“Il paese di Dio” di Percival Everett

14 marzo 2011
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[Esce oggi in libreria il nuovo romanzo di Percival Everett, Il paese di Dio (Nutrimenti, 16 euro), di cui pubblico un estratto dal primo capitolo. Come nel precedente Ferito, Everett lavora sul rovesciamento dei cliché del western, stavolta con il suo feroce umorismo, concentrato sul peccato originale americano: l’identità dei neri e degli indiani d’America prevaricati dai coloni, la radice dell’odio e dell’intolleranza. m.r.]
***
Il saloon era una topaia con qualche finestrella e le porte a vento che cigolavano ogni schifosissima volta che le aprivi. Quando siamo entrati ormai s’era fatta sera e le poche lanterne accese proiettavano una luce giallastra ancora più sconfortante del buio. Blind Mitch, il pianista negro, pestava i tasti che ancora funzionavano al ritmo di una giga quasi impossibile da fischiettare. Mi sono appollaiato al bancone accanto a Wide Clyde McBride. Puzzava da fare schifo e mi è venuto il dubbio che pure io non dovessi essere fragrantissimo, cribbio. Poi Terk mi ha piazzato sotto il naso un whisky e mi sono detto che se un uomo non può puzzare di merda in una taverna piena di uomini che puzzano di merda come lui, per di più imbottiti di alcol, allora dove andremo a finire. Mi sono scolato il bicchiere e mi è venuto un accesso di tosse.
“Che ti è successo?”, ha chiesto Wide.
“Banditi”, ho risposto.
Terk ha indicato la freccia che avevo appoggiato sul bancone. “Gli hanno infilzato il cagnolino”, ha detto.
“Che selvaggi”, ha commentato Wide.
Io ho scosso il capo e indicato il bicchiere vuoto. “E non è finita qui”, ho detto. “Mi hanno bruciato la casa e il fienile, mi hanno ammazzato la vacca da latte e il miglior mulo da tiro, e poi si sono presi la mia Sadie, la mia donna, la luce dei miei occhi”.
Wide si è girato verso gli sparuti clienti ai tavoli e ha gridato: “Sentito, ragazzi? Quei bastardi gli hanno ucciso il cane”.
“Li hai visti bene in faccia?”, ha chiesto Wide. Un paio di tizi che stavano giocando a poker si sono alzati e sono arrivati alle sue spalle.
“Mica ne sono sicuro. Però era una banda di mattacchioni, se la ridevano e se la spassavano di brutto”.
“Tapellerossa?”, ha chiesto uno. Era di una spanna più alto di Wide e aveva il labbro leporino, così non si capiva quasi mai cosa stesse blaterando. Per quanto ne sapevamo noi, si chiamava Taharry.
“Erano vestiti come bianchi, ma erano armati di frecce. Le scoccavano da tutte le parti e mi hanno bruciato la casa come fanno i pellerossa. Non lo so cos’erano”.
Wide ha preso la freccia e l’ha studiata bene, poi l’ha passata al compare accanto. Entrambi hanno borbottato qualcosa e scrollato il capo.
“Riconoscete la mano?”, ho chiesto al gruppo.
“Naaa”.
“Ennò”.
“Io, per quanto mi riguarda, non so distinguere una tribù di selvaggi dall’altra”, a parlare così era un piccoletto tutto agghindato mai visto prima, “ma so riconoscere un uomo stanco, amico mio, e tu mi sembri a pezzi. Che ne dici se ti rimetto in sesto con un piccolo ricostituente?”. Pensavo che mi volesse offrire da bere, invece ha tirato fuori una bottiglia dalla tasca della giacca.
Terkle si è sporto verso il piccoletto e gli ha intimato: “Questo è il mio locale. L’unico torcibudella che si serve qui lo servo io”.
“Amico mio, questo non è liquore. Anzi, è l’esatto contrario. Questo è il Formidabile elisir di Indiana Dan: ti rimette in pista, ti lubrifica gli ingranaggi e ti dà una bella raddrizzata, garantito. Diamine, perfino il governatore del Kansas raccomanda questo favoloso toccasana che, per altro, è sia per uso interno che per uso esterno, a seconda della natura del problema e dell’effetto desiderato”.
L’abbiamo squadrato. Fosse per me l’intruglio l’avrei pure provato, ma Wide ha afferrato il tizio per il panciotto e ha detto: “Com’è che ti chiami tu?”. Wide era capace di incattivirsi senza alcuna ragione, così da un momento all’altro. Una volta Terk aveva insinuato che Wide non pisciasse mai. Diceva che l’aveva visto stazionare al bancone per cinque o sei ore filate e scolarsi una birra dietro l’altra, senza mai uscire per cambiare l’acqua al merlo.
“Greenfeld”, ha risposto il tizio.
Wide ha guardato Terkle e ha aggrottato la fronte, poi ha fatto lo stesso con me e infine, a turno, con tutti gli altri. Poi, al piccoletto: “Che accidenti di nome è?”, e gli ha dato una piccola scrollata che il piccoletto non deve aver gradito visto che una carta da gioco gli è spuntata da chissaddove ed è planata a terra dove ha attirato lo sguardo di tutti.
Taharry ha detto: “Tabaro”.
Così tutti hanno preso Greenfold e gliele hanno suonate, tranne me. Ho colto al volo l’occasione per scroccare un sorso dell’elisir lasciato incustodito sul bancone. L’intruglio mi ha lasciato senza fiato e mi sono ritrovato piegato in due a cercare di vomitarlo e a lanciare versacci disumani, tanto che gli altri hanno smesso di pestare il povero Greenbelt e quello è riuscito a sgattaiolare verso l’uscita e tagliare la corda.
