CROCIFISSI?

31 marzo 2011
Pubblicato da

di UAAR

La sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo sull’iniziativa giuridica – promossa dalla famiglia di Massimo Albertin e sostenuta dall’UAAR – che ha assolto l’Italia per l’esposizione del crocifisso nelle scuole, rappresenta inevitabilmente una cocente delusione. Nel ringraziare ancora una volta chi, mettendoci la faccia e la tranquillità personale, si è profuso in una battaglia civile di portata sempre più rara nel nostro paese, l’UAAR deve necessariamente constatare come, in seguito alla sentenza, gli spazi per agire giuridicamente per l’affermazione concreta del supremo principio costituzionale di laicità dello Stato si siano oggettivamente ristretti.
Ciò non significa, tuttavia, che verrà meno l’impegno per cambiare, in meglio, una società che, nonostante sia sempre più secolarizzata, nello stesso tempo si caratterizza per istituzioni sempre più clericali. 
L’UAAR dispone, giorno dopo giorno, di una maggiore capacità di intervento, e di soci e simpatizzanti in grado di tradurla in risultati concreti nella tutela dei diritti civili di atei e agnostici, nell’applicazione quotidiana del principio di laicità dello Stato e nella valorizzazione del pensiero non religioso. La sentenza della Corte europea ci dà ancora maggiore consapevolezza delle nostre responsabilità e ci spinge a intensificare ulteriormente lo sforzo, nella convinzione che questo paese o avrà un futuro laico, o non ne avrà alcuno.

2. PROGRAMMA DEFINITIVO DEL CONVEGNO “IN UN MONDO SENZA DIO”

Manca poco più di un mese all’evento che farà della città di Genova la capitale europea della non credenza. Nel fine settimana compreso tra il 5 e l’8 maggio si svolgerà infatti nel capoluogo ligure un doppio evento: l’assemblea generale della Federazione Umanista Europea, realtà continentale che raggruppa le più importanti associazioni umanistiche europee e del cui Consiglio d’Amministrazione fa parte l’UAAR, in rappresentanza dell’Italia, e il convegno internazionale “In un mondo senza dio – In a Godless World”, un evento senza precedenti in Italia sia per quanto riguarda il tema, sia per il livello dei relatori, italiani e stranieri.
Soci e simpatizzanti sono caldamente invitati a partecipare alle conferenze. L’ingresso sarà libero, a eccezione del workshop sull’assistenza morale non confessionale per il quale, a causa della limitata capienza della sala, è richiesta la prenotazione. Le richieste di prenotazione vanno inviate alla casella di posta elettronica Genoa2011@uaar.it, a cui è possibile rivolgersi anche per eventuali richieste di chiarimento.

3. CINQUE PER MILLE: 2.106 VOLTE GRAZIE!

L’Agenzia delle Entrate ha diffuso i dati sulle scelte del Cinque per Mille relative alle dichiarazioni dei redditi 2009. L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti è stata scelta da 2.106 contribuenti, per un importo totale di 107.463,30 euro. Nel 2008, anno in cui per la prima volta fu possibile scegliere l’Unione, i contribuenti furono 1.152, per un totale di 79.247,55 euro (ancora non incassati).
L’associazione ringrazia ancora una volta tutti coloro che hanno avuto e che hanno fiducia in lei, e ribadisce il proprio massimo impegno per un investimento dei fondi quanto mai ‘razionale’ (quando arriveranno). Ricorda infine che i bilanci UAAR sono trasparentemente pubblicati online e che anche in occasione della dichiarazione dei redditi 2011 si potrà destinare il proprio Cinque per mille all’UAAR.

4. UNA BORSA DI RICERCA UAAR

Il Comitato di coordinamento UAAR ha deliberato di assegnare una borsa di ricerca, riservata a coloro che sono in possesso del titolo di dottorato di ricerca in una disciplina giuridica. La ricerca è finalizzata alla realizzazione di un Codice giuridico dell’incredulità, consistente nella raccolta di leggi, regolamenti, normative ed estratti di sentenze inerenti il trattamento giuridico dei non credenti, sia in ambito italiano (locale e nazionale), sia in ambito sovranazionale (continentale e mondiale), sia ancora con riferimento a specifiche previsioni di altri ordinamenti nazionali. Il Codice sarà in seguito pubblicato a cura dell’UAAR, senza corresponsione di alcun diritto d’autore. Il borsista riceverà un importo corrispondente a 5.000 euro lordi. Le candidature dovranno essere spedite entro il 23 aprile 2011 e dovranno pervenire presso la sede UAAR entro il 30 aprile 2011. Sul sito dell’associazione sono pubblicati il regolamento e la domanda di ammissione.

