La scuola, a casa mia

2 marzo 2011
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Da «il Fatto Quotidiano» – mercoledì 2 marzo 2011

A proposito dei valori che si trasmettono in classe: i miei genitori erano professori, mi hanno insegnato l’importanza della conoscenza e della capacità critica.

di Evelina Santangelo
A casa mia c’erano molti libri e non erano sugli scaffali come parte dell’arredamento per fare scena. Si leggevano. C’erano i libri dei miei genitori, i libri delle zie di mio padre e dei miei nonni paterni. Perché, a casa mia, si erano succedute generazioni di professori di ogni disciplina. E quasi tutte le mie zie e i miei zii – paterni e materni – hanno continuato a svolgere orgogliosamente quello che ritenevano un compito tra i più delicati.
A casa mia, quando si doveva fare un complimento a qualcuno, si diceva: «È una bella testa, una bella intelligenza». E se si faceva invece un apprezzamento che aveva a che vedere con la bellezza fisica si pronunciava sempre con garbo, per non offendere.
A casa mia, quando i miei volevano sapere com’era andata a scuola, non ci chiedevano «Quali competenze avete acquisito?», volevano sapere piuttosto cosa avevamo appreso, capito. Né era possibile esprimere un’opinione con arroganza, se si desiderava essere ascoltati.

A casa mia giravano molti ragazzi e molte ragazze tutt’altro che bacchettoni. Quando alcuni di essi li ho incontrati in seguito mi hanno detto che, studiando latino e greco, frequentando la mia casa avevano imparato qualcosa che aveva a che vedere anche con la dignità umana e la libertà. Eppure ho sentito spesso dire a mio padre: «Non giurare mai sulla parola dei maestri, discutila, anche se ti sembra infallibile, soprattutto se ti sembra infallibile».
A casa mia, quando è stato ritrovato il corpo di Aldo Moro è stato un giorno di lutto. Come in molte famiglie d’Italia, ritengo. Perché, anche se i miei genitori non erano democristiani, avevano rispetto per il profilo morale, umano e intellettuali di uomini come Aldo Moro.
A casa mia, non si raccontavano tante barzellette. Si preferiva l’ironia, ritenuta dai miei genitori una delle manifestazioni più sottili e alte dell’intelligenza, soprattutto se si era capaci di esercitarla su se stessi. Una buona prassi per non incorrere in tutte le forme più ridicole dell’amor proprio.
A casa mia, i miei, proprio perché erano professori, non pensavano che la scuola fosse perfetta. Anzi ritenevano che avesse ancora molti limiti: il fatto stesso ad esempio che non fossero contemplati nei programmi i dibattiti in corso nella letteratura, nella storia, nell’arte, nella fisica, nelle scienze applicate… o almeno l’eco di alcuni di quei dibattiti, pensavano costituisse un limite, non solo in termini di conoscenza, ma anche sotto il profilo politico e morale.
A casa mia, certo, non si è mai apprezzato chi confonde un paese con un’azienda. Per una questione di evidenti priorità, se non altro. Essendo le priorità di un’azienda i profitti, a discapito di tutto il resto, se è il caso. Mentre le priorità di un paese democratico e della scuola in un paese democratico attengono alla qualità della vita associata, alla piena esplicazione dei diritti e dei doveri civili, alla formazione di un’opinione pubblica capace di formulare giudizi, compiere scelte, sviluppare professionalità, cosa ben diversa dal plotone di esecutori di competenze che probabilmente andrebbero benissimo per selezionare il personale di una qualche azienda.
A casa mia, mio padre – ho scoperto in seguito – diceva a noi figli quello che diceva ai suoi studenti: «Tutto può essere messo in discussione tranne la propria e l’altrui dignità, tranne essere uomini liberi in un mondo libero».
Così, dunque, andavano le cose a casa mia dove i ruoli del professore e del genitore spesso si confondevano.

A casa sua, signor presidente del Consiglio, cosa le hanno trasmesso, mi chiedo? visto che coglie un tale abisso tra i valori su cui si fonda la scuola pubblica e i valori della famiglia, come se ogni famiglia poi non fosse «fatta a suo modo», nel bene e purtroppo anche nel male, nella felicità e nell’infelicità, direi, forzando il Tolstoj di Anna Karenina. Né, perciò, la famiglia (nemmeno quella che sta bene a lei, signor presidente) può mai farsi misura su cui modellare la scuola pensata per tutti.

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48 Responses to La scuola, a casa mia

  1. daniz il 2 marzo 2011 alle 13:29

    a casa mia
    a casa mia
    a casa mia..
    a casa del presidente…

    questo scritto è volgare all’intelligenza. indice di quanto in basso stia l’opinione pubblica- che in quanto pubblica non può che essere vomitevole- e quanto in basso sia sempre stata la percezione della vita e delle cose.

    Non dirò ‘redimetevi’ perché è un concetto catto-borghese, ma almeno tacete santo bordello, tacete!

