Da “Le sostanze”

7 aprile 2011
Pubblicato da

di Alberto Casadei

VII. (Ur-Nassiriya)

Perché il vedere le desolate pietre
che comunicano il fondo estraneo
alla cultura-materia di eserciti industrie
visioni lontane,
perché quel vedere corpi ridotti a
mummie immediate, carbonio
incombustibile, dopo il lancio,
la fiamma nera,
perché nel vedere il ridursi degli esseri
detti viventi a meno di cenere, azzerando
il tempo che occorre a giungere
a superare gli stadi,
in questo ancora si cerca un senso
a quella storia iniziata qui, non finita,
aggregazione di nuclei, suoni diversi
t/u/j/h/w/s.

La risultante delle forze in campo
è dunque una disgregazione che si innesta
nell’insieme delle polveri morte, totale
scarto e abbattimento, quel che era
non è, l’origine la debolezza e
comunque il tentare il produrre
l’insediarsi, per quanto, palme
e cedri, prima terra fra le terre,
“Lo sai che gli italiani li addestravano
a Ur, venti kilometri da Nassiriya?”,
preparàti a sopravvivere, come leoni
del deserto, come atomi dispersi,
e l’energia interamente a difendere, Maestrale
o Libeccio, colpire la riservetta, quel
che è fatto è, la pietra grande, cumulo
colpibile, se i carriarmati si nascondono
vicino alla scala del dio, se fuggono
lì dal deserto, colonna sinuosa, filo
incoerente, e infine corpi fusi, carni
appiattite dentro fianchi smangiati dentro
teste liquefatte, resti senza svolte
senza respiro.

A quanto si può ridurre l’agglomerato
di DNA e zuccheri e acqua e parti
ignote che ha costruito città e stati,
sintomi e dèi, potenze in atto e
decadimenti, in analogia col muoversi
globale, unico effetto certo
dell’infinito. Quale legame nucleare
corrisponde alla vicinanza di tavolette
di terracotta, frammenti bianchi di fosforo,
occhi di lapislazzuli, bocche
senza labbra, palme ingrigite,
bocche senza voce, mattoni sgretolati,
gocce d’acqua dal fondo di una giara,
pietre calce Ur dei Caldei, bocche
antri neri?

Non c’è pietà nel vivere, “Sai quanti
soldati e civili sono morti?”, non
è detto che sia utile, il vivere,
non è concesso il ritirarsi
quando la storia è iniziata,
e l’azione è diventata
tutto.

*

VIII. (La stanza dei giochi)

Maternizzata ancora un poco, o invece
già sua, da bimba, facile e dolce,
regolata dai colori dei sogni
cartonati, dei pupazzi amici feticci
testimoni della bontà del mondo.
Entra, entro, semplicemente.
Ritrovo sparsi sul letto
leoni, cavalli, orsi
macchiati di colori
ignoti al mondo: ma il genere
umano non può sopportare
moltissima realtà.

L’orso per esempio è giallo,
mi guarda dal suo muso
allegro, buffo e grosso, non deve
lottare per il cibo, non è
vorace, non è disumano.
Il cavallo rosso, fiero, rampante,
malato, scavalca i tempi,
annunciatore del dopo.
Ed ecco il leone nero, terribile
quanto a criniera, zampe larghe
come zolle di crosta, aggregato
oscuro, verità molesta, piccola
morte di peluche.

“Ma tu, cosa desideravi davvero?”,
mi chiede, chiedo mentre prendo
in mano la bambola Ginevra, dalle
trecce bionde, vestita di broccati
verdi e avorio, occhi di giada,
diorite, lapislazzuli, e bocca
che si apre, aperta, voragine,
dentro: il dilagare di protoni e
nuclei, una infilata di minimi
precipizi dal qui al non-tempo,
e la bocca si chiude, e io
non so cosa potevo
desiderare.

Il mondo del gioco basta
a giustificarsi. Le infinite
barbie ballerine o principesse o
pellegrine attendono il male che
sarebbe accettare l’eterno presente,
il girarsi, il capovolgersi, il tornare
a come si è, pur mutandosi
innumerevoli, ma il meglio
del vivere è il sentire che ogni
istante è enorme ridisposizione,
è la foglia diramata che diviene
scricchio.

