Che barba, l’otto marzo!

8 marzo 2011
Pubblicato da

di Helena Janeczek

Da sempre soggetto ispiratore per il linguaggio dell’arte: corpo e spirito, passione e sentimento, amor sacro e amor profano, madre e amante, la Donna è stata nei secoli rappresentata in tutte le sue sfaccettature, passando nei secoli da primigenia musa ispiratrice a protagonista attiva nella stessa produzione e committenza artistica. Basta pensare per un attimo cosa sarebbe l’Arte senza la componente femminile per comprenderne il ruolo assolutamente centrale. 

Questo è come il sito del MiBAC descrive le madonne, dee pagane, allegorie di vizi e virtù alle quali le donne hanno prestato i loro corpi e i loro volti, quasi sempre anonimi. Come questa “Velata” di Raffaello alla quale è stata fatta crescere la barba. Come la Gioconda cui nel 1919 Marcel Duchamp applicò un paio di baffi e un pizzetto molto più discreti e eleganti.

E’ strano come muti il segno ciò che era stato avanguardia, gioco liberatorio. Ora, nella citazione, diventa “pubblicità regresso”. L’enfant terrible del dadaismo alludeva al mito dell’androgino come unione di maschile e femminile, supremo compimento dell’umano, secondo il pensiero ermetico a cui si ispirava Leonardo. Questo pur dando alla sua opera un titolo misterioso e provocatorio: “L.H.O.O.C”: elle à chaud au cul , le brucia il culo.

Qui invece non brucia più niente. Nessuna energia nascosta dentro le opere dei maestri dev’essere sprigionata sul presente. Resta la grettezza di una barba totale a ricordarci che l’arte, ancora oggi, la fanno perloppiù quelli a cui cresce. Chi non vuole più essere solo modella, ma “protagonista attiva”, ne paga le conseguenze. Consolandosi semmai con il provverbio “Donna barbuta, sempre piaciuta”, vecchio quanto  falso.

Versione ridotta pubblicata su “L’Unità”, 7.3.2011.

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33 Responses to Che barba, l’otto marzo!

  1. viola il 8 marzo 2011 alle 13:41

    ….-));

  2. borsh il 8 marzo 2011 alle 14:26

    SLEEPANALYSIS*
    by D. Borsh

    Qualunque si affacci alla vita presumendo occupare di sé solo la scena turpissima dell’agorà e istrioneggiarvi per lungo e per largo da gran ciuco, e di pelosissima orecchia, a tanta burbanza sospinto da ismodata autoerotia, quello, da ultimo, torna di danno a’ suoi e talora a sé medesimo. E tuttavia esistono e valgono le leggi, e i suggerimenti dell’esperimentato costume: quelle e questi superordinati alla pazzesca autolipidine del singolo, allo smodato “amor proprio”. Il mondo etico, il super-io delle necessità morali e delle tecniche, esalta in noi quelli che potremmo metaforicamente chiamare gli ormoni dimagranti, i dettami inibitori, spenge o attenua la folle vampata dell’autolipido; il dolore stesso vi concorre a moderare, codesta lenta, codesta esiziale carezza dell’ancora ignoto Infinito. Richiama la nostra anima peregrina, la riconduce a sua sede che è drento la pelle di ragione, e di bene; ve la insacca e ve la ricuce a fil doppio. Ma il contenuto dis-etico nell’azione del folle narcissico viene esaltato a “motivo necessario”, a “causale necessaria”, indi a vero e proprio feticcio autoerotico. Questo è molto visibile negli stadi infantili, in cui la monelleria, la scorpacciata, ecc. sono sentite come prodezza dal bimbo, e talora dai suoi genitori compiacenti e stoltamente “orgogliosi” di lui. La stessa emissione dell’orina e delle feci è motivo di una certa fierezza… Nella psiche statica del narcissico, ferma a una fase infantile (4-5 anni) come un treno bloccato al disco rosso, te tu vi discerni la irremovibile massa e la impenetrata pelle dello ippopotamo egolatra, un cosmo sciocco, ottuso e pesante inesorabilmente centrogravitante: secondo la qual gravità centripeta tutto ch’è in lui gli è pene, onore e intestino e bellezza; tutto ch’è fuor di lui gli è miagrezza e stupidità, o tenebre: cioè addirittura non esiste. Tu gli rivolgi l’appassionata implorazione della fratellanza e lui è seduto sul trono ed emana: “Difatti, io…”. Le ingurgitazioni e le dissipazioni erotiche, la gola, la lussuria, l’ebrietà son gli atti magni del narcissico: lui l’è in podio a berciare con le penne pavonesche infilate nella raggera pavonessa, e ha buona bistecca nella trippa e limonate giazze ad agosto. Il Golgota non è scena, non è disonor del Golgota degno di lui. Per lui non il legno della croce, ma il cesso di lapislazzuli o il bidet di onice.