5. PREMIO DI LAUREA UAAR

Anche quest’anno l’UAAR assegnerà un premio di laurea a studenti ritenuti meritevoli. Regolamento e domanda per partecipare alla quinta edizione del premio sono scaricabili dalla pagina dedicata al Premio di laurea UAAR, dove è pure possibile consultare le tesi vincitrici negli anni precedenti.

6. ONLINE IL CATALOGO DELLA BIBLIOTECA UAAR

Il patrimonio librario della Biblioteca UAAR, sita all’interno della sede nazionale dell’associazione, alla fine di febbraio ha superato i 1.500 volumi. Per l’occasione è stato pubblicato online il catalogo, nonché l’elenco dei periodici correnti consultabili (sono inoltre disponibili anche altre testate spente o incomplete).
La Biblioteca, la prima in Italia a tema laico-razionalista, è costituita, in massima parte, da donazioni effettuate da soci e simpatizzanti, a cui si aggiungono acquisizioni finanziate dall’associazione. Chi volesse contribuire a renderla sempre più completa può seguire le istruzioni pubblicate sul sito: online è inoltre presente un primo elenco di libri che la Biblioteca sta attualmente cercando. In loco è comunque possibile consultare cataloghi più dettagliati: per autori, per titoli e per soggetti.

7. PETIZIONE ONLINE CHIEDE LE DIMISSIONI DI DE MATTEI

Roberto de Mattei, vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha affermato, nel corso del suo programma su Radio Maria, che il disastro giapponese rientra nel disegno divino e potrebbe anzi essere una punizione, “esigenza della giustizia di Dio”. Numerose critiche sono state sollevate, e numerose sono state le richieste di lasciare l’incarico, provenienti soprattutto dal mondo scientifico. L’UAAR ha immediatamente sostenuto la petizione online che chiede le dimissioni di de Mattei, che nel frattempo ha superato le seimila firme. L’UAAR invita i soci e i simpatizzanti che non l’avessero ancora fatto a sottoscriverla, e a farla sottoscrivere.

Il contributo UAAR alla riuscita della petizione è stato citato da parte dalla stampa (per esempio dal Foglio), suscitando le ire del direttore di Radio Maria, padre Livio Fanzaga, che ha accusato l’associazione di voler instaurare una “dittatura dell’ateismo”, o dei “cornuti”, in quanto pretenderebbe di far scrivere a tutti “666” e di far adorare a tutti “la Bestia” per poter parlare in pubblico. Il religioso ha anche lamentato che i soci UAAR “non vogliono essere salvati”, nonostante il diavolo “li tenga al guinzaglio”.

8. MIUR E MEF: ORA ALTERNATIVA PAGATA DALLO STATO

Il MIUR, con nota del 22 marzo 2011, ha trasmesso alle Istituzioni Scolastiche di ogni ordine e grado il parere della Ragioneria Generale dello Stato sul pagamento delle attività didattiche alternative all’insegnamento della religione cattolica. Il parere, concordato tra il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) e il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), ribadisce che la scelta di avvalersi delle attività didattiche alternative alla religione cattolica rende le stesse un “servizio strutturale obbligatorio”, da pagare “a mezzo dei ruoli di spesa fissa”.
È la risposta ufficiale dei due ministeri ai “numerosi quesiti pervenuti circa le modalità di pagamento delle ore di attività alternative”, con la quale si conferma che chi paga è lo Stato e non i singoli istituti scolastici.
Riteniamo che l’UAAR abbia contribuito attivamente a determinare i “numerosi quesiti” giunti dalle scuole ai ministeri: con la vittoria legale sul diritto all’ora alternativa (ordinanza 30 luglio 2010 del Tribunale di Padova), con le comunicazioni inviate alle scuole (a inizio anno scolastico 2010/2011 e al momento delle iscrizioni all’anno scolastico 2011/2012), con la campagna informativa “Non c’è più religione per chi non la vuole” (pubblicità su settimanali, passaparola via mail, distribuzione cartoline), con il modello di diffida messo a disposizione delle famiglie, con lo sportello SOS Laicità e i consigli di info@oraalternativa.it e della mailing list [oraalternativa]. E dal reciproco aiuto offerto proprio da questa mailing list cominciano ad arrivare segnali rincuoranti: in aggiunta alle numerose testimonianze di discriminazioni, abbiamo pubblicato oggi una prima raccolta di buone notizie.
Un altro scoglio per il riconoscimento del diritto all’ora alternativa è superato: la presunta mancanza di indicazioni ministeriali sul suo pagamento, che ne avrebbe impedito o ostacolato l’attivazione, non è più una scusa che segreterie o dirigenti scolastici possono accampare.
I genitori e gli studenti che incontrassero difficoltà nel riconoscimento del diritto all’ora alternativa possono usare gli strumenti messi a disposizione dal nostro sito o rivolgersi direttamente a info@oraalternativa.it per avere informazioni e per tutelare i loro diritti.

