weber allo Z.E.N.

11 aprile 2011
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di Gianluca Cataldo

Lui ha la capacità di dire esattamente quello che lei vuole sentirsi dire, con ciò destando la sua ira. Se ne rende conto, ma non può farne a meno, è un debole. Lei, d’altro canto, è perfettamente in grado di discernere le persone, di sezionarle con sguardo entomologo e di trarne giudizi affrettati, affrettati il giusto. Per dire, l’altra sera a casa di amici si discuteva di Weber allo Z.E.N. e delle critiche che potrebbero muoversi alla sua ricerca in campo, per così dire, urbanistico. «Weber aveva eletto a modello un unicum storico, aveva costruito una teoria su due eccezioni e tutto andava reimpostato salvando il criterio strutturale e reinnestandolo su una scala graduata di autonomia politica dal vertice», sosteneva un’amica. La discussione si allargò ai moti ondosi dell’universalismo e del particolarismo giuridico, cadenzati dalla riscoperta del diritto romano nei secoli e nella storia del caro vecchio continente, sino al ius comune europeo di matrice comunitaria. Ma siccome tutti convennero circa la noia mortale e la sonnolenza causata dall’argomento, misero su un disco di Mark Almond e si domandarono cosa avesse spinto fior fiori di architetti a concentrare la povertà in ghetti autosufficienti e cosa avesse spinto i comuni (i comuni attuali) a trasformare la povertà in cattiveria e in cattività. Mah, chissà. Lei pensò che loro amavano le frasi a effetto. Quindi, che nessuno di loro, neanche la sua amica, erano mai stati allo Z.E.N. Ovvio, anche lei se ne è sempre tenuta lontano, e tuttavia ha imposto la stessa distanza alla conversazione, limitandosi ad ascoltarla e, come sui quartieri popolari, a trarne giudizi affrettati, sebbene – aggiungiamo noi – in parte veritieri. Lui ama definirla equidistante da tutto, e sa che è capace di criticare un libro, e di uno stesso autore porre nel giusto ordine di importanza le varie opere, senza farsi trascinare nella mediocrità di chi ai racconti di Cortázar preferisce i romanzi, o di Sciascia elogia Todo modo invece che Una storia semplice. Nonostante queste indubbie doti, alle volte non è capace di separare, graduandole, l’importanza delle arti da quella intrinseca delle persone, e si ritrova spesso a giudicare un individuo dalle sue letture o dalla conoscenza dell’interpretazione che Valentina Lisitsa dà di Rachmaninov. In quei casi lui la accusa di disumanità totale, mettendola, con la sua scienza quasi omnia, in grave difficoltà. Lui, è quel tipo di persona inetta e però capace di umiliare il prossimo qualora la situazione lo richieda. Più volte si è trovato nella situazione di dovere alzare difese linguistiche agli attacchi che, se non definiremo propriamente fisici, arriveremo a descrivere almeno come sensuali, con tale aggettivo indicando una fisicità che non è tanto nella forza, quanto nella possibilità dell’uso della forza. Un’arroganza intellettuale che è difesa dunque, e non snobismo posticcio. D’altronde, lui allo Z.E.N. è stato una sola volta, ma ha letto più libri sull’argomento. Una volta ha visto anche un documentario. Li si potrebbe definire: lei, totale; lui, parziale, intendendo con quest’ultima aggettivazione non “di parte”, bensì “una parte”. Di cosa?, forse delle proprie capacità, funzione che lei si sforza di esercitare estremizzandole e, dunque, marginalizzandole; lui, al contrario, lascia che si frantumino in particole affidando al caso – razionale rifiuto di dio, ma anche del libero arbitrio, declinando così una specie di ateo fatalismo che non scontenta né il Vaticano né l’UUAR – dicevamo affidando al caso – sarebbe più semplice chiamare questo stato d’animo “neghittosità”, se non fosse parola ascosa che rimanda al più comodo dei vizi capitali, mondo cui prima, però, si è rifiutata l’aderenza – e quindi al caso lui affida il suo intelletto. Punto. E c’è da dire che il caso si è sempre mostrato magnanimo nei suoi confronti, sempre ammesso che la prosopopea del Caso abbia una specifica volontà, e che nel dire ciò non si cada in contraddizione. Come in quel dato evento di cui, forse, avremo modo di parlare. A tutte queste doti spirituali corrisponde un’estetica semplice. Per cui non ci dilungheremo in leziose descrizioni di vestiti ecosostenibili, o di camicie di lino. Basti sapere che il colore che più ama lui è il marrone; lei preferisce i sandali. Li portava anche quando disse «Voi amate tutti le frasi a effetto». In verità ne portava uno, l’altro ha penzolato per una decina di minuti sull’alluce del piede destro prima di cadere sul tappeto. Nessuno si accorse dell’insignificante evento perché il piede destro era nascosto dal tavolo su cui abbondavano vini e portate e, a onor del vero, insignificante fu soltanto per loro, dal momento che, a lei, il contatto nudo col tappeto riportò alla memoria felici ricordi di bambina. Loro rimasero di stucco, ma erano abituati alle eccentriche uscite dell’amica, glissarono e continuarono la conversazione come se niente fosse accaduto. E niente sarebbe accaduto oltre se lui non avesse domandato cosa ne sapesse lei dello Z.E.N. Rispose «Nulla» e aggiunse che non era dello Z.E.N. che intendeva parlare. Ma lui sì «Certo che voglio parlare dello Z.E.N., un acronimo che contiene più di quindicimila abitanti, quando dovrebbe contenere soltanto lettere in numero limitato! Forse parole! Strutture fatiscenti, emarginazione, criminalità e un progetto urbanistico insulare che raddoppia esponenzialmente l’isolamento, da isola in isole. Sei di una disumanità totale. Sai cosa vuol dire vivere allo Z.E.N.?». «No, e tu lo sai? Ci sei stato una volta in vita tua e sei andato a trovare una puttana!». Il fatto, veritiero, merita una digressione. Lui in quel periodo leggeva Musil e, molto borghesemente, si innamorò di Clarisse, tanto da dire all’unica puttana mai frequentata in vita sua – degnamente frequentata, sottolineerà con gli amici – «Vorrei che tu fossi un vizio letterario». Nel gustare il suono delle summenzionate parole non si accorse della lacrima che calò silenziosa, e ovviamente salata, dalla caruncola lacrimale della donna, la quale si sentì un mezzo per redimere o, peggio, per far risaltare l’animo di lui, in nome di quel vizio intellettuale – adesso sì che ci vuole – in virtù del quale una donna in letteratura, sia pure una puttana, risalti più quale specchio distorto delle virtù maschili, penzolando pericolosamente sopra una tavola di legno aspettando che i due si decidano riguardo l’appartenenza di lei. Così si sentiva la puttana, in bilico, sospesa tra lui e il magnaccia, in tal modo rendendogli un gran servizio parificandosi (se non nella geografia) almeno nei sentimenti con Talita. Ad ogni modo lui non le avrebbe spiegato chi fosse costei. Borghesemente pagò e tornò da lei (sua moglie) allontanandosi dallo Z.E.N., quartiere della puttana triste e oggetto di molte dotte conversazioni.

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One Response to weber allo Z.E.N.

  1. Marilena Renda il 11 aprile 2011 alle 09:27

    Un mio amico vagamente fighetto mi ha riferito che allo Zen si va velocemente, di venerdì o sabato sera, cercando di non imbattersi nella polizia e non dare nell’occhio con la propria macchina sportiva, per comprare un po’ di roba. Con ciò facendo risaltare la propria alterità eccetera.



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