Senso comune, di Jacopo Galimberti

7 aprile 2011
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[Con il gentile consenso dell’autore, pubblico in anteprima qualche testo tratto dalla raccolta Senso comune (2004-2009), di Jacopo Galimberti, che uscirà nelle prossime settimane per Le voci della luna. L’autore si dice ovviamente disponibile a presentare il suo volume in un qualsiasi spazio tipo biblioteca o libreria. La figura del venditore/ciarlatano ambulante lo ha sempre affascinato.
Già presente su Nazione Indiana qui, a.s.]

Se rigenera il fuoco alla Fenice l’immanenza
della vita
(Biagio Cepollaro, Fabrica)

Prologo

Se tento di spiegare dove e come s’inizia,

non so, e mi blocco. Se non ci penso però

si addensa il gesto e l’azione ha motore, scocca.

Oggi il cambiamento inizia dal basso.

– Si rise quel natale in cui il bambino improvvisamente

ti diede la manina mentre i genitori erano rapiti

dalle vetrine.

Oggi il cambiamento inizia dal basso.

Dal basso tutto ci può ancora aiutare, dal basso

non si sa ancora, occorre camminare a mano aperta,

tutto può dare il la, forse l’ha già dato, forse lo darà.

Il materialismo dialettico, le radici delle piante, i giocattoli olandesi,

il filatoio, un video di cicatrici, la gag dei pattini o delle bretelle,

una sega tra amici.

– Passammo tutto il pomeriggio, ti ricordi? fino alla prima stella

a parlare agli insetti del prato, alle rughe degli alberi, a immaginare

i progetti che l’umidità poteva aver tracciato nei muri.

Eravamo, come dicevi e come, a ragione, si dice, eravamo

fuori.

Oggi il cambiamento inizia dal basso.

Nel basso, ci sono tutti gli indizi, si annida

la sfida del nostro mutamento.

Non la febbre alta, né lunghi digiuni, né l’amore incondizionato,

né la cecità o la vecchiaia, né una gravissima depressione, né

gli acidi o l’idillio, l’attesa del boia o il suicidio,

nessuna esperienza perde contiguità o teme l’esilio

tutto ancora è degno,

dal basso.

– E quell’estate? che di colpo mi sei venuta addosso

e piangevi e dicevi che tutta quella gente insieme, quegli sconosciuti

che però ballavano e ballavano da ore, insomma,

ti eri commossa, ti ricordi?

Dal basso, nel nostro tempo, inizia la mutazione.

Dal basso si ricorre a un giorno di silenzio per ascoltare

il tesoro tutto attorno: l’acqua che corre, la pentola calda, la luce radente

sui disegni della fiaba, la scuola che spaventa, la strada asfaltata,

la fogna, la musica della radio che accompagna

nel sonno.

– C’era quella volta, ti ricordi? che mi hai detto che ora ai piedi avevi

uno stipendio. Di un birmano, hai aggiunto, che lavora un mese,

poi hai preso in mano gli stivali nuovi, un po’ unti, e hai detto:

“Come sono stupendi però!”.

Oggi il cambiamento inizia dal basso.

Dal basso si va in cerca di canali, circuiti,

aorte che trasmettano la metamorfosi: la parabola, l’indovinello,

il mito, la barzelletta lasciva, l’orgia nel tempio, l’arte marziale,

il silenzio. Dal basso l’esempio ha molte lingue,

tutte senza imperativo.

– Ero agitatissimo, ti ricordi quella volta? Quella

che dicevo che era tempo di credere nell’assurdo

che cambino le persone

poi le cose seguiranno, così scosso,

che siamo finiti in ospedale,

mi ero slogato la mascella.

Dal basso c’è un’altra, una nuova,

un’ennesima possibilità di cambiare, dal basso

muoveremo.

La tradizione mancata

Ma se il primo che morde di là s’incastella,

fa elettrificare le recinzioni, mina le spiagge,

se il primo che ce la fa porta giustizia e se è stato stuprato

stupra, se moriva di fame affama, Callicrate,

mettiamo la testa nel forno.