9. FLASH: UN MESE DI ATTIVITÀ UAAR

Oltre a quanto accennato qui sopra, segnaliamo altre iniziative che hanno visto come protagonista l’UAAR durante il mese di marzo:

– la pubblicazione del numero 2/2011 de L’Ateo, il bimestrale dell’UAAR;

– il quindicinale radiofonico Liberi di non credere, gestito dall’UAAR, in onda su Radio Città Aperta di Roma e ascoltabile anche sul sito internet del circolo UAAR di Padova.

I tanti eventi organizzati dai circoli UAAR sono documentati sul calendario appuntamenti del sito UAAR. Tra le attività svolte dai circoli, oltre a quelle già segnalate in precedenza, e oltre alle numerose conferenze e presentazioni di libri, ricordiamo in particolare:

– il convegno accademico Italia. Ma che Croce! organizzato dal Circolo UAAR di Bari presso l’aula magna dell’università, il cui video è visionabile online;

– la presentazione, a cura del Comitato articolo 33, di cui fa parte anche il circolo UAAR di Bologna, di un quesito referendario comunale sui finanziamenti comunali alle scuole private paritarie;

– la piccola “Università delle Età della Ragione”, a cura del circolo di Milano: quattro corsi, di quattro lezioni l’uno, che toccano diversi temi legati alla laicità. Le registrazioni del corso Gli strumenti del pensiero sono visionabili online;

– la costituzione del comitato padovano per il testamento biologico, denominato “Art. 32 – Per il testamento biologico”, di cui fa parte il circolo locale UAAR;

– l’organizzazione, a cura del circolo UAAR di Torino, di un corso di formazione per volontari dediti all’assistenza morale non confessionale;

– la premiazione dei vincitori del Primo Concorso Fotografico Nazionale UAAR on-line “Liberi di non credere”, curato dal circolo UAAR di Venezia. Attraverso internet è possibile visitare anche la mostra virtuale.

10. FLASH: UN MESE DI ATTIVITÀ ONLINE

– Aggiornamento quotidiano delle Ultimissime;

– funzionamento quotidiano dei forum UAAR;

– confronto quotidiano sulle mailing list [ateismo] (aperta a tutti); [uaar] (riservata ai soci UAAR); [circoliuaar] (riservata agli attivisti dei circoli UAAR);

– aggiornamento quotidiano della pagina UAAR su Facebook;

– aggiornamento frequente del canale UaarIt su YouTube;

– organizzazione di diversi sondaggi online;

– aggiornamento della sezione comunicati_stampa;

– pubblicazione della recensione del libro Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, scritto da Federico Tulli (ed. l’Asino d’Oro);

– pubblicazione della recensione del libro I segreti del Vaticano. Storie, luoghi, personaggi di un potere millenario, scritto da Corrado Augias (Mondadori);

– pubblicazione della recensione del libro Il crocifisso di Stato, scritto da Sergio Luzzatto (Einaudi);

– pubblicazione della recensione del libro I papi e il sesso, scritto da Eric Frattini (Ponte alle Grazie);

– pubblicazione della recensione del libro Come fare a meno di Dio e vivere liberi, curato da Riccardo Zanello (Coniglio Editore).

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22 Responses to CROCIFISSI?

  1. jacopo galimberti il 31 marzo 2011 alle 16:13

    mi piacerebbe sapere quanti “indiani” sono membri della UAAR. Secondo me solo Franco…peccato.

  2. franco buffoni il 1 aprile 2011 alle 08:13

    Caro jacopo, non è alle tessere che dobbiamo guardare, ma alle buone intenzioni e alla solidarietà. Qui almeno, e non è poco, le nostre istanze sono accolte di buon grado e diffuse… f

  3. mauro baldrati il 1 aprile 2011 alle 11:25

    Forse è un parziale OT il mio commento rispetto all’articolo, ma sono parecchio arrabbiato per la faccenda degli inseganti di religione. Quella di mia figlia al liceo fa propaganda antiabortista, con accuse di omicidio ecc. Mi viene una rabbia furiosa e vorrei fare un esposto, ma come si permette? Poi vince la prudenza, il timore di ritorsioni sulla ragazzina, cosa del resto non del tutto remota, visti i tempi. Il prossimo anno cercherò di convincerla a una rinucia dell’ora di religione.

    Da uno studio risulta che gli inseganti di religione costano allo stato 800 milioni di euro.

  4. jacopo galimberti il 1 aprile 2011 alle 11:55

    @ Mauro,

    mi interessa lo studio in questione, lo potresti citare?