    * In italiano: Slipanalisi; auf deutsch: Traumdeutung.

  3. alcor il 8 marzo 2011 alle 14:42

    a volte ritornano

  4. Larry Massino il 8 marzo 2011 alle 17:01

    e poi ve la pigliate con me…

  5. Evelina Santangelo il 8 marzo 2011 alle 20:10

    La quintessenza della «grettezza» talmente imperante da diventare manifesto… oltretutto nell’ancor più disperante inconsapevolezza, probabilmente.

  6. carmelo il 8 marzo 2011 alle 21:45

    ho saltato una frase all’inizio all’inizio e me scuso ma il senso di cio’ che volevo esprimere non cambia

  7. francesco pecoraro il 9 marzo 2011 alle 09:16

    @alcor
    Quel quadro della Gentileschi mi è sempre sembrato pura macelleria: perché lo posti qui?
    Voglio dire: qual è il significato che gli attribuisci?
    Che significa “A volte ritornano”?
    Chi “ritorna”?

  8. alcor il 9 marzo 2011 alle 10:14

    la Gentileschi è una donna senza barba che mette in scena due donne mentre sgozzano un maschio, mi pareva in tema, l’ a volte ritornano invece era indirizzato a mister D.Borsch, qui sopra

  9. véronique vergé il 9 marzo 2011 alle 10:32

    Spirituoso. Condivido il commento di Alcor. Ho una vera ammirazione per la Gentileschi, la sua energia vitale per raffigurare donne in un teatro tragico, non come vittime. Ma apprezzo anche la tranquillità delle donne di Botticelli o di Raffaele. La contemplazione. La donna specchio di un universo senza violenza. Si rifletta sui volti femminili la dolcezza, la luce, il mondo, l’alba, la nascita.

  10. francesco pecoraro il 9 marzo 2011 alle 16:51

    Ecco, grazie, Alcor. Quel quadro mi fa veramente impressione. Mi pare che ne esistano due versioni, una delle due è meno bella. Mi pare.

  11. francesco pecoraro il 9 marzo 2011 alle 16:55

    Non avevo capito: volete dire che il Ministero dei Beni Culturali, per l’otto marzo ha fatto un manifesto COSI’?

  12. alcor il 9 marzo 2011 alle 17:54

    appunto

    e questo è link:

    http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_347365588.html

    chi vuole può ascoltare con profitto anche la voce metallica

  13. helena janeczek il 9 marzo 2011 alle 20:03

    esattamente, francesco..ma bondi non funziona come oloferne:-)

  14. francesco pecoraro il 9 marzo 2011 alle 23:12

    quando finirà tutto questo?

  15. natàlia castaldi il 10 marzo 2011 alle 01:02

    non hanno che fa’.

  16. alcor il 10 marzo 2011 alle 10:39

    non finirà tanto presto perché a parte l’intelligentone che si è sforzato il cervello, qui sopra, c’è stato un mutamento antropologico trasversale che renderà assai difficile tornare indietro.

    In teoria dovrei essere blandamente ottimista perché l’altra notte ho visto In nome della legge, di Germi, del 1949, un film stupefacente (tra l’altro ha vinto senza polemiche il Nastro d’argento) in cui la mafia, chiamata per altro con il suo nome, viene vista come un’accolita di onesti fuorilegge, una specie di legittimo terzo potere detenuto da uomini veri e capaci di riconoscere il valore dell’onestà altrui. Un film di Di Germi, ripeto, non di uno scagnozzo qualsiasi. L’unico a protestare allora fu Sciascia. Nessuno oggi si azzarderebbe a fare un film simile sulla ‘ndrangheta. Perciò mi viene da dire che la goccia della cultura e della responsabilità civile, benché lentamente, come sempre per le povere gocce, scava la pietra dell’ inconsapevolezza, ma onestamente mi pare un ottimismo di maniera, e certamente quando e se il cambiamento ci sarà, io sarò morta.

    Cmq se vi capita guardatevi il film, visto oggi lascia a bocca aperta per la doppietta tra la naturale accettazione della mafia, benché rurale, e la sua lettura positiva, come se Germi, pur girando un film sulla Sicilia, fosse sceso da Marte. Per il cambiamento c’è voluto quasi mezzo secolo.