Tutt’ora mi vanto di avere salvato la vita a quel nanerottolo, ma allora i compari al bancone non l’hanno presa per niente bene e, se non ce l’avevano con me, certo erano delusi che quel beverone non mi avesse procurato un’orribile e spassosa morte alla quale si sarebbero potuti vantare di aver assistito. Io, invece, non ho nemmeno vomitato. Loro, per spiattellarmi il loro disappunto, hanno smesso di mostrare interesse verso i crimini perpetrati ai danni della mia fattoria e della mia persona. A parte Terkle, che mi ha rinfacciato il solito debito.
Poi Wide si è ripresentato e ha preso di nuovo in mano la freccia. “Hai bisogno di un braccatore, uno che ti aiuti a stanarli”.
Senza alzare gli occhi dalla nuova mano di poker sul tavolo, Taharry ha detto: “Tabubba tè tequi”.
“Chi è Tabubba?”, ho chiesto a Terk.
“Bubba”.
“Ah”. Chi era Bubba lo sapevo. Bubba era il braccatore nero. Taharry aveva ragione. Bubba era il miglior segugio di tutto il circondario. Una leggenda. Un negro. E forse proprio per questo, temo, di base accomodante. “Già”, ho detto, più a me stesso che a quelli che m’ignoravano al bancone. “Bubba può aiutarmi a identificare questa freccia e a ritrovare la mia Sadie”.
Sono rimasto lì per un po’ a cercare di inalare gli ultimi fumi del mio whisky dal bicchierino, ad ascoltare Terkle che tamburellava le dita sul bancone e a guardare Taharry sputacchiare sugli altri luridi parassiti al tavolo da gioco, abbastanza vicino a Wide Clyde da potermi considerare nascosto dietro il suo tanfo. Qualche romanzetto sulla frontiera l’avevo pur letto, in fondo come cittadino era mio dovere accertarmi che raccontassero la verità, e in generale quei libricini erano abbastanza attendibili, solo che non facevano mai un accenno alla puzza che c’era. Diavolo, eravamo allergici al sapone, il nostro stomaco non faceva altro che gorgogliare e portavamo gli stivali senza calze. Un avvoltoio non ci avrebbe attaccati da vivi e, poco ma sicuro, non ci avrebbe degnati manco da morti. Vivevamo lontani gli uni dagli altri per una semplice questione di buonsenso. Ci trovavamo al saloon e in chiesa più o meno per rassicurarci che le nostre puzze fossero normali e non un segnale di avanzata decomposizione.
Un tempo in paese c’erano stati i bagni pubblici. Il proprietario era uno spilungone segaligno che si lavava troppo, o almeno questa era l’impressione generale. A me sembrava proprio così. A casa sua il tizio aveva tre tinozze e sapone a volontà, ma il fatto era che profumava troppo o roba del genere perché dava sui nervi a tutti. Insomma, entrava nell’emporio o nella stazione delle diligenze e tutti si zittivano e sniffavano a più non posso. Aveva un odorino così buono che quasi sovrastava il fetore degli altri. È durato un annetto, poi Wide Clyde l’ha impiombato. Sosteneva di averlo beccato a sbirciare attraverso una tendina mentre si alzava a lavarsi il fondoschiena. O almeno questa era la versione di Wide. Raccontava: “Mi sono appoggiato ai bordi della tinozza e ho tirato fuori le chiappe dall’acqua per darci qualche passata con lo straccio e quello era lì che sbirciava dietro il lenzuolo ingiallito appeso all’entrata. Mi aveva visto il batacchio, allora gli ho sparato”. Hanno inchiodato le assi all’entrata e non so che fine hanno fatto le tinozze, ma dubito che Wide Clyde McBride se n’è portata a casa una.
Mi sono incamminato fuori, ho preso il cavallo e l’ho guidato lungo l’assito, oltre l’emporio e la stazione delle diligenze, al di là di una fila di mangiatoie, fin dentro la stalla. Era abbastanza buio, ma riuscivo a vederci perché c’era una grande luna e le porte del fienile erano state lasciate aperte, forse per far respirare gli animali. Era una notte umida e afosa e gli animali puzzavano da fare schifo, ma se non altro il caldo aveva costretto le bestie a muoversi il meno possibile. Ho allentato il sottopancia del cavallo e ho lasciato cadere la sella per terra. Non c’era un’anima, così l’ho legato al palo e con un paio di pedate gli ho sistemato un po’ di fieno davanti. Mi ha lanciato uno sguardo che sembrava carico di rimprovero, come a dire che quel giorno non c’era bisogno di spremerlo tanto, e così gli ho detto: “Chiudi il muso e mangia”.
Ho allentato le bretelle, mi sono sdraiato su una balla di fieno e ho chiuso gli occhi.

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3 Responses to “Il paese di Dio” di Percival Everett

  1. gianni montieri il 14 marzo 2011 alle 15:25

    mi pare molto promettente…un tipo di scrittura che amo particolamente

  2. marco alloro il 15 marzo 2011 alle 17:34

    comprato ieri e già finito! un western insolito, feroce e divertente allo stesso tempo. ribalta completamente la visione che abbiamo del west pur mantendone intatta l’atmosfera. eccezionale!

  3. Links of the week « MondoBalordo il 19 marzo 2011 alle 12:18

    […] Di Percival Everett avevo già parlato qui, recensendo La cura dell’acqua. Si tratta di un autore molto interessante e di cui vorrei approfondire la conoscenza recuperando sia Ferito che Il mio nome è Sidney Poitier. Nel frattempo è uscito, sempre per Nutrimenti, il suo ultimo romanzo, intitolato Il paese di Dio. Su Nazione Indiana ne trovate un estratto. […]



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