    @Franco

    sono d’accordo. Pero’ non vorrei che le polemiche – spesso interessanti – non siano seguite da degli impegni anche minimi, ma un po’ piu’ concreti. Una certa tradizione intellettuale idealistica/aristocratica e’ dura a morire, a mio modesto avviso. Gli impegni profusi dai cattolici per difendere la loro causa sono enormi, le mega lobby CL e Opus Dei sono li’ a dimostrarlo.
    Bisogna reagire.

  5. franco buffoni il 1 aprile 2011 alle 16:10

    Mauro: assolutamente, convincerla a non frequentare. Certo, capisco bene, una denuncia metterebbe in mezzo la ragazza. Ma se non reagiamo quante altre ragazzi ci andranno di mezzo…?

    Jacopo: reagire è ciò che continuo a fare. Dico sempre: occorre che spunti un leader veramente laico, veramente liberal-socialista e capace di stendere un congruo programma con in primis l’abolizione del concordato.

  6. AMA il 1 aprile 2011 alle 23:04

    Insisto. Piu’ di 15 anni fa nelle classi del mio liceo non c’erano crocifissi. Non so se gia’ mancasse anche la carta igienica… Per quanto sia ateo, non credo si possa imporre per legge di togliere il crocifisso dai luoghi pubblici. Dovrebbe diventare prassi comune. Buon senso, laddove sia necessario. Comunque in Italia siete giunti ad un punto di non ritorno. Imbarazzo. Assoluto.

  7. Carlo Capone il 1 aprile 2011 alle 23:09

    Ma se provassero a mettere un bel dipinto di quando risorge? non sarebbe quanto meno più allegro?

  8. franco buffoni il 2 aprile 2011 alle 10:37

    L’unica soluzione è quella francese. Massima libertà religiosa per tutti. Ma come fatto privato. Lo stato deve essere per definizione laico. Al capo opposto stanno gli stati islamici. Noi siamo rimasti in mezzo al guado.

  9. gina il 3 aprile 2011 alle 10:22

    Franco non sono d’accordo. taglio corto, e attacco una vecchia rece del manfo a morte di una discipolina di spivak. spivak Che oggi trovo sorprendentemente ma non tanto su alfabeta2.

    Con l’occhio del ventriloquo

    Dall’abolizione della pratica indù del sati decisa dal colonialismo inglese alla guerra americana di «liberazione» delle donne afghane dal burqa, fino al velo vietato in Francia alle musulmane. La battaglia tra Occidente e resto del mondo nel vocabolario concettuale e critico di Gayatri Chakravorty Spivak, femminista postcoloniale, intelletuale organica al pianeta

    AMBRA PIRRI
    Gayatri Chakravorty Spivak, femminista post-coloniale e studiosa di letteratura comparata, può aiutarci a riflettere su alcune cose che succedono oggi tra l’Occidente e il resto del mondo, tra noi e l’Altro. Ancora nel suo ultimo libro, Morte di una disciplina, tradotto da Meltemi l’anno scorso, Spivak ripropone con forza – come nota Judith Butler – «un contesto radicalmente etico come approccio allo studio dell’alterità.» Perché, forse, non ci resta che rifugiarci nell’etica se davvero vogliamo tentare di avere un rapporto con l’Altra, con l’Altro. Indiana per nascita, studi e cittadinanza alla quale non ha mai abdicato; statunitense per residenza, green-card e lavoro poiché a New York, alla Columbia University, insegna, Spivak si potrebbe definire un’intellettuale organica al pianeta. E’ proprio per queste ragioni che Spivak parte sempre dalla divisione internazionale del lavoro e dalla globalizzazione che, con i suoi rapporti di potere tra il primo e il terzo mondo, è incastrata dentro la storia economica, politica e culturale dell’imperialismo e del colonialismo. Analizzare gli effetti culturali e sociali che la colonizzazione ha avuto, e continua ad avere, sui paesi e sui soggetti colonizzati è uno degli obiettivi degli studi post-coloniali. Ma, a differenza degli altri intellettuali post-coloniali, per esempio quelli che fanno capo ai Subaltern Studies, l’attenzione di Spivak è sempre rivolta al soggetto sessuato al femminile, doppiamente marginalizzato dall’economia e dalla subordinazione di gender.

    Per capire la differenza sessuale all’interno di un mondo globalizzato, Spivak si serve di un vocabolario concettuale e critico quasi sempre di sua invenzione. Nascono così espressioni significative come epistemic violence, la violenza alle forme della conoscenza che l’imperialismo ha perpetrato – e continua a perpetrare – sui popoli un tempo colonizzati, e in particolare sulle donne. L’epistemic violence è la rottura violenta operata sul sistema di segni, di valori, sulle rappresentazioni del mondo, sulla cultura, sull’organizzazione della vita e della società dei paesi che ieri erano colonie, e che oggi sono, non a caso, il sud del mondo. E’ grazie all’epistemic violence che lo spazio colonizzato è stato brutalmente trasformato in modo tale da poter essere portato all’interno di un mondo costruito dall’eurocentrismo. Questo processo attraverso cui l’Occidente si è consolidato e costituito in quanto soggetto sovrano dell’intero globo riempiendolo del suo modo di conoscere, delle sue rappresentazioni, del suo sistema di valori, Spivak lo chiama worlding of a world. In questo processo, l’Occidente ha creato i suoi Altri come oggetti da analizzare, assumendosi così il potere/sapere di rappresentarli e controllarli. Questi Altri, suggerisce Spivak, non sono veramente umani: costruiti come inferiori fin da quando l’Europa conquistò quasi l’intero mondo, continuano a esserlo anche oggi perché non sono considerati abbastanza sviluppati o abbastanza civilizzati o abbastanza democratici. C’è un unico soggetto universale e abbastanza perfetto, la norma per l’appunto: il maschio bianco; e l’Occidente ne è la grande estensione.

    E che l’Altro continui a essere costruito e rappresentato come un essere inferiore, privo di storia e cultura, al confine tra l’uomo e la bestia, e con il quale non c’è ragione di dialogare perché l’unica ragione possibile è l’umiliazione o la violenza, non è mai stato così vero. Ce lo hanno detto ancora una volta, casomai ce ne fosse stato bisogno, quegli uomini e quelle donne che abbiamo visto ridere, fumare e alzare il pollice in posizione eretta mentre scattavano foto dell’Altro, nudo e al guinzaglio o morto di tortura.

    Racconta Spivak a Elisabeth Grosz, in un’intervista dell’84, di essersi appassionata al pensiero di Derrida dopo aver scoperto che il filosofo francese stava smantellando dall’interno la tradizione filosofica occidentale, il cui eroe era l’essere umano universale. «A noi – dice Spivak parlando del sistema educativo britannico-coloniale – insegnavano che se potevamo cominciare ad avvicinarci a quell’essere umano universale, allora anche noi saremmo stati umani». Umani e dunque soggetti. Oppure, soggetti e dunque umani. Ma è davvero così? Soggettività e umanesimo vanno davvero insieme anche nella pratica, oltre che nel pensiero occidentale?

    In uno scritto del 1985, considerato il suo saggio più famoso, più malinteso, ma anche più citato, Can the Subaltern Speak?, scritto in polemica con il gruppo dei Subaltern Studies ma anche con alcuni intellettuali post-strutturalisti e post-umanisti (Foucault e Deleuze), Spivak mostra come l’interessamento degli intellettuali occidentali nei confronti del soggetto coloniale finisca sempre per essere «benevolente»; il loro atteggiamento mentale e il loro punto di vista, alla fine, coincide con la narrazione imperialista perché quel che promette al nativo è la «redenzione». In questo saggio, Spivak si domanda se la donna subalterna può parlare ed essere ascoltata o se c’è sempre qualcuno che lo fa al suo posto e che la rappresenta in modo distorto: gli inglesi, nell’abolire la pratica indù del sati (1827), si assunsero il compito di parlare per la donna nativa oppressa dal patriarcato locale. In questo modo autolegittimarono se stessi come liberatori e l’imperialismo come missione civilizzatrice. Gli inglesi attribuirono alla donna subalterna una voce libera e tale da richiedere la propria liberazione all’uomo bianco, all’imperialismo inglese. Dall’altra parte, e contro la rappresentazione britannica, c’era il patriarcato locale, il maschio nativo, che sosteneva che la vedova era ben felice di salire sul rogo col marito cadavere. Per Spivak né l’una né l’altra versione rappresenta la «vera» voce della donna subalterna; in ambedue i discorsi la sua voce è «ventriloquizzata» e lei scompare dentro questo violento fare avanti e indietro tra tradizione e modernizzazione, tra patriarcato e imperialismo. Ecco che la posizione di soggetto della donna nativa viene costruita dall’Occidente e serve solo a rinforzare il prestigio dell’intellettuale-interprete-benevolente della funzione subalterna.

