I gelsomini appassiti della mancata rivoluzione cinese

31 marzo 2011
Pubblicato da

di Ivan Franceschini

Quattro aprile 1976, una domenica primaverile come tante in una Pechino che si sta leccando le ferite dopo i disordini della Rivoluzione culturale. Eppure c’è qualcosa di strano nell’aria. Sarà perché domani è Qingmingjie, la festa tradizionale della pulizia delle tombe, ma sono già un paio di giorni che la gente di Pechino sta affollando piazza Tiananmen. Depongono delle corone di fiori ai piedi del monumento agli eroi del popolo in memoria del primo ministro Zhou Enlai, morto in gennaio. In un solo fine settimana, circa mezzo milione di persone, per lo più giovani lavoratori, arriva in piazza e si ferma a commentare, a discutere, ad arringare la folla, spesso spingendosi fino a criticare apertamente la Banda dei quattro, in questo periodo al culmine del suo potere. È una sfida che le autorità non possono accettare, ma i cittadini non sono disposti a mollare la presa, così la rimozione delle offerte funebri nella notte del 4 aprile si traduce in violenti scontri che in breve tempo si estendono a Taiyuan, Zhengzhou, Wuhan, Xi’an, Luoyang e Kaifeng, senza contare Nanchino, dove la protesta è scoppiata già alla metà di marzo. Ed è proprio da Nanchino che, dipinto sulle fiancate dei treni diretti verso la capitale, è arrivato l’annuncio che ha spinto la popolazione di Pechino alla mobilitazione.

16 novembre 1978. Il Quotidiano del popolo annuncia la revisione del verdetto ufficiale sui disordini dell’aprile di due anni prima, definendoli un atto rivoluzionario delle masse contro la Banda dei quattro e sovvertendo quello che fino a questo momento è stato il discorso ufficiale: “disordini contro-rivoluzionari”. Sul muro che fiancheggia la strada nei pressi di Xidan cominciano a comparire manifesti e nelle città iniziano a circolare riviste non ufficiali, scritti artigianali in cui si discutono nuove idee in campo culturale, sociale, politico ed economico. È l’inizio del movimento del “muro della democrazia”, una nuova primavera intellettuale che tra alti e bassi durerà per almeno un biennio, fino alla fine del 1980, quando le autorità cinesi – in primis quello stesso Deng Xiaoping che aveva cavalcato i disordini del 1976 per ascendere al potere – decidono di marchiare come contro-rivoluzionari quegli attivisti che sul muro promuovono idee ritenute dannose per l’ordine sociale e per il nuovo corso di riforme. Alcuni pagano caro per il loro coraggio, come Wei Jingsheng, un elettricista che viene condannato a quindici anni di carcere per aver affisso pamphlet con titoli come “La quinta modernizzazione” o “Vogliamo la democrazia o una nuova dittatura?”

Dicembre 1986. La Cina ormai è entrata in una nuova era di riforme ed apertura. Al potere si trovano leader progressisti come Hu Yaobang, nella posizione di segretario generale del Pcc, e il primo ministro Zhao Ziyang. Eppure agli studenti ciò non basta: i cambiamenti sembrano procedere a rilento, i prezzi sono fuori controllo e, più in generale, non si percepisce una reale rottura con il recente passato. Ecco allora che il 5 dicembre un discorso con cui Fang Lizhi, celebre astrofisico dell’Università delle scienze e della tecnologia di Hefei, critica la lentezza delle riforme infiamma gli animi degli studenti. Quattro giorni dopo i ragazzi dell’ateneo manifestano per tre ore per le strade della città, protestando contro l’impossibilità di nominare i candidati alle prossime elezioni per le assemblee parlamentari. Poco importa che queste elezioni vengano prontamente rimandate dalle autorità locali, nei giorni successivi manifestazioni di supporto hanno ugualmente luogo a Wuhan, Shanghai e Pechino, mentre i campus si riempiono di manifesti murali in cui gli studenti richiedono a gran voce libertà e democrazia. I media ufficiali non ne parlano, ma la voce si diffonde comunque con rapidità grazie alle trasmissioni della Voice of America, che moltissimi ragazzi ascoltano nel tentativo di migliorare il proprio inglese. Inevitabile, si abbatte la scure delle autorità: le proteste vengono debellate a colpi di burocrazia e minacce e in gennaio Hu Yaobang, additato come responsabile per l’atmosfera permissiva che avrebbe portato ai disordini, viene rimosso dal suo incarico.