  2. evelina santangelo il 2 marzo 2011 alle 13:40

    «Non c’è obbligo di capire».

  3. Irene il 2 marzo 2011 alle 14:20

    Penso che, fortunatamente, ci siano molte case simili a quella dell’autrice del post. Case dove genitori, non necessariamente insegnanti, ma operai, impiegati, artigiani, liberi professionisti, contadini, ingegneri, imprenditori, artisti, casalinghe, medici, precari, disoccupati, intellettuali cercano di trasmettere ai figli valori morali e culturali che li aiutino ad affrontare la vita con la capacità di elaborare scelte autonome, a ragionare con la propria testa nel rispetto degli altri, a far parte di una società veramente democratica, a non vendersi nè a piegarsi a soprusi e prepotenze. In una parola a mantenere la propria dignità, citando il post: “…essere uomini liberi in un mondo libero”.

  4. daniz il 2 marzo 2011 alle 14:22

    valori statali valori statali valori statali… !!! valori statali! coscienza coscienza coscienza CRITICA! eh. famiglie. casa. coscienza. critica. lavoro.

    come si son ricicciati bene i conservatori… bravi avi

  5. daniz il 2 marzo 2011 alle 14:23

    “…essere uomini liberi in un mondo libero”.
    Dalle fiabe dei fratelli Grimm

  6. enrico dignani il 2 marzo 2011 alle 14:30

    Pare che la crisi sia di sistema , la democrazia è ubriaca incapace di intendere e di volere ha bisogno di due dita in gola che la facciano vomitare quelle due dita sembrano essere Berlusconi, la si potrebbe mettere cosi?

  7. evelina santangelo il 2 marzo 2011 alle 14:41

    Daniz, le ho già detto che non c’è obbligo di capire… per esempio che l’urlo e l’invettiva fa comodissimo a chi vuole gente che urla e inveisce per imporre la sua voce, prima che il suo pensiero.

  8. Luca T il 2 marzo 2011 alle 15:07

    Ma non so poi se su questa cosa della scuola pubblica c’hanno ragione tutta questa radical-chiccheria dei congiuntivi che, come quando facevano i girotondi, adesso fanno un cordoglio umanitario intorno alle scuole, ma tanto chi se le fila quelle. Le scuole se fossero delle tipe sarebbero con gli occhi storti e piatte come uno schermo; dovrebbero rivestirle con le minigonne per farle cagare. Come si fa a dire che servono alla società quando quella che era la secchiona in classe mia adesso per campare fa le ripe in nero ed è depressa, quelli che venivano bocciati adesso se la spassano vendendo le buste.
    Oggi devi avere testa bassa e buoni amici perché i soldi vanno dove già ci sono e chi vuole comprare casa con gli sbattoni delle lauree è solo un illuso. Io mi ricordo che alle medie il prof di religione ci faceva vedere il film su Gesù Cristo, che non era male (e infatti secondo me ci dovrebbero fare il libro) però era un peso quando cominciava a parlare, tranne che quando si allargava e diceva che la religione andava insegnata a bastonate. Il prof di Storia diceva che eravamo tutti originari della Mongolia, il prof di Filosofia diceva che la nostra classe era la prova scientifica dell’inesistenza di Dio. Poi dice che uno si butta a destra e preferisce andare nelle private a prendersi i voti dagli scaffali come nei supermercati.

    Sono andato a scuola da mio figlio ed il prof, uno che magari in certi giorni a mezzogiorno ha già finito, fa la parte della vittima e mi chiede: “Lei come lo chiama uno che tutte le mattine deve urlare per farsi sentire da venticinque scalmanati e tutti i giorni deve correggere i loro strafalcioni raccapriccianti e dopo aver passato metà della vita sui libri viene pagato con milleduecento euro?” Come lo chiamo ? Sfigato! Ma se l’è cercata. Poteva mungere la mucca della politica, fare il trafficante, il deejay, l’idraulico… Ora tutti si lagnano che nessuno sa leggere e scrivere e ci sono sei milioni di alfabetici, ma se i politici quando le Iene li intervistano non sanno manco chi è Mameli, che l’ha spiegato Benigni che era un eroe dell’Italia unita che ha detto che sennò eravamo tutti Arabi. Faceva bene Stalin che gli intellettuali che se la tiravano troppo li mandava al confino nell’Arcipelago delle Gulag. Insomma bisogna gridarlo ai quattro venti che l’invenzione della scuola è un fallimento; resiste ancora solo perché è tenuta in piedi dalle lobby dei produttori di banchi e lavagne.

  9. la funambola il 2 marzo 2011 alle 15:10

    a casa mia c’era solo frate indovino e quando è stato ucciso moro ci guardavano in modo strano
    :)
    baci
    la fu

  10. Larry Massino il 2 marzo 2011 alle 15:38

    A casa mia neanche frate indovino… ne approfitto per fare un applauso a Luca T

    ps: daniz non urlare, che se no, con tutto il casino che c’è, non si sente nulla.