    Oppure serve a rinforzare i valori laici e nazionalisti della nazione; è quel che è successo in Francia con il velo. All’improvviso la patria, così affine al patriarcato con i suoi valori militaristi e sessisti, diventa femminista e usa il femminismo contro le altre culture; abbiamo avuto due anni fa il paradosso dell’anti-abortista Bush che andava a bombardare l’Afghanistan per liberare le donne dal burqa, e oggi abbiamo quello della Francia che libera le musulmane dal velo. Il fatto è che il velo continua ad accendere le fantasie pruriginose del maschio occidentale che non sopporta di essere guardato ma di non potere guardare; solo lui ha diritto a osservare, analizzare, valutare, giudicare. Il suo «imperial I-eye» non deve incontrare barriere: l’espressione, che gioca con i suoni, simili in inglese, e che significa tanto l’Io quanto l’occhio imperiale, è della studiosa post-coloniale Mary Louise Pratt; descrive lo sguardo insistente del maschio bianco che «disumanizza, paralizza e uccide», come scriveva, a proposito dell’Algeria, della colonizzazione francese e del velo, Fanon. In Algeria, durante i 130 anni della loro occupazione, i francesi hanno tentato di «svelare» le donne, di rendere i loro corpi disponibili all’I-eye occidentale, come mezzo per conquistare culturalmente l’intero paese. Ecco che il velo diventa la posta di una battaglia grandiosa tra l’Occidente e l’Altro, mentre l’Altra viene usata come simbolo e terra di conquista, dagli uni e dagli altri. Conquistare lei significa annientare lui. Imporle o vietarle il velo significa ascriverla a un patriarcato o a un altro. Oggi, in epoca di emancipazione femminile – che tuttavia poco o nulla ha a che vedere con la libertà delle donne – si trasforma nel suo contrario-uguale: lei occidentale che porta lui musulmano al guinzaglio; la metafora sessuale, maschil-dominante, è identica.

    Ma Spivak critica anche il femminismo internazionale, che continua a mettere al centro l’Occidente – o un personaggio occidentale, in questo caso la femminista – che si autocostituisce come soggetto di conoscenza, salvezza, aiuto, proprio perché ha costruito l’Altra come oggetto della sua illuminata compassione. Rappresentare l’Altra, dall’altra parte del mondo, come una sorella svantaggiata serve a farci sentire soggetti liberati, a rimandarci un’immagine di noi stesse ingrandita. E’ così che si diventa soggetti, in senso maschile, costruendosi un oggetto, un Altro inferiore. Il femminismo occidentale ha criticato il soggetto sovrano maschile ma poi rischia di fare, con le donne del cosiddetto terzo mondo, esattamente la stessa cosa che hanno fatto gli uomini per 2.500 anni. E continua a porsi domande ossessivamente autocentrate, tipo «cosa posso fare io per loro?»

    Se vogliamo evitare di nuocere alle donne del terzo mondo, dobbiamo anche evitare di guardare le cose dal punto di vista di chi, in quanto soggetto, fa le analisi; dobbiamo evitare che il centro sia determinato, definito – come al solito – dalla ricercatrice.

    Il soggetto non si può decentrare, sennò non è più soggetto, ma questa centratura va persistentemente criticata e decostruita: «La decostruzione – sostiene Spivak in un’intervista con Alfred Arteaga del `93 – non dice che non c’è il soggetto, che non c’è la verità, che non c’è la storia; semplicemente interroga il privilegiare l’identità così che qualcuno è ritenuto possedere la verità. La decostruzione non è l’esposizione di un errore. Costantemente e persistentemente guarda al modo in cui la verità è stata prodotta. Ecco perché la decostruzione non dice che il logocentrismo è una patologia. La decostruzione è, tra le altre cose, una critica persistente di ciò che uno non può non volere.» Cosa è che non si può non volere (e che viene dall’Occidente)? Per esempio, proprio la soggettività, o il femminismo. Se però non si vuole diventare quel soggetto normativo che è (stato) il maschio bianco, l’unica possibilità è una critica persistente al modo in cui ci si mette al centro del discorso.

    Essere consapevoli, criticare persistentemente, decostruire: questo è «l’itinerario» del pensiero di Spivak che, infatti, non crede alle grandi costruzioni teoriche che spiegano tutto e che vogliono essere coerenti nella loro pretesa di raccontare la verità, assoluta e definitiva. Spivak non crede alle master narratives, le narrazioni dei maestri, ma anche dei padroni. Questo non vuol dire che le master narratives vadano demonizzate perché chiunque viene catturato a narrare; dobbiamo accettare l’impulso di pensare alle origini e alle finalità, di fare programmi di giustizia sociale, restando però al contempo consapevoli che si tratta di una nostra necessità, non della via verso la verità, o di «una soluzione ai problemi del mondo». Il caveat sulle grandi narrazioni, che rischiano di prendere il sopravvento e apparirci come se fossero vere, vale anche per le parole di cui le narrazioni si servono; Spivak le chiama masterwords, le parole dei maestri ma, di nuovo, anche dei padroni. Parole come «il lavoratore» o «la donna» sono parole a rischio perché spingono a creare, e poi a costruire, grandi narrazioni; e tuttavia, sono parole che non hanno alcun riferimento letterale perché non esistono esempi «veri» del «vero» lavoratore o della «vera» donna, che sono «veramente» pronti a battersi per gli ideali che noi abbiamo costruito e sui quali sono stati mobilitati. Queste considerazioni ci dovrebbero mettere in guardia sulle pretese universali, per esempio del marxismo o del femminismo occidentale, di parlare in nome degli uni e delle altre.

