Gli invisibili: Vittorio Giacopini

16 aprile 2011
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Vittorio Giacopini, a cui ho dedicato qualche tempo fa una puntata della mia rubrica dedicata ai libri (e ai loro autori) ha appena pubblicato un nuovo romanzo, L’arte dell’inganno, per le edizioni Fandango. Così gli ho chiesto di poter pubblicare su NI un’anticipazione, che spero spinga i nostri lettori a procurarsi il libro quanto prima. Di Vittorio Giacopini mi piacciono tre cose: le storie che racconta, lo stile con cui le narra e la faccia, la faccia di uno scrittore su cui non ci leggi, la carriera, d’abord! effeffe

Gli anni di apprendistato
di
Vittorio Giacopini

Ma il bambino senza nome non lascia alcuna traccia di sé, svanisce presto. Stolp (oppure Chicago, Frisco, Schwiebus, cosa importa?) resta come l’impronta – il negativo – di un’infanzia postulata e inevitabile. Nei suoi libri “americani” – La rosa bianca e quell’ultimo, bizzarro grande romanzo forse apocrifo, Aslan Norval (Il canale) – Traven si farà sempre beffe di strizzacervelli e terapie psicanalitiche (lussi per ricchi, intrattenimenti per la borghesia affluente, cretinate) ma ancora una volta sarà un modo per parlare di sé, senza fiatare. Provate a scrutarci, provate a rovistarci dentro l’inconscio di uno che non è stato bambino, sapientoni! Barricato nel suo eterno refrain – “la biografia di un autore non ha nessuna importanza. Se non si capisce chi è l’uomo dalle sue opere, delle due l’una: o l’uomo non vale niente o ha scritto soltanto roba da niente” – tuonava contro lo stupido mondo petulante, ribadiva le distanze, si astraeva.

Sconosciuto anche a lui stesso, impenetrabile, il suo segreto restava a punzecchiarlo come un tafano ossessivo, come un tarlo. A intermittenza, si sentiva sprofondare in un abisso di cui non riconosceva le sembianze (ma questo non l’avrebbe confessato manco morto).
Così la sua adolescenza resta un tratto di penna frettoloso che cancella un grappolo d’anni attorno al Novecento, e scavalla il secolo senza registrare eventi particolari, circostanze. In un mondo che si stava contraendo e rimpiccioliva (la linea ferroviaria Berlino- Baghdad viene costruita in quegli anni, gli stessi del primo volo dei fratelli Wright; l’imperativo era: accorciare le distanze) B. era ancora una pura assenza, scollegato. Si dice che sia andato per mare, in quei tempi, navigando quegli oceani che aveva già immaginato da bambino. è opinabile. A parte la necessità retrospettiva di capire dove diavolo avesse studiato la nascosta vita delle stive, i bastimenti (La nave morta è anche un documentario iperrealistico e un’invettiva furiosa contro il romanticismo dei romanzoni marittimi alla Conrad) non ci sono affidabili documenti, pezze d’appoggio o prove a confermarlo. Di certo, sappiamo che quando riappare almeno si è scelto un nome, il primo alias. Sulla mappa della Prussia, il filo rosso che, dal 1907, segue gli spostamenti dell’attore e cabarettista Ret Marut è una fitta ragnatela che finisce per avvilupparsi in un intrico: Essen, la Turingia, Crimmitschau e Amburgo, Düsseldorf, Berlino, Monaco le tappe principali di questi anni di estenuante vagabondaggio e di esperimenti.

“Chi è nato con un talento e sa svilupparlo”, aveva letto nel Meister, ancora a Stolp, “trova in esso la sua più bella esistenza e nulla in terra è fatica…” Idiozie. Quel vecchio trombone non sapeva neppure di che parlava, pensava Ret. Squallide sale illuminate male e spesso vuote. Un pubblico filisteo con sciocche pretese artistiche, ridicoli pregiudizi ottocenteschi. L’avarizia occhiuta di impresari-bottegai e una vita di stenti a patate e aringhe. Giornalisti e recensori col cervello di gallina, senza mai un attimo di livida furia visionaria, senza gusto, e – infine – anche scrittori capaci solo di mettere in scena l’ovvio quotidiano di queste pallide cerimonie biedermeier, una gran lagna. Le sue marionette avevano avuto momenti di più alta consapevolezza, ben altri slanci. L’attore giovane Marut masticava pane amaro e beveva fiele. Col volto terreo di biacca, profonde occhiaie nero fumo, le labbra rosso vermiglio sanguinanti, era una maschera che voleva spaventare i borghesi, inutilmente. Tutte recite a soggetto, frecce che non coglievano il bersaglio.

Nessuno che ti prendesse mai proprio sul serio, nessuno che leggesse tra le righe. La possibilità di un’altra vita l’aveva dovuta scartare, suo malgrado. Ti illudi e ti disilludi velocemente. Qualche anno prima, lui che era cresciuto tra le basse colline casciube e gli avvallamenti di dune del Baltico – un piatto orizzonte dove svettavano soltanto le cime dei campanili, questi nidi di cicogne scampananti – aveva scoperto le Alpi attorno al lago Maggiore, paesaggi d’alta montagna sconfinati. Il suo pellegrinaggio alla colonia di Ascona era stato un buco nell’acqua, un passo falso. Nel pendio sopra al lago, incastrato tra la valle serpeggiante e un torrentello, Monte Verità accoglieva finti esuli, nobildonne annoiate, ispirati ciarlatani e faccendieri, tutti accomunati da dubbie idee di riscatto e libertà. Nudismo, vegetarianesimo, improbabili culti del sole e della luna in pura salsa teosofica à la page. Al viaggiatore che da Pallanza risaliva la mulattiera sterrata e si era imbattuto sinora soltanto in pigre mucche da latte e stolidi contadini balbuzienti, a un certo punto balzavano incontro satiri e ninfe di quantomeno dubbia provenienza. Belle signore tutte nude coi seni piccoli e alti, spettinate; ciccioni con la schiena pelosa, gran barboni troppo curati, occhi un po’ languidi. Gli ospiti del sanatorio erano più gli zelanti seguaci di un culto presuntuoso e deficiente che i ribelli separatisti, gli eversori, su cui Ret aveva lungamente sognato a vuoto (“grassatori etici con le loro turlupinature spiritiste, occultistiche o vegetariane elevate all’ennesima potenza…”, annoterà nel suo diario, spazientito). Gli assegnarono una“capanna aria-luce” dove rigenerarsi e avviare il suo cammino di purificazione mistica totale. Niente fumo né vino, e una biada di mele, prugne, banane, fichi e noci per giorni e giorni di invariabile dieta biascicante. Ret fu prima spiazzato, poi furente. La rivoluzione! Così se la sognavano i borghesi di Monaco e di Zurigo, gli artistoidi di Berlino, le contesse. E poi tutte ’ste donne, e tutte nude, e nemmeno una scopata, santiddio. Sognava soltanto bistecche, l’osteria (del suo passaggio ad Ascona restano agli atti due o tre scarne annotazioni velenose e la fatale amicizia con Erich Mühsam).

Provavano in un’ex rimessa di carrozze dietro la piazza del municipio di Essen, uno slarghetto angusto circondato da un basso portico sormontato da bassorilievi di aquilotti, cervi, selvaggina da passo e incongrui intrecci di foglie di vite e stelle alpine. Dai lucernari che punteggiavano uno spiovente tetto di annerite, grosse travi di ciliegio filtravano esitanti lame di luce invernale. Le ombre degli attori rimbalzavano contro l’ampia parete in mattoni nudi. Seduto a un tavolino, discosto da quel palco immaginario, il regista Marut impartiva ordini neanche troppo convinto, rassegnato. Capre, erano delle ostinate capre di montagna. L’intonazione, i tempi, la scelta dei momenti, le mosse giuste. La sua compagnia di improvvisati istrioni era uno strazio. Compresa Elfriede, la sua adorabile e isterica Elfriede Zielke. L’amore è una spezia pregiata e ingannatrice ma Ret non si raccontava frottole; sapeva. Lui stesso non era poi questo portento. Li avevano ingaggiati per un’intera annata di fallimentari e meste comparsate. Nel repertorio, oltre al solito campionario di farse consuete, poche incursioni nel territorio ostico dei classici. Di idee loro praticamente quasi nessuna e nessuna davvero convincente. Marut fu un Amleto opaco, senza guizzi (ed Elfriede un’Ofelia da coma profondo) e un Wallerstein sopra le righe, inutilmente tronfio e tracotante. I masnadieri era stato un fiasco totale – due serate e poi avevano sbaraccato, prudentemente – e il Riccardo III in arrivo non prometteva niente di meglio. La parte di quello storpio demonio lo esaltava ma era un’affinità più intimamente avvertita che espressa con maestria, padroneggiata. “Ai vezzi di una ninfa ancheggiante” Riccardo-Ret sapeva cosa rispondere, nella vita, ma il palco restava per lui un campo minato. “Deforme, mal finito, giunto anzitempo al mondo del respiro…”: si lasciava andare fuorviato dal suo stesso incantamento. L’abiezione di Riccardo era per lui un simbolo metafisico, teoria. Essere “astuto, falso, traditore”, tendere “trappole, rischiose insinuazioni”, sbeffeggiare gli astanti, scandalizzare. In questo convenzionale mondo di lacchè un attore – ruminava Marut – è sempre come Riccardo, tale e quale: è il carnefice che corteggia il suo nemico, falsamente, l’abnorme deformità (“Io di rude stampo, io senza garbo…”) che seduce la sua riluttante vittima confusa. Dove non arrivava l’arte, era il pensiero a indovinare la strada da seguire per colpire il bersaglio e fare male. Li odiava tutti e da tutti voleva essere odiato, senza sconti. La borghesia di Essen lo disgustava. Commercianti di granaglie, osti e avvocati, azzimate cariatidi di provincia, notabili. Più che piacere voleva lasciare il segno, scorticare. Un attore è un impostore e un combattente che si infiltra dietro le linee nemiche; un attore è il buffone che ti sputa dritto in faccia e tu lo paghi. Guitto poco dotato ma uomo spigoloso e intelligente, Marut moriva dal desiderio di far saltare per aria quella maledetta commedia delle parti. Il suo pubblico, lui, lo disprezzava (e in questo era perfettamente ricambiato). Cosa cazzo volevano da lui? In Originalità – un altro dei suoi racconti giovanili – Marut liquida i conti con questa sua fase da incompreso saltimbanco di provincia con amaro sarcasmo e umor nero. è la storia di un attore che aspira alla fama che non arriva mai, e freme di impazienza e frenesia in cittadine pigre e insonnolite.

Onestamente, non è un grandissimo attore, e lui lo sa. Ma il “silenzio” totale dei giornalisti (“i giornali lo stroncarono nel modo più assoluto e definitivo. Semplicemente, visto che aveva il ruolo principale, non lo citarono neppure…”) è una ritorsione troppo estrema. Il giovane attore si impegna, per quel che può, e fa sempre meglio e sempre pubblico e critica lo ripagano con immutata indifferenza. è proprio come se fosse trasparente. La svolta coincide con un colpo di genio casuale. Esasperato da una situazione avvitata su se stessa, ormai privo di risorse, l’attore si presenta in scena, un giorno, recitando la sua parte perfettamente a caso, come un pazzo. Inverte le scene e gli atti, smonta e rimonta i monologhi, recita interi brani all’incontrario. è un trionfo totale. Il pubblico è in subbuglio, l’impresario e il direttore del teatro si inchinano ai suoi piedi, reverenti, la stampa capitola e finalmente tributa il dovuto omaggio al suo genio imprevedibile e nascosto. Un solo critico – Marut concentra la morale del suo apologo in poche, didascaliche, sentenze – mantiene la testa sulle spalle e storce il naso: “Il signor tal dei tali è uscito completamente di senno…”. L’attore non se la prende, anzi tutt’altro, e parlando col suo censore riconosce che per questa volta ha quasi colto nelsegno, ha visto giusto. Era uno spettacolo astruso, deficiente. Ma parlare di follia porta fuori strada. L’attore, col senno di poi, rivendica la sua scelta “avanguardista”. Inutile gettar perle ai porci quando questi vogliono ghiande, bucce, scarti. A un pubblico di merda devi dare la merda, poche storie. “L’attore si era meritato il suo successo, seriamente.

Meglio di chiunque altro aveva capito cosa i tempi pretendevano da lui e cosa i suoi contemporanei intendessero per originalità.” Ma questo solo nei sogni, a occhi aperti, nel ricordo che si vendica in ritardo, nel pensiero. Per sbarcare il lunario Ret e la sua ghenga continuavano ad allestire misere sceneggiate. La lenta agonia di una monotona e itinerante mediocrità: era il tono di fondo dominante, il grigio su grigio di una malinconica routine. Per lo più, vivacchiavano in provincia, lasciandosi istupidire dal rimpianto di mitiche occasioni perdute (e inