Non si disturbi il massacratore

24 febbraio 2011
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Bacheca libica

Questo è un “post-in-progress”. Siete tutti invitati a lasciare commenti, segnalare materiali d’approfondimento, riportare testimonianze, elencare dati, ricordare la storia criminale del colonialismo italiano in Libia, prima e durante il fascismo. 

“Eni, Unicredit, il Gas, il Petrolio, la Juventus: metà della nostra economia è in mano a un dittatore che spara sulla folla. Menomale che l’altra metà è in mano alla mafia che almeno spara uno alla volta…” Maurizio Crozza, “Ballarò”,22.2.2011.

«La processione degli italiani che venerano e rispettano Gheddafi, formata dagli uomini che con lui hanno lavorato al “grande accordo” che ha chiuso una lunga fase di tensioni, entra nella tenda del leader.  E’ già notte nel grande spiazzo nel deserto, a pochi chilometri da Tripoli: tra i cammelli sfilano gli ex capi di governo Giulio Andreotti e Lamberto Dini, l’ ex ministro dell’ Interno Giuseppe Pisanu e il senatore pd Nicola Latorre (in rappresentanza di Massimo D’ Alema). In diretta tv hanno appena ricevuto il premio dalla Giamahiria, una targa e una fascia verde, il colore della rivoluzione. E’ il riconoscimento che Gheddafi fa consegnare agli “amici italiani” che hanno creduto in quell’ accordo firmato il 30 agosto da Silvio Berlusconi. Il primo ad essere premiato è proprio lui, il Cavaliere, assente giustificato assieme all’ ex premier Romano Prodi, al ministro degli Esteri Franco Frattini e tanti altri. Uno speaker riserva a tutti l’ appellativo di “eccellenza”. Con un’ eccezione: Gianni Letta, sottosegretario della Presidenza del Consiglio e gran tessitore per conto di Berlusconi, è onorato del termine “sua altezza”. Anche Vittorio Sgarbi ha la sua fascia verde. In aereo, dieci anni fa, volando dalla Sardegna violò l’ embargo, e la Libia non dimentica quel gesto dannunziano che voleva testimoniare un’ amicizia contro la realpolitik. Sgarbi, attuale sindaco della siciliana Salemi, guarda Andreotti e Gheddafi che s’ incontrano per l’ ennesima volta, parlano, s’ intendono ancora, trent’ anni dopo: «Gheddafi è l’ ultimo capo arabo democristiano – osserva Sgarbi – per questo con Andreotti e Dini si capiscono ancora così bene». Il leader libico ringrazia l’ Italia per l’ accordo in base al quale Roma pagherà, nell’ arco di vent’ anni, 5 miliardi di euro a titolo di risarcimento dei danni dell’ occupazione coloniale. «Dobbiamo complimentarci con noi stessi e noi libici vi ringraziamo per gli sforzi che avete compiuto per arrivare a questo accordo che onora i nostri due popoli» dice il Colonnello. Andreotti e Dini ripetono l’ invito al leader libico a visitare l’ Italia, Sgarbi lo vorrebbe al più presto ospite nella “sua” Sicilia, magari proprio a Salemi. «Adesso è possibile, non ci sono più ostacoli alla mia visita in Italia – dice il Colonnello – . Ripeto: dobbiamo complimentarci con noi stessi per il buon lavoro che abbiamo fatto per i nostri popoli». Vincenzo Nigro, La Repubblica, 8.10.2008.

“Usare il mitra per fermare i profughi africani che arrivano in Italia. Lo ha detto l’assessore regionale ai flussi migratori Daniele Stival, leghista, in diretta su Rete Veneta. Una frase choc che ha fatto scalpore, sollevato dure polemiche molte delle quali erano volte a chiedere le dimissioni dello stesso assessore. La puntata di Focus, talk show dell’emittente locale, era incentrata sulla rivolta in Libia, si parlava delle migliaia di morti fra i civili, aprendo un ragionamento sulla richiesta del governatore della Sicilia al Veneto di ospitare i profughi nordafricani. Alla domanda su come limitarne l’arrivo, Stival è intervenuto usando queste parole: «Ci riescono pure in Grecia, Spagna e Croazia, dovremmo riuscire anche noi usando il mitra»”, Corriere della Sera, 23.2.2011.

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43 Responses to Non si disturbi il massacratore

  1. paolo melissi il 24 febbraio 2011 alle 14:12

    Ho scritto già una lettera al Governatore della Libia.
    I trafficanti d’armi Occidentali
    passano coi Ministri accanto alle frontiere

  2. lorenzo galbiati il 24 febbraio 2011 alle 14:28

    Eh ma Stival non ha tutti i torti: stiamo in Europa con stati che condannano facilmente quando non sono loro a dover ricevere i migranti, e quelli che devono ricevere i migranti dal Mediterraneo non è che usino i tappeti di velluto.

  3. Evelina Santangelo il 24 febbraio 2011 alle 14:50

    Non sono «migranti» sono PROFUGHI.

    Lo so che così è stato detto dai rappresentanti del governo (e non solo).

    Ma se la politica non è nemmeno in grado di chiamare cose, eventi, persone con il proprio nome (e tutto quel che comporta in termini geopolitici, anche), come pensiamo che una classe dirigente del genere possa minimamente affrontare poi la realtà… che infatti chiama «esodo biblico»… dunque fuori dalla portata della politica e forse, vorrebbero suggerire, persino degli uomini…

    Bene, se è così, beh, che si facciano da parte.
    Almeno eviteremo le mistificazioni consolatorie e questo modo scomposto, miope, anzi, cieco… che fa solo danni, visto che nemmeno è in grado di DECIFRARE gli eventi che accadono. Figuriamoci quelli che potrebbero accadere…

    Questi sono cialtroni della politica, diciamolo una volta tanto. È più dignitoso ammetterlo che giustificare l’ingiustificabile.

  4. robertobugliani il 24 febbraio 2011 alle 16:07

    Un paese come l’Italia, che ha perfino dato il nome Libia a quelle terre (Tripolitania e Cirenaica) che il colonialismo giolittiano aveva conquistato, e con gli interessi che colà ha avuto e ha, non può fare lo gnorri e barcamenarsi, ma dovrebbe riposizionarsi immediatamente con la nuova situazione e dialogare con le forze politico-sociali libiche emergenti. Nel bene o nel male con la Libia (e con la sua classe politica al potere, a prescindere) è necessario farci i conti, perché se vogliamo seguitare a mantenere il nostro minimale stile di vita, che consiste poi nell’accendere il riscaldamento d’inverno, cucinare e fare il pieno di benzina all’auto, non si può fare i duri e puri, perché gli esportatori di petrolio e gas nel nostro caso si chiamano Libia e Russia, non già, poniamo, Usa o Germania.
    Quanto poi all’accordo che ha messo fine al lungo contenzioso sulla “questione” dei “danni coloniali” lo considero positivamente, un riconoscimento (almeno in termini economici, perché in quelli politici non mi risulta sia avvenuto) della barbarie coloniale italiana mi pare giusto. Tempo fa ho avuto l’occasione di vedere delle foto fatte da lavoratori italiani in Libia durante il fascismo, e la fila allucinante di ribelli libici impiccati non era certo un bello spettacolo. Oggi in rete, nei blog politici meno accodati al regime bipartizan italioto, circolano le ipotesi più disparate sull’origine della rivolta, dall’infiltrazione di agenti usa tra i manifestanti, alla guerra dl petrolio tra Eni e Bp. E’ la scarsità o la mancanza di notizie fondate che fa proliferare quelle “letture”, mentre come sempre succede circolano anche notizie manipolate ad arte, ma a mio avviso l’attenzione, per quel che si può, va focalizzata sui rapporti di forze esistenti all’interno degli insorti (o quel che sono, magari in parte eterodiretti) libici, perché questi rapporti di forze diranno quale “fazione” politico-sociale prevarrà.

  5. robertobugliani il 24 febbraio 2011 alle 17:13

    Il problema a mio avviso non consiste nel fatto che Finmeccanica venda armi alla Libia, quello è un “contorno”. Il problema è che Finmeccanica è una industria pubblica (ancora, e in parte) di punta, ossia avanzata (a differenza della privata e decotta Fiat), che produce armi, aerei, navi da guerra e civili, tecnologia satellitare e quant’altro, e con quelle vendite accresce il Pil nazionale, che determina, indirettamente, certo, il nostro stile di vita (quello che gli statunitensi chiamano way of live e che tutti i loro presidenti dichiarano non essere negoziabile). Anche da quegli accordi commerciali gli italiani ci tirano il lesso. Forse qualcuno non lo immagina, ma è così. Per cui non mi pare corretto scoprire solo ora le commesse di Finmeccanica, anzi mi pare anche un po’ strumentale, e quindi indignarci perché Finmeccanica ha venduto (e vende) armi al dittatore Gheddafi. Perché, quando le vende, o le ha vendute, all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi, all’Irak di Saddam o, che so, all’Afghanistan “talebana” etc, allora ci va e ci andava bene? Perché invece non pone, chi è contro la vendita di armi (in sé, dico, e non solo a un dittatore anziché a un altro), il problema della riconversione delle fabbriche di armamenti (con mantenimento dell’occupazione, ovvio), e non si mobilita per quello? La Libia non è il Myanmar, perché noi italiani possiamo essere a favore delle manifestazioni per la democrazia in Myanmar senza rimetterci nulla, ma quando in gioco è la Libia, dati gli enormi interessi che là abbiamo, allora l’unica domanda concreta da farsi mi pare la seguente: quanto siamo disposti a sacrificare del nostro stile di vita per escludere la Libia del dittatore Gheddafi dal nostro Pil? Non so cosa la maggioranza degli italiani, quella che fa il consenso, risponderebbe.

  6. massimiliano manganelli il 24 febbraio 2011 alle 17:41

    Da italiano cacciato nel 1970 dal colonnello, non posso che constatare la straordinaria coerenza della diplomazia italiana, nonostante i quarantadue anni di distanza e la diversità dei governi (ministri degli Esteri: Moro e Frattini). Incapace e lenta allora, incapace e lenta oggi. In teoria, l’Italia ha e ha avuto con la Libia un rapporto privilegiato, eppure ieri come oggi il nostro governo sembra non avere la minima idea di quel che accade a Tripoli, a Bengasi o nel Fezzan. E le informazioni di cui dispone, ammesso che ne abbia, sono tutte di seconda mano.

  7. Evelina Santangelo il 24 febbraio 2011 alle 17:46

    Ricorderei anche questo pezzo molto lucido di Andrea Segre sull’immigrazione appaltata alle dittature, postato su Nazione Indiana qualche settimana fa:

    https://www.nazioneindiana.com/2011/02/15/caro-maroni-ecco-che-succede-appaltando-gli-immigrati-alle-dittature/

  8. Carlo Antonicelli il 24 febbraio 2011 alle 17:50

    L’analisi di Roberto Bugliani mi sembra puntuale e la sua domanda è ineludibile: “quanto siamo disposti a sacrificare del nostro stile di vita per escludere la Libia del dittatore Gheddafi dal nostro Pil?”
    E se davvero siamo di fronte all’inizio della fine della decolonizzazione europea in africa e nel vicino oriente, le conseguenze sull’Italia in primis, e sull’Europa in genere, saranno inimmaginabili.
    Abbiamo pagato per anni questi dittatori per tenerci lontano la puzza della povertà africana e prenderci le loro risorse (coi fucili o con l’ENI). Se si prepara per il Maghreb una lunga e tragica transizione verso una qualche forma di stabilità politica ed economica, pensare ad un esodo
    di enormi proporzioni non è mera fantapolitica.
    E cosa faremo allora noi sinceri democratici che chiudiamo le portiere delle nostre auto quando al semaforo si avvicina lo straniero a elemosinare un po’ della nostra ricchezza?

  9. stalker il 24 febbraio 2011 alle 18:04

    Roberto, non so se saremo capaci di rinunciare al nostro stile di vita e in che termini. So per certo che delle commesse Finmeccanica e dei traffici della Gheddafi-Berlusconi SpA se ne sa e ci si “indigna” da tempo. Ora ne abbiamo certezza, sentendo un Ministro.per.caso come Frattini dire che “l’Europa non deve esportare democrazia”…quella stessa “democrazia che stiamo “esportando” da anni in Iraq e Afghanistan.

    Lo riassume bene Travaglio, che in questo articolo condivido in pieno.

  10. stalker il 24 febbraio 2011 alle 18:05
  11. helena il 24 febbraio 2011 alle 18:16

    roberto, è evidente che tocchi un punto cruciale, ma talvolta mi sembra che il giusto richiamo alle basi economiche di ciò che muove il mondo, possa portare a una sorta di determinismo che non sarebbe piaciuto nemmeno al vecchio Marx. A parte il fatto che gli accordi economici sono bilaterali e quindi avrebbero consentito anche all’Italia e all’Europa di farsi sentire in quanto cliente. Gas e petrolio possono essere acquistati anche altrove (da Putin, per esempio, peggio mi sento) e anche se certo la perdita delle moltissime commesse o degli investimenti libici potrebbe ripercuotersi sulla nostra economia (vale a dire non solo su banchieri e azionisti, ma anche sugli operai che lavorano per le aziende che esportano in Libia), siamo sicuri di trovarci davanti a uno scenario talmente apocalittico per cui ci conviene abbozzare di fronte agli aerei suppongo made in Italy che bombardono le masse rivoltose?
    L’emergenza profughi sarà terribile come tutte le grandi ondate simili, ma ci tocca affrontarle così come furono affrontate quelle del dopoguerra, quando anche i paesi europei erano ridotti in macerie.

  12. Evelina Santangelo il 24 febbraio 2011 alle 18:51

    È incredibile che non si arrivi nemmeno a concepire l’ipotesi che i rapporti con un ipotetico regime non-dittatoriale possano solo giovare, come è stato adombrato proprio da libici in esilio che hanno da sempre lottato per la democrazia.
    Questo mi stupisce non poco. Perché, se sappiamo poco dell’oggi vuol dire che, dunque, non sappiamo quasi nulla di come si evolveranno gli eventi.

    Non sarà che, nell’intimo, siamo noi ad avere paura che si possano istaurare delle democrazie nel mondo arabo?
    Prendetelo come un invito a riflettere, visto che poco sappiamo ma molto temiamo.

  13. robertobugliani il 24 febbraio 2011 alle 19:00

    @ helena e stalker,
    anche se non condividessi lo scenario da realpolitik e i machiavellismi che ne stanno alla base da me delinaeato, bisogna prenderne atto, perché in queste ore in tema di rapporti con la Libia i berluscones si affannano a dire una cosa che in sé è giusta, vale a dire che la politica italiana dell’attuale governo è la stessa che ha guidato quelle precedenti, di Andreotti-Craxi-Prodi-D’Alema ecc (a parte il bacio dell’anello al dittatore, che è valso mediaticamente un po’ come il bacio di Riina a Andreotti, ossia un “episodio” di nullo conto). Dunque questa è la bussola politica-economica con cui, se si vuole, bisogna fare i conti, ma non contingentemente, se no mi pare un po’ strumentale. Ossia interrogarci su quanto siamo disposti a pagare, in termini di italian way of life, dalla chiusura dei “nostri” rapporti non solo col dittatore Gheddafi, ma con tutti gli altri regimi dittatoriali del mondo, mi pare un pragmatico richiamo a porci con i piedi per terra. Almeno fino a quando il Pil sarà il deus ex-machina della politica economica in un mondo che magari non si vuole ma che ci è toccato vivere. Ho visto troppi risultati infelici delle “guerre umanitarie” o troppe bufale mediatiche (qualcuno in rete ricorda anche quella su Ceauscescu, che consistette nel dare l’ultima spallata a un regime – che personalmente mai ho condiviso – da parte di quella stessa nomenclatura che passò a comandare in Romania dopo essersi rifatta l’immagine) per aver fiducia in notizie scarse e rimediate su fatti e forze che nessuno può al momento valutare con certezza. Del resto, dal fasullo assalto di fasulli indiani alle navi inglesi che inaugurò la guerra di indipendenza americana al fasullo incidente del golfo del Tonchino che iniziò l’invasione Usa del Vietnam, le bufale non sono certo mancate nella storia moderna. Quindi, anche qui, nessuna esportazione di democrazia (tanto più che la mia idea di democrazia non è quella di La Russa e nemmeno di D’Alema), che le truppe nato se ne stiano a casa loro, è il popolo libico che deve decidere del proprio futuro, sulla base dei rapporti di forza esistenti. Del resto, a proposito di UE, non mi va che certi stati come Francia o Germania facciano gli eroi con la pelle degli altri, cioè la nostra, perché è facile dire sospendiamo la fornitura di armi, quando poi magari si scopre che il volume di affari loro è quasi nullo rispetto a quello di Finmeccanica.

