GENEALOGIE

3 aprile 2011
Pubblicato da

di FRANCO BUFFONI

Negli ultimi tempi, allestendo l’Oscar con tutte le mie Poesie 1975-2010, mi è capitato di interrogarmi sulle ragioni per cui Nell’acqua degli occhi, la prima raccolta uscita da Guanda nel 1979, non contenga alcuni testi esplicitamente omoerotici, recuperati poi in raccolte successive. Ero il censore di me stesso, scrivevo per non pubblicare, evidentemente. I miei referenti – la mia genealogia – erano allora i poeti della cosiddetta “Linea lombarda”, dagli autori storici come Sereni, Erba e Risi, a Giudici e Raboni. Tutti inveterati eterosessuali. Ricordo bene di avere dato in lettura al cattolico Erba il poemetto Suora carmelitana privo dei versi:

Ho pensato poi alla mano nella grata
Alla prima foto di fist-fucking.

Ero troppo pavido? La mia omofobia interiorizzata mi mostrava ingigantiti i pericoli di un esplicito coming out poetico? Può darsi. Tuttavia non me la invento questa lettera autografa del cattolico Mario Luzi (al quale avevo in precedenza inviato il medesimo poemetto nella versione integrale per il Premio Il Ceppo di Pistoia) in cui il mio lavoro viene definito écoeurant, con il ricorso all’aggettivo francese per “disgustoso”. E con l’aggiunta, “Credo che questo fosse proprio l’obiettivo che lei si prefiggeva. Dunque: bravo”. E quella giuria di cattolici (Bo, Bigongiari…) non mi premiò, e continua a ignorarmi a distanza ormai di decenni, anche adesso che si è ringiovanita. Premia altri autori – più abili di me – nel celare ateismo e sessualità.
In effetti la mia genealogia “tematica” è più appenninica che lombarda, o meglio, è giuliano-friulana con Saba e il primo Pasolini, e poi bolognese, quindi passa per la Perugia di Penna per giungere a Roma. Mi è lecito schematizzare in questo modo: Saba-Pasolini-Penna-Bellezza vs Sereni-Erba-Risi-Giudici-Raboni? Forse sì. Ma tentando una conciliazione, grazie alla definizione di poetica che proprio il codificatore di Linea lombarda, Luciano Anceschi, ci ha lasciato: “La riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul proprio fare, indicandone i sistemi tecnici e le norme operative, le moralità e gli ideali” è la poetica. Ecco allora che, se le mie moralità e i miei ideali si trovano maggiormente a proprio agio nella linea appenninica, i miei sistemi tecnici e le mie norme operative – la mia officina, insomma – rimane saldamente legata a “quella faccenda di laghi e di discorsi in un gran parco verdissimo” che è la poesia in re, prosciugata e scabra, dei miei maestri lombardi. Non a caso forse, anche geograficamente, oggi io sono un lombardo che vive a Roma. E il risultato concreto in poesia della fusione delle due linee potrebbe essere questo:

Il terzino anziano

Erano invecchiati
Anche quelli della sua età,
Con l’erba verde tra i piedi
E l’odore di maglia a righe.
Ma lui restava, in difesa,
Pesante
A sentirsi i figli
Crescergli contro
E vendicarsi.

(Come anticipato nel post “Omosessualità e letteratura” del 20 marzo scorso, nei giorni 17 e 18 marzo si è tenuto a Firenze il convegno “L’arte del desiderio. Omosessualità, letteratura, differenza”, organizzato dall’Istituto di Scienze Umane e dalla Provincia di Firenze, e presieduto da Nadia Fusini, Valeria Gennero e Gian Pietro Leonardi. In quella occasione presentai una relazione dal titolo “I diritti civili come scelta di vita e di scrittura” articolata in cinque parti: 1 L’aggettivazione tematica, 2 Genealogie, 3 Scelte di libertà, 4 Differenze allo specchio, 5 Eredità culturali.
Domenica scorsa pubblicai la prima parte; presento oggi la seconda parte. A seguire, nelle prossime tre domeniche, le altre 3 parti.)

