DI LEOPARDI

6 marzo 2011
Pubblicato da

di FRANCO BUFFONI
“La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui
e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro,
possono ancora e potranno eternamente tutto”.

Di Leopardi che ritorna col pensiero a Roma
Dalle pendici del Vesuvio: “Anco ti vidi /
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade /
che cingon la cittade”. Desolazione per desolazione,
Naturale per intellettuale, deserto per deserto…
Di Leopardi suddito dello stato pontificio
Liberale clandestino in ideologico isolamento
– Il ridicolo e il grottesco delle Operette
Per eccellenza armi illuministiche
Contro antropocentriche metafisiche –
In quell’angusto regno del silenzio
Dalle mostruose tipologie censorie
Che fu il governo della
Reverenda Camera Apostolica.
Roma desertica.

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12 Responses to DI LEOPARDI

  1. transit il 6 marzo 2011 alle 10:23

    Note domenicali a margine.

    L’anima è un corpo brutto e cadente.
    L’anima è la poesia.
    Più l’anima è sporca più essa risplende.
    L’anima è uno specchio.
    L’anima gioca a guardarsi. L’anima è il passaporto che non costa nulla.

    Chi più ha dato carne all’anima e ha vestito il corpo velato dell’anima?

    Giacumino, chillo d’a ginestra ‘e ncopp”o Vesuvio.
    Isso, ‘o poeta di Recanati ca cammenava pe’ dint’e viche tra s, Teresa e ‘a Sanità. Teneva e cosce chiatte e pesante e ‘o piezzo di sopra sicco, comme si fosse stato ‘nu Tbc.

    L’anima è il corpo nudo.
    L’anima è il corpo bello e armonioso; di certo non di Giacomo.
    L’anima è il corpo brutto e sgraziato; di sicuro di Leo.
    L’anima è il tentativo di staccarsi dal corpo.
    Quando si mette a tacere il corpo, l’anima è del diavolo, umano.
    L’anima è la recita a teatro.
    Più si recita più l’anima si materializza nell’occhio di bue.
    L’anima è l’armonia invisibile dopo ogni delitto.
    L’anima è il baro che sa di barare e imbrogliare.
    L’anima, come la razza umana, non ha confine.
    La differenza tra anima e corpo è nella visuale ristretta e vasta.
    L’anima è il tempo che passa.
    Inseguirla per catturarla e farne farfalla da teca è da circo equestre.
    L’anima è la varietà degli animali.
    Il corpo degli animali non ha bisogno di vestiti.
    Gli animali sono l’agnello sacrificale.
    L’uomo ha vergogna delle propri nudità.
    Gli animali che non hanno l’anima no. Si acccoppiano senza girare film porno.
    L’anima è sempre nuda; ed è per questo assillo che si nasconde e fugge.
    L’anima è terra estrema.
    L’anima è l’ascensore vuoto dell’uomo.
    L’anima è il desrto del corpo.
    L’anima è la voce afasica disumana del corpo.
    L’anima è come la morte; silenzio di polvere che non si può comprare.

    L’anima depositata a fermentare nel corpo inatletico e di scorfano, ranavuottolo e scartellatiello di Giacomo. Isso si è sobbarcato il peso dell’anima e della poesia, come Giuda quella del tradimento più famoso sulla faccia dela terra. Cosa doveva soffrire stu povero maronna? Achi aveva acciso? Eppure, ‘a mamma era si sevara, ma era ‘na bella femmena. Il padre, anche se chiacchierone, pur’isso nun era mica ‘nu cachisso. ‘Nzomma, esteticamente, niscino penzava ca avesse mis’o munno scorfano di nome Giacomo.

    Ma Giacumino ‘o Ranavuottolo l’hanno visto ncopp’e Quartieri Spagnoli.
    Forse nun ce credite, ma ‘a gente dei vicoli è uscita dai bassi e in corteo ha partecipato alla festa di matrimonio tra ‘o Scartellatiello e ‘a ‘nnammurata soia. E doppo tutti a festeggiare abballanno, cantanno e mangianno. E si vulite vedè comme se chiammava ‘a sposa ‘e Giacumino, basta ca jate ‘a sezione d’o municipio di piazza Dante e cercate dint’e documenti addò sta scritto: si certifica dell’avvenuto matrimonio tra il signor Giacomo Leopardi di Recanati e la signorina Poesia.

  2. franco buffoni il 6 marzo 2011 alle 12:12

    Non dimenticherò facilmente questa festa di matrimonio tra ‘o Scartellatiello e ‘a ‘nnammurata soia… grazie! fb

  3. fabio teti il 6 marzo 2011 alle 16:00

    Tutto lo iato tra quell’anima e un’intera nazione, è compendiato su una copia dell’edizione Piatti delle Operette morali (Firenze 1834), dove compare un’incredibile annotazione censoria, vergata da Amerigo Barsi, in riferimento agli ultimi due versi del Coro dei morti che apre il dialogo del Ruysch e delle sue mummie: “però ch’esser beato / nega ai mortali e nega a’ morti il fato”.
    Annota il censore: “Sappia il lettore che questi morti eran tutti gente del limbo”.

  4. franco buffoni il 6 marzo 2011 alle 18:14

    Costoro che sui luoghi (inferno paradiso purgatorio limbo) costruirono il loro potere, oggi che i luoghi non li nominano più (perché si vergognano), ci ammorbano coi valori non negoziabili. E le nostre tasse foraggiano le loro scuole.

  5. véronique vergé il 8 marzo 2011 alle 08:14

    Bellissima poesia, Franco. Non afferro tutto il senso, ma sento una disperazione dell’anima davanti al potere dello stato vaticano, un silenzio
    di meditazione su il fervore dello spirito, l’ideale. Non ho una buona conoscenza di Leopardi, poeta maggiore italiano. Ho solo nel ricordo
    ua poesia magnifica per cantare la natura enigmatica del Vesuvio, con il simbolo del fiore giallo la ginestra) venuto sul fianco del vulcano.

  6. véronique vergé il 8 marzo 2011 alle 10:28

    Mi piace la poesia di Transit.

  7. franco buffoni il 8 marzo 2011 alle 12:11

    Dolcissima Véronique: come sempre cogli l’essenziale e ci regali la tua freschezza. Baci. Franco

  8. transit il 10 marzo 2011 alle 18:46

    Aggiuntive noterelle a margine, prima di andare, questa sera, a lavoro.

    Sacro e profano. E, mio incanto disperso e disperato di guardar luna e stelle. E col naso al cielo, non accorgermi di mettere il piede nella parte immonda del mondo. Eppure la parte immonda dell’uomo è il corpo; il suo corpo; il corpo materiale,di sangue e respiro e aprole tracimate. Ricatti, bassezze e fragilità. Di moribonde fragilità. E orrore. E poesia. Insomma una dimora di appartenenza bisognava pur dare alle necessità dell’anelito in tutte le sue rutilanti sfaccettature al Grande, Immenso Poeta. Chi sono io, oh luna che mi fissi? Solo un umano.

    Ma, vi chiedo: perchè nessuna femmena ‘mpernacchiata dell’alta società né ‘na vrenzela vaiassa di strada e né una bizzoca di chiesa amante e né una brava ragazza amante di gossip, lettrice di romanzi rosa, tipo i Promessi sposi, hanno dato ‘nu pucurillo di bene, sarebbe a dicere ammore ‘e core e ammore non secondario di sciuscia all’autore di poesie struggenti qual’era ‘o Scartellatiello.

    Perchè mai ‘o Scuorfano dall’anima devastata dal sublime poetare, visto che era timido e a disagio nel cortile della vita del proprio cammino individuale, non ha mai potuto disporre in un modo o nell’altro di un certo quantitativo di donnine allegre, tipo belle epoque, Mouline Rouge e Cafè Chantant che probabilmente lui avrebbe rifiutato, preso com’era dal furore amore per l’amore?

    A quale appartenenza corporea e dell’anima(aveva l’anima costui, giacché il corpo era devastato dalla bruttezza?) agognava ‘o Poeta di Recanati? Non è forse sublime che ciò avvenga in un poeta?

    Il poeta è brutto. Il poeta è il dolore in persona. Se il poeta non è brutto nel corpo, è brutto dentro. Se il poeta non conosce il dolore non ha vissuto nessuna guerra e non ha ferite e non ha la lebbra.

    Se non quel suo corpo brutto e compromettente, almeno l’anima, almeno nelle parole dell’aere e della sospensione del mito, la sua anima, se un anima aveva, ha trovato dimora e dimensione umana alla quantità stratosferica di anima terrena e ideale?

    A chi tutte(…) e a chi niente: povero, povero Giacumino ‘o Ranavuottolo.

    Ma chi ‘o ssape, si quanno stette ‘e casa ncopp’e i Miracoli, ogni tanto jeve passeggiando sopra i Quartieri Spagnoli, entrava dentro il basso a luci rosse di dint’o vascio di Titina ‘a zengara e se faceva una ddoje tre e quatto chiandelle(chiavate); cinche sei sette e otto sciammerie(chiavate) alla faccia di chi non gliela aveva data e anche perchè stava arretrato e arrapato assaje.

    Che volete farmi dire? Ma cosa aggia dicere? Pecchè ve l’aggia dicere? Pe’ me fa bello? Ma chè.

    Là, ncopp’o Vesevo, dint’e vene d’a vummucatura, sarebbe a dicere ‘a pietra lavica, mettenno radice purtato d’o viento, cresce ‘a ginestra. E a pochi passi, dint’e viche scure, a dduje passi appena ce stanno sti femmene ca comme professione fanno ‘e puttane.

    A chi tutte e a chi niente: povero, povero Giacumino ‘o Ranavuottolo, pure cu ‘e zoccole ha avuta la malaparata. Ginestra a ccà e a là e nisciuna femmena, pure a pagamento, almeno pe’ ‘na vota sola. ‘na nuttata ‘e luna chiena, ‘O Ranavuottolo, ha fatto anema e curaggio e in vernacolo cu ll’accento di Recanati, c’o core in mano, l’ha ditto:

    – Carmè. Carmela mia. Sango ‘e stu sango ca me sbatte mpietto e ca me fa aizà ‘o bastone. Oh, mia Partenope vergine rediviva, ammuinatrice sottoproletaria di via Toledo, sciore senza arte né parte. Signora mia, almeno tu, cuorpo desiderato ‘a ll’uommene d’a terra. Tu, zizze, cosce, culo e faccia, uocchie ca luceano, core sincero ca pe’ ‘na magnata di fave, quatte sorde e ‘na cullana ‘e perla di mia madre. Tu ca stanotte me staje facenno vedè e surece russe; tu, ca staie parlanno cu a voce d’a luna; tu ca me staie straccianno ‘e carne ‘e stu cuorpo sulitario. Tu, zoccola, tu che sei balzamo di vitalità pe’ stu cuorpo ‘mpupazzato di sofferenza e ll’anema. Carmè, damme ciento e mille vase e n’ata vota vaseme, e ppo’ ancora. Come sai fare Tu.
    Ammore e miezz’a via. Ammore ‘e ‘na vita. Ammore d’o Vesevo.

  9. franco buffoni il 10 marzo 2011 alle 19:48

    Travolgente, Transit!!!

  10. transit il 11 marzo 2011 alle 09:31

    Francù, grazie assaje.

  11. transit il 12 marzo 2011 alle 09:23

    Véronique Vergé scusami del ritardo. Ma evidentemente ringrazio anche te assaje assaje.

    ciao

  12. transit il 9 aprile 2011 alle 07:30

    6 aprile 1327.
    Petrarca s’innamora e canta:
    Era ‘l giorno ch’al sol si scoloraro…

    1

    Leopardi è meglio ‘e Maradona
    Nei versi di altri versi,
    oltre il campo di pallone,
    dint’e pieghe d’a vita di tutti
    i giorni, sparpetjato ammore,
    Leopardi è meglio ‘e Maradona,
    mentre Pelè stà in tribuna,
    ad ascoltare i sublimi versi
    d’o Ranavuottolo Scartellato,
    che cu ‘e pparole segna ‘a luna
    dint’o core se ne more.

    2

    Lucia,
    chillo, ‘o Ranavuottolo, già allora,
    t’ammappuciava ‘e mille vase.
    quanno isso, guardava ‘a luna,
    nun steve a perdere tiempo:
    te cunusceva rosa addirosa,
    ngannaruto ‘e vase a cerezze.
    e mille stelle,
    stanno ancora a mesurà
    chlill’ammore ‘e lupo sulitario
    affamato ‘e femmena cu ‘e pile
    ncopp’o core,
    tradita da sangue e lacrime,
    astipate
    dinta’a casciaforte ‘e ll’anema.
    ddoje parole ‘e conforto,
    e ‘nu sorriso ‘ngannatore,
    tra i morbidi fruscianti vestiti
    vuttaste ll’uosso ‘o cane.
    tempo, testa, e la delusione
    squarciano il mio spirito nfunn’o mare
    addò viente, currente e scogli ‘e Vesevo
    me stracciano ‘e ccarne mie malate,
    nzapurite ‘e uoglie, sale, pepe e ginestra.



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