  14. Carlo Antonicelli il 24 febbraio 2011 alle 19:11

    Io non riesco proprio ad essere ottimista come Helena. Prima di tutto perché le condizioni storiche e socio-politiche dell’Europa attuale sono distanti anni luce da quelle del dopoguerra, ed anche perché il paesaggio che si evoca è quello della miseria e della distruzione più nera (cfr. Germania Anno Zero e il protagonista-bambino che si suicida). è davvero quello lo scenario a cui andiamo incontro? Non credo proprio.

    Aneddoto. Ieri ero a cena con “uno-di-sinistra” (diceva lui, comunque un profilo comune:giovane lavoratore laureato e anche ben messo fisicamente) che mi faceva notare il degrado della Stazione Termini di Roma. Raccontava che era stato così tanto intimorito da vedersi costretto a rifugiarsi in una libreria. Intimorito da cosa? C’erano dei rumeni che bevevano alcolici vicino alla biglietteria. Naturalmente bere alcol in pubblico non è reato, eppure il tipo diceva: “c’è il degrado, non dovrebbero succedere queste-cose ecc… ma io ho votato Prodi eh, sono di sinistra, mica razzista”

    E visto che parliamo di possibili pronostici sul nostro futuro, misurando il polso delle società occidentale oggi, lo scenario più plausibile è quello descritto mirabilmente dal film di Alfonso Cuaron, Children of Men.
    http://www.youtube.com/watch?v=pbgrwNP_gYE

  15. stalker il 24 febbraio 2011 alle 19:14

    roberto, che ti devo dire?
    e allora facciamo anche il ponte sullo stretto di messina!
    la impregilo darà tanto lavoro, le ditte di movimento terra prospereranno, e con la mafia bisogna pur conviverci…disse un ministro non tanti anni fa.
    sul fatto che sia zona sismica sorvoliamo, anche sull’imapatto ambientale, e anche sul fatto che la SA RC è un cantiere perenne da troppi anni.
    (OT, lo so)

    su d’alema sorvolo, è quasi ora di cena e non voglio guastarmi l’appetito.

  16. stalker il 24 febbraio 2011 alle 19:16

    e comunque qui si parla di migliaia di morti, addirittura di feriti ammazzati negli ospedali. non credo sia una bufala!
    http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=150396

  17. Enrico il 24 febbraio 2011 alle 19:43

    segnalo due articoli di approfondimento sulla Guerra di Libia (1911)
    , e su Saadi Al Gheddafi (fra le altre cose ex giocatore di serie A)

  18. helena il 24 febbraio 2011 alle 19:48

    roberto, lo so benissimo. Infatti il pezzo postato sopra è inequivocabile sulla continuità bipartisan dei rapporti Italia-Ghedaff. Come te non ho nessunissima certezza di quel che succederà domani in tutti paesi nordafricani dove sono caduti i regimi. Vedo anch’io probabili scenari per nulla rassicuranti. Ma vorrei farti presente che prima o poi i coperchi autoritari saltano. E anche che noi – Italia, Primo Mondo – già abbiamo cominciato a stare peggio poiché abbiamo perso e stiamo perdendo un tot della nostra forza economica a vantaggio di altri paesi, definiti “emergenti” e anche no. E che da quelle parti del mondo qualcuno e non sempre solo e esclusivamente una ristretissima oligarchia cominica a stare meglio. E’ questo l’effetto della globalizzazione e tocca tutti, destra e sinistra. Credo che dobbiamo porci il problema come gestirla in tutti i suoi possibili risvolti, senza fare gli struzzi, senza cercare i primi capri espiatori utili, ma anche senza illuderci che bastano le buone intenzioni di solidarietà ecc. Per tutte queste ragioni credo che un approccio politico non troppo appiattito sulla realpolitik non sia solo più rispettoso di alcuni principi che dovremmo ritenere inderogabili per tutti, ma forse anche più lungimirante.

  19. andrea inglese il 24 febbraio 2011 alle 19:50

    su “Le monde” di oggi un bell’articolo sugli investimenti libici (la banca centrale libica ha un sacco di soldi da mettere ovunque in Europa) e cita oltre a Unicredit, Finmeccanica, Fiat, Juventus (7,5%) anche il 15% di Retelit, fornitore di connessioni internet. Ma anche in Gran Bretagna 3% del gruppo Perason, che detiene il Financial Times. La Francia invece ha TOTAL e GDF ben impiantate su territorio libico.
    1) Petrolio
    2) Gas
    3) capitali
    4) controllo flussi migratori

    di che far dimenticare i diritti umani….

    Detto questo, anche per tutto il continente africano ci sarà da riflettere. La cosa non riguarda solo l’appoggio dato dagli europei e americani a gente del genere. Gheddafi è stato l’anno scorso presidente dell’Unione Africana con tutti gli onori. Anche le classi dirigenti africane sono belle disorientate, almeno quanto le nostre. E nell’Africa nera nulla si muove, perché la repressione è ancora più feroce e preventiva. Piccoli focolai in Gabon e Zimbawe, immediatamente sedati con arresti e condanne.

  20. lorenzo galbiati il 24 febbraio 2011 alle 20:12

    Andrea, in Inghilterra è il gruppo Perason che detiene il Financial Times o il gruppo Pearson (con cui collaboro io, per la cronaca, vedi Bruno Mondadori)?