  11. Evelina Santangelo il 2 marzo 2011 alle 16:01

    Vedo che quasi tutti siete d’accordo con T: «faceva bene Stalin che gli intellettuali che se la tiravano troppo li mandava al confino nell’Arcipelago delle Gulag…»
    E, aggiungerei, perché non mettera anche tutti i Frati Indovino in cattedra.
    Così, molti cui non piace questo paese finalmente troveranno risposte alle loro aspirazioni.
    Mi dispiace dover prendere atto, ma prendo atto. Dunque, lascio a voi il campo, visto che avete tali e tante certezze, prima tra tutte, quella di sbarazzarvi di quel tipo di «gentaglia» di cui si sbarazzava Stalin. Accomodatevi.

  12. Evelina Santangelo il 2 marzo 2011 alle 16:03

    Irene,
    sì, fortunatamente ci sono state tante case del genere in questo paese. E quel genere di luoghi (non le famiglie in sé) intendevo evocare.
    Grazie di aver fatto questa precisazione.

  13. Larry Massino il 2 marzo 2011 alle 16:17

    Evelina non me ne voglia troppo, che già ci accapigliammo invano… mi permetta una domanda: in casa sua non erano maestri di ironia?

    Ps: tutto sommato, Evelina, anche a me piacerebbe un mondo conservativo fatto di professori e figli di professori, dove sarei assai compreso nell’esercitare il ruolo di ribelle della commedia. però in questo contesto in cui bene o male moriamo, non so se più a causa dei professori o degli improfessori, temo di dover dar ragione all’antipatico D’Alema, che forse per i professori è peggio di Stalin… quando dice che il paese non può essere fatto né dai professori né a misura di professore.

  14. daniz il 2 marzo 2011 alle 16:27

    non devo urlare? ma voi mi facete facete arrabbiare!

  15. Irene il 2 marzo 2011 alle 16:33

    Infatti il paese non è fatto solo da professori e non è a misura di professore. Qui il punto non sono le “qualifiche” io credo, ma i contenuti. La mia personale impressione è che Evelina Santangelo abbia voluto prendere spunto da una vicenda personale per parlare di altro, di ben altro. Se poi fa comodo alla pseudo-discussione becera e limitata vedere solo ciò che si desidera o fa comodo vedere, allora, come diceva mio padre (marinaio), è un altro paio di maniche!

  16. Larry Massino il 2 marzo 2011 alle 17:25

    Irene non se l’abbia a male nemmeno lei se le dico che nel bel mondo che dite voi, quello della gente perbene dei professori e improfessori che trasmettono ai figli i valori e la dignità, ci dev’essere qualcuno che frega, essendo questo uno dei paesi più corrotti del mondo a ogni livello sociale.

    Mi permetta anche di dire che una volta un conservatore era più rispettoso, sapeva di essere ontologicamente in difetto e si vergognava almeno un po’ a fare gli esteriorismi sui davanti a tutti. oggi invece, impavido, va educando a destra e, sopraditutto, ahinoi, a sinistra…

  17. enrico gregori il 2 marzo 2011 alle 17:26

    gentile evelina, per quanto mi riguarda il cavalier Silvio Berlusconi è la massima espressione di un populismo che, nei secoli, ha sempre ammaliato gli italiani. Non condanno chi lo ha votato e lo voterà, ma voglio essere libero di pensare che l’attuale presidente del consiglio abbia sempre (per lo più) fatto leva su ciò che gli italiani sognano. Un po’ come avviene nelle televisioni Mediaset, ma non solo per la verità. Visto che anche la Rai imbarca telespettatori per scaricarli su isole dei famosi dove, peraltro, i personaggi più conosciuti sono i barracuda.
    Concordo con le che governare un Paese è cosa differente dal dirigere un’azienda. Il cavaliere, a ragion veduta e dati alla mano, può vantarsi (come da anni fa) di non aver mai licenziato nessuno, ne’ di aver mai fatto ricorso all’isituto della cassa integrazione. Tutto ciò con estrema soddisfazione di quanti lavorano nelle sue aziende e che, magari, alle elezioni votano altri.
    L’azienda Italia, in realtà, non mi pare corroborata da un benessere gratificante. In questa ditta non-Mediaset ci sono licenziamenti, casse integrazioni, contratti co.pro, co.co.co e rin tin tin. Tutto meno che la certezza di portare a casa ogni mese quanto serve a mangiare e a pagare la corrente elettrica. Per vedere i programmi Mediaset, ovviamente.
    Berlusconi, insomma, è un re Mida della defecazione: tutto quello che tocca, diventa merda. Ma lei, tra tutte le aziende berslusconiane, almeno Einaudi la salva, visto che pubblica per questo editore?

