelligence araba israeliana statunitense europea», ma non ha rotto una sola rotellina della macchina statale egiziana-statunintese, che appena riassettata e rodata gli farà nuovamente la «festa», prevedibilmente non «democratica»? E del resto come potrebbe farlo se, appena stava aprendo gli occhi, glieli incerottano con promesse di elezioni e altre fetenzie del genere, con noi qua ad applaudire perché fanno la”rivoluzione”?
    Come si fa ad essere contenti per come stanno andando le cose in Egitto o in Tunisia (o qui da noi)? Come si fa a scrivere che la democrazia dovrebbe essere «bella anche quando ce l’hanno gli altri», come se tu/noi qui ce l’avessimo? (Ce l’abbiamo, sì, quella parlamentare, con tanto di voto, ecc. Non faccio il pignolo. Ma a cosa si è ridotta?)
    E tu sei contento perché gli esperti (consulenti militari statunitensi, polizie politiche etc) «c’hanno i coglioni girati»? Ti contenti di poco. Una volta non si era contenti fino a quando certi coglioni non fossero stati tagliati o resi inoffensivi. Sei contento perché « le cancellerie europee hanno dovuto/ riscrivere ponderando un sacco di discorsetti»? Ma è il loro mestiere. Sei contento e giudichi «un discorsetto che fila» il seguente da te citato:

    “La Commissione europea crede fermamente che lo stato di diritto, il rispetto dei diritti fondamentali, elezioni libere ed eque, una democrazia pluralista poggiante su una società civile attiva, sono i migliori strumenti per raggiungere stabilità e prosperità.”

    Un discorsetto che fila? Ma lo vedi/ lo vediamo a chi dà stabilità e prosperità questa «democrazia pluralista» ? Qui da noi e non solo nell’ex Egitto di Mubarak e in quello che i suoi soci stanno preparando? E che brutto slogan da terzomondismo spompato hai tirato fuori: «“egiziani fateci sognare/ toglieteci un po’ dalle nostre miserie». Fateci sognare? Ma se siamo sempre a sognare! Avessi scritto almeno: Fateci svegliare! Li vedi « felici come delle pasque»? Oggi. Aspetta tra qualche mese…

    Un caro saluto
    Ennio

    Postilla:

    Cari commentatori di Dann-Nazione Indiana,
    ma perché esultate? Ah, sì capisco questa che vi dà Inglese è l’unica « lezione di democrazia» che potete accettare. Per voi, cresciuti nell’antiberlusconismo alla Veltroni, alla Bertinotti, alla Ferrero, l’«elogio ad una rivoluzione» va bene solo se, come ha fatto Andrea, non “scaturisce” « in una apologia della violenza». E se la “lezione” viene condita con una spruzzatina di «critica alla società occidentale in generale», un pizzico di «critica alla società italiana in particolare», una manciata di «individuazione della nostra piccolezza» e della «piccolezza dei meccanismi mediatici». Critica questa? Poesia civile o civilizzata questa? Riflessione « a più piani» questa? No, solo risata irresponsabile «per un paio di giorni» .
    Sì, Stelvio [Di Spigno], questa è davvero «poesia extraterrena». Ma nel senso negativo che non tiene affatto i piedi per terra. È poesia «civilizzata», ma nel senso insopportabile del democratico politicamente corretto di moda solo nel pezzo d’Italia americanizzato e obamiano. Va’ oltre le «lunghe scansioni in prosa» di Andrea! Non tirare in ballo Pasolini e Fortini, come se fossero i gemelli Castore e Polluce. Non credo che questa poesia “civilizzata” sarebbe piaciuta a Fortini. Voi giovani, che pur ancora lo leggete, dimenticate sistematicamente che fu un comunista, un ammiratore di Lenin e alla cazzata della «democrazia pluralista», che voi osannate o alla quale vi siete abituati, non credeva. E, per favore, non mettete sempre in sordina il fatto che per tutta la vita fece il braccio di ferro politico e poetico con Pasolini, che aveva ridotto Gramsci in «ceneri».
    L’unico posato e pensante (ma che ci fa in mezzo a voi una voce inascoltata nel deserto della vostra piccola democrazia da letterati un vero pellirossa tra tanti pelli-rosa?) mi pare Bugliani, che un po’ scettico dev’essere pure lui sulla panzana dell’ «insurrezione popolare» e che cautamente tenta di darvi la sveglia:

    «Obama e il dipartimento di stato si stanno riposizionando, cercano di recuperare il loro predominio sull’area con giochetti d’ogni tipo, e israele fino a quando “subirà” gli eventi? e per seguirla, un po’ di visione politica sui conflitti geostrategici e sulla transizione mondiale alla multipolarità (che purtroppo non sarà indolore), dopo la decina d’anni di monopolarismo usa, bisognerebbe considerarla».

    Ma voi volete sognare, cioè dormire, e tra i tanti salamelecchi e frivolezze che vi scambiate per e-mail su questo sito la sveglia neppure la sentite. Staccate Obama dall’apparato economico-industriale-culturale che lo tiene in vita e in alto e a cui deve rendere conto ad ogni passo di quel che fa (magari fino a un certo punto di quel che dice). E ne fate un eroe solitario e romantico « che ha voluto appoggiare la protesta» del popolo egiziano, come se fossimo nell’Ottocento. E che dire di questo commentatore che esalta il« popolo» perché « dopo aver manifestato, sta ripulendo la piazza, i muri, i monumenti» come un buon ecologista europeo! Ma dai!

    • jan reister il 14 febbraio 2011 alle 16:20

      Ennio, nel merito poetico ti risponderà se vuole l’autore.
      Tuttavia anche il realpolitico più livido e disilluso si sarà ormai accorto che il Egitto qualcosa è cambiato, in un modo che ieri non sembrava praticabile, no? Le cancellerie dovranno aggiornare come minimo i numeri di telefono, cambiare nomi nei faldoni, spiegare ai loro capi cosa ci faceva tutta quella gente in piazza, era una curiosa festa religiosa? un pellegrinaggio incomprensibile? e quella strana coincidenza, è solo perché Tunisia ed Egitto sono sullo stesso continente?
      Meno male che ci sei tu a spiegare ai commentatori di NI (tutta un’erba un fascio unico) che si scambiamo le email (?) addormentati, che la realtà è una sveglia complessa ed in salita, che la strada è ancora lunga dimenticandoti però che per parlarne in modo concreto qualcuno la deve pur imboccare, la strada.
      Per una visione estremamente critica dei fatti egiziani, cauta e pessimistica ti segnalo un articolo di Sherif El Sebaie pubblicato qui su Nazione Indiana pochi giorni fa, prima delle dimissioni di Mubarak e della festa del Cairo. L’autore sul suo blog sviluppa ulteriormente la sua tesi, se ti interessa.

  32. Ennio Abate il 14 febbraio 2011 alle 15:39

    Aggiunta al mio commento precedente:

    <<>>

    <<<L'esercito egiziano ha lanciato un ultimatum oggi alle decine di dimostranti riuniti a piazza Tahrir, epicentro del movimento che ha portato il presidente Hosni Mubarak alle dimissioni, intimando loro di abbandonare la piazza e di tornare alla vita normale, pena l'arresto.
    I soldati sono venuti a contatto ieri con i contestatori, mentre l'esercito cercava di riaprire al traffico le strade che portano alla piazza nel centro del Cairo. Alcuni dimostranti sono rimasti nella piazza, per ribadire le loro richieste di un sistema libero e democratico.
    I leader dell'opposizione hanno detto che gli egiziani scenderanno nuovamente in piazza se le loro richieste non dovessero essere accolte. In programma per venerdì c'è un'imponente "marcia della vittoria", per festeggiare la rivoluzione, e forse per ricordare ai militari la forza delle manifestazioni lungo le strade.
    I generali, infatti, stanno consolidando il loro controllo del Paese dopo la cacciata del presidente Hosni Mubarak, preparandosi oggi anche a vietare scioperi e ad ammonire che agiranno contro "il caos e il disordine".
    Lavoratori insoddisfatti stanno già facendo pressione per avere migliori contratti. Ci saranno elezioni libere e regolari in base a una costituzione rivista, ha annunciato l'esercito, senza indicare scadenze e dicendo che resterà al potere "per un periodo limitato di sei mesi o sino alla fine delle elezioni per la Camera alta e bassa del Parlamento e le elezioni presidenziali".

  33. mariapia il 14 febbraio 2011 alle 16:18

    Caro Andrea!Quando si dice il tempismo…
    Ma insomma: meglio di un agit prop, la civilissima poesia in lingua umana, e per tempo…O meglio “essere l’esatto battito al minuto del secolo?
    Ma qui ci sposteremmo, tra *l’attuale* e *il contemporaneo*, is not it?
    Maria Pia Quintavalla

  34. andrea inglese il 14 febbraio 2011 alle 16:21

    Caro Ennio,

    difficile risponderti. Primo perché ti conosco. Non è certo la prima volta che ci confrontiamo, e anche se condividiamo molto sul piano politico, poco c’intendiamo sull’articolazione di politico e poetico. Tu parti dicendo che questa poesia ha una “bella forma”… E già parti sul piede sbagliato. Questa poesia ha poca forma, ha un non-stile, è quasi una non-poesia. Ma a te interessa altro. Il tuo ragionamento lo capisco benissimo. Perché lo trovo in gran parte giusto. Salvo un paio di punti importanti, in cui si aprono distanze abissali.

    Ma torniamo ancora un attimo alla poesia. Tu sei molto attrezzato Ennio nell’analisi politica, ma fattelo dire: sei meno attrezzato nella lettura di un testo letterario. La figura che ho messo in campo, è un personaggio: non l’autore. E questo personaggio si presenta come un “candido”. Usa la sua innocenza per poter dire con più libertà una serie di cose. Ma so che tu nella lettura non vai molto per il sottile, e quindi ti perdi sempre molto di quanto offre la poesia.

    Veniamo all’Egitto. Se mi vieni a fare lezioni sull’imperialismo statunitense, ti prego di leggerti prima questo mio intervento – http://www.nazioneindiana.com/2011/02/01/disordine-capitalistico-e-popolo-minore-note-sullamnesia-mediatica/ – uscito nell’ultimo alfabeta2, e poi ne parliamo.
    Quello che tu mi dici sull’Egitto, gli USA ecc., l’esercito, è già nella poesia: basta leggerlo qui:

    “ma quello yankee di Obama
    malgrado tutto il lavoro lercio
    che hanno fatto e vorranno fare ancora
    i soliti consulenti dell’Intelligence
    i supervisori diplomati in tortura
    terrorismo di stato censura telematica…”

    Attento ai tempi dei verbi, Ennio. In poesia, anche un futuro è decisivo.
    Quindi buona parte della tua ramanzina è inutile, perché se avessi letto meglio non me l’avresti fatta.

    Ovviamente tra le cose che ti sfuggono, nella decodificazione di un testo, c’è l’ironia. E so che tra le tue virtù, non è quella in cui eccelli.
    Scrivi:
    “Sei contento perché « le cancellerie europee hanno dovuto/ riscrivere ponderando un sacco di discorsetti»? Ma è il loro mestiere. Sei contento e giudichi «un discorsetto che fila» il seguente da te citato:
    “La Commissione europea crede fermamente che lo stato di diritto, il rispetto dei diritti fondamentali, elezioni libere ed eque, una democrazia pluralista poggiante su una società civile attiva, sono i migliori strumenti per raggiungere stabilità e prosperità.”
    Un discorsetto che fila? Ma lo vedi/ lo vediamo a chi dà stabilità e prosperità questa «democrazia pluralista»?”

    Ironia, ossia una figura retorica tipica della scrittura letteraria, Ennio. Nulla di così complicato da decodificare. Ma bisogna almeno riconoscerla.

    Ma veniamo al punto, dove siamo distanti anche sul piano politico. Secondo te non c’è nulla da festeggiare, perché quello che è avvenuto in Egitto :

    1) è un non evento

    2)Mubarak non è stato cacciato se n’è andato perché così gli faceva comodo

    3) gli egiziani poverini sono giovani senza teste politiche e illusi

    E qui t’incollo il passo della tua lettera, l’unico passo di natura politica che davvero ci divide radicalmente. Un passo in cui emerge la solita arroganza dell’intellettuale europeo quando parla di altri popoli, di situazioni che non conosce o conosce troppo poco. Vedi, almeno io mi sono messo la maschera dell’ingenuo, perché volevo festeggiare con gli egiziani e contro le nostre classi dirigenti. E se ci pensavo su troppo, come hai fatto, tu, perdevo questa bella occasione.
    Eccolo:

    “Dove la vedi, scusa, questa «gente» che««si fa la democrazia da sola»? Io vedo minoranze, certamente coraggiose e ammirevoli ma senza guide politiche (che non s’improvvisano dall’esterno, che non basta siano intellettuali di fama internazionale). Vedo preoccupato che o per ingenuità e inesperienza o per necessità (in mancanza di meglio) sono costrette a fidarsi o a subordinarsi a quello stesso esercito fino a ieri al servizio di Mubarak e che è stato formato, addestrato, equipaggiato, finanziato ed è ancora teleguidato dagli USA. Hanno il coraggio, hanno l’entusiasmo (sono giovani) queste minoranze, ma – ahimè! – non hanno teste politiche pensanti e forze militari che rispondano ai loro bisogni.”

    Sei andato tu, vero, Ennio, in piazza a confrontarti con la polizia di Mubarak, a rischio di farti sparare addosso? Immagino di sì, dal momento che non lo hanno fatto, loro, gli egiziani? Oppure quei manifestanti che abbiamo visto sono tutte controfigure della CIA, che ha deciso così, di punto in bianco, di sbarazzarsi di Mubarak? O forse tutta la faccenda egiziana non è altro che un giochino che hanno fatto Mubarak, lo zio Sam e qualche europeo a tavolino. Per te il popolo non conta un cazzo! Poverini sono “ingenui”, poverini sono “senza esperienza”, poverini “in mancanza di meglio”… Ma non ti rendi conto, nella tua arroganza, nel tuo angusto teoremino marxista, di quello che delle persone comuni sono riuscite a fare? Rischiando la vita? E senza nessun librettino rosso, giallo o verde sotto il braccio? Senza l’avanguardia marxista-leninista o islamista, come te la immagini tu? E chi ti ha detto che non esistono le teste politiche? Avanti! Spiegamelo! Quanto sei stato in Egitto per raccogliere informazioni sulle reti d’opposizione? Sulle diverse correnti democratiche? Quali informazione hai per parlare dell’universo degli intellettuali egiziani? La stampa italiana? Ti basi per giudicare se esiste una coscienza politica nell’Egitto attuale sulla TV e la stampa italiana? Non credi che dovresti essere un po’ più cauto, un po’ più modesto? Qui in Francia il mondo arabo è presente non sole come problema dei dannati immigrati che sporcano, vogliono le moschee, rubano il lavoro, rubano e basta. Qui in Francia il mondo arabo ha almeno la possibilità di mostrare il suo volto intellettuale. O pensi che gli intellettuali non esistano in Egitto? Pensi che quelli per strada siano dei generosi imbecilli!

    Sottolinei, inoltre, che questi contestatori sono “giovani”! Ma bravo. La sollevazione mondiale del 68 l’hanno fatta i sessantenni! Ma tu misuri tutto con il metro dell’Italia, che ha un tasso di natalità zero. Lo sai che in Egitto il 52% della popolazione ha meno di 25 anni? E che una fetta importante di questa popolazione (il 28%) sono studenti universitari (tra i 19 e i 24 anni). E chi vuoi che rivoluzioni la società: nonno Mohamed?
    Sugli esiti delle rivoluzioni, Deleuze ha detto la cosa definitiva: le rivoluzioni non sono mica dei programmi di partito, della campagne politiche ordinarie. Le rivoluzioni sono dei veri eventi. Il loro significato e valore sta ben al di là dei loro esiti, anche perché la maggior parte delle rivoluzioni sono destinate a fallire, ad essere tradite, ecc. Ma quello che è successo in Tunisia e in Egitto, comunque, ha cambiato il destino degli arabi. Ha aperto delle possibilità fino a ieri impensabili o che si credevano impossibili. E questo è stato fatto, caro mio, da loro. Non dalla CIA, non dalla polizia di Mubarak, non dal Mossad, non dalle diplomazie europee, non dai leader dei Fratelli Musulmani, non da ElBaradei, né tantomeno dagli intellettuali italiani anti-imperialisti come me o te.

    E che tu non sappia gioire di questo, non sappia capire quanto è comunque importante questo momento, è la tua tristezza. Goditela. Goditi il tuo saturnino sguardo sul grande meccanismo del potere mondiale dove nessuno spazio è lasciato all’imprevisto, a qualcosa che tu non sai, non hai capito, non puoi spiegare. Scrivila a loro una bella lettera. Al popolo egiziano che ha rischiato e perso la vita durante queste settimane: digli che ahimè i loro martiri non contano un cazzo, che c’è un nulla di fatto, che anzi sono morti per niente i loro martiri, in quanto nulla è cambiato. Scrivigliela. Che magari loro ti ascoltano.

    Un caro saluto

    Andrea

  35. la funambola il 14 febbraio 2011 alle 16:31

    molte grazie ennio abate
    molta confusione sotto questo cielo
    andrea inglese non me ne voglia

    copio e incollo da cdc
    DI STEPHEN LENDMAN
    uruknet.info

    Il verso contenuto in HMS Pinafore di Gilbert e Sullivan spiega bene cosa sta succedendo ora in Egitto e forse anche in altri posti della regione; infatti recita: “Di rado le cose sono come appaiono. Il latte scremato si maschera da panna fresca”.

    La rabbia viscerale che si vede per le strade è vera. Piuttosto, ciò che desta sospetto è chi sta orchestrando il tutto e Washington sembra star realizzando il cambio di regime, a lungo pianificato, in modo da cambiare i volti per proseguire con le vecchie politiche, lasciando intatti i problemi di fondo. Un copione ben conosciuto.

    Nel suo libro “Freedom Next Time”, John Pilger ha discusso del tradimento di Nelson Mandela nel Sud Africa del dopo apartheid, nell’accogliere ciò che lui ha chiamato “thatcherismo”, dicendo a Pilger: “ Lo si può etichettare come si vuole, anche Thatcherite ma di fatto in questo paese le privatizzazioni sono la regola fondamentale”

    Nel 1990, due settimane prima della sua liberazione, disse:

    “La nazionalizzazione delle miniere, delle banche e dei monopoli industriali fanno parte della proposta politica dell’ ANC e (pensare di cambiare) la nostra idea.. è inconcepibile. La concessione di potere economico alla popolazione nera è un obiettivo che ci poniamo, ma in questa situazione è inevitabile il controllo statale di alcuni settori.”

    Nel 1955, quell’idea diede origine alla Freedom Charter Policy dell’ANC. La sua battaglia per la liberazione non era solo politica ma anche economica. I minatori bianchi guadagnavano 10 volte più dei neri e i grandi gruppi industriali ricorrevano alle forze di sicurezza per far sparire i dissidenti, assicurando in questo modo l’ordine.

    Dopo l’apartheid un nuovo percorso si rendeva possibile; Mandela si prese la responsabilità di guidarlo rifiutando la logica del mercato ortodosso in cambio di giustizia economica. Nel 1994 i candidati dell’ANC vinsero con ampio margine le elezioni. Nonostante una transizione pacifica, non si è arrivati ad alcun cambio ma piuttosto al tradimento. I sudafricani neri diventarono ostaggi dei rapaci capitalisti. Lo sono ancora ed è molto peggio che durante l’apartheid.

    Anche il New York Times se n’è accorto con l’articolo, a firma di Celia Dugger, pubblicato il 26 settembre 2010 col titolo: “Le leggi del reddito stritolano i poveri del Sudafrica”. Scrive la Dugger:

    “Nei 16 anni dalla fine dell’apartheid il Sudafrica ha seguito le ricette dell’Occidente, aprendo la sua economia di mercato agli affari, controllando l’inflazione e il debito pubblico (secondo i diktat dell’FMI). Ha ricevuto i complimenti” ma ad un prezzo. “Per oltre un decennio il tasso di disoccupazione è stato tra i più alti al mondo”, peggiorato dalla crisi economica globale, “spazzando via oltre un milione di posti di lavoro”.
    Il prezzo pagato ha incluso anche:

    – Raddoppio del numero di popolazione impoverita col reddito di 1 dollaro al giorno, da 2 a 4 milioni;

    – Raddoppio del tasso di disoccupazione fino al 48% nel periodo 1991-2002, ora anche più alto;

    – Perdita della casa per due milioni di sudafricani mentre il governo ne ha costruite solo 1.8 milioni;

    – Nel primo decennio con l’ANC alla guida, circa un milione aziende sono sparite; di conseguenza, gli insediamenti in baraccopoli sono aumentati del 50%;

    – Nel 2006 il 25% dei sudafricani viveva in baracche senza acqua o corrente elettrica;

    – Il tasso di diffusione dell’HIV/AIDS è circa del 20% della popolazione; di conseguenza l’aspettativa di vita è inferiore a quella del 1990;

    – Il 40% delle scuole non ha corrente elettrica;

    – Il 25% della popolazione non usufruisce di acqua potabile e la maggior parte non può pagarla;

    – Il 60% ha servizi igienici inadeguati e il 40% non ha telefono.

    Il dopo apartheid ha avuto un costo elevato, con la concessione di potere politico in cambio del tradimento economico, senza alcuna forma di sostentamento per i milioni di sudafricani che soffrono, vittime di un capitalismo rapace.

    La Russia post comunista

    La caduta del muro di Berlino sarebbe dovuta essere una vittoria per milioni di persone. Invece è stata una tragedia per la Russia e per gli stati post sovietici come Ucraina, Georgia, Estonia, Lettonia, Lituania e altri.

    Nel marzo 1985, Mikhail Gorbaciov salì al potere con la promessa di cambiamenti politici e sociali, ma non è rimasto abbastanza per poterli guidare. Ha liberalizzato il paese, con l’introduzione delle elezioni, e ha favorito la (allora) democrazia sociale di tipo scandinavo, combinando il capitalismo di libero mercato con forti reti di protezione sociale. La sua visione era quella di “un faro socialista per l’umanità intera”, una società egualitaria, ma non ebbe la possibilità di realizzarla.

    Quando l’Unione Sovietica collassò, lui fu cacciato. Boris Yeltsin lo sostituì all’insegna della dura ortodossia della Chicago School, mascherata con il nome di “riforme”.

    Il capitalismo rapace ha devastato le vite dei russi, arricchendo una minoranza selezionata a spese dei poveri. Il dazio da pagare ha incluso:

    – L’80% di impresari hanno dichiarato la bancarotta;

    – Circa 70.000 aziende statali hanno chiuso, provocando un’epidemia di disoccupati;

    – 74 milioni di russi (metà della popolazione) si è impoverita; le condizioni di 37 milioni di questi sono disperate e il sottoproletariato del paese è rimasto tale in modo permantente;

    – È aumentato l’uso di droghe pesanti, alcol e antidolorifici

    – Dal 1995 il tasso di HIV/AIDS è aumentato di 20 volte;

    – Anche il tasso di suicidi è aumentato, quello del crimine violento è quadruplicato;

    – La popolazione russa è diminuita di 700.000 individui all’anno prima di stabilizzarsi; il capitalismo sfrenato ha ucciso il 10% della popolazione – un’impressionante motivo per condannare un capitalismo eccessivo che fa male anche agli altri stati post sovietici.

    La repressione ad Haiti in nome del Libero Mercato

    Esclusi un breve periodo nel 1804 dopo che la liberazione rivoluzionaria liberò gli schiavi rendendoli cittadini e durante il mandato presidenziale di Jean-Bertrand Aristide, gli haitiani hanno subìto la rapacità dello sfruttamento capitalista che ha reso il paese uno dei più poveri della regione e del mondo intero. Anche prima del devastante terremoto del gennaio 2010, seguito da un enorme degrado e dall’infuriare del colera, il paese era gravato da:

    – Controllo imperiale su modello coloniale operato dagli Stati Uniti

    – Un’élite al comando con totale controllo sociale ed economico; l’economia, i media, le università, il commercio e gli affari in mano a sei famiglie;

    – La distribuzione di ricchezza più iniqua dell’intera regione e del mondo intero;

    – Metà della ricchezza del paese in mano all’1% della popolazione;

    – In contrasto, l’80% della popolazione continua a vivere nell’estrema povertà;

    – Tre quarti della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno e oltre la metà (56%) con meno di 1 dollaro al giorno;

    – Il 5% della popolazione possiede il 75% delle terre coltivabili;

    – Disoccupazione e sottocupazione inarrestabili; due terzi o più dei lavoratori senza lavori sicuri e la maggior parte di loro con paghe sotto la soglia della sussistenza; – Le misure strutturali decimano l’economia rurale, costringendo i contadini a dislocare verso le città per cercare lavoro che non esiste;

    – Percentuale di pubblico impiego al minimo della regione, meno del 7%;

    – L’aspettativa di vita è di appena 53 anni; il tasso di mortalità più alto nell’emisfero e mortalità infantile doppia rispetto alla media regionale di 76 bambini ogni mille;

    – La banca mondiale colloca Haiti tra gli ultimi posti in quanto a servizi igienici, alimentazione scarsa, malnutrizione e servizi sanitari inadeguati;

    – Oltre metà della popolazione a rischio per mancanza di cibo e metà dei bambini sottosviluppati per malnutrizione;

    – Oltre metà della popolazione non ha accesso all’acqua potabile;

    – Il tasso più alto di HIV/AIDS, esclusa l’Africa sub-sahariana

    – Livello più basso di retribuzione della regione nelle maquiladoras per gli haitiani così fortunati da avere un lavoro;

    – Chiamata la “Repubblica delle ONG”, molte di queste sfruttano gli haitiani in modo brutale per profitto;

    – Il duraturo sistema dei “restavec”, che intrappola centinaia di migliaia di bambini alla schiavitù.

    In generale gli Stati Uniti mantengono un dominio di stampo imperiale, controllano le risorse di Haiti, l’economia e la politica. Sfruttano gli abitanti in modo spietato, sfruttano le loro miniere e ne traggono profitti enormi e piazzano regimi nuovi senza alcuna differenza con quelli precedenti.

    È una storia che si ripete a livello globale, inclusi Iraq e Afghanistan, piegati da guerre, occupazioni, torture, oppressione, povertà spaventosa e disoccupazione, assenza di sicurezza, di acqua pulita, di cibo sufficiente, di protezione, di servizi sanitari e di altri servizi essenziali. La ‘liberazione” americana ha provocato milioni di morti, malattie, fame, degrado, e terribili sofferenze umane mai affrontate. Inoltre, i livelli di privazione continuano a salire anche a livello domestico perché Washington rifiuta di occuparsene.

    Commento finale

    La decolonizzazione post seconda guerra mondiale ha prodotto regimi neocoloniali, politiche da Guerra Fredda, il Movimento dei paesi non allineati, crescita dei nazionalismi, conflitti etnici e dominio imperiale americano i cui tratti distintivi sono:

    – Avversione per la democrazia;

    – Sostegno agli uomini forti delle neocolonie, in modo particolare alle dittature che fanno gli interessi occidentali

    – Uso diretto o indiretto della belligeranza per rafforzare il capitalismo mondiale e rendere il mondo un posto sicuro per i grandi affari.

    I vecchi ordini sono passati. Ne sono emersi nuovi. Tutto è cambiato ma è rimasto lo stesso, mai come ora dominato dal capitale finanziario e le corporazioni monopolistiche, che controllano governi per i propri interessi a spesa di lavoratori sfruttati pesantemente a livello globale. Di conseguenza, il mondo oggi è caratterizzato dall’instabilità, standard di vita in declino, repressione violenta da arte della polizia di stato e da un’enorme sofferenza umana, in particolar modo in aree come il medioriente.

    In tutta la regione la gente vuole la fine di questi regimi, un populismo rivoluzionario contrapposto all’oppressione che offre false pretese di cambiamento. Ne consegue che c’è da aspettarsi l’arrivo di nuovi volti pronti a perpetuare le stesse politiche, che non concedono niente se non quando la rabbia delle masse si fa sentire. Questa è la realtà oggi, sulla soluzione ancora ci sono dubbi ma i pronostici favoriscono sempre i forti.

    Stephen Lendman
    Fonte: http://www.uruknet.info
    Link: http://www.uruknet.info/?p=m74613&hd=&size=1&l=e
    4.02.2O11

    Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI

  36. la funambola il 14 febbraio 2011 alle 16:41

    E che tu non sappia gioire di questo, non sappia capire quanto è comunque importante questo momento, è la tua tristezza. Goditela. Goditi il tuo saturnino sguardo sul grande meccanismo del potere mondiale dove nessuno spazio è lasciato all’imprevisto, a qualcosa che tu non sai, non hai capito, non puoi spiegare. Scrivila a loro una bella lettera. Al popolo egiziano che ha rischiato e perso la vita durante queste settimane: digli che ahimè i loro martiri non contano un cazzo, che c’è un nulla di fatto, che anzi sono morti per niente i loro martiri, in quanto nulla è cambiato. Scrivigliela. Che magari loro ti ascoltano

    cosa ci azzecca questo pistolotto moralistico?

  37. andrea inglese il 14 febbraio 2011 alle 17:17

    innanzitutto cara funambola il pistolotto non è rivolto a te

    ora vengo invece al tuo copia-incolla.

    Anche qui non ho nulla da obiettare sull’analisi, ma eventualmente sull’uso che ne fai. Tu che uso nei fai?
    Vuoi dire che dobbiamo rattristarci per quello che è successo a Tunisi e in Egitto?
    E pure rattristarci dei bei tempi dell’Apartheid?
    E’ questo il capitalismo che ti piace: quella notte in cui tutte le vacche sono nere?
    Nel mio, i gradi di grigio fanno la differenza.

  38. Stelvio Di Spigno il 14 febbraio 2011 alle 17:44

    Caro Ennio, le questioni mi sembrano queste. Più che soffermarmi sugli aspetti che hai portato sul tavolo, mi chiedevo, e ancora mi chiedo, se l’Italia possa/potrà tornare a una situazione “mediamente oscena” come era quella preberlusconiana. Sarà che avevo diciotto anni e che gli anni ’90 sono stati per me rivelatori e sono stati, secondo pareri ben più autorevoli del mio, anni di relativa libertà e persino di anarchia post-ideologica, ma lo spirito di quella fetta di tempo che va dalla fine dell’oligarchia democristiana al primo governo Prodi mi sembravano una buona base di partenza per riportare questa specie di nazione a quote di accettabile immondizia. All’epoca, per dirtene una, si parlava ancora di welfare, e non come di un lusso. Ma a ben guardare, mi sembra un lusso piuttosto questa prospettiva; penso che non ci sarà un Italia né pre- né post-berlusconiana, ma solo berlusconiana in modo diverso, magari con un pò più di decenza di facciata, ma ormai il danno è fatto. Ora che il George Best della marcescenza democratica ha fatto il suo gol da 80 metri, ci proveranno tutti, ci proveranno sempre, è nell’ordine delle cose, perché troppe effrazioni sono state rese possibili. Non doveva proprio darsi una situazione del genere, in un paese come il nostro, sempre moralmente proteso verso il basso-sempre-più-in basso. In questo senso richiamo il bellissimo esempio fortiniano della ripetibilità storica, ovvero solo ciò che non è stato non si ri-darà. Quanto alla “pasolinianità” del testo, è proprio Andrea a centrare ciò che volevo dire: mi sembra un testo alla “Trasumanar e organizzar”, è occasionale ma non casuale, è una poesia di chi, come Pasolini all’epoca dichiarava, si arrischia su tutti i campi del dicibile senza più alcun filtro letterario, e lo fa con i versi. Comprendo alcuni tuoi punti di vista, non tutti in verità, perché sono meno informato e di molti aspetti che evochi mi sfugge il senso, per mia umanissima ma indegnissima ignoranza. Ma penso ora, come dopo aver letto la poesia di Andrea, che un testo come il suo è meglio che ci sia, perché dà il via a qualcosa, è nuovo, fa parlare di sé, magari ci fa anche dibattere/ragionare/scannare. Il silenzio è uguale a morte, diceva una vecchia canzone, e in tutto questo casino mediatico in realtà è il silenzio la cosa più assordante, perché non si incazza – ma incazzarsi sul serio, nel merito, indignandosi – nessuno. E questo, penso, è quanto. Un saluto, Stelvio.

  39. Lola il 14 febbraio 2011 alle 18:09

    @Inglese: Scusami per l’intromissione; anch’io ho avuto modo di leggere la tua nota e oggi anche i commenti di altri. No, non si tratta di rattristarsi per quello che succede in Egitto o in Tunisia, ma di cercare di comprendere quello a cui stiamo assistendo. Un’amica mi diceva “Lasciaci sognare, lascia che romanticamente ci immedisimiamo in queste rivolte”, perché? Perché guardare alle rivolte degli altri (ed in più scegliendo il filtro del “sogno”) ed alla storia degli altri (senza conoscerla), piuttosto che immaginare una nuova pagina politica italiana a partire dalla nostra storia che niente ha a che vedere con quella dei paesi arabi? Perché questo bisogno di idealizzare, di trasfigurare, di emulare cio’ che invece non è altro che un episodio nello scacchiere geo politico internazionale? L’Egitto lo conosco un po’, ci ho abitato e non da “privilegiata” (non ho mai visto Sharm el Sheikh ma ho abitato in un quartiere molto popolare del Cairo); la miseria c’era e c’è, non è una novità. Perché ora? Perché tutti insieme i paesi arabi? Effetto domino? Basato su che cosa? Cosa hanno in comune Egitto e Yemen? Tunisia e Sudan? Sicuramente la “gente” che è scesa in piazza l’avrà fatto in buona fede (in maggioranza), ma questo non toglie che possa comunque essere stata spinta a farlo. Cosa ha ottenuto al momento? Un governo militare. E allora mi viene in mente che di solito sono i militari a fare i colpi di Stato e che questa volta l’hanno fatto fare alla “gente”. Non male come idea! E in Tunisia? Perché invece di restare in patria e godersi finalmente la democrazia stanno sbarcando a migliaia sulle coste italiane? Cosa sappiamo della Tunisia degli ultimi giorni? Dov’è finita la “Rivoluzione dei gelsomini”? Dici di non interessarti di politica/geopolitica; e allora come fai con tanta leggerezza a sminuire il ruolo dei Fratelli Musulmani e ad affannarti (e non sei il solo, anche stampa e media sembrano avere lo stesso tuo intento) a presentarli “innocui”, quando innocui non sono mai stati? Se sei interessato ti posso postare decine di link che possono informarti sul movimento. Non credi che a volte voler vedere il mondo con gli occhi del sogno che vorresti sognare puo’ essere controproducente e dannoso per tutte le parti in causa? In Italia abbiamo gli strumenti per cambiare il nostro destino, siamo un Paese democratico. I paesi arabi la democrazia non l’hanno mai conosciuta, è un fatto non un’opinione. La democrazia è un cammino lungo e difficile, non si inventa con le piazze in rivolta. Perché piuttosto che sognare le rivolte altrui non la smettiamo di deresponsabilizzarci per i fallimenti della politica italiana, cominciando dal luogo comune che ci vuole tutti zombie, indottrinati dalla televisione di regime? Guardiamo alla nostra di storia, che cosa è stato e che cosa è. Forse saremo meno invidiosi delle piazze altrui.

  40. andrea inglese il 14 febbraio 2011 alle 20:17

    cara lola,

    ti rispondo con tono diverso da quello usato con Ennio, anche perché tu invece di fare la lezionicina poni un problema.
    Capisco che il mio testo si presti ad essere equivocato, ma ti prego partiamo dal testo, dalla sua complessità, e non dai commenti, sennò la discussione perde un po’ di senso.
    Allora: nel testo si dice chiaramente una cosa: lasciatemi in questo momento essere contento per il popolo egiziano. Non si dice: finalmente il popolo egiziano ha risolto i suoi problemi ed è entrato in un mondo di pace e democrazia.
    E si dice chiaramente, che la lotta non è finita, che ci saranno ancora gli stati Uniti, e la tortura, la censura…
    Ma allora perché festeggiare con gli egiziani se tante cose sono incerte? Se tutto può virare verso il peggio?
    Ecco la mia risposta: perché la speranza è una categorai della storia. Il signor Ernst Bloch, che non era proprio un pensatore moderato dell’Occidente, ha scritto un’opera fondamentale su questo.
    E come la speranza è una categoria della storia – e questo lo sapeva anche Fortini – il sogno è una categoria del politico. Per avere il coraggio di trasformare la realtà, di liberarsi, di ottenere autonomia, bisogna sognare qualcosa di diverso e sperare di realizzare ciò di cui si sogna.
    Siccome noi ormai, in Italia, non sappiamo che sognare una cosa sola: che Berlusconi non sia più al governo, andremo purtroppo poco lontano.

    Secondo punto. Un’altra categoria della storia – secondo la Arendt e non solo – è l’imprevedibilità degli eventi, dell’azione umana.
    E’ una categoria fondamentale, per me legata alla speranza.

    Terzo punto: la fiducia nella gente comune. Principio liberatario, sempre difeso da gente come Chomsky o da gente come Orwell, contre l’ossessione leninista per i “tecnici” della rivoluzione.

    Quarto punto: il senso del tutto ingiustificabile di superiorità dell’Occidente di fronte ai popoli arabi, agli africani, ai musulmani. Senso di superiorità percepibile SEMPRE anche in Italia, a tutti i livelli della scala sociale.

    Quinto: l’alibi dell’islam per apoggiare delle dittature militari. Ed ecco allora che subito si mette al centro della questione lo spettro del governo islamico. Problema reale, ma che non risolveranno certo gli occidentali sovvenzionando dittatori laici.

    Ora smetto perché ho altro da fare. Questi alcuni dei motivi di fondo che hanno nutrito questo testo.

    Non mi sembra proprio, però, che ci sia lontanamente quanto dici tu: una facile assimilazione tra noi e loro. Anzi la figura centrale del poemetto è appunto il confronto tra l’italiano e l’egiziano.

    Non ho più tempo di approfondire. Dico solo che non cogliere gli aspetti che ho sottolineato in questo evento è voler credere troppo a quella realpolitik della classi dirigenti occidentali, che poi viene puntualmente smentita dall’imprevedibile storico.

  41. Lola il 14 febbraio 2011 alle 23:08

    Ti ringrazio per la tua risposta che non mi ha né chiarito i dubbi né confortato. Una volta, parlando con un amico arabo, questo mi disse che l’amore è una categoria mentale che possono permertersi gli occidentali e che le categorie (specialmente quelle della mente e dell’anima) non sono le stesse, identiche e riconoscibili in tutto il mondo e per tutti. Credo che il sogno del quale parli possa essere inscritto in una di queste categorie non universalmente riconoscibili nelle stesse “figure” di pensiero. La fiducia nella gente comune l’ha affrontata ( a mio avviso) molto bene Pasolini nel suo film La Ricotta, dove Orson Welles descrive ad un cronista naif la sua visione dell’uomo comune; termina con la frase: l’uomo comune mi fa orrore! E non certo per disprezzo verso il popolo fa dire questo a Welles, ma per sottolineare la retorica cattolica/medio borghese della quale la società italiana si è nutrita e si è pasciuta. Nella tua nota parlavi del tuo muratore egiziano e rivolgevi anche a lui l’omaggio della tua solidarietà. Forse quel muratore non tornerà in un Egitto seppur epurato da Mubarak ma verosimilmente governato da militari e islamisti. Forse la solidarietà che apprezzerebbe sarebbe fare un modo che la sua vita da immigrato diventasse quella di cittadino a tutti gli effetti. La mancanza di esperienze pregresse nei paesi arabi non è certo visione di superiorità: è storia. Una storia che intellettuali arabi come Fouad Allam (egiziano) ad esempio non provano vergogna ad ammettere e non solo, a porla come problema. Sono un’appasionata di cultura araba, della musica, dell’arte, dei suoi grandi mistici e filosofi. Niente da invidiare all’ Occidente, ma la democrazia è un’altra cosa. Harun A-r-Rashid è stato un grande mecenate ma non era un democratico e Sadat ( come Nasser, per citare esempi più recenti) prese il potere con un colpo di Stato. E se chiami pretesto il timore dell’islamismo (non dell’Islam, che in quanto religione ha tutto il diritto di avere i suoi fedeli) ti sfuggono diverse realissime e spettrali si’, ma solo negli esiti, situazioni attuali. Anch’io ti lascio e ti ringrazio per la possibilità di discutere che mi hai dato ed aggiungo in ultimo che, a mio avviso, la visone del sogno, della rivolta gioiosa e dell’islamismo inesistente è proprio quella della real politik della classe dirigente occidentale.

  42. la funambola il 15 febbraio 2011 alle 00:12

    stacchetto filosofico

    “ci si intrattiene con profitto soltanto con gli entusiasti che hanno cessato di esserlo, con gli ex ingenui…
    finalmente calmati, essi hanno fatto per amore o per forza, il passo decisivo verso la Conoscenza. questa versione imperdonabile della delusione”
    la delusione , aggiungo io, non ti paralizza, ma ti fa ardere con consapevolezza

    benvenuta lola :)
    baci
    la fu

  43. robertobugliani il 15 febbraio 2011 alle 00:51

    @ ennio (leggo solo ora)
    scettico su questa insurrezione (che proprio rivoluzione non mi pare, almeno finora) lo sono, e gli avvenimenti delle c.d. (e altrove) “rivoluzioni colorate” mi inducono a esserlo, ma scettico del tutto non lo sono, perché (e in breve, e dicendo che cerco di capire fatti che conosco non approfonditamente) non mi pare si possa interpretare l’insurrezione moltitudinaria egiziana alla luce della semplice manovra Usa. Certo, la “manina d’oltreoceano” gioca anche qui la sua partita, ma credo che la giochi per far recuperare al Dipartimento di Stato americano il ruolo e l’influenza che aveva con Mubarak, quindi ritengo che gli Usa siano entrati in gioco da spiazzati, come lo stesso Israele. E il fatto che ancora oggi manifestanti (certo, in numero molto minore) continuano a protestare e vengono repressi dall’esercito mi induce a pensare una cosa ovvia ma non banale, e cioè che nel “movimento” egiziano vi siano state e vi siano molte “anime”, che alimentano le sue contraddizioni, e che solo i rapporti di forze esistenti al suo interno potranno decidere la partita. Insomma, mi auguro che la caduta di Mubarak rappresenti solo l’inizio (doveroso) di un lungo processo politico, non già la sua conclusione. Semmai è in merito a questi rapporti di forza che ritorno scettico, perché non vedo come la situazione possa evolversi in senso veramente favorevole alla autonomia nazionale e alla vera democrazia del “””nuovo””” Egitto. Mentre invece per quanto riguarda le manifestazioni iraniane di queste ultime ore sono ancor più perplesso, dato che l’Iran ha avuto nei tempi recenti tentativi di rivoluzione colorata che, se riusciti, lo avrebbero legato al carro mondiale monopolare, con le benedizioni dei vari umanisti alla Soros.

  44. andrea inglese il 15 febbraio 2011 alle 01:32

    a lola,

    “Una volta, parlando con un amico arabo, questo mi disse che l’amore è una categoria mentale che possono permertersi gli occidentali e che le categorie (specialmente quelle della mente e dell’anima) non sono le stesse, identiche e riconoscibili in tutto il mondo e per tutti.”
    Che sfiga! Questi arabi non si possono neppure permettere l’amore. Ma se ci pensi bene, anche le nostre nonne non potevano permetterselo. Chissà che le categorie mentali non dipendano dalla storia…

    “l’uomo comune mi fa orrore! E non certo per disprezzo verso il popolo fa dire questo a Welles, ma per sottolineare la retorica cattolica/medio borghese della quale la società italiana si è nutrita e si è pasciuta.” Io ti parlo di Chomsky e di Orwell, ossia di una prospettiva libertaria e tu mi rispondi con la retorica cattolica/medio borghese…. ma che c’entra? Qui il dialogo si fa un po’ sordo.

    sul muratore egiziano, scrivi:
    “Forse la solidarietà che apprezzerebbe sarebbe fare un modo che la sua vita da immigrato diventasse quella di cittadino a tutti gli effetti.”
    Ecco, sei passata anche tu alla lezioncina. Tu lo hai trovato un modo per anullare le attuali leggi dell’immigrazione del governo italiano con un semplice atto della volontà?

    Ma arriviamo al punto:
    “La mancanza di esperienze pregresse nei paesi arabi non è certo visione di superiorità: è storia. Una storia che intellettuali arabi come Fouad Allam (egiziano) ad esempio non provano vergogna ad ammettere e non solo, a porla come problema.”
    Innanzitutto bisognerebbe conoscere bene le questioni di cui si parla. Fouad Allam di cui tu parli è algerino e non egiziano. La democrazia è un problema anche per tutto l’Occidente non solo per il mondo arabo. E nessuno nega che sia legata all’esperienza storica. Proprio per questo la rivoluzione democratica che abbiamo visto in atto lascerà delle tracce importantissime, anche se domani verrà del tutto annullata da un regime peggiore del precedente. La conosci un po’ la storia del XIX secolo: lo sai quanti tentativi di rivoluzione ci sono stati, quante rivoluzioni fallite, e quanto ognuna di queste ha preparato la successiva?
    E infine se fai parte di quelli che credono che la democrazia sia una prerogativa di uomini e donne bianche occidentali, ti consiglio modestamente una lettura: Amartya Sen “La democrazia degli altri. Perché la libertà non è un’invenzione dell’Occidente”.

    Un ultima e breve nota. Dire: ho vissuto in Egitto, o in qualsiasi altra parte dell’Africa, non è purtroppo una garanzia maggior di aver soltanto viaggiato in Egitto o altrove in Africa. L’Africa è piena di occidentali che ci vivono, disprezzando profondamente gli africani. Naturalmente non c’è solo questo tipo di occidentale, ma è senz’altro maggioritario. E naturalmente non dico Lola che tu faccia parte di questa categoria. Ma diciamo che non è un argomento probante, per mostrare che si conosce meglio l’altro.

    alla funambola,
    sono ammirato come i tuoi e non solo tuoi discorsi ricalchino perfettamente quelli che sui media francesi sono portati avanti dalle forze più conservatrici. C’è una perfetta comunanza di idee tra la chiaroveggenza di certa sinistra e quella della destra anche più estrema.
    Peccato che la vostra chiaroveggenza sa solo prevedere i regimi, mai le insurrezioni. Quelle arrivano sempre senza avvisarvi.

  45. helena il 15 febbraio 2011 alle 09:37

    Domanda basilare, ma fondamentale. Se non riconosciamo che a spingere la gente nelle piazze in Tunisia, Egitto, e ora di nuovo anche in Iran, è il desiderio di libertà e giustizia (anche sociale), se non riusciamo a vedere ciò che unisce gli uomini al dilà delle condizioni storico-politiche-culturali-economiche ecc., su che cosa, scusatemi, basiamo il nostro essere di sinistra, il nostro continuare a volere un mondo migliore per tutti?

  46. la funambola il 15 febbraio 2011 alle 11:16

    mi fa dispiacere caro andrea la tua ammirazione in questo caso mal riposta :)
    ma il mio ardore empatizza col tuo, malgrado te
    bacio
    la fu

  47. la funambola il 15 febbraio 2011 alle 11:21

    …ammirazione nei confronti dei miei “discorsi” nè, sia mai che, equivocando, mi dai direttamente della fascista :)
    ribacio

  48. Paachidermo il 15 febbraio 2011 alle 11:34

    L’ oiseau de mauvaise augure
    Le 14 juillet, 1789 les parisiens de manière totalement inattendue ouvrent les porte d’une forteresse ou croupissent de manière totalement arbitraire les opposants au régime.
    La prise de la bastille pèse peu de chose si on se place du point de vue de l’oiseau de mauvaise augure. Les femmes n’ont pas le droit de vote, les esclaves du domaine français sont des demi chiens, des décennies noires s’annoncent (la guillotine, le retour de la monarchie, l’Empire…) aucun happy end en vue pour l’oiseau.
    2011 ma vie personnelle. Je suis précaire je n’ai aucun projet à long terme pas de maison pas même un chat, pas de place en crèche pour ma fille. Mes victoires sont des demi victoires pour l’oiseau de mauvaise augure. Il me semble pourtant être heureuse … mais la compassion de l’oiseau de mauvaise augure fait douter, son regard ironique angoisse, paralyse…

    L’oiseau m’explique qu’il n’aime pas les des demi victoires qu’ Il n’y a aucune leçon a tirer des demi-victoires.
    Je m’étonne, Il n’en tire rien, pour lui-même ?
    Pachidermo

    Traduzione

    L’uccello del malaugurio
    Il 14 luglio 1789, il popolo di Parigi in modo del tutto inatteso apre le porte di una fortezza dove marciscono in modo del tutto arbitrario gli oppositori del regime.
    La presa della Bastiglia non pesa tanto se ci si piazza dal punto di vista dell’uccello del malaugurio. Le donne non hanno diritto di voto, gli schiavi dei domini francesi sono dei mezzi cani, i decenni neri si annunciano (la ghigliottina, il ritorno della monarchia, l’Impero) nessun happy end in vista per l’uccello.
    2011 la mia vita personale. Sono precaria, non ho progetti a lungo termine, sono in affitto, non ho neppure un gatto, nessun posto all’asilo per mia figlia. Le mie vittorie sono delle mezze vittorie per l’uccello del malaugurio. Nonostante cio’ mi sembra di essere felice… ma la compassione dell’uccello del malaugurio fa dubitare, il suo sguardo ironico provoca angoscia, paralizza…
    L’uccello del malaugurio mi spiega che non ama le mezze vittorie, che non c’è nessuna lezione da tirare dalle mezze vittorie.
    Mi stupisco, non tira alcuna lezione per se stesso ?
    Pachidermo

  49. andrea inglese il 15 febbraio 2011 alle 11:53

    intanto grazie ad helena per il suo commento, che fa una bella sintesi della questione

    a funambula,
    tranquilla, non sono di quelli che appena uno non la pensa come me vuol dire che è fascista…
    so ancora distinguere un’opinione fascista da una che – considero io – figlia di un radicalismo sterile…

  50. la funambola il 15 febbraio 2011 alle 11:55

    pachidermo e uccello del malaugurio hanno evidentemente problemi di “comunicazione”
    io non dispererei :)
    un augurio di cuore a pachidermo
    bacio
    la fu

  51. Ennio Abate il 15 febbraio 2011 alle 12:24

    PASSO E CHIUDO

    Vorrei in segno di rispetto evitare in questo spazio pubblico battibecchi e repliche infinite. E perciò mi limito solo a questa, invitando chi fosse interessato a discutere con me sull’argomento più a fondo e ad libitum a scrivermi (ennioabate@alice.it):

    – a Jean Reister:

    1. Ovvio, tutto cambia e l’Egitto di oggi non è quello di ieri, etc. Il problema è distinguere i moti di superficie da quelli profondi, la schiuma delle onde dalle maree; e soprattutto la direzione di questi moti (rivoluzioni? dall’alto? dal basso? controrivoluzioni?). Qui sta il difficile. Per tutti. Sì, ritengo che in NI ( e non solo) molti dormano e ho tentato di svegliarli. Mi sbaglio? Dormo io? Discutiamone, se volete;
    2. Ho letto l’articolo di Sherif El Sebaie e anche la sfilza di commenti pieni di accuse reciproche fino ai personalismi più imbarazzanti: è uno stile di discussione incontrollato, viscerale e deleterio. Tra i cocci ci saranno anche dei buoni spunti, ma li può cogliere solo chi avrà la pazienza di rileggere il tutto fra qualche mese o anno.

    – ad Andrea Inglese:

    1. La «poca forma», il «non-stile», la «non-poesia» sono – non si scappa- varianti dello stile e della “bella forma”. Anche l’art brut o l’informale risultarono alla fine “cose belle”;
    2. La mia lettura dei testi altrui, letterari o meno, è sempre attentissima. Quelli letterari di solito pretendono di essere esaminati solo da un punto di vista estetico-letterario. Io non accetto questa censura di corporazione. Vado a caccia della politicità che inevitabilmente ogni testo contiene (e a volte maschera in modi raffinati o subdoli). Rassicurati: non perdo affatto «la poesia». Di solito svelo quello che «la poesia» (ambigua di per sé) occulta;
    3. Non faccio ramanzine. Tu fai le tue lezioni. Ed io faccio le mie. Non puoi pretendere di farle tu solo. Leggerò e commenterò il tuo intervento sull’«ultimo numero alfabeta 2» (e, se mi rimandi il tuo indirizzo e-mail, ti risponderò). Io imparo anche dalle lezioni degli altri (giovani o vecchi), ma non me le bevo;
    4. Sì, c’era ironia nella tua maschera di «tipo qualunque». Appunto a questa ironia ho risposto col mio sarcasmo “non qualunque”, anch’esso «figura retorica tipica della scrittura letteraria», credo;
    5. Rileggi e riassumi meglio il mio scritto. Non inventarti cose che non ci sono (che quanto accade in Egitto «è un non evento», che Mubarak «se n’è andato perché così gli faceva comodo», che gli egiziani sono «poverini», che « quei manifestanti che abbiamo visto sono tutte controfigure della CIA», etc). Lascia perdere l’intimazione retorica: « Avanti! Spiegamelo! Quanto sei stato in Egitto per raccogliere informazioni sulle reti d’opposizione?». A quanto mi risulta non ci sei stato neppure tu. Facciamo seriamente gli osservatori esterni e i «testimoni secondari», ragionando su quello che riusciamo a capire;
    5. Non esibire sempre i tuoi autori di riferimento. Rischi di sembrare scolastico. Prima di Deleuze, anche Marx, Lenin e Mao sapevano che le rivoluzioni non si programmano. E non ritenermi così sciocco da pensare che quanto stia accadendo nel Nord Africa sia tutto manovrato da Cia e Mossad. Solo che gli apparati statali, le élites industriali-militari-finanziarie agiscono e tu non vuoi considerare e capire cosa fanno, perché devi «gioire». Così rischi di abbandonarti ai facili entusiasmi per il “popolo”, di fermarti sui fotogrammi di una rivolta e non sulla realtà ben più complicata e che “non si vede” a occhio nudo. Nei miei confronti poi, accecato dall’irritazione, scarti tutte le osservazioni critiche che ho fatto sull’«evento», attribuendomi opinioni offensive e stupide.

    – A la funambola:

    Grazie per la segnalazione da Comedonchisciotte: un po’ di storia per non affogare negli eventi fa sempre bene.

    – A Stelvio Di Spigno:

    Sposti il discorso dal tema dell’Egitto a quello dell’Italia berlusconiana. Puretroppo di questa parli al massimo in termini di etica pubblica. Ma Berlusconi (come Obama) è un blocco d’interessi economico-politici-culturali, che vengono ignorati da molti “antiberlusconiani di pelle”. Berlusconi, come Marchionne, non è più solo “italiano” e si muove in un contesto mondiale. E se ha resistito finora, è perché ha saputo giocare anche alcune carte, destreggiandosi tra Obama, Putin, Mubarak e Gheddafi. E anche i suoi avversari si fanno aiutare, come ricorda Bugliani, dalla “manina d’oltreoceano”. Ma non la spuntano, perché la situazione è ingarbugliatissima. Bisogna studiarsi queste cose o almeno cercare d’informarsi. Non dovresti aggrapparti agli echi fortiniani e pasoliniani, specie se assunti esclusivamente nei loro aspetti letterari ed epurati dalla loro politicità. La letterarietà e la visione estetica delle lotte sociali o popolari, di cui la poesia di Andrea è un esempio, sono una gabbia. Posso concedere che, sì, bisogna “covare” i propri sogni, ma mai si devono ignorare i contesti reali in cui potrebbero forse (ma forse) essere accolti. Altrimenti mescoliamo malamente sogni e realtà, come fecero i surrealisti. La “realtà” è in profondo mutamento. Non c’è un posto dove depositare i “nostri” sogni. In questa fase essa ci sfugge quasi completamente. Resta indecifrata sia se la leggiamo coi vecchi marxismi sia se ricoriamo alle categorie “moltitudinarie” che hanno preteso di sostituirli. Annaspiamo. Non possiamo fare i “leninisti”, ma non possiamo fare neppure i “populisti”. Bisogna studiare. Bisogna che i poeti studino.

    – A Lola (e ancora a Andrea Inglese):

    Pienamente d’accordo con Lola sul « cercare di comprendere quello a cui stiamo assistendo». Qui da noi e nel mondo. Quel che accade in Egitto e Tunisia ha effetti materiali. Arrivano fino in Italia (vedi i nuovi sbarchi) e in Europa. E qui si producono reazioni ostili, repressive e razziste ( i pattugliamenti, il coinvolgimento delle polizie dei paesi del Maghreb, la preparazione di nuovi campi-lager). Mettersi a “sognare” in questa situazione, vuol dire evitare di guardare la realtà. Sperare sarà una «categoria della storia», ma «il signor Ernst Bloch» parlò di «utopia concreta», cercò di coniugare cristianesimo e marxismo. Non impastò solo sogni. Anche Lenin disse «bisogna sognare». Ma lo disse all’alba del Novecento. Oggi a Novecento concluso ci giriamo tra le mani le «rovine» di quei sogni che i nostri padri chiamarono socialismo e comunismo. E non sappiamo che farne e dove dirigerci. E poi in altri posti del mondo fanno altri sogni, diversi dai nostri. Ci conosceremo o coopereremo confrontando i reciproci sogni?

    – A Roberto Bugliani:

    D’accordo.

  52. gherardo bortolotti il 15 febbraio 2011 alle 14:21

    e però rimane il fatto che la sede del discorso di andrea è un testo poetico. e questo non per dire che, in quell’ambito, ognuno può sparare la cazzata che preferisce (anche se qui dovrei riprendere un discorso sul dilettantismo autoriale che ho accennato in un altro thread e obiettare almeno in parte al fatto che i poeti debbano studiare – lo devono fare le persone, piuttosto, i cittadini) ma per ribadire che il “senso” che si produce in quella sede non è un “senso di verità”, ovvero gnoseologico, ma un “senso di volontà”, ovvero etico-politico.

    la letteratura è una messa in ordine delle cose, non una duplicazione di un supposto ordine delle cose, ed è la sede per una convergenza sull’ordine messo in atto, non la sede di verifica di una corretta lettura del mondo. e in questo senso, le letture pasoliniane del testo di andrea mi sembrano parecchio calzanti, dato che l’operazione testuale e letteraria di andrea è proprio nel solco dell’operazione pasoliniana di trasumanar, in cui le ragioni formali del testo si disfano completamente e rimane il gesto autoriale di una sintesi ricondotta alla pura dichiarazione, alla coincidenza carismatica tra autore e narratore ed alla sua investitura, in forza di quel carisma, della capacità d gerenza delle apparenze contraddittorie del mondo.

    ora, a me sembra che in una situazione come quella attuale, in cui o il mondo diventa preda degli esperti o è ridotto alla confusa vicenda della cronaca mediatica, quella di andrea sia una delle due strategie maggiori che si possono seguire (è il solito discorso dell’opposizione tra performance e installazione). metterla in questione per la maggiore o minore ingenuità, cinismo, irenismo etc. mi sembra perda un po’ il punto.

    perché, di nuovo, la questione non è: quanta verità c’è in questo testo? ma, piuttosto: che verità costruisco con questo testo? e qui arrivo alla questione più squisitamente politica: che verità è quella che riesco a costruire riconoscendo la volontà durevole di configurarsi come un soggetto da parte della piazza egiziana (che è poi questo il senso messo in campo da andrea)? a me sembra decisamente una verità più complessa, più versatile e, per dirla tutta, anche più marxista di una lettura diciamo da bicchiere mezzo vuoto, da “come si fa ad esser contenti di come vanno le cose in egitto”. questo non vuol dire non porsi i problemi delle relazioni geopolitiche, dell’imperialismo americano, del doppio gioco dell’esercito egiziano (ma quanto voluto e quanto subito?) ma vuol dire porseli da uno scenario piuttosto che da un altro.