  21. robertobugliani il 24 febbraio 2011 alle 20:28

    @ stalker,
    in linea di principio, tra impregilo e finmeccanica c’è una differenza, che dovrebbe essere sostanziale: finmeccanica è ancora partecipata statale, quindi i profitti dovrebbero andare direttamente allo stato, non così impregilo, i cui profitti entrano in tasche private e possono benissimo andare in svizzera o impiegati come fa più comodo ai soci (poi lo so che negli enti pubblici c’è corruzione, clientelismo, incapacità manageriale ecc.). Vedi, io vivo in una città dove tra le poche fabbriche prospera quella d’armamenti Oto Melara, e so da sempre che i suoi maggiori clienti c’erano (e ci sono) regimi arabi dittatoriali e che l’Oto Melara con stratagemmi vari ha dribblato tutti gli embarghi ai paesi che di punto in bianco si consideravano “canaglia”, ma intere generazioni di operai hanno vissuto con quegli stipendi, e, tra l’altro, c’era una avanguardia operaia molto preparata politicamente e sindacalmente, che faceva lotte importanti. Poi ho anche assistito alle proposte abortite di riconversione della produzione militare in civile. Quel che voglio dire, in breve e con questo esempio è: quanto finora abbiamo goduto economicamente e in modi vari noi italiani di quelle commesse? E quanto continuiamo a goderne, magari non più con le armi vendute a Gheddafi, ma a tutti gli altri paesi “antidemocratici”? E ogni volta che un ospedale o una scuola accende i caloriferi, sa a che prezzo lo fa?
    Insomma, se si vuole affrontare un discorso complessivo sulla ricchezza di una nazione, che magari comprenda anche la produzione e vendita di armi ci sto, ma ridurre tutto alla vendita o meno di armi al dittatore Gheddafi, anche nella contingenza attuale dove ci sono morti e feriti, mi pare quantomeno limitativo.

  22. georgia il 24 febbraio 2011 alle 20:31

    il 90% del petrolio proviene dalla cirenaiaca che ormai non è più in mano a gheddafi, quindi piuttosto che preoccuparsi per il petrolio credo che i nostri governanti debbano preoccuparsi di instaurare buoni rapporti con i futuri governanti, perchè se per sculo ci capitasse di aver a che fare domani con un ministro dell’energia che magari era fra quelli rispediti da maroni nelle grinfie dei pretoriani di gheddafi … brrrr che freddo il prossimo anno ;-)

  23. stalker il 24 febbraio 2011 alle 20:39

    roberto, nella vita mi è capitato di lavorare con fincantieri, parente di finmeccanica, e sai perchè prende le commesse l’italia e non altri paesi europei?
    perchè non essendo privata si può permettere di pagare penali stratosferiche per ogni giorno di ritardo nella consegna, e spesso si parla di mesi.
    quindi, tra costi e benefici per il pil, bisognerebbe fare due conti in più.
    si stipendiano operai, ditte esterne e maestranze, ma è un cane che si morde la coda.

  24. stalker il 24 febbraio 2011 alle 21:27

    pensierino della notte:
    ovunque si è alzato il vento, la prima cosa che hanno fatto, è stato oscurare la rete e l’informazione (vedi al Al Jazeera)
    abbiamo una grande arma, in altre rivoluzioni erano ciclostili, e tanto pedalare….su per i monti.
    non ce lo scordiamo mai!

  25. stalker il 24 febbraio 2011 alle 21:35

    ultima.
    stiamo comunque parlando di un uomo che andrebbe processato IMMEDIATAMENTE per crimini contro l’umanità.

  26. Carlo Antonicelli il 24 febbraio 2011 alle 22:13

    Su Corriere Del Veneto TV l’assessore leghista Stival si lascia scappare una frase sui profughi libici: serve il mitra!

    http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=22349

  27. andrea inglese il 24 febbraio 2011 alle 23:22

    lorenzo, errore di battitura, è ben Pearson…. (il tuo datore di lavoro)

    a rubugliani: non ho seguito tutta la discussione, ma ci sono livelli diversi, che non si possono confondere.
    una questione è quella dell’appoggio a regimi dittatoriali che fanno comodo a tutta l’economia nazionale – ciò non toglie che alternative potrebbero essere possibili – sia alle risorse di Gheddafi sia al fatto che sia Gheddafi a darci quelle risorse
    la questione però ora più urgente è questa: dov’è finita tutta la retorica umanitaria che ha favorito le “guerre umanitarie” contro la serbia, saddam, i talebani? non sto livellando tutto, ma è particolarmente vergognoso vedere l’Europa fare proclami al vento mentre quello fa massacrare il popolo;
    io non credo alle guerre umanitarie, ma alcune decisioni politiche l’europa potrebbe prenderle subito: impedire agli aerei libici di alzarsi in volo, organizzare dei campi di rifugiati libici, che riescono a scappare; bloccare i patrimoni di Gheddafi, ecc. Insomma, tra il non fare niente e mandare degli aerei a bombardare, a rischio di fare altre vittime civili, c’è tutta una serie di mosse politiche possibili per limitare gli eccidi di Gheddafi.

  28. andrea inglese il 24 febbraio 2011 alle 23:28

    Non dovremo mai dimenticarci di questo. Per liberare gli afghani dai talebani, stiamo facendo una guerra. Sono costi economici, costi in vite umane (nostre) e costi in vite umane loro (i civili). Così è stato fatto per Saddam e ancora fanno gli USA, così è stato fatto in Serbia e Kosovo. Ora di fronte ad al caso libico, si potrebbe pensare che la cosa più elementare e immediata da fare sia – se non si vuole andare a bombardare Gheddafi con diabolica coerenza – almeno mettere tanti soldini per accogliere i profughi che scappano dalla Libia – a livello europeo. Ma proprio questo nessuno si sogna di farlo e nemmeno di dirlo, seppure per finta.