    Anche l’impegno femminista occidentale col sud del mondo spesso maschera una superiorità condiscendente in nome delle sorelle (costruite e dunque considerate) più svantaggiate. La dobbiamo smettere di sentirci privilegiate e di conseguenza migliori, dice Spivak «situandosi»; mettendo cioè in gioco i suoi numerosi privilegi che vanno dall’essere un’intellettuale di grande prestigio nell’accademia statunitense, coinvolta nella produzione neocoloniale, all’ insegnare ai cittadini più garantiti e viziati del mondo, al vivere nella città più opulenta e consumista del globo. Situarsi vuol dire non candidarsi all’universalità e cioè all’essenza, anche se, che una lo riconosca o meno, non si può fare a meno delle universalizzazioni. Il punto è esserne consapevoli, e utilizzare le universalizzazioni piuttosto che ripudiarle: è quel che lei chiama strategic essentialism, anche perché, in un mondo dominato dagli uomini, come si fa a fare analisi e politica femminista se non – rischiando l’essenzialismo – «come una donna»?

    Anche il privilegio va decostruito, perché non sempre e non necessariamente implica intelligenza, comprensione e possibilità di rapporto. Spesso, anzi, succede esattamente il contrario. Spivak suggerisce di «unlearn one’s privilege as one’s loss», cioè di disimparare i propri privilegi perché sono una perdita.

    Il razzismo – per esempio – si impara, è un punto di vista e un comportamento acquisito che ci impedisce di vedere, capire e comunicare con chi è diverso da noi; attribuiamo all’Altra/o degli stereotipi, la/o interpretiamo attraverso dei pregiudizi e, di fatto, chiudiamo la nostra mente, la nostra possibilità di comunicazione, apprendimento, scambio e relazione; ecco che il nostro privilegio – in questo caso quello di appartenere alla «razza» bianca – si trasforma in una impossibilità, in una incapacità. Disimparare il proprio privilegio significa cominciare ad avere «una relazione etica» con l’Altra/o. E’ un modo di pensare, di concepire la propria identità e quella dell’Altra differentemente.

    Non più l’Altra che, dall’altra parte del mondo, ha la funzione di specchio che ingrandisce la nostra immagine, ma la possibilità di comunicare attraverso distanze e differenze impossibili. E’ un abbraccio, un atto d’amore all’interno del quale ambedue le persone hanno la possibilità di imparare l’una dall’altra.

  10. franco buffoni il 3 aprile 2011 alle 16:21

    Che dirti, Gina? Tu voli sempre altissima. Io sono un ometto terra-terra da vecchio stato di diritto, guardo a Jeremy Bentham, al Conte di Cavour… Ti abbraccio. Franco

  11. gina il 3 aprile 2011 alle 16:51

    (franco, disimparare il proprio privilegio è pratica del situarsi, pratica davvero terra-terra dell’abbraccio, ricambiato:)

  12. AMA il 4 aprile 2011 alle 10:47

    Mi spiace, ma io non approvo quasi nulla della soluzione francese, paese che trovo fortemente arretrato quasi quanto l’Italia quasi su tutto. Penso ad esempio a certa timida legislazione a tutela dei gay.
    Non si puo’ poi neanche imporre alle donne di togliersi il burka.
    Davvero non riesco a capire questo mito del modello francese.

  13. franco buffoni il 4 aprile 2011 alle 15:24

    Ama. Non è un mito, è una semplice indicazione. Di chiarezza. Che cosa sia uno stato laico. Che cosa siano i convincimenti religiosi dei singoli in uno stato laico. Tutto qui.

  14. AMA il 4 aprile 2011 alle 22:46

    No. Io preferisco la via inglese o spagnola ad esempio. Stati laici anch’essi. E sono contrario alla rimozione forzata dei simboli religiosi o identitari. Confido di piu’ nelle usanze cadute di fatto in disuso.

    Senza contare che credo fortissimamente che in Francia le ragazze dovrebbero avere la facolta’ di poter indossare il velo a scuola, per qualsiasi ragione dovessero decidere di farlo.