  18. Irene il 2 marzo 2011 alle 17:38

    Non ci trovo niente di conservatore o “conservativo”che dir si voglia nel parlare di rispetto e dignità. Qui nessuno vive su una nuvoletta, che la nostra società brulichi di stronzi è un dato di fatto. Quello che sarebbe interessante indagare è come si è prodotta questa dilagante e insana produzione dei medesimi, quali sono le responsabilità di avere una pubblica opinione in gran parte serva del potere.
    Io non mi sento conservatrice, nè avulsa dalla società e continuo a pensare che determinati valori, o come vogliate chiamarli voi ribelli e rivoluzionari della domenica con in tasca l’ultimo smartphone e in testa un pò di confusione, siano comunque imprescindibili per una società civile.

  19. stalker il 2 marzo 2011 alle 17:59

    sarò sempre grata alla mia professoressa di lettere – liceo pubblico – per aver cercato di insegnami a pensare, oltre che ad apprendere.
    non so se ci sia riuscita, ma almeno ci ha provato, con grande passione.
    era una bella testa, e per fortuna nessuno l’ha mandata in un gulag.

  20. la funambola il 2 marzo 2011 alle 18:01

    “voi ribelli e rivoluzionari della domenica con in tasca l’ultimo smartphone e in testa un pò di confusione”

    ma come ti permetti?
    rispetto? :) civile? :)
    male educata! :)
    roba da chiodi!
    la fu

  21. Larry Massino il 2 marzo 2011 alle 18:09

    Irene mi scusi per il francesismo implicito, che le direi in faccia, ma ” ribelli e rivoluzionari della domenica con in tasca l’ultimo smartphone e in testa un pò di confusione ” lo dice a sua sorella. se studia un po’, con l’apostrofo, vedrà che gli argomenti che lei usa come clava contro chi non le garba, sono gli stessi che hanno sempre usato i conservatori contro i progressisti, in particolare, nel nostro recente storico, i conservatori reazionari cattolici contro i libertari più o meno socialisti, gli stessi libertari socialisti che hanno preteso la scuola pubblica in questo sciagurato paese e l’hanno difesa fino alla… loro sparizione.

  22. paolod il 2 marzo 2011 alle 20:48

    I vari descolarizzatori, odiatori “da sinistra” della scuola non si sono accorti che, nel frattempo, la scuola è diventata uno degli ultimi luoghi di resistenza, un vero contro-potere. Altro che perbenismo e conservatorismo… Ma è inutile, in questa sede, argomentare.
    Cara Evelina, su Nazione Indiana, a volte, non vale la pena esporsi…

  23. gustavo il 2 marzo 2011 alle 21:32

    La famiglia, da un bel pezzo, ha smesso di essere quel nucleo stabile che, pur con qualche magagna, adempiva al compito di volano delle tradizioni, dei valori, del sapere e dei conflitti che accompagnano da sempre la vita dell’uomo. Chi ha voluto che questo accadesse? Le stesse gerarchie economico-politiche che tanto si battono per preservare un tipo di convivenza, ormai desueto, sconfitto, distrutto. Le esperienze personali, poi, possono essere le più svariate; quel che conta veramente, è capire quale funzione può avere,oggi, e in quale forma.

  24. Il fu GiusCo il 2 marzo 2011 alle 23:06

    Capisco cosa vuol dire la signora Santangelo, avendo zii insegnanti che vivono o hanno vissuto la professione col medesimo piglio. Devo pero’ dire che essi sono i primi a riconoscere che oggi tale piglio non basta piu’, schiacciato come e’ fra l’autoeducazione consentita dal web (che non demonizzano, perche’ la ritengono maggiormente coinvolgente e responsabilizzante rispetto al gerarchico passaggio di sapere dalla cattedra ai banchi) e la necessita’ di percorsi di eccellenza reale (in qualsiasi disciplina del sapere o campo del fare), che la scuola pubblica non riesce piu’ a garantire da almeno vent’anni. Loro lamentano -come tanti- lo stato di abbandono a livello governativo della formazione di base, ma lo addebitano alla radice all’ingloriosa riforma Berlinguer del 3+2 universitario, che avrebbe ucciso l’intera filiera dall’alto.

  25. massimo il 2 marzo 2011 alle 23:09

    La scuola serve solo ai figli dei professori…
    Agli altri serve un altro pianeta da colonizzare…
    Ma quale luogo di resistenza? Resistenza a che?
    La scuola luogo del contro-potere? Ma de che?
    La scuola è il luogo primario di giustificazione del merdaio esistente.
    La scuola è espressione assoluta del sistema castale italiano.
    A scuola ti imparano che le cose stanno giuste così come sono, basterebbe solo che non ci fossero Berlusconi e la Gelmini…
    E invece no! Perdio! Occorre reinstaurare la repubblica dei soviet!
    A ciascuno secondo il suo eccetera…
    Lotta di classe!
    Terza C contro Seconda D.
    Chi è contro … all’Asinara!
    Cazzo! mi si è scaricato lo smartphone…

  26. gitano il 2 marzo 2011 alle 23:39

    Mi chiedo se pubblicare un post insulso come questo possa prendere senso solo dal suo opporsi all’attuale presidente del consiglio. Se dobbiamo appellarci a queste forme di conservatorismo di sinistra per difendere la nostra libertà siamo alla frutta.