  29. Evelina Santangelo il 25 febbraio 2011 alle 09:34

    Come scrive ANDREA, «alcune decisioni politiche l’europa potrebbe prenderle subito: impedire agli aerei libici di alzarsi in volo, organizzare dei campi di rifugiati libici, che riescono a scappare; bloccare i patrimoni di Gheddafi, ecc.»
    Voglio dire, comprendo perfettamente tutte le complesse ragioni di ordine economico che riguardano la nostra esistenza quotidiana (visto l’intreccio tra capitali libici e imprese, banche, aziende statali e non).

    Comprendo che la preoccupazione mossa tempo fa da alcuni economisti sul fatto che fondi sovrani di paesi non-liberi con grande liquidità (soprattutto se paesi come la Libia, appunto) potessero condizionare gangli della vita economica di democrazie occidentali non sia stata minimamente presa in considerazione , e che dunque le nostre sorti, ad esempio, oggi, sono legate alla sorte di un dittatore sanguinario.

    Ma, siccome oggi è in corso una rivoluzione, un’insurrezione (che nessuno, a quanto pare, si aspettava) il cui esito dipenderà anche dalle scelte dei paesi occidentali, dall’atteggiamento dei paesi occidentali, non sarebbe il caso, se non altro per lungimiranza, come ha detto GIORGIA, di analizzare, capire quel che sta accadendo e compiere scelte di conseguenza?
    Scelte che una volta tanto potrebbero davvero avere una ricaduta umanitaria, al di là del cinismo delle ragioni economiche e degli assetti geo-politici che purtroppo giocano e giocheranno sempre la loro parte non indifferente?

    Intendo dire: se bisogna fare dei passi politici, perché non partire proprio dall’imprevedibile, dall’impensabile… che è accaduto, nonostante tutto, nonostante il cinismo politico, nonostante l’oppressione di un regime dittatoriale appoggiato da buona parte dell’occidente, nonostante le supreme ragioni econmiche?

  30. lorenzo il 25 febbraio 2011 alle 09:54

    un ricordo del maggio 2009:

    http://www.absolutepoetry.org/nihil-sine-causa

    vale!

    lorenzo

  31. lorenzo il 25 febbraio 2011 alle 09:55

    un ricordo del maggio 2009

    vale!

    lorenzo

  32. sergio falcone il 25 febbraio 2011 alle 11:00

    La vicenda di Gheddafi è uguale a tante altre vicende.
    Chi, all’inizio della sua carriera politica, poteva apparire come una specie di liberatore, col passar del tempo, si tramuta nell’esatto contrario.

    E’ la natura del Potere. Di ogni Potere.

    Il Mediterraneo è in fiamme. I popoli insorgono. Ma non è tutto oro quel che brilla. Gli Stati Uniti hanno degli interessi enormi in tutta l’area, e mire sulla Libia. Che ci sia la regìa del capitale americano?

    A cosa servono rivoluzioni che, nella pratica, non cambian nulla?
    Cambieranno i suonatori, ma la musica rimarrà la stessa.
    E la musica è il dominio di classe, lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’altro uomo.
    A cosa è servita, qui da noi, la Resistenza, se la natura di classe della società italiana è rimasta la stessa?
    Con buona pace dello stalinista Palmiro Togliatti che non solo amnistiò i fascisti, ma li reintegrò addirittura nei ruoli di potere.

    Ci sono dinastie, per esempio, di ricchi notai, nella città dove vivo, che si tramandano privilegi e ricchezze da decenni.
    Prima, durante e dopo il fascismo.

    E la Storia, lo scandalo che dura da diecimila anni, come ci faceva notare Elsa Morante, continua…
    A danno dei più deboli.

  33. robertobugliani il 25 febbraio 2011 alle 15:03

    La liberazione da Gheddafi (se così sarà) deve essere opera del popolo (se è tale) libico, e di nessun altro. Dov’è finito il concetto di autodeterminazione dei popoli? Nessuna sovranità nazionale si è mai fondata su interventi militari esterni, siano pure “umanitari”. Ieri al TG3 Sechi, direttore del Tempo, invocava un intervento militare, anche di terra, per liberare il popolo dal dittatore. Anche i giornalisti berlusconiani si sono riposizionati, e quegli stessi che pochi giorni fa scrivevano articoli pro-Gheddafi adesso hanno fiutato l’aria nuova e agiscono di conseguenza. Magari ispirati dal colloquio telefonico tra Berlusconi e Obama. Guai, con la mancanza di notizie fondate, auspicare l’intervento militare angloamericano. Così si rischia di smembrare la nazione libica in enclavi e protettorati (là c’è il petrolio, mica bruscolini), e di trasformarla in un nuovo Afghanistan. E sulla base di quali certezze si auspicherebbe l’intervento? Circolano nei media immagini bufale (come la foto di un cimitero trasformata in “fossa comune”, basta guardarla una sola volta per vedere che tombe disposte ordinatamente, ben squadrate e cementate ai lati per singole bare non possono essere una fossa comune) e i video che ci fanno vedere da giorni sono sempre gli stessi 2 o 3, dove non si capisce molto. Perché i media danno per buone queste menzogne? L’ultimo intervento umanitario in Kosovo, anche in quel caso preceduto da un allarmismo che si è rivelato infondato, ha prodotto risultati vergognosi. Il rapporto del Consiglio d’Europa (dicembre 2010) scrive che Thaci, l'”eroe” dell’Uck divenuto poi presidente del Kosovo, commercia in droga e in organi di serbi trucidati. Ma nessuna Corte dell’Aja viene invocata per costui. E men che meno per Bush, il quale, con la sua bufala delle armi di distruzione di massa, ha scatenato la guerra in Iraq, le cui vittime sono stati principalmente i civili, donne e bambini. Due pesi e due misure? Quello che temo è che l’eventuale intervento militare angloamericano, lungi dall’essere “umanitario” (nessuno Stato, tranne quello di Pangloss, agisce con criteri “umanitari”, ma con la ben più prammatica ragion di Stato), consista nel prendere due piccioni con la classica fava, ossia eliminare Gheddafi (che non gli serve più, dopo averlo sdoganato proprio loro dopo l’11 S) e bloccare nello stesso tempo la possibile minaccia degli “insorti”, che continuano a essere per loro una incognita, e non si sa mai che questi insorti possano costruire uno stato libico sovrano e indipendente, e quindi diventare ostili alle due superpotenze (o meglio alla superpotenza Usa e alla asservita Inghilterra). Troppi giochi geostrategici stanno dietro ai fatti di Libia, e le forze in campo finora non sono chiare. Anche perché, stando alle notizie, se gli insorti stanno marciando su Tripoli, non si tratta più di manifestazioni (non si marcia su Tripoli, dove sono concentrate le forze militari pro-Gheddafi) a mani nude, dunque lo scenario è da guerra civile e di formazioni politico-militari che si combattono. Senza contare poi che in Africa gioca anche la Cina, e una Libia in mano Usa servirebbe anche da contenimento all’espansionismo (economico) e all’influenza cinese.

  34. georgia il 25 febbraio 2011 alle 15:16

    ma obama non ha mai parlato di interventi alla Sechi, ha solo parlato di no-fly zone sopra la libia … che al momento sembra anche inutile perchè gheddafi non sembra avere più aerei (almeno sembra) e certo nessuno verrà in suo aiuto…
    Oggi c’è una grande manifestazione in Iraq anche se i giornali ne parlano poco (dove hanno subito arrestato Muntazer al Zaidi il giornalista che aveva gettato la scarpa a bush) manifestazioni anche e un po’ in tutto il mondo arabo in solidarietà cn il popolo libico, al jazeera faceva vedere le varie piazze.

  35. helena il 25 febbraio 2011 alle 16:05

    Quelli che si occupano di economia, anche se sono tutt’altro che marxisti, talvolta dicono cose interessanti.

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8445&ID_sezione=&sezione=

  36. Marco Saya il 25 febbraio 2011 alle 16:19

    Lo sterminatore sta per essere abbattuto.

  37. daniele muriano il 25 febbraio 2011 alle 19:53

    Penso non ci siano margini di discussione. Dovremo accogliere i profughi (cioè coloro che rischierebbero la vita in caso di rimpatrio; o coloro i quali si suppone, ma non si è sicuri, che rischierebbero la vita in caso di rimpatrio) senza se e senza ma. Chiedendo certo tutti gli aiuti possibili nelle sedi opportune. Anche se questa decisione dovesse gravare sulla nostra organizzazione. Anche se questa decisione dovesse acuire la crisi economica nel nostro Paese. Anche se questa decisione dovesse portare nuovi disagi sociali, problemi di sicurezza, aumento della criminalità, sovraffollamento degli alloggi, eccetera.

    Penso che tutti – e non solo chi ci governa – abbiamo parte di responsabilità quando un emigrante o un profugo viene ucciso nel suo paese o in uno vicino dopo essere stato respinto dalle frontiere italiane. Penso che si dà una colpa metafisica che riguarda tutti quelli che non si sono opposti fermamente a queste decisioni. E’ un altro modo per dire che lo Stato siamo noi. Per questo ritengo che qualsiasi ragionamento economico e di interesse nazionale che si scontri con l’idea di accogliere incondizionatamente i profughi rende responsabile chi lo pronuncia delle sofferenze, delle morti dei ‘respinti’ nel caso in cui venisse applicato.

    Noi italiani siamo già responsabili delle morti e delle torture subite dai profughi africani respinti e riconsegnati alle frontiere della Libia (morti documentate, anche per televisione, quindi note a molti). Penso che questa responsabilità dovrebbe far riflettere intorno a queste cose con attenzione.

  38. Ennio Abate il 26 febbraio 2011 alle 09:04

    OSSERVAZIONI E OBIEZIONI

    1. Il post che ha avviato questa discussione «sulla continuità bipartisan dei rapporti Italia-Ghedaffi» sembra invitare soprattutto a scandalizzarsi per le “porcherie” dei governanti italiani (di destra o di sinistra) e a sollecitare un idealismo populista. Ma come si fa a riflettere sulla “follia” di Gheddafi e sull’ ipocrisia degli Occidentali senza fare i conti con l’oste (il capitalismo d’oggi)?

    2. Una cosa è dare la propria opinione su eventi, personaggi e problemi del tipo: Gheddafi è un dittatore o lo è stato da un certo punto in poi? È legittimo o no che una nazione “democratica” faccia affari con una nazione guidata da un “dittatore”? In Libia siamo di fronte a una rivolta popolare “classica”, a scontri tra tribù, a “masse” manovrate da eserciti, servizi segreti, o da Al qaeda? In Libia sta avvenendo un genocidio, una guerra civile o le notizie e le immagini che ci arrivano sono manipolate e inaffidabili?
    Altra cosa, però, è porsi il problema del ‘che fare’ politicamente. In questo caso, dovremmo prima chiarire chi parla, chi dice ‘noi’, che influenza pubblica ha questo ‘noi’ che suggerisce (a chi?) il da farsi e che ascolto ha da parte delle attuali istituzioni (economico-politico-militari) che qui – in Italia, in Europa o negli Usa o altrove – già stanno agendo. Dovessimo riconoscere che siamo semplici “testimoni secondari” o commentatori di notizie e immagini passate da fonti poco o nulla controllabili, mi porrei il compito elementare di vagliare sia i singoli dati che le stesse nostre parole in base a una sana ‘cultura del sospetto’.(Marx, Nietzsche e Freud furono ‘maestri del sospetto’).

    3. Concordo con Bugliani che non ci si può svegliare adesso e «scoprire solo ora le commesse di Finmeccanica […] e quindi indignarci perché Finmeccanica ha venduto (e vende) armi al dittatore Gheddafi». Ma, al sodo: dov’è il ‘noi’ che potrebbe sollevare politicamente il problema della vendita di armi («in sé, dico, e non solo a un dittatore anziché a un altro») o quello della «riconversione delle fabbriche di armamenti (con mantenimento dell’occupazione, ovvio)»? Io mi accontenterei di cominciare a svegliare due, tre, dieci “dormienti”. E non m’interrogherei neppure «su quanto siamo disposti a pagare, in termini di italian way of life, dalla chiusura dei “nostri” rapporti non solo col dittatore Gheddafi, ma con tutti gli altri regimi dittatoriali del mondo» o su «quanto finora abbiamo goduto economicamente e in modi vari noi italiani di quelle commesse». Non sono domande che oggi ci pongono «con i piedi per terra», ma spingono il discorso possibile verso considerazioni moraleggianti e predicatorie del tipo: siccome abbiamo goduto tanto, dobbiamo pentirci e restituire il maltolto ai libici dai nostri padri colonialisti ecc. Riflettiamo: lo stesso tardivo risarcimento dello Stato italiano ai libici è stato di fatto simbolico e “monetario” (una «monetizzazione del danno», come si diceva una volta sdegnati); e più che a far giustizia a ritroso è servito a consolidare i soliti “loschi” affari neocolonialisti tra l’élite di un Gheddafi diventato potente e quella italiana erede del fascismo. Sono i loro risultati pesanti che ora vengono al pettine. Se però ‘noi’ proponessimo alle “masse” di risolvere questi conflitti predicando un’astratta solidarietà tra i popoli, verremmo seguiti da pochi volenterosi sensibili al senso di colpa storico. I più continuerebbero a chiudere «le portiere delle […] auto quando al semaforo si avvicina lo straniero a elemosinare un po’ della nostra ricchezza» o a deridere quelli che propongono di ospitare un profugo libico in ogni casa. Del resto, gli immigrati arrivati da anni in Italia li abbiamo forse ospitati nelle nostre case? Al massimo abbiamo dato l’elemosina alla Caritas, perché ce li togliesse dalle strade e li rendesse invisibili o meno visibili. Diffiderei poi al massimo dei «sinceri democratici»: sono proprio essi che se la cavano con le elemosine, perché hanno appunto da difendere la (loro) “democrazia”.

    4. Le soluzioni (vere e difficili) vanno di nuovo ricercate sulla base di processi reali e non di sogni. L’incontro con l’altro/gli altri/le altre non può esserci soltanto sul piano culturale già di per sé complicatissimo, ma ancora una volta su quello materiale. Quindi a me parrebbe urgente e del tutto giusto il « richiamo alle basi economiche di ciò che muove il mondo» (a Marx, se qualcuno non si scandalizzasse). Altro che timore di finire nel «determinismo». Servirebbe – ripeto – a non sognare soltanto o, se volete, a non sbagliare sogno. A Marx, per quel poco che so, non piaceva il determinismo dei “marxisti”, ma non sognava un’economia del dono, dell’altruismo o della decrescita. Perché aveva capito a fondo e svelato (in opere oggi ritenute “pallose”) i conflitti ineludibili che nascono dentro la stessa economia capitalistica. E che sono poi quelli che tornano a galla con la “globalizzazione” e ci regalano le guerre “umanitarie”, le “guerre civili” e fanno sfrecciare «aerei suppongo made in Italy che bombardano» “terroristi” e civili scambiati per terroristi. Sono questi meccanismi difficili da capire e da affrontare politicamente che purtroppo impediscono, per il momento e chissà per quanto tempo, che sia il popolo libico o italiano o cinese o russo a «decidere del proprio futuro». I “popoli”, anche quando generosamente e coraggiosamente si rivoltano, lo devono fare lottando quasi sempre alla cieca contro un sistema mondiale distruttivo che si riproduce sia con accordi tra élite democratiche sia con accordi tra queste e le élite non democratiche o “dittatoriali”, come si vede dappertutto: dagli Usa alla Russia alla Cina. Hanno a che fare dappertutto con “gente del genere”. Per cui terrei sotto controllo i facili entusiasmi (« oggi è in corso una rivoluzione, un’insurrezione (che nessuno, a quanto pare, si aspettava») e mi darei da fare per costruire quel ‘noi’ per ora mancante che sia capace di «capire quel che sta accadendo e compiere scelte di conseguenza».

  39. la funambola il 26 febbraio 2011 alle 12:21

    di nuovo grazie enio abate :)
    la cultura del sano sospetto è l’unica arma di difesa a disposizione del “popolo” senza storia e senza memoria

    possiamo un “noi” a un tiro di sguardo, possiamo solo farci “corruttori” delle facili certezze, dell’indignazione pilotata e mirata, dell’intervento “umanitario”, della retorica del “mostro” che addita il mostro, o in alternativa, possiamo farci e basta:) che è poi lo scopo perseguito dai confezionatori del così detto “realismo” o “immaginario collettivo” :)
    molti baci
    la fu

  40. Franco Fallabrino il 1 marzo 2011 alle 18:30

    Noi moriremo di cancro, ma loro, i cancri della terra, di cosa moriranno, di una ragazza che porge loro un fiore?



indiani