KEATS E LEOPARDI – II parte

13 febbraio 2011
Pubblicato da

di FRANCO BUFFONI

Leopardi, nel trattato sugli errori popolari degli antichi, facendo risalire all’ignoranza e alla credulità acritica l’origine delle credenze magico-oracolari pagane, in realtà liberò se stesso da tutte le nozioni che non reggevano alla luce della ragione. Liberò se stesso per assoluta onestà intellettuale. Ma non gli altri. Tanto è vero che definisce la religione “una illusione necessaria”. Proprio come Keats che parla volterrianamente di “una pia frode”. Per riassumere la posizione di entrambi può valere la superba sintesi che nel Trecento diede Marsilio da Padova nel Primo Libro del Defensor Pacis: “Sebbene alcuni filosofi che stabilirono tali leggi o religioni non credessero a quella vita futura che chiamavano eterna e alla resurrezione umana, nondimeno finsero e persuasero gli altri che questa vita esistesse, e che in essa i piaceri e le pene fossero proporzionali alla qualità degli atti compiuti in questa vita mortale”.
“… Non io / Con tal vergogna scenderò sotterra”. Qual è, quindi, la vergogna di cui, nella “Ginestra”, Leopardi giura che non si sarebbe mai macchiato? Certamente la vergogna di avere ceduto ad una credenza finalistica, ad una concezione teleologica dell’esistenza. Nella convinzione che la vera alterigia è quella di chi, non sapendo accettare umilmente il proprio stato di mero caso biologico, giunge a ritenersi un essere in qualche modo “eletto”, e – spregiando il “finito” – persegue la propria finalistica elezione sopra a tutte le altre specie. “Io tengo per fermo”, afferma il Folletto nel “Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo”, “che anche le lucertole e i moscherini si credano che tutto il mondo sia fatto a posta per uso della loro specie”.
E che cosa significa quel “alone” che appare nel penultimo verso del keatsiano “Can Death be Sleep, when Life is but a Dream”, se non “senza il pensiero consolante della esistenza di Dio”?

How strange it is that man on earth should roam,
And lead a life of woe, but not forsake
His rugged path; nor dare he view alone
His future doom which is but to awake.

(Come è strano che l’uomo debba vagare per il mondo
E condurre una vita di pene, ma non lasciare
Il suo irto sentiero, né osare guardare da solo
La sua futura condanna, cioè il risveglio).

Per Leopardi “la felicità consiste nella ignoranza del vero”, dove “vero” vuol dire consapevolezza della propria finitezza biologica senza alcuna illusione di stampo metafisico. Chiarissima, dunque, la sua collocazione nella storia e nella psiche umana di religione, ideologie e miti. Per tornare a Marsilio, l’invenzione delle religioni da parte di alcuni astuti filosofi aveva una fondamentale funzione: controllare quegli atti che in vario modo potessero sfuggire al controllo della legge civile. Quindi, per tenere sotto controllo le coscienze. Non a caso Marsilio da molti studiosi viene considerato tra i precursori di Machiavelli. A Leopardi e a Keats tale aspetto certamente non interessava. Tuttavia le conclusioni cui giungono sono le medesime, pur nel rammarico di non poter affermare il contrario. Meglio la disperazione piuttosto del venire meno della onestà e della lucidità intellettuale.
Di fronte ad ogni prova, ad ogni evidenza testuale, appaiono pertanto grotteschi, patetici, per non dire pelosamente faziosi, e in alcuni casi insultanti il coraggio intellettuale dei due poeti, i tentativi di leggerne cristianamente l’opera. Confondendo i numerosi riferimenti all’Antico o al Nuovo Testamento – null’altro che citazioni, sinonimo di appartenenza a una determinata civiltà culturale – con latenti dichiarazioni di fede. E la bibliografia – e quindi la mancanza di rispetto – a riguardo è piuttosto ampia.
La loro verità – per stare alla accezione leopardiana del termine – è lì stagliata orribilmente contro i farisei.
Stiamo parlando di poeti giovani, ancora capaci di sdegnarsi e di gridare “non è vero!”. Come si legge in “Sopra al monumento di Dante”: “… Anime care, / Bench’infinita sia vostra sciagura, / Datevi pace; e questo vi conforti / Che conforto nessuno / Avrete in questa o nell’età futura”. E Keats sino all’ultimo, nella stanza di Piazza di Spagna, all’amico Severn che tenta di convertirlo, replica: “You know, Severn, I cannot believe in your book — the Bible”. Fossero vissuti in buona salute, più a lungo, molto più a lungo, probabilmente il loro sdegno si sarebbe affievolito, il grido di verità si sarebbe attenuato, magari nella consapevolezza della necessità di un compromesso, utile alle anime semplici, necessarissimo alla tranquillità. Ma morirono giovani con quella convinzione. Quindi non è lecito distorcerne il pensiero. Invece è forse il caso di riflettere consapevolmente sulla genialità di Leopardi, che in un’epoca in cui la storia del mondo veniva ritenuta antica di quattromila anni, riesce a cogliere – caso unico tra i letterati europei dell’Ottocento (si pensi a Marx, a Hegel!) – il senso dell’abisso del tempo (quello che noi oggi definiamo “tempo profondo”), delle decine di migliaia di anni di vita associata che stanno alle spalle della Sapiens-sapiens: quando accenna ai popoli dell’Asia – “gli Imperi Orientali” – allo spessore immenso della loro storia. E Keats, con una intuizione altrettanto geniale, capace di anticipare verità scientifiche poi darwiniane, a chi gli suggeriva – al v. 311 del Primo Libro di Endymion – di sostituire il verbo “to bob”, con “push” o “raise”, trattandosi di delfini, rispondeva che proprio perché si trattava di delfini il verbo doveva contenere il senso di una volontaria e consapevole ludicità.
E entrambi, ne sono certo, sono gli ideali dedicatari di questo “raccontino” di Borges: “Due greci stanno conversando; forse Socrate e Parmenide. Conviene che non si sappiano mai i loro nomi; la storia sarà così più misteriosa e più tranquilla. Il tema del dialogo è astratto. Talvolta alludono a miti nei quali entrambi non credono. Non polemizzano; e non vogliono né persuadere né essere persuasi, non pensano né a vincere né a perdere. Liberi dal mito e dalla metafora, pensano o cercano di pensare. Non sapremo mai i loro nomi. Questa conversazione tra due sconosciuti in un luogo della Grecia è il fatto capitale della Storia. Essi hanno dimenticato la preghiera e la magia”.
L’infame volterriana – per loro – resta l’ infame. I veri figli del secolo dell’illuminismo sono loro.
Per esistere quietamente nella convinzione della finitezza della propria esistenza – del caso biologico che ineluttabilmente pone la necessità della nascita come della morte, senza per questo presupporre la necessità di un senso assoluto a tutto ciò – occorre accettare il transitorio e il relativo, occorre la capacità negativa. In tale tormentata accettazione, malgrado il ricorso a forme e modi poetici e letterari molto diversi tra loro, Keats e Leopardi si stagliano in modo abbastanza unico nel panorama europeo dei primi decenni dell’Ottocento. Dove, allora le traiettorie dei due poeti divergono? O meglio, dove e come sento Keats abbandonare Leopardi? E in modo speculare a come, in precedenza, con riferimento ai long poems, s’è visto Leopardi divergere da Keats.
Qual è la via indicata dall’ultimo Keats? E’ la via del superamento della concezione filosofica occidentale dell’uomo come il “parlante” e il “mortale”: alias, dell’animale che ha la facoltà del linguaggio e la consapevolezza della propria morte. E’ la via del superamento della domanda sul perché la bellezza (la vita) venga offerta e perché poi svanisca. E’ – in “To Autumn” – la via della accettazione della condanna al nulla, senza più quella ribellione che implicitamente ancora accende, nell'”Ode sopra un’urna greca”, le esclamazioni di desiderio verso lo “stato” di eterna giovinezza e attesa delle creature incise nel marmo, e nell'”Ode a un usignolo” rende prorompente la reiterata presenza dell’io narrante. In “To Autumn” tale Selbst è già idealmente scomparso, portato lontano forse proprio da quei “gathering swallows” che chiudono il componimento, volgendo il loro garrire ai cieli nella bruma della sera. V’è dunque una consistenza di morte in “To Autumn”, superata però, circonfusa, nell’annullamento dell’io, dal principio di ciclicità: le rondini poi torneranno, la stagione rifiorirà. E il concetto è simile a quello espresso dal canto dell’usignolo nell’ode omonima: non l’uccello è eterno, ma il suo canto. Non quelle rondini o quell’autunno, dunque, ma altre rondini, altre primavere ed altri autunni eternamente ritorneranno.
L’ultimo Keats – con “To Autumn” – mi appare infine vòlto a una istanza di ciclicità vitale che in Leopardi non riesco a percepire. L’ultimo Keats pare confidare in una eterna rigenerazione del cosmo. Come per il primitivo, il sole e la luna sprofondano, le piante muoiono, ma poi rinascono il giorno dopo o a primavera. La luna sprofondata o divorata a morsi da un drago rinasce dopo tre notti e ricresce a poco a poco.
Non sento l’ultimo Keats lontano dal consolamentum buddhista: “Non siete persone, siete un fluttuare di eventi, ciascuno legato a una catena di cause e di effetti. Queste catene si intersecano, si aggrovigliano, creano la parvenza di una persona. Ma non vi fate ingannare, la persona è una illusione”.

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4 Responses to KEATS E LEOPARDI – II parte

  1. alcor il 14 febbraio 2011 alle 11:21

    Condivido ogni parola.
    Ovviamente, su Keats, che conosco troppo poco, mi limito ad ascoltare.

  2. michele il 15 febbraio 2011 alle 13:40

    “Di fronte ad ogni prova, ad ogni evidenza testuale, appaiono pertanto grotteschi, patetici, per non dire pelosamente faziosi, e in alcuni casi insultanti il coraggio intellettuale dei due poeti, i tentativi di leggerne cristianamente l’opera.”

    notevole e forse indicativo il “pelosamente faziosi”.

  3. renatamorresi il 18 febbraio 2011 alle 15:11

    mi colpisce (mi commuove) molto quanto la riflessione così potente e anticonsolatoria dei nostri due sia radicata nel dato materiale della giovinezza e della malattia – una lettura davvero notevole e di grande freschezza, grazie

  4. franco buffoni il 18 febbraio 2011 alle 19:47

    Grazie a voi tutti, con affetto fb



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