Mi sono preso una bottiglia in testa

e tante botte, ma il turno di notte

è anche questo. E non ci si abitua.

L’anno che ero cameriera è successo

di essere stata seguita, toccata.

Arriva l’ora del colpo di sonno

sono obbligato a farne uso.

– Se colui che ignora le altrui fatiche

venisse messo un giorno all’anno ad arare o a remare al sole,

al fuso o al tornio per ore, non credi, Callicrate,

che saprebbe poi essere amico di chi con queste fatiche

abita e mangia?

– Si, è necessario, e saprebbe essere amico anche del domandare.

Novantanove su cento ti insultano,

ma per quell’uno, il lavoro, ha un senso.

Idiota! devi cercarli negli occhi

altrimenti la calca avanza e scansa,

ma non credere che ti ci abitui,

non pensarlo mai. Davvero devo

assolutamente lasciare

questo lavoro.

– E non credi, Callicrate, che essi da tale esperienza

saprebbero trarre tesoro?

– Tu dici bene, essi ne saprebbero trarre

tesoro.

Lo sa dio quello che io respiro qui,

anzi, lo si saprà, ma fra dieci anni.

In decomposizione, certo, capita,

come gli anziani che crepano in casa,

tagliamo la moquette dove si spargono.

E se si mettono a farlo in reparto?

vai di segatura, ma con l’odore …

è contro la nostra stessa natura,

non ci si abitua, non ci si abitua

mai.

– Forse che in tempo di pace colui che si privava

di un anno o due di vita per essere soldato

era più utile al presente o al futuro della città? Non credo,

allora ti domando, Callicrate, cosa impedisce che una tale legge

si scriva?

*** *** *** *** *** *** *** ***

Perdo biro, accendini, sigarette,

ne reperisco, ne riperdo, le ritrovo

e di nascosto a ma stesso

le rimetto nel loro corso materiale.

Gravi sottili, ignoti a dono e commercio,

circolano docili

in peripli minimi.

In altre fattezze ritornano

e trovo nuove biro, accendini, sigarette,

a caldo, senza saldi postumi.

Quasi un esercizio spirituale.

*

Se udiva dall’altro lato del muro

i genitori con il fiato grosso,

allora si addormentava lieta,

sapendo che le avrebbero insegnato

a stare al mondo.  

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8 Responses to Senso comune, di Jacopo Galimberti

  1. jacopo galimberti il 7 aprile 2011 alle 09:24

    Se qualcuno mi vuole per un presentazione in un locale…sono in Italia verso meta’ giugno.
    Di bell’aspetto e automunito

    grazie Sparz!

  2. natàlia castaldi il 7 aprile 2011 alle 09:45

    mo’ me lo segno!

  3. sarmizegetusa il 7 aprile 2011 alle 13:11

    l’anima sottile più brutale (o il bruto più sensibile) d’Europa

    applausi

  4. jacopo galimberti il 7 aprile 2011 alle 13:38

    @ Sarmi @ Natalia

    troppo buoni…io voglio qualche critica, per migliorare.

  5. francesco pecoraro il 8 aprile 2011 alle 08:53

    un respiro grave, inconsueto

  6. giorgio mascitelli il 8 aprile 2011 alle 14:22

    E’ bello che ci sia un giovane poeta che ci propone una poesia delle cose, rigorosa nella lingua e nella linea etica, che si ostina ancora a dar conto della desolazione del mondo, lontano da consolazioni liriche e che non rinuncia a un linguaggio contraddittorio.

  7. jacopo galimberti il 8 aprile 2011 alle 17:34

    Grazie Giorgio delle tue parole. Quando presento a Milano non puoi mancare.

  8. carlotta il 14 aprile 2011 alle 10:59

    trovare le tue poesie di 13 anni fa, cercare il tuo nome per gioco e trovarti così affermato non sai quanto mi renda felice…



indiani