Il pupazzo che parla ripetutamente,
linguaggio di parole irricevute,
e ogni principio di realtà che
si sgretola fra i disegni di
topolini o paperini o draghi
rinati e riformabili dalla
mente spietata, animatrice
di feroci illusioni, difesa
contro l’incessante demolirsi
e riacquistarsi di
geni.

Ma il cyborg regalato
per sbaglio, segno di
un destino incontrollabile,
pezzi stabilizzati, rinuncia
alla debolezza, blu elettrico,
ammasso di silicio, l’azzurro,
la luce che finisce nel
fondo indurito, spezzone di eterna
contrazione, dopo che a lungo
a lungo, sempre, nell’io
nel gioco-tutto
il tendere-tentare-tremare
dominò.

*

IX. (Gli spazi di Calabi e Yau)

Se infine l’ultima emanazione
del grande scoppio e di ciò che era prima
diventa di particella in particella, di gene in gene,
di traccia vibrante in traccia ferma
– fibra disposta al proiettarsi,
progetto implicito, carne
insanguinata:

dal sangue è trasportato il buono
e il cattivo di ogni universo, dentro
me che ora giaccio con il corpo
torpido in attesa della dose
di morte. Tocco il suo corpo vicino,
chiuso, stringo lento il pugno
vuoto, aggiungo docili sillabe
meravigliate.

E sono così, mentre si compone il giusto
equilibrio di endorfine e rassegnazione
per sanare le irregolarità assorbite,
gli scompensi del caos, le sensazioni
che rubano momenti all’indefinito
tutto.

Il tutto è stato spezzato,
la tecnica è potere, le umane
genti percorrono spazi e spazi,
varietà di dieci dimensioni,
ma solo in questo spazio-
tempo si restringono al loro
corpo-pensiero, ipotesi suprema
e infima scommessa
di sopravvivenza. Perché
è l’ipotizzare che fa vivere
e nel fondo dei meandri, nelle curve
della massa sgravata sta l’impulso
del tentativo di diventare
altro da sé.

Ma ora sono qui, in un’aria
più chiara della luna per sereno,
in un punto sulla sabbia,
e dal mare devo cominciare,
e sento però che i granelli sul dito
scivolano sino a uno
lucido come la conchiglia o
la schiuma da cui è generato.
Cade. Solo la lunga assiduità
con le cose impedisce di sentirle
svanire, diventate tue.
Esse scompaiono comunque, il dare
senso ha una fine, su quelle getto
il mio destino, o invece solo
il travolgimento governa, si
dirige inevitabile, elegante,
incurante, accompagnato
da una vibrazione, musica
di sfere, di avvolgimenti,
per diventare definitiva sequenza GTTA,
essere ciò che si è.

Noi col compito di diventare
dèi, oppure nucleo di un universo
grande variazione di stati,
non fermi, da soglia a
limite ad assenza di carica.
Il movimento puro, il gene
che fa esordire, e poi la forte
tristezza del vivere, la lunga
tortura che il corpo accetta
su sé, per il solo rinascere,
“oggi ti ho generato”, e non
è dato saperlo, le connessioni
del vivere si formano in silenzio,
e per il mio corpo in questo dolce compimento
avanza l’istante dell’accorgersi
che lo spazio più del tempo è nostro
stigma, che il tempo più dello spazio
appare sublime alla mente,
cinta di sonno.

La domanda sul prima del big bang
non dà senso né mai ne darà.
Una bellezza, per conservarla, nell’universo
ha bisogno solo di sé, dell’attimo
che vince il rumore bianco e
stringe il tutto in quel nuovo fiore,
rosa fresca, ancora più meravigliosa
nel suo svelarsi luce da colore,
piega da vortice che spinge
alla forma universale, al principio
mancante, al perfetto segno che della massa
fa energia-bellezza, ma ancora non arresta
l’inesauribile discesa che continua
dal centro al cerchio, dal grande iniziare
al povero finire all’infinito
addormentarsi.

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