  17. alcor il 10 marzo 2011 alle 10:39

    sì, è un po’ OT, scusate

  18. andrea barbieri il 10 marzo 2011 alle 10:49

    Cara Helena, Evelina, Francesco, vediamo di ragionare un po’.
    Vorrei prima di tutto dotarvi di qualche strumento concettuale che per voi è nuovo, ma che nel mondo, fuori dell’Italia, esiste da almeno vent’anni. Ciò di cui parla Helena è il ‘gender’, non parla cioè di Tizia o Caia, ma di un insieme di stereotipi – che agiscono in modo più o meno normativo – costituenti il gender, il genere (maschile, femminile, transessuale, intersessuale).
    Le persone generalmente non si rendono conto che il gender è un insieme di stereotipi, le persone pensano che sia un’essenza che alberga dentro un corpo con caratteri sessuali maschili o femminili o transessuali o intersessuali. Il gender insomma è, per la maggioranza delle persone, un tutt’uno col sex. Così è l’insegnamento dottrinario della Chiesa cattolica, per esempio.
    Una cultura maschilista lavora sul gender, costruisce degli stereotipi discriminatori e li rende normativi. Facciamo un esempio di stereotipo: la femmina che si realizza nella maternità. Questo è certamente vero per alcune femmine, ma non per tutte. Lo stereotipo agisce così: le femmine per cui ciò non è vero non sono vere femmine.
    Oppure gli stereotipi sull’intelligenza femminile, per esempio le femmine che non sarebbero portate per la matematica.
    Oppure gli stereotipi sull’aspetto fisico, che escludono dal campo delle vere femmine, che so, le lesbiche che amano un aspetto virile.
    Questo dell’aspetto fisico è uno stereotipo davvero terribile, che Helena paradossalmente rinsalda. Il pittore Ribera dipinse Maddalena Ventura che era una femmina irsuta. Gli stereotipi al tempo di Ribera dovevano essere meno cogenti, perché Maddalena aveva una bella famiglia con figli. Oggi l’immagine di Maddalena verrebbe ritenuta offensiva verso il mondo femminile perché viola lo stereotipo.
    Guardiamo il calendario, siamo nel 2011, col passare del tempo non si dovrebbe progredire? Non è il momento di rendere il mondo che ci circonda aperto, accogliente per tutti, non solo per le persone-stereotipo?

    Bene, ora sappiamo cos’è il gender, quindi torniamo all’argomentazione di Helena. Lei ci dice che novant’anni fa, al tempo dei ready-made aveva un senso mettere i baffi alla Giocoda, oggi no. Sapendo che cos’è il gender possiamo dubitare di questa argomentazione, e prendere un’altra direzione di pensiero: tutto ciò che ricorda alle persone che il gender è una costruzione ci aiuta a liberare i corpi femminili, maschili, transessuali, intersessuali. Non ho detto nulla di nuovo, è la tesi contenuta in “Gender trouble” di Judith Butler, una base di pensiero ormai condivisa, di cui in Italia non si sa nulla o quasi.

    Ultimo punto, il genderismo. Sopra parlando del gender l’ho declinato in femminile, maschile, transessuale, intersessuale. Lo declino così perché sono una persona accorta, so che la specie umana dà quelle possibilità e non ne escludo nessuna, perché sempre da persona accorta, so che nessuna possibilità è ‘malattia’.
    Però sappiamo tutti che per la maggiornaza delle persone vale il pregiudizio genderista per cui la specie umana è o maschio o femmina, mentre il resto è un non-pienamente-umano, malattia, cascame della normalità.
    Le persone che ragionano così sono come i razzisti, io non sono un razzista, non voglio ragionare così. Sia chiaro che quando dico questo non mi metto su un piedistallo, ciò che dico è perfettamente normale, è il razzista-genderista che si colloca su un piano subnormale: il razzismo che riguarda le persone transessuali o intersessuali è da mentecatti. A me non spetta alcun premio, a loro spetta un calcio in culo.
    Da persona accorta, terra-terra, la prima cosa che penso leggendo il testo del manifesto è come si comporteranno le biglietterie nei confronti dei corpi che non corrispondono al binarismo sessuale. Corpi non dotati di documenti, perché i documenti in Italia si possono ottenere soltanto aderendo allo stereotipo binario.

    Direi che abbiamo ragionato un po’ e fatta un po’ di strada, che dite?

  19. alcor il 10 marzo 2011 alle 11:10

    beh, meno male che non sono compresa tra i destinatari:–)

  20. helena il 10 marzo 2011 alle 11:32

    Andrea, senza offesa, magari ti è sfuggita l’ironia della citazione finale…
    Detto in sintesi: l’avanguardia (e soprattutto il dadaismo) operava la tras-gressione e quindi di trans-gendering con uno spirito che mirava alla liberazione dalle gabbie di gender, mentre (secondo me) la citazione pubblicitaria riafferma proprio tali gabbie.
    Grazie Alcor per l’ot foriero di barlumi:-)

  21. andrea barbieri il 10 marzo 2011 alle 11:41

    Alcor, puoi leggere anche tu, male non ti fa.

  22. alcor il 10 marzo 2011 alle 12:02

    passo la mano, ma grazie lo stesso, prof.:–)

  23. andrea barbieri il 10 marzo 2011 alle 12:12

    Helena, l’ironia è chiarissima. Grazie comunque della spiegazione.

    La ‘trasgressione’ non c’entra nulla con l’espressione dell’identità di genere. Se una persona parte dall’idea che l’umanità è naturalmente fatta di corpi maschili femminili transessuali intersessuali, la parola ‘trasgressione’ non gli viene neppure in mente. Per questo ti chiederei di rileggere quello che ho scritto. E’ fine, non arriva subito.

  24. andrea barbieri il 10 marzo 2011 alle 12:35

    Vi posto il link al dipinto di Ribera (lo Spagnoletto) che ho citato:
    http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/d/d7/Mujer_barbuda_ribera.jpg/440px-Mujer_barbuda_ribera.jpg

    Da qui potete farvi un’idea di come il discorso di Helena sarebbe stato condotto ugualmente se fosse stata utilizzata questa immagine per la pubblicità, ma la realtà dell’immagine avrebbe rivelato come il discorso (ultima frase ironica compresa) di Helena è dentro gli stereotipi di genere.

  25. helena janeczek il 11 marzo 2011 alle 14:38

    certo, Andrea, visto che parla di sterotipi di genere. Mi sa che stavolta non c’è possibilità di capirsi….

  26. Vincenzo Cucinotta il 12 marzo 2011 alle 12:36

    @andrea barbieri
    Intervento interessante il tuo, meno però il tono per cui una tesi interessante si trasforma in un’affermazione indiscutibile, creando paradossalmente lo stereotipo del gender (che poi potremmo anche tradurlo in genere, no?).
    La prima osservazione è che gli esempi di stereotipi che porti sono degni di idioti, escluderei che anche un singolo lettore di questo sito ne possa essere vittima. Il nocciolo della questione però non sta qui, cioè in quanto sono stupidi gli stereotipi (semmai si dovrebbe stabilire il confine tra concetti di riferimento e stereotipi, perchè lo stesso termine stereotipo ha una valenza negativa).
    Il punto, dicevo, sta, una volta distinto il sex dal gender, nello stabilire quali siano i concetti che ragionevolmente dovremmo associare al sex. Insomma, buttiamo pure a mare i genders, ci rimane il problema di stabilire se la differenza sessuale sia puramente anatomica. Io, ti dirò, non lo credo, e pazienza se sartò accusato di avre degli stereotipi.

  27. gina il 12 marzo 2011 alle 14:58

    I do not know if my paintings are Surrealist or not, but I do know that they are the most frank expression of myself (myself con pelo cortado in sto caso, senza scimmie o uccelli senza ghirlande e protesi senza frutta teschi radici, ma col solito baffo, come sempre al naturale)

  28. helena il 13 marzo 2011 alle 10:59

    Intanto grazie a tutti per la segnalazione dei dipinti. A me pare evidente che gli autoritratti di Frida Kalho siano “the most frank expression of myself”, un myself libero dagli stereotipi di genere.
    Anche nel quadro di Ribera viene rappresentato un gruppo preciso di persone: la donna con il figlio e il marito. Il ritratto accoglie con rispetto la singolarità, in una visione dell’arte e della vita dove non si crede più alla misura aurea.
    Il manifesto del Mibac, invece, è il fotomontaggio di due ritratti tipici proprio del Rinascimento. Purtroppo non so a chi appartiene il volto barbuto prestato alla “Velata” (qualcuno può aiutarmi?), ma credo non ci sia dubbio che l’operazione parta dal mettere insieme un immagine canonica di bellezza femminile con una altrettanto tipicamente maschile.
    Ossia propone stereotipi che si rafforzano a vicenda, anzicché essere messi in scacco.

  29. gina il 13 marzo 2011 alle 15:34

    helena, cosî rischi il loop (stante l’orrido MIBAC lo rischia anche il pezzo, imho: il velato/a , il barbudo/a c’ha le tette, e magari gli brucia pure il culo, come alla … fornarina (FORNARINA) non angelicata del raffi )
    (ps: i centomila minuscoli portrait of myself, my self al curaro di frida kahlo NON eranono liberi dagli stereotipi di genere. Però sin dagli albori del nascimento, ella ci aveva 2 baffi stereo, e n’angelo di nurse con 2 spalle 2 tette stereo da strablio e quindi in base a quanto precede si potrebbe dire que viva l’8 marzo soprattutto se barbudo, que viva l’8 marzo soprattutto se barbudo col velo y con le tette, que viva l’8 marzo degli orgasmi di culo, que viva lottO marzo, fanculo l’8 marzo, etc.) baci

  30. andrea barbieri il 14 marzo 2011 alle 10:10

    Helena scrivi “credo non ci sia dubbio che l’operazione parta dal mettere insieme un immagine canonica di bellezza femminile con una altrettanto tipicamente maschile. Ossia propone stereotipi che si rafforzano a vicenda, anziché essere messi in scacco.”

    Appunto, in “Gender trouble” la tesi è opposta: descrivendo le drag queen, la Butler osserva come stereotipi di bellezza femminile fusi con volti maschili hanno la funzione di rivelare la ‘costruzione’ del gender.
    Ovviamente la lettura della Butler non è diciamo così ‘prescrittiva’, tu leggi l’immagine come credi, ci mancherebbe. Per esempio c’è stato un femminismo che leggeva le drag come il rafforzamento dello stereotipo.
    L’importante è appunto capire che il dubbio sulla lettura c’è, che l’immagine può generare liberazione.
    Helena, bello eh il dipinto dello Spagnoletto. A me sbatte in faccia tutti i miei pregiudizi. Mi viene in mente la medaglietta di Roberto Saviano col motto (vado a memoria) ‘niente di ciò che è umano ti sia sconosciuto’. Per me molte cose sono sconosciute, dietro ogni ignoranza covo inevitabilmente un pregiudizio. Bella avventura quella di conoscere gli altri, forse la più bella.
    Ne approfitto per farti un saluto, ciao.

  31. andrea barbieri il 14 marzo 2011 alle 10:52

    @ Cucinotta

    Ma io ho sempre avuto dei problemi di tono, a volte la scrittura mi esce rauca.
    Non trovo che quello che scrivo sia interessante, trovo che sia banale. E’ banale, no, osservare che la specie umana è fatta naturalmente di corpi maschili femminili intersessuali e attraverso la tecnologia transessuali. Questa è la nostra antropologia, eppure il linguaggio la nasconde continuamente custodendo il binarismo sessuale. Per esempio, se qualcuno ha la pazienza di andarsi a cercare i documenti fondativi del Partito Democratico trova sempre e soltanto la dicitura “gli uomini e le donne del Partito Democratico”. E se una persona possiede un corpo intersessuale, o transessuale non operato, che corrispondono a una identità di genere intermedia tra ruolo maschile e femminile, dove si dovrebbe riconoscere leggendo le carte del Partito Democratico?

    Bella domanda eh…

    Allora forse noi pensiamo di essere al di sopra di cattivi stereotipi di genere, crediamo di saperli riconoscere facilmente distanziandoci, mentre siamo molto sotto.
    Scrivo ‘cattivi’ stereotipi, perché lo stereotipo è comunque necessario nella costruzione dell’individuo.

  32. helena il 15 marzo 2011 alle 10:15

    Sì, lo Spagnoletto è bellissimo.
    La questione di fondo, mi sembra, è che dipende sempre dal contesto (storico, sociale, culturale) se uno stereotipo risulta rafforzato e riaffermato o invece “denunciato” per quello che è. Vale a dire che Butler, secondo me, può avere contemporaeamente ragione e torto.
    Per il resto sono d’accordo con te, Andrea, quando dici che la libertà assoluta dagli sterotipi non può esistere. Può invece esistere la libertà di mostrare qualcosa che vada oltre, vuoi negli autoritratti di Frida (e non si tratta solo dei baffi) sia nell’atteggiamento di un pittore secentesco.
    La frase cui ti riferisci e di Terenzio “Homo sum: humani nil a me alienum puto”…



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