  15. genseki il 4 aprile 2011 alle 23:21

    Davero interessante questo testo di Ambra Pirri su Spivak, mi permetterei solo di precisare che a mio modo di vedere il marxismo, almeno nei suoi teorici piú riconisciuti non pretende di parlare a nome dei lavoratori. È un fatto teoricamente chiaro ai marxisti che la classe lavoratrice in sè non aspira alla societá dsenza classi, le sue aspirazioni sono economiche, vendere al meglio la ropria merce, il tempo di lavoro. Quello che dicono i marxisti è che la classe lavoratrice è quella che nella societá capitalista sta peggio e che quindi non ha niente da perdere e forse qualche cosa da guadagnare da un cambio radicale nell’organizazzione della produzione sociale e della distribuzione. Ma questo non è l’ideale dei lavoratori, alcuni di loro, sempre una minoranza, puó aderire a questo programma che è sviluppato da membri della classe borghese! Cioè il progetto marxista si appoggia su due classi e non su di una, senza l’elaborazione teorica di membri transfughi della borghesia non è possibile la societá senza classi cosí come non è possibile senza la convinta militanza di una parte della classe lavoratrice, e bisogna tenere anche conto del fatto che la classe lavoratrice è a sua volta un prodotto dell’organizazzione sociale voluta dalla classe borghese, Cosí in realtá nessuno parla a nome di nessuno. E da qui dovrebbero ripartire i marxisti in un quadro differenzialista.

    Togliere i crocifissi sarebbe anche un bene ma il problema non sta nel togliere ma nel mettere. Giá perché cosa ci mettiamo in quel vuoto lasciato dai crocifissi, il fiore verde della padania? Il logo di Merryl Lynch? Un ritratto di Trichet? Di Zapatero? di Montezemolo? Il dollaro? Niente? Niente non è possibile. qualcosa finirá per riempiro quel vuoto. I simboli non si svuotano, scivolano, diceva Lacan. O no? Da quando a 17 anni ho letto le Tesi su Feuerbach di Marx ho sempre trovato gli Atei minacciosi e inutili, la loro sigla in effetti sembra un ringhio: “Uarrr!” Cavour era un convinto fautore della peronospora. La Spagna non é uno stato laico!!!! Le scuole cattoliche sono finanziate totalmente dallo stato! I politici giurano sulla Bibbia, etc.
    genseki

  16. gina il 5 aprile 2011 alle 05:49

    (genseki, se ti interessa spivak, c’è da leggerla direttamente. Con riferimento alle tue osservazioni, il “mostruoso” critica della ragione postcoloniale” per esempio. Ma anche il più recente e bellissimo who sings the nation state (che fine ha fatto lo stato nazione, in italiano da meltemi) scritto con judith butler)

  17. Mirfet il 5 aprile 2011 alle 07:17

    Però, AMA, la via inglese vuole che i fatti privati siano tenuti rigorosamente privati, non discussi in pubblico, e la religione, o meglio, le idee circa altrui credi, è uno di questi, uno dei tanti fatti privati. La laicità è altra cosa.
    Il credo, in UK, influisce eccome sulle strutture sociali, solo che non te lo dicono apertamente, tutto qui.
    (adesso non ti scaldare,però, oggi non mi va proprio di agitarmi). Ciao! :-)

  18. AMA il 5 aprile 2011 alle 10:18

    Senti, per me la religione resta un fatto pubblico che per sua stessa natura influisce sulle strutture sociali, nella misura in cui pero’ non lede il diritto dei non credenti. Come me del resto.

    Mi spiace, ma la Spagna per sua stessa definizione resta uno stato laico. E la sua legislazione su molti temi “spinosi” lo dimostra di fatto. Che finanzi o meno le scuole cattoliche…

    In uno stato laico DEVE esserci spazio per tutti. Sullo stesso pianerottolo il credente monoteista tendenzialmente omofobo e la coppia gay sposata con figli, credente o meno.

    Non so, nelle nuove strutture pubbliche, laddove ci fossero realta’ multietniche e multireligiose sarebbe di buon senso rimuovere simboli religiosi, ma non si puo’ imporre una cosa del genere per legge. In my opinion, of course!

  19. AMA il 5 aprile 2011 alle 10:30

    Approvo tutte le battaglie di UAAR, se vivessi in Italia finanzierei la loro militanza, ma sul crocifisso evidentemente CI sbagliavamo…

    Sono anche per la propoganda “ateista”, sia chiaro. E nel mio quotidiano affermo sempre il mio diritto a rivendicare le mie ragioni di ateo.

  20. Ares il 5 aprile 2011 alle 13:19

    Non cominciamo a professare la “religione” atea.. che non esiste neanche.. altrimenti si fa confusione.

  21. AMA il 5 aprile 2011 alle 19:10

    Pero’sai, bisognerebbe censire gli atei e gli agnostici, no?



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