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14 Responses to GENEALOGIE

  1. gina il 3 aprile 2011 alle 09:56

    terrore anale! ti linko la postfazione di beatriz preciado alla nuova edizione spagnola de Il desiderio omosessuale di Guy Hocquenghem (grazie alle ideadestroyngmuros per la trad. in italiano) .
    A proposito di genealogie (per tutti) Assolutamente da leggere, di preciado, anche TESTO YONQUI (junkie) e il più recente PORNOTOPIA, playboy: architettura e sessualità che tra l’altro l’ha sdoganato (preciado è una impresentabile) pure belpoliti sull’espresso e dunque vi piacerà.
    buona domenica:)

  2. Marco Simonelli il 3 aprile 2011 alle 11:35

    Franco, quei due versi! Che colpo al cuore, quando li sentii per la prima volta! Avevo forse vent’anni? Forse meno? Ma allora internet non c’era (correggo: esisteva, per caricare un’immagine era necessario attendere che il modem analogico trasmettesse pixel per mezz’ora). Codificare il termine fist-fucking non era così semplice come adesso, riuscire a vedere una foto di fist-fucking era azione avventurosa. La cosa che ancora mi suscita meraviglia, in quei versi, tuttavia, non è il fist-fucking in sé ma la delicatezza dell’analogia. Mi fa pensare adesso al film Mysterious Skin di Greg Araki. E penso a questo post che hai scritto, dove (chissà?) magari qualcuno un giorno giungerà digitando in un motore di ricerca la combinazione Mario Luzi Fist-Fucking (ecco, quest’associazione è écoeurant).
    Avendo però letto la quasi totalità dei tuoi versi mi sembra che un tuo coming out poetico si possa rintracciare in testi credo precedenti a Suora Carmelitana. Mi viene in mente quello della mantella e del nastrino rosso (vado a memoria) in cui c’è un’incertezza desiderante che gioca col genere. Forse è una mia iper-lettura? xxx

  3. franco buffoni il 3 aprile 2011 alle 13:09

    No, Marco, non è una tua iper-lettura. Il testo che citi sta in Quaranta a quindici (Crocetti 1987), ma tra qualche mese tornerà in circolo con l’Oscar. Dice:
    “Mi vuoi col velo bianco delle vergini
    Con il cappuccio delle maritate
    O col nastrino rosso delle prostitute?
    Tocca le merci esposte,
    Tanto impura è la sezione dell’ostello
    E nulla di rosso evitazione…
    Mi vuoi forse con il velo…?”

    Ma è ancora piuttosto criptica. Bacio domenicale.

    A Gina: grazie! Sei sempre una grande consolazione per me!

  4. gianni biondillo il 3 aprile 2011 alle 14:23

    Luzi era un pacco, è ora che qualcuno inizi a dirlo.
    ;-)

  5. véronique vergé il 4 aprile 2011 alle 07:43

    “Ero il censore di me stesso” bellissima parola. La sento verità di un’esperienza di giovinezza, qualcosa impedisce di svelare agli altri.
    Ma la scrittura è appunto mettersi in pericolo, valicare una soglia, la scrittura, coltello interiore o sole della profondità, della solitudine.
    Sono io nella scrittura. Franco Buffoni, e mi parla questa genealogia,
    si trova paternità negli poeti. Più si cammina nella vita, più i libri sono mescolati con la carne interiore. Si porta in sé le parole amate, le luoghi della poesia, e allora viene la propia voce che non ha paura di nessuno.
    Con gli anni, non parlo come scrittrice (perché non sono scrittrice) ma come persona, non ho paura di nessuno. Sono libera. E credo che la scrittura sia la magnifica manera di essere libero/libera.

  6. franco buffoni il 4 aprile 2011 alle 08:36

    Grazie, Véronique, come sempre la tua sensibilità mi frastorna.
    Gianni, seriamente su Luzi: Credo che sul piano tecnico nel Novecento italiano sia ineguagliabile. Il suo enjambement è persino superiore a quello di Montale. Il Luzi-pensiero, invece, lo percepisco invariato dagli anni trenta agli anni novanta (a differenza, per esempio di quello di Zanzotto, che è in costante divenire). Se considerato con parametri esterni al paradigma provvidenza-salvezza-redenzione, il Luzi-pensiero si squaglia. E questa è la ragione del flop svedese.