  53. andrea inglese il 15 febbraio 2011 alle 14:24

    a ennio,

    su questo testo hai detto la tua, ti ho risposto; basta. Secondo me sei fuori bersaglio, non ne hai colto il senso. Pazienza. Limiti del poeta e/o limiti del lettore.
    “Che non ne hai capito il senso, è tutto espresso in questa frase:
    Solo che gli apparati statali, le élites industriali-militari-finanziarie agiscono e tu non vuoi considerare e capire cosa fanno, perché devi «gioire».”
    Dove trovi scritto nella poesia che io non voglia capire cosa fanno? Rispondimi a questa sola domanda. Io dico solo che “gioisco” di questa irruzione imprevista del popolo egiziano. E che la gioia sia per te opposta alla volontà di comprendere, è una tua visione molto personale del sapere. Tientela, se ti fa sentire più maturo e chiaroveggente. Non è la mia.
    Io gli eventi li continuo a seguire, mio caro.
    Ieri a Tunisi c’è stato lo primo sciopero degli impiegati di Carrefour, azienda francese, per esigere un salario minimo decente, visto che guadagnano ora 130 euro al mese. Capisco che questa notizia non provochi in te nessuna emozione positiva (del tipo contentezza, allegria). Ma pensa le differenze caratteriali-ideologiche. A me questa notizia mi fa piacere. Io giosco, non “devo” gioire.

    Ultima osservazione. Come testimone “secondario” l’Italia è un cattivo osservatorio per l’Africa. Mi dispiace. Non è colpa tua. Ma la Francia invece è un territorio dove i nordafricani sono presenti nel dibbattito pubblico, hanno loro blog, riviste, intervengono alla televisione, insegnano, scrivono. Allora quando dici che non esistono le teste politiche, io spero che tu lo dica con cognizione di causa. Dunque immagino che tu abbia dati ancora più “caldi” di quelli che posso avere io. Altrimenti è solo una tua ipotesi del tutto infondata che spacci come evidente. Ti girerò con calma un po’ di bibliografia su questo, in modo che tu ti possa aggiornare. Unica condizione, la possibilità di leggere il francese.

  54. Ali il 15 febbraio 2011 alle 16:51

    Sono un ragazzo tunisino, vivo in Francia e studio italiano. Grazie a Andrea Inglese per la poesia. La gioia per la rivoluzione è una cosa importante. I giovani francesi hanno fatto la festa con noi a Parigi. Io voglio dire a Enio, non ti preopccupare per il popolo tunisino e egiziano. Noi conosciamo i pericoli che vengono adesso. Pensa al tuo governo, visto che Berlusconi ha dfeso fino all ultimo Mubarak. Non credere che i giovani di Tunisia e Egitto sono ingenui.

  55. andrea inglese il 15 febbraio 2011 alle 18:52

    a gherardo

    sì, hai fatto un po’ di chiarezza anche in me; pure ennio ha aiutato a fare chiarezza sul tenore poetico di questo testo. Quando l’ho scritto non mi sono chiesto come mai, in questo caso, non utilizzavo il genere saggistico della cartolina, come avevo fatto nel caso tunisino. Ma mi rendevo anche conto che entravo in modo completamente disinvolto nel contesto formale del discorso poetico. E riconoscevo l’eredità appunto dell’ultimo Pasolini.
    Ora mi è ancora un po’ più chiaro perché, comunque, abbia scelto di scrivere in versi.
    Tu cogli perfettamente il punto: “che verità è quella che riesco a costruire riconoscendo la volontà durevole di configurarsi come un soggetto da parte della piazza egiziana (che è poi questo il senso messo in campo da andrea)?”
    Non sono convinto che queste tue parole risultino chiare a tutti, ma a me riusultano molto chiare. E concordo ex post con esse.
    Questa poesia non propone un’analisi politica della rivoluzione egiziana. Questa poesia mette in scena uno stupore e una gioia di ordine quasi filosofico. Qualcosa che difficilmente può essere tematizzato fino in fondo, in tutte le sue risonanze emotive e concettuali, in un pezzo giornalistico di analisi politica.
    Lo stupore in questione è quello dell’imprevedibile storico e della grandezza della gente comune. Dove gente comune si oppone qui a classe dirigente. E si oppone persino agli intellettuali dei partiti d’opposizione, ai tecnici della rivoluzione.
    Siamo davvero nel campo dell’estetico: ossia nella capacità di rendere evidente la forza di una manifestazione sensibile. Ciò che si è incarnato è appunto l’imprevedibile storico che è tutt’uno con la capacità del popolo di porsi come soggetto. E di porsi come soggetto senza essere stato chiamato.
    Qui infatti tocchiamo il bordo del politico, ciò che il politico non può calcolare e razionalizzare, ciò che il politico non può-prevedere. Si tratta di una figura enigmatica, ma si tratta di un enigma tutto terreno, mondano, materiale, umano. E’ l’enigma dell’insorgenza rivoluzionaria.
    Ennio non lo scorge proprio: lo attraverso subito verso l’analisi politica. Una analisi politica che deve ovviamente dare per scontato, ciò che non era, solo un mese prima, per nulla scontato. Ovvero una piazza popolata da persone decise a realizzare un obiettivo che era parso fino ad allora del tutto impossibile, irrealistico, velleitario.
    Ora soffermarsi su questa soglia attraverso una poesia, direbbe Rancière, non significa fare letteratura politica ma politica della letteratura. Ossia significa enfatizzare un aspetto del mondo che è costantemente velato, coperto, rimosso: quel reale che sfugge ad ogni inquadramento in un sistema di controllo e di saperi, che siano d’ordine scientifico, economico o politico.
    Nei nostri saperi, che siano costruiti su presupposti politici di destra o di sinistra, c’è un buco mai completamente ricucibile. Da questo buco possono venire le peggiori minacce ma anche le più grandi speranze.

  56. andrea inglese il 17 febbraio 2011 alle 17:49

    per ennio, e tutti i leninisti non aggiornati,

    oggi su Repubblica con un po’ di ritardo, qualche informazione su uno dei gruppi traino della rivoluzione egiziana, “il movimento 6 aprile”

  57. ilena il 20 febbraio 2011 alle 13:36

    Perché forse davvero “Le poète est celui qui inspire bien plus que celui qui est inspiré” (Paul Eluard)…

    Ma i poeti hanno il dovere
    dell’imprecisione.
    Hanno il diritto
    della sensazione,
    non avendo nulla da
    dimostrare
    niente da dichiarare, nemmeno
    alla frontiera delle idee
    e nessun documento
    ma tutti i pericoli,
    perché senza le bombe
    i poeti sono esplosioni.

    Ai poeti spetta il diritto
    di esultare con la piazza
    e di rendere eterno
    chi lega i ponti di una città
    distrutta.
    Loro vivono oggi
    nella città che esisterà domani.
    Serve allora al mondo
    la loro imprecisione così esatta?
    Serve a loro questo mondo nuovo
    per la prima volta così meccanico
    così tecnico
    così preciso e
    talmente rinnovato
    da non ritrovarsi mai nell’oggi.
    Servono questi imperfetti ignoti
    così capaci di essere ovunque
    nel momento in cui scoppia
    la politica.

    Quando si ferisce l’umano
    con un filo spinato
    restano e spuntano fuori i poeti.
    Come fiumi indesiderati
    ad annaffiare la terra
    restano solo i poeti.

    I poeti non guidano la rivoluzione
    non la decidono
    loro la s o tt o l i n e a n o
    perché nei libri di domani
    gli storici
    possano ancora commuoversi.

    Grazie ad Andrea per lo stupore ammesso e condiviso. Che arriva diretto dove deve arrivare, mi pare, visto che questo testo (poetico!) a distanza di qualche settimana resiste già nella memoria.
    Non ha già eternizzato un avvenimento storico e contingente ? E non è questo già uno dei sensi più nobili della poesia, o come dice bene Gherardo, “una messa in ordine delle cose” ?

  58. Pensieri Oziosi il 21 febbraio 2011 alle 22:30

    Ma sbaglio, o Le Goff confonde sultanato e califfato, citando Abdülmecid II, l’ultimo califfo, al posto Mehmed VI, l’ultimo sultano?



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