  27. Valter Binaghi il 3 marzo 2011 alle 01:25

    Cara Santangelo, mi par di capire da diversi commenti qua sopra che il paese abbia il Premier che si merita e presto avrà la scuola di conseguenza.
    Alla nicchia degli alfabeti resterà sempre Einaudi editore (è del premier anche quello ma se no che premier sarebbe?)

  28. AMA il 3 marzo 2011 alle 01:39

    Io in tutto questo non ho capito cosa c’entri la citazione di Aldo Moro. Boh!

  29. elena il 3 marzo 2011 alle 01:47

    Mah…, io pur essendo completamente d’accordo con il tema di fondo, (che riassumo con tre parole: “abbasso il berlusconismo”, per non dir di peggio), provo un desiderio irrefrenabile di dire che purtroppo trovo insopportabilmente spocchioso e arrogante questo testo.
    Già quell’ a casa mia, ripetuto venti volte, da compito delle scuole medie quando si vuole enfatizzare, e sul tema del facciamo l’elenco, molto in voga, ultimamente, ma anche molto frusto da decenni, mi richiama a un mondo di regolette da tinello borghese che di sicuro bene non fa.
    Né alla prosa né soprattutto al contenuto.
    E tutto questo rimandare a sacri valori famigliari da libro Cuore, al come diceva mio padre a noi figli, a questa generazione di padri e nonni e zii professori e figli e amici studiosi di greco e latino e frequentanti licei classici, mi suona di casta chiusa, di buona famiglia e di buone amicizie da anteguerra. Pre sessantotto insomma, se mai c’è stato. (c’è stato?).
    La Signora Santangelo sicuramente voleva parlare di valori e dignità e di cose sane e giuste. Purtroppo ne è venuto fuori un testo che fa solo venir voglia di fare la rivoluzione anche contro quelle famiglie che evoca. E al momento, di sicuro, non sono il peggio.

  30. Vincenzo Cucinotta il 3 marzo 2011 alle 08:04

    Diventerò sempre più un lettore, e di tanto in tanto forse anche commentatore, di questo sito: una vera compagnia d’arte, che recita gratuitamente. L’irrisione di ciò che viene postato è assunta a massima ambizione da ogni commentatore, a volte purtroppo, anche della persona che posta.
    Almeno però si potrebbe convenire che la suddivisione in destra e sinistra non abbia oggi più alcun senso, e nulla lo dimostra di più degli interventi che leggiamo su questo sito. Ma convenire forse è una colpa in sè…

  31. maria il 3 marzo 2011 alle 10:12

    E tutto questo rimandare a sacri valori famigliari da libro Cuore, al come diceva mio padre a noi figli, a questa generazione di padri e nonni e zii professori e figli e amici studiosi di greco e latino e frequentanti licei classici, mi suona di casta chiusa, di buona famiglia e di buone amicizie da anteguerra. Pre sessantotto insomma, se mai c’è stato. (c’è stato?).
    elena

    Non riesco a vedere nel testo di evelina nessun senso politico se non appunto del legittimo antiberlusconismo declinato sul tema scuola, ma in modo, a mio parere, abbastanza irritante per via di una certa supponenza culturale certamente del tutto involontaria ma che balza agli occhi immediatamente nella forma e nel contenuto.

    Ok, evelina ci ha descritto una solida famiglia borghese e intellettuale che non rappresentava certo tutte le altre famiglie come qualcuno ha sostenuto, il classismo della scuola italiana, riflesso di quello sociale, all’epoca descritta da evelina era enorme, per molti ragazzi avviati più o meno felicemente al liceo classico ce n’erano altri che non facevano nemmeno la scuola dell’obbligo essendo a quel tempo facoltativa-

    Più che altro Evelina ci ha ricordato, forse senza volerlo, che esistono le classi sociali, ma questo credo lo sappiano in parecchi, rimane il fatto di cosa fare oggi nella scuola e della scuola , di stabilire come debba essere nei suoi fondamenti formativi visto che la divisione scuola pubblica scuola privata è solo uno dei tanti problemi che l’affliggono.

    Su questo ,io sono per il primato assoluto della prima come stabilito dalla nostra Costituzione.

    maria

  32. Michele il 3 marzo 2011 alle 10:35

    La scuola è un tassello: il mosaico ‘decerebrante’ che il nostro ‘caro’ Premier sta costruendo da anni (il silenzio della foresta che cresce o la rana immersa in una pentola d’acqua fredda con sotto la fiamma) è prodromico a un lento colpo di dittatura bianca… Colpire i punti nevralgici della società per avere la strada spianata. E questo processo si nutre anche di litigi e incomprensioni… Come qui e ora.

