Il mio cuore è un mandarino acerbo

23 febbraio 2011
Pubblicato da

di Alessio Arena

CIMITERO DI POZZOVECCHIO
ESTERNO GIORNO

L’aria di morte è quella degli enormi aranceti che sbucano nel selciato dei gradini di Pozzovecchio, le tonde radici nervose a scavare il profilo della discesa a terrazze che arriva fino al mare, alla sabbia grigia che s’è ordinata qui e lì, a partire dallo sfacelo delle ossa dell’isola.
Le croci del cimitero stanno tutte affacciate su una bassa collina di salsedine, inginocchiata davanti al marmo delle cappelle della zona più alta, dove stanno le statue, qualche sedia di vimini lasciata vicino alle lapidi senza nome, gli angeli gabriele di ferro battuto con gli occhi chiusi, e molte luci rosse e blu.
A ridosso di una piccola scala a chiocciola che entra in quella che doveva essere la guardiola di Don Ciro il custode, che oggi ha avuto un attacco di appendicite, una delle tombe più fiorite è quella con su scritto QUI GIACE L’INFELICE VENOSCA, in caratteri dorati, in testa ai quali corre una scia di formiche.
La persona ritratta nella foto non è altri che Michele, la barba lunga, lunghi i capelli di amianto sfilacciato, il naso dritto a suggellare una solenne atmosfera pubblicitaria, come in quelle immaginette di Gesù Cristo che sull’isola si vendono pure nelle tabaccherie.
Seduto su una improbabile lapide vicina, arrugginita l’intestazione e le gardenie di plastica sulla base, Ninì, la sua mano tozza, cattura qualche formica e, con la stessa leggerezza con cui porta alla bocca la sua preda, dice: «Non preoccuparti, Cherie, è questione di poco ancora, anche Leonardo lì dentro ha dovuto aspettare tutto questo tempo».

Veronique, i capelli sciolti che le coprono il viso, sta inginocchiata a scavare una piccola buca.
«Quest’isola mi somiglia troppo, forse è che sono troppo calma qui, è strano, mi sento lontana da tutti».
«Lo sai chi è questo tipo che sta qua sotto?».
«Chi?».
«Questo qui», dice indicando la foto di Michele sulla tomba, «dicono che è il vero autore della statua del Cristo Morto, quella della processione. Era stato nel carcere un sacco di tempo e l’aveva fatta lì, la statua. Dicono che gli era bastato un ritratto suo, che gli era bastato fare una copia di se stesso e poi la gente l’ha preso per Gesù Cristo. Era stato come un modo per sfuggire alla sua condanna, capi’?».
«Chissà perché hanno scritto il povero …»
«Credo fosse un ergastolano, un criminale che aveva ucciso più di qualcuno. Fece un buco nella cella e si buttò a mare, credo».
«Povero, allora».
Ninì si guarda un attimo intorno, cambia subito discorso.
«Hai pensato a cosa faremo dopo? Quando avremo liberato tuo fratello?».
Veronique sembra infastidita, e smette di scavare, alzando lo sguardo verso il nano si sposta i capelli dalla fronte col suo gracile braccio.
«No, lo sai bene, non c’ho pensato, non lo abbiamo fatto, dipende anche da lui, da come si metteranno le cose, credo che dovremo stare al riparo per un po’».
Ninì si alza, spia ancora una volta nel deserto di tombe del cimitero controllando che nessuno lo ascolti, in realtà ha un mal di testa che è una cosa molto brutta, gli tira indietro la lingua, non trova il coraggio per dire quello che dice.
«Cosa credi che dica quando ti avrà visto … così?».
Veronique ha ripreso a togliere terreno dalla piccola buca e sorride. «Cosa potrebbe dire?».
«E che potrebbe dire … che grazie … a te stavo aspettando … che non ti riconoscevo … come ti sei cambiata …», è serio, letale, «per … perché … perché?».
«Mio fratello non è in grado di parlare, Ninì».
Il nano sembra mortalmente imbarazzato dalla propria gaffe, ma dopo poco si scioglie in una risata piena di volate, lirica, ottocentesca, sicura di sé.
«Avanti, fatti dare una mano».
«No, lascia stare, voglio farlo da sola», tossisce Veronique, poi si ferma, ha toccato qualcosa. «Mon Dieu, ma cosa c’è qui, è frutta?».
Ninì si avvicina, guarda nella buca. «Sì, non farci caso», borbotta, «sono mandarini».
«E cosa ci fanno qui?».
«Ce li hanno messi, li hanno sepolti perché erano acerbi».
«Ah, bene, un’idea molto intelligente».
«È una cosa che si fa da sempre sull’isola, ci sono aranceti e limoni ovunque da queste parti, ci stanno da quando questo scoglio ha bucato il mare, i mandarini invece li avevano portati i pirati, la gente di fuori che si erano mangiati le donne, i bambini, e avevano fatto scappare tutti quanti su alla rocca della Terra Murata».
«E poi erano rimasti qui?».
«Quel poco come erano abituati a fare, e quando se ne erano andati lasciarono questi piccoli arbusti storti sulla piana di Cottimo e per tutta Solchiaro. Questi nuovi frutti avevano un sapore meraviglioso ma ovviamente la gente col tempo cominciò a credere che avevano qualcosa di strano, fino a che si disse che le donne che li mangiavano avrebbero partorito i figli dei pirati, che sarebbero diventate pregne della violenza che molte di loro avevano subito».
«Una maledizione». Veronique lo guarda divertita.
«Sì, e all’improvviso i mandarini smisero di maturare, opera dei morti che per evitare lo scempio di quelle figlianze reclamavano i frutti dalle loro parti».
«È incredibile».
«Sì, e se non altro resta il fatto che qui sopra i mandarini non maturano mai».
«E chi si occuperebbe di seppellirli?».
«Gli uomini, i padri di famiglia soprattutto, chi ha qualche figlia, prima e dopo di averla data in sposa, ne seppellisce qualcuno».
«Come fai a inventarti queste cose?».
Ninì ritorna un attimo dalle formiche, soffia forte sul loro percorso ordinato, un soffio lacrimogeno in pieno corteo.
«Non invento niente, esistono pochissime cose che si possono inventare».
«Dimmene qualcuna».
Il nano la guarda accigliato, poi spolverandosi i capelli dalla fronte, dice: «L’Amour… perché tutti quanti vogliamo stare bene, e far finta di stare bene alla lunga ce ne dà almeno un’idea».

Testo tratto da Il mio cuore è un mandarino acerbo (Zona, Collana Novevolt, 2010)

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5 Responses to Il mio cuore è un mandarino acerbo

  1. e. il 23 febbraio 2011 alle 13:23

    Ci sono delle storie così ben scritte, così belle che quando cominci a leggere non vuoi fermarti più, ti bevi le pagine del libro nel quale sono racchiuse, le parole prendono vita e costruiscono personaggi, castelli, isole e mari. Ti inventi le voci, i volti e i gesti di quelle parole.
    Solo quando arrivi all’indice, ahimè, ti rendi conto che il tuo unico desiderio è che la storia continui all’infinito, perchè per un istante, hai creduto di poter essere parte di quel meraviglioso mondo.
    Questa è una di quelle storie.

    Io spero che Alessio Arena, con altre sue creazioni, ci accompagni ancora tra le meraviglie dei suoi luoghi, popolati da nuovi personaggi con cui piangere ridere… e nuovamente emozionarsi!

  2. Alessandro Raveggi il 23 febbraio 2011 alle 14:50

    Come curatore di Novevolt, mi sento di dedicare questo estratto a Luigi di Ruscio, che ci ha lasciati oggi, con tanti testi ancora da pubblicare. Un saluto, Luigi…

  3. […] su Nazione Indiana un estratto de “Il mio cuore è un mandarino acerbo” di Alessio […]

  4. Lisa il 23 febbraio 2011 alle 18:20

    Ho cercato questo libro dopo aver letto la recensione su Rolling Stone dello scorso dicembre. Mi sono resa conto subito, durante la lettura, che in questo caso non si trattava del solito giovane scrittore italiano. È un libro pop, ma anche antico, obsoleto per certi versi, ma pregno, con continui rifermenti culturali, alti, altissimi e bassi, infimi, da far ridere. Un romanzo bulimico, con un film che si vomita dentro una pellicola surreale o meglio “magico-realista”, che rimanda a Manuel Puig, a Jean Genet, a Pasolini.
    Come docente di letteratura italiana in un liceo fuori dall’Italia, mi sono precipitata a segnalarlo ai miei allievi, per avere un’idea, reale, di quello che si sta movendo in questa nuova generazione di scrittori tanto diversi tra loro, anche per qualità e propietà narrativa. Bisogna dirlo.

  5. chi il 24 febbraio 2011 alle 15:40

    “Ti ha detto che torna?… com’era?”, “Quasi come tutte le cose che non esistono. Felice.”

    Il mio cuore è un mandarino acerbo di Alessio Arena racconta la storia, surrealista e satirica, di un film ambientato a Procida. Non ha capitoli, ma scene, e nella forma assomiglia al racconto orale di un copione cinematografico. È un oggetto narrativo spurio nella forma ma accordato alla linea narrativa dello Striano di Indecenze di Sorcier e del De Simone de L’opera buffa del giovedì santo, in particolare evoca una metafisica da banco e una scansione irridente e superstiziosa in vangeli, misteri, e stazioni.

    a me è piaciuto assaje assaje assaje.



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