  7. giuliomozzi il 4 aprile 2011 alle 08:41

    Gianni Biondillo: veramente, lo dicono in tanti e da un bel po’ (mi viene in mente un pezzo di Giuseppe Genna su Mario Luzi come “poeta minore”, pubblicato nel 2004 – quindi sette anni fa – in I Miserabili; del quale oggi in rete trovo solo questo frammento qui).

  8. gianni biondillo il 4 aprile 2011 alle 09:18

    Porca miseria, mi rubano sempre le idee. Prima che le pensi.
    :-)))

  9. Ares il 4 aprile 2011 alle 10:37

    Sto elaborando con la mia compania un evento sui “poeti e scrittori del lago”: Sereni, Chiara, Morselli, Liala; per ora solo questi.

    Sono alla ricerca di una suggestione. che tarda ad arrivare. per dare una chiusura allo spettacolo. Ho già una mezza idea: un personaggio che dovrebbe rappresentare un critico, “particolare”, ma non ho ancora idea di quel che intendo per “particolare”.. vuole prestarsi all’esperimento ?

    In estrema sintesi le chiedo, Buffoni: potrebbe darmi una sua “idea” su questi autori lagunari ?.

    p.s. lo so: ho la faccia come il fondoschiena a chiederle questa cosa, con tutto il dafare che ha, tentar, però, pare non nuoccia. ^__^

  10. carmine vitale il 4 aprile 2011 alle 12:08

    una volta mi avevano invitato ad un premio
    poi mi hanno scritto che forse era meglio se…..
    avevo detto Luzi? che palle!
    c.

  11. franco buffoni il 4 aprile 2011 alle 12:14

    ARES, sono autori molto diversi tra loro. Trovare una sintesi migliore di quella anceschiana credo sia arduo. Cmq ci si può provare. Mi scriva via mail: in fondo al mio sito
    http://www.francobuffoni.it
    c’è l’indirizzo. Cordialmente fb

  12. Ares il 4 aprile 2011 alle 13:08

    Grazieeeeee.. non le faro’ perdere molto tempo..

    ..inchino..
    ..indietreggio..
    ..inchino..
    ..indietreggio..
    ..inchino

  13. gianluca garrapa il 5 aprile 2011 alle 09:46

    grazie Franco. ancora esplicite illuminazioni e incoraggiamenti impliciti. “La mia omofobia interiorizzata mi mostrava ingigantiti i pericoli di un esplicito coming out poetico…”

  14. Carabini il 6 aprile 2011 alle 20:16

    stato dedicata al sindaco di Pollica Angelo Vassallo ucciso proprio mentre la stavamo preparando e a tutte le vittime di mafia….. Quali sono le tue strategie nella costruzione dei testi.La realt il mio punto di osservazione lo sguardo percepisce la molteplicit delle angolazioni del nostro raffrontarci con lesterno un rapporto complesso che richiede presenza e attenzione un ascolto che sfocia in dialoghi diretti con un mondo fatto di percezioni sensazioni punti deboli che si tramutano in pensieri che rincorrono altri pensieri in una danza vorticosa accompagnata dai ritmi del proprio habitat. Questo richiede una totale simbiosi con il proprio reale un mondo working in progress che costruisce il racconto lo sviluppa lo articola lo canta nel gusto del vissuto e di quello che rimane da vivere una forbice strettissima che non lascia spazi a voli siderali e pindarici fuori dallio dagli altri e dalle cose.Dunque la scrittura a mio avviso deve essere vicina al tempo che si vive a questo nuovo millennio che tra una tecnologia esasperata e i nostri passi che faticosamente arrancano aspetta di essere rappresentato in tutta la sua complessit emotiva nevrotica e aggiungo piuttosto confusa.



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