  33. Larry Massino il 3 marzo 2011 alle 12:09

    @Valter Binaghi

    se è per questo, il paese reale desidera di meritare un premier assai peggio di questo clown triste triste… ci aveva avvertiti la filosofa veronica arendt lario, il peggio verrà dopo di lui, probabilmente in forma di mare piccolo aggettivato al femminile… il paese reale, insomma, desidera autorità, magari sotto il vellutato involucro della vecchia famiglia borghese. per me credo che si debba combattere in tutte le maniere questo impulso conservativo e reazionario, primaditutto ritrovando il modo di discutere con chi ha idee diverse dalle proprie, non fosse altro perché discutere con chi ha idee identiche alle proprie risulta piuttosto noioso.

  34. Valter Binaghi il 3 marzo 2011 alle 16:31

    @Massino
    Io non ho idee mie su niente.
    Le idee sono significati pubblici, di cui la gente si appropria a discrezione.
    Dietro ogni discussione c’è sempre qualche forma di tifoseria.
    La singolarità in quanto tale è incomunicabile.

  35. daniz il 3 marzo 2011 alle 18:21

    Binaghi
    Ottimo lavoro. Senza ironia.
    la pensai anche io così. poi altro pensai. fui pensato altrovi.
    arripensarci

  36. montecristo il 3 marzo 2011 alle 20:47

    @ Evelina Santangelo.
    @ Tutti

    Io sono figlio della guerra.
    Iniziai a leggere negli anni cinquanta. A casa non c’erano libri. C’era la fame, in certi giorni la miseria, due amiche maestre di vita. Fui allevato per strada, lessi le pietre per capir la mia via.
    Cominciò con un maestro con trentadue malandrini da domare, senza strumenti e senza futuro. Lavorò sodo, ci trascinò al “Centro di lettura” e noi, restii, ci abituammo a sognare su “Guerin Meschino” e “I tre moschettieri”, bisunti dai tanti prestiti. Col mento sul dorso del palmo sul banco, sognammo un destino su carta ingiallita con l’odore di muffa.
    Crescemmo, imparammo, crescemmo ancora ed ancora imparammo. Vigili i padri e le madri con i sogni racchiusi in valigie, prigioniere di spaghi, poste come nubi in treni estenuati da troppi dolori portati.
    Sarò grato a colui che mi insegnò a leggere e a pensare, certe volte a capire ma sempre a sognare, che mi ammaestrò a guardare lontano, per vedere mio padre partire e tornare, baciarlo senza rancore, senza parole.
    Il maestro divenne insegnante e da alunno divenni studente. L’Italia da prona divenne nazione. Il vizio di leggere fu come sempre restio a passare.
    Liceo pubblico, insegnanti curati, ligi al da farsi, spietati, esigenti, tormentanti. Letture di epica, di storia e di storie, di terre, di mondi e di menti. Trovammo gli amori di donne inventate, regine sublimi o ancelle tremanti, di donne prostrate e ragazze sfiorite, le guerre di uomini inclini a tante varie passioni, ed anche poesia, rivoluzioni, assassinii, vittorie e sconfitte e smodate frenesie di animi immondi e superbi, o fremiti duri di genti sconfitte o in tripudio.
    Crescemmo, imparammo, crescemmo ancora ed ancora imparammo. Tanto leggemmo.
    Il tempo scorreva a bigliardo, le vie eran lisce, le auto eran tante, la nazione divenne insensata, da studente divenni matricola, il vizio di leggere ancora non spento.
    Dottrine, politiche, sogni ed ardori, visioni insensate di rapporti d’amore a governo del mondo, con uomini e donne per mano, tra fiori, a sorridere e amare, a provare a pensare con un unico cuore. Potere alla classe! Politica sempre! Ma la passione scemò, vennero poi piano i dolori, i rancori, gli inutili cori, i raduni e i concerti, i giornali, le schiere, le fronde, gli opposti e gli estremi, le morti di uomini e scorte, giustizia! giustizia! fu il grido. Senza aggettivi, senza frastuono. Ma essa non venne. Divenne l’eco di troppi cortei simili a trenini di esseri umani gremiti e serrati come a un ballo di fine dell’anno.
    Divenni ingegnere ed ancora lo sono. Mio padre svanì, l’amato maestro svanì, i miei insegnanti svanirono. Svanirono i sogni, il rispetto, il silenzio, l’equilibrio, restò qualche dubbio, qualche amor senza piume, qualche sguardo incitante alla eroica lotta dei bei tempi che furono. Sguardi svagati, distratti, sguaiati, venduti e comprati al nuovo mercato dei corpi. Il vizio di leggere ancora non spento.
    Allora tornai nei miei luoghi, divenni a mia volta insegnante nello stesso liceo in cui fui modellato. Presi posto e bandiera di chi mi aveva plasmato. Cocciuto, irrequieto, insegnante curato, ligio al da farsi, spietato, esigente.
    Insegno ora a studiare, a sognare, a promettere e fare; insegno il rispetto, il silenzio e a guardare. Insegno ad amare: la nazione prostrata, la cultura sgranata, la giustizia negata, la società spietata e la famiglia esasperata. La voglia è domare la canea di tanta gente adirata, priva di sogni e di averi ma ansiosa di esser venduta e comprata con volgare naturalezza.
    Insegno da vecchio a sfiorare la carta, a tener tra le dita riottose un buon libro d’amore, o di sogni, o poema, che racchiuda la storia di ognuno e di tutti.
    Fuori luogo, fuori tempo e reietto, magari pure deriso, tramando sornione e caparbio l’arte e l’amore per il lume del vizio di leggere che ancor non è spento.

    Montecristo

  37. caracaterina il 4 marzo 2011 alle 00:34

    montecristo l’ha detto con un ritmo e con un tono desueti, antiquati, persino un po’ risibili (su, non me ne voglia) non so quanto volutamente. non lo conosco. L’ha detto senza dirlo esplicitamente come invece lo dico io, terra terra: che la scuola, pubblica savasandir, vale PIU’ della famiglia e che, anzi, vale proprio in quanto – c’ha ragione il berluscone, ma all’incontrario – allontana dalla famiglia d’origine, dalle sue miserie come dalle sue ricchezze, da un’eredità che è solamente familiare, dinastica, castale, che t’inchioda alle tue origini.
    Era questo che avevano capito i padri costituenti, questo che è accaduto negli anni sessanta e settanta, questo che è stato con-culcato, altro che in-. Ben nati e mal nati, insieme, in un luogo terzo, a incontrarsi e incontrare il mondo, strampalato e differente.
    E non dovrebbe importare, alla scuola, pubblica, se A Casa Tua c’hai l’intera classicità seduta in poltrona o a tavola che ci parli da secoli oppure se, invece, l’unica carta stampata che circola per casa è quella delle merendine.
    La scuola, pubblica, deve affrancarti dalla famiglia e dal maledetto familismo che è il bacterio che da sempre ci infetta le piaghe.
    C’avesse i mezzi per farlo. Si investisse quale punto di PIL perchè succedesse. Invece no.
    Con la scusa che tanto, oggi, non è più solamente la scuola (pubblica savaecc.) a far incontrare i mondi fuori dall’orbita familistica, e che questa perdita di centralità nel suo ruolo di interfaccia la scuola non l’ha mica ancora digerita e resta così, bloccata, le si spara addosso. Bersaglio fin troppo facile, anche più della Croce Rossa, sia per i familistici destrorsi, che parlano tanto di merito ma invece intendono gli schei, sia per i sinistrorsi, persone di mondo, del gran mondo dell’intelletto della tastiera e della sprovincia.
    Ma resta l’idea che quanto ognuno impara A Casa Sua, beh, è proprio quello a cui la scuola non dovrebbe dare continuità.
    Nemmeno se A Casa Sua (difficile ma è questa la sua “mission”, dicono oggi i pieghevoli) sono tutti professori.

    Evelina non ci avrà pensato, e certamente non l’avrà voluto, ma nel suo post c’è un sottosuolo in cui si radica anche l’ideologia berlusconica.

    E mica solo nel suo, a quanto si vede.

  38. alcor il 4 marzo 2011 alle 10:49

    Match Famiglia (idealizzata) versus Scuola (idealizzata)?

  39. Larry Massino il 4 marzo 2011 alle 12:57

    @caracaterina

    per me sono d’accordo su tutto, ma farei appena appena notare che la scuola mediana italiana è una tra le più costose al mondo, per via che è un noto stipendificio (semmai non si investe abbastanza in ricerca…). sottolinerei la quistione della merditocrazia, che è una croce ficcata in ognuno di noi dove altan mette gli ombrelli, in particolare nei componenti della parte più bassa della scala sociale. perché è chiaro a tutti chi è a casa loro che si decide se tu sei o non sei merditevole…

  40. la funambola il 4 marzo 2011 alle 16:35

    Match Famiglia (idealizzata) versus Scuola (idealizzata)?

    credo che ognuno dovrebbe fare a pezzi la propria di famiglia e la scuola che ci ha “educati” salvando solo i tentativi di onestà (edaie:))

    la mia di famiglia l’ho passata al setaccio senza pietà e facili romanticismi dettati dal bisogno di edulcorare e mistificare una realtà che è la tua vita e la tua storia
    la mia era una famiglia semplice e alfabetizzata giusto per far di conto e firmare per esteso:)
    mio padre mi ha testimoniato l’onestà e l’insofferenza verso qualsiasi potere ed era un uomo più, più. pià che perfettibile che credeva alla scuola come mezzo per emanciparsi socialmente ed economicamente
    mia madre una donna anaffettiva, prona al clero e all’autorità in generale

    se lamento una mancanza è quella affettiva
    l’amore percepito insomma che l’amore genitoriale c’era e si esprimeva come poteva
    non lamento certo l’assenza della cultura spiegata da evelina
    assenza che mi ha permesso di vivere la condizione “privilegiata” dei tanti “poveri” poveri di cultura e poveri tucur :)

    è stata questa la mia scuola il mio osservatorio
    scuola che mi ha aperto gli occhi sulla scuola “meritocratica” e sulla scuola paternalistica di “massa” e sulla scuola del sei politico di sinistra
    e sul “valore” del “mi sono fatto da solo” che ha fatto rinnegare ai molti che ce l'”hanno fatta” la loro condizione di “classe” perdio!

    sono insofferente alle lezioncine di evelina come a quelle di chi, per esempio, taccia l’ insofferenza ironica :) che si è stancata di argomentare, come manifestazione di “sinistrorsi, persone di mondo, del gran mondo dell’intelletto della tastiera e della sprovincia”
    due palle!
    molti baci
    la fu

  41. caracaterina il 4 marzo 2011 alle 17:07

    @la fu, siamo tutti “casi umani”, in fondo soli e bisognosi di affetto. due palle anche a te. :)

    @alcor: più che un’idealizzazione voleva trattarsi di una specie di iperbole. volevo proiettare in grande le figure stilizzate.

    @larry: sottolineo io pure, in boldgrassetto rosso e poi evidenzio

  42. la funambola il 4 marzo 2011 alle 17:10

    “casi umani” tua sorella :)
    bacio
    la fu

  43. niky lismo il 4 marzo 2011 alle 17:49

    Solo per Evelina:
    ne vale la pena? La tua sincerità è evidente, l’approccio didascalico e un po’ ingenuo del post non sono spocchia intellettualoide né pedanteria. Ma qui stanno tutti a dare i voti! Nove commenti su dieci sono in prima persona, autoreferenziali, vergati davanti allo specchio con la tastiera rossa e blu degli errori. Tendono alla supremazia dello scrivente, a dimostrar(si) un acume più acuto, un’inflessibilità logica della quale inorgoglire in eterno. Il tono della discussione ne risulta scoppiettante, il suo senso assai meno. Ne vale la pena?

  44. Larry Massino il 4 marzo 2011 alle 22:31

    @per tutti fuorché per niki lismo

  45. montecristo il 5 marzo 2011 alle 16:22

    @ Caracaterina
    effettivamente l’impegno è stato gravoso ed ho scritto con “Forme obsolete per ricordi antichi” per necessità oltre che forse per cattiva abitudine, ma in questo Castello d’If vige ancora una solenne censura sulle aperture mentali, sicché bisogna dire qui per nascondere altrove il senso di un pensiero.
    Concordo con Lei sulla necessità che la scuola non tramandi i medesimi valori ormai consueti e naturali in ogni famiglia con ambizioni realizzabili per via mediatica tramite minori supponenti, saccenti, annoiati e analfabeti. Ma non era il senso del post di Evelina, credo, e del mio intervento, bisognerebbe riaprire la discussione su altro.

    Montecristo

  46. la funambola il 5 marzo 2011 alle 18:19

    cara evelina
    mi è venuto uno scrupolo che non mi fa stare serena :)
    scusami se il mio sguardo sul mondo ti ha in qualche modo offesa
    credo che il tuo punto di vista sia legittimo quanto il mio e credo anche nella tua buona fede e con fido anche nella tua indulgenza
    bona, mi sento più leggera e ti dedico questo “quando si sa quello che contano le parole, la cosa sbalorditiva è che ci si sforzi di enunciare una qualsiasi cosa e che ci riesca. ci vuole, è vero, una sfrontatezza soprannaturale”

    e per chiudere con pavese perdono tutti e a tutti chiedo perdono :)
    tanti baci
    la funambola

  47. […] (qui) sui giornali, appelli (qui), dichiarazioni: di Giuseppe Caliceti, Luciana Marinangeli, Evelina Santangelo, Lorenzo Cherubini, Stefano Rodotà, Salvatore Settis, 32 presidenti di Consigli di Istituto di […]

  48. fabrizio il 23 marzo 2011 alle 00:36

    stavo per intervenire ma poi ho letto il post di Elena che sottoscrivo totalmente. Purtroppo anche se magari non ne aveva l’intenzione Evelina Santangelo ha proprio dato un’impressione di sussiego che vira verso lo snobismo. A casa sua c’erano libri e cultura e ironia, bene, tanti auguri. La scuola pubblica deve essere incentivata e riqualificata proprio per questo, perchè ci sono persone che alle spalle non hanno un background positivo. La famiglia non ha il dovere di essere colta e di saper formare, la scuola invece sì. Solo che è nelle mani di insegnanti poco qualificati e frustrati. Così i ragazzi odiano la scuola e la cultura identificando queste cose con la roba che devono sorbirsi ogni mattina. E il risultato è che respingono la cultura, così non si riesce mai a maturare uno spirito critico e tutto rischia di continuare in questo modo chi sa per quanto. Ci vorrebbero dei centri di resistenza culturale. Vera.



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