Oggi, un vento africano

Mentre siamo immersi nella retorica “cyber-utopica” legata alle recenti vicende iraniane, egiziane e tunisine, ripercorrere storie come queste assume un significato del tutto particolare. Si tratta infatti di vicende di un’altra epoca, episodi che raccontano come anche un tempo, in assenza di quello strumento che oggi alcuni descrivono in termini messianici come onnipotente, ineguagliabile e soprattutto imprescindibile – Internet – fosse possibile organizzare movimenti di massa di portata tale da mettere in crisi più di un governo. Se la rete è davvero così determinante al fine del successo di una mobilitazione dei cittadini, ci siamo mai chiesti come avranno fatto le precedenti generazioni a lottare, a volte con successo, contro regimi autoritari e repressivi che non avevano niente da invidiare agli attuali? È proprio da storie come quelle dei cittadini cinesi degli anni Settanta e Ottanta che scopriamo che pur in assenza di media liberi, sindacati indipendenti, organizzazioni politiche clandestine, ma  soprattutto senza Internet, la gente – quantomeno in Cina – poteva comunque organizzarsi in maniera creativa, ad esempio dipingendo delle scritte sui fianchi dei vagoni ferroviari in viaggio tra una città e l’altra, affiggendo dei manifesti murali (dazibao) in luoghi pubblici, stampando riviste clandestine e viaggiando tra una città e l’altra per fungere da collegamento (chuanlian). Certo, si trattava di metodi più laboriosi, rischiosi e per molti versi meno versatili del web, ma a volte finivano per rivelarsi ugualmente efficaci.

Ciò che in Cina ha cambiato le regole del gioco è stato il 1989. Che il potenziale rivoluzionario di Internet si sia manifestato in Cina per la prima volta in occasione delle proteste di quell’anno, non è un mistero per nessuno. Come scrive anche Yang Guobin nel suo The Power of the Internet in China (Columbia University Press, 2009), già allora gli studenti e gli accademici cinesi all’estero avevano iniziato a servirsi attivamente degli strumenti dell’e-mail e del newsgroup. Mentre la protesta in Cina svolgeva il suo corso, si era venuta a creare una complessa rete di comunicazioni tra gli studenti-attivisti raccolti nella capitale e i cinesi della diaspora. Questi ultimi usavano il web non solo per raccogliere fondi per le proteste e pubblicare dichiarazioni di sostegno, ma anche per organizzare dimostrazioni di supporto nel mondo intero. Pur non essendo un fattore decisivo ai fini della mobilitazione studentesca,  la rete venne ad assumere un ruolo importante come fonte di informazioni su quanto stava accadendo a Pechino, soprattutto dopo quel fatidico quattro giugno in cui il flusso di immagini e notizie dalla capitale subì un brusco arresto. Fu immediatamente chiaro che da quel momento in poi le autorità non avrebbero potuto non tenerne conto.

Sappiamo bene cos’è accaduto dopo il 1989, come la rete si sia rapidamente trasformata in un campo di battaglia tra le autorità cinesi e le forze sociali più progressiste all’interno del paese. Abbiamo sentito parlare fino alla nausea di censura, manipolazione dell’informazione e sorveglianza sul web. Abbiamo letto un’infinità di commenti sul “partito dei cinquanta centesimi”, i commentatori prezzolati che sul web promuovono le linee di pensiero ufficiali e confondono le acque attorno alle notizie più sensibili. Abbiamo seguito con apprensione i processi ai netizen accusati di aver diffuso questo o quel post in cui si denunciava un caso di corruzione o un esproprio forzato ai danni di contadini o cittadini. Abbiamo sentito tutti parlare del fatto che alcuni siti in Cina sono inaccessibili o spariscono da un giorno all’altro. Ma, soprattutto, nelle ultime settimane abbiamo seguito tutti con passione la vicenda della cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini”, un fenomeno nato interamente sul web, una vera e propria “mobilitazione 2.0”.

Poca partecipazione e poche idee

Eppure per molti versi i “gelsomini” sono stati una profonda delusione. Al di là della mancata partecipazione da parte dei cittadini, dov’erano le idee in questa “rivoluzione”? Dov’era il dibattito? Dov’erano la versione contemporanea dei dazibao e dei caratteri dipinti sulle fiancate dei vagoni ferroviari? Non si è visto nulla di tutto questo, solo una grande quantità di analisi e commenti scritti da stranieri per essere letti da stranieri. A differenza delle mobilitazioni del passato, con i “gelsomini” non si è capito quali fossero gli attori in gioco, da dove fosse partita l’iniziativa, quali fossero gli obiettivi. Le mobilitazioni precedenti certamente non erano organizzate a tavolino, ma quantomeno nascevano da un malessere diffuso e crescevano per iniziativa di alcuni individui o gruppi sociali piuttosto definiti, come ad esempio l’astrofisico Fang Lizhi, l’elettricista Wei Jingsheng, gli studenti dell’Università di Pechino o di Hefei. In tutte quelle occasioni c’erano delle persone che ci mettevano la faccia e soprattutto proponevano delle idee. Oggi non più, è rimasta solo la fredda impersonalità del web e il gelido linguaggio di qualche post di origine misteriosa.

Che si sia ottimisti o meno nei confronti del “potere di Internet”, quello che la vicenda dei “gelsomini” ha dimostrato non essere cambiato minimamente nella Cina degli ultimi trent’anni è piuttosto l’elasticità delle autorità cinesi nel rispondere a questo tipo di sfide. L’enfasi che i media stranieri hanno riservato al recente appello alla mobilitazione nasce con ogni evidenza dal desiderio di leggere in Cina un germoglio di quello stesso cambiamento che in questi mesi ha avuto luogo in paesi come l’Egitto e la Tunisia, realtà che – nonostante la corsa mediatica ad individuare qualsiasi analogia possibile immaginabile – con la Cina condividono poco più che una forma autoritaria di governo. In qualsiasi altro momento probabilmente la notizia di un tweet anonimo che chiamava i cittadini a radunarsi la domenica di fronte al McDonald di Wangfujing a Pechino o in qualche altro luogo vagamente simbolico in altri centri urbani sarebbe caduta nel vuoto, scartata come l’ennesima bizzarria mediatica di un culto come il Falungong. Non in questo caso. La medesima ragione che inizialmente deve aver spinto gli anonimi autori della chiamata alle armi a pubblicare il loro appello, successivamente ha spinto i media di tutto il mondo a raccogliere ed enfatizzare la notizia: l’assunto era semplicemente che i cambiamenti in corso dall’altro lato del mondo, veicolati da Internet, inevitabilmente avrebbero messo in crisi anche l’apparato di potere di Pechino.

Ci sono alcune analogie storiche che sarebbe opportuno prendere in considerazione qualora si volesse sostenere questa tesi. Se la leadership di Pechino è sopravvissuta al crollo dell’Unione Sovietica e al collasso a catena dei regimi comunisti nei paesi dell’Europa orientale – realtà con cui aveva vere e proprie affinità elettive – è pensabile che quanto sta avvenendo in Tunisia ed Egitto possa rappresentare un significativo punto di rottura dal punto di vista politico per la Cina di oggi? Per rimanere con i piedi per terra, sarebbe necessario non dimenticare un paio di cose. Innanzitutto, bisognerebbe tenere bene a mente che non tutti i sistemi autoritari sono uguali. Cina, Egitto e Tunisia di fatto hanno ben poco in comune, anche se ci piace immaginarli come paesi gemelli, idealmente accumunati dal fatto che i loro cittadini subiscono sistematiche violazioni dei propri diritti politici, economici, sociali e culturali. In secondo luogo, sarebbe il caso di tenere presente che non è poi così scontato che la narrazione di sommovimenti sociali avvenuti altrove vada del tutto a svantaggio degli interessi del Partito.

La lezione polacca

Per un ennesimo parallelo storico, basta pensare agli echi della vicenda di Solidarnosc nella Cina degli anni Ottanta. In uno studio del 1990 in cui analizzava l’effetto della “lezione polacca” sulla leadership cinese, Jeanne Wilson sottolineava come sin dall’inizio la copertura mediatica cinese delle vicende polacche fosse connotata da un certo dualismo: da un lato vi era l’esigenza di raccontare l’evolvere degli avvenimenti come un fatto di oggettivo interesse nel campo della politica estera; dall’altro vi era l’esplicita tendenza a trattare quanto avveniva in Polonia come una critica interna ai processi politici in atto sulla scena domestica cinese. Ecco allora che sui media, che in una prima fase avevano raccontato addirittura con simpatia l’emergere di Solidarnosc, si rincorrevano tre differenti letture: la situazione polacca indicava la necessità della stabilità sociale, della guida del Partito e del socialismo; le vicende polacche sottolineavano la necessità di riforme economiche; i disordini in Polonia erano dovuti a ragioni economiche, specificamente l’aumento dei prezzi e il declino negli standard di vita dei cittadini. Qualcosa di familiare? A quanto pare, pur tra mille tentennamenti, già negli anni Ottanta il Partito era un maestro nell’arte dello spinning. Purtroppo, se alla fine la Polonia diede veramente una lezione alla Cina, questa non ebbe gli effetti che alcuni avrebbero sperato: per affrontare una nuova ondata di scontento operaio sorta nel cortile di casa, le autorità di Pechino scelsero di adottare provvedimenti draconiani, reprimendo con violenza le proteste e arrivando persino a cancellare il diritto di sciopero dalla nuova carta costituzionale. In definitiva, la vicenda di Solidarnosc finì per influenzare negativamente il movimento operaio cinese, mettendo in allerta le autorità e portando queste ultime ad adottare il pugno di ferro anche contro le forme più innocue di dissenso per molti anni a venire.

In conclusione, cosa ci rimarrà di questi “gelsomini”? Probabilmente ben poco, se non una società civile ancora più spaurita e debole di quanto non fosse prima, una leadership cinese ancora più diffidente nei confronti del mondo esterno e dei media ancor più prudenti. Tutto questo a dispetto della retorica su Internet. Se la storia ci insegna qualcosa, è che non basta qualche tweet per fare una rivoluzione. Non in Cina, quantomeno.

Pubblicato il 30/3/2011 su Cineresie.info.

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