L’anima che soffrì d’essere il suo corpo

26 febbraio 2011
Pubblicato da

di César Vallejo traduzione di Giuseppe Scaglione

Tu soffri di una ghiandola endocrina, è ovvio,
o, chissà,
soffri me, la mia sagacità acuta, tacita.
Tu sopporti il diafano antropoide, là, vicino,
Dove la tenebra è tenebrosa.
Tu ruoti intorno al sole, afferrandoti l’anima,
estendendo i tuoi calli corporali
e aggiustandoti il collo; questo è ovvio.
Tu sai ciò che ti duole,
ciò che ti salta all’anca,
ciò che scende attraverso te con una corda al suolo.
Tu, pover’uomo, vivi; non negarlo,
se muori; non negarlo,
se muori alla tua età, ahimè, e nella tua epoca.
E, sebbene tu pianga, bevi,
e, sebbene tu sanguini, nutri il tuo ibrido canino,
la tua triste candela e le tue parti intime.
Tu soffri, tu sopporti e ancora soffri orribilmente,
disgraziata scimmia,
ometto di Darwin,
sbirro che mi spia, atrocissimo microbo.
E tu lo sai a tal punto,
che lo ignori, scoppiando a piangere.
Tu, allora, sei nato; questo
Pure è ovvio all’apparenza, infelice e zitto,
e sopporti la strada che ti diede la sorte
e chiedi al tuo ombelico: dove? Come?

Amico mio, sei interamente,
fin sui capelli, nell’anno trentotto,
nicola o santiago, questo o quello,
sia con te o col tuo aborto o con me
e prigioniero nella tua enorme libertà,
trascinato dal tuo ercole autonomo…
Però se tu conti sulle dita fino a due,
è peggio; non negarlo, fratellino.

Perché no? Perché sì, ma perché no?
Povera scimmia!… Dammi la zampa!… No. La mano, ho detto.

Alla salute! E soffri!

***
EL ALMA QUE SUFRIÓ DE SER SU CUERPO

Tú sufres de una glándula endocrínica, se ve,
o, quizá,
sufres de mí, de mi sagacidad escueta, tácita.
Tú padeces del diáfano antropoide, allá, cerca,
donde está la tiniebla tenebrosa.
Tú das vuelta al sol, agarrándote el alma,
extendiendo tus juanes corporales
y ajustándote el cuello; eso se ve.
Tú sabes lo que te duele,
lo que te salta al anca,
lo que baja por ti con soga al suelo.
Tú, pobre hombre, vives; no lo niegues,
si mueres; no lo niegues,
si mueres de tu edad ¡ay! y de tu época.
Y, aunque llores, bebes,
y, aunque sangres, alimentas a tu híbrido colmillo,
a tu vela tristona y a tus partes.
Tú sufres, tú padeces y tú vuelves a sufrir horriblemente,
desgraciado mono,
jovencito de Darwin,
alguacil que me atisbas, atrocísimo microbio.
Y tú lo sabes a tal punto,
que lo ignoras, soltándote a llorar.
Tú, luego, has nacido; eso
también se ve de lejos, infeliz y cállate,
y soportas la calle que te dio la suerte
y a tu ombligo interrogas: ¿dónde? ¿cómo?

Amigo mío, estás completamente,
hasta el pelo, en el año treinta y ocho,
nicolás o santiago, tal o cual,
estés contigo o con tu aborto o conmigo
y cautivo en tu enorme libertad,
arrastrado por tu hércules autónomo…
Pero si tú calculas en tus dedos hasta dos,
es peor; no lo niegues, hermanito.

¿Que nó? ¿Que sí, pero que nó?
¡Pobre mono!… ¡Dame la pata!… No. La mano, he dicho.

¡Salud! ¡Y sufre!

8 Nov 1937

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3 Responses to L’anima che soffrì d’essere il suo corpo

  1. Chiappanuvoli il 26 febbraio 2011 alle 13:01

    Buona traduzione.
    Componimento che, oserei dire, perfora, proprio qui nel centro del petto. Dove, idiota, individuo lo spazio per la mia anima. Altro dolore, oggi però, un poco, pochissimo appena, più facile, meno struggente. Solo perché condiviso.

  2. rrc il 26 febbraio 2011 alle 13:47

    piaciuta assai :-)

  3. helena il 26 febbraio 2011 alle 14:12

    Quanto mi piace César Vallejo! (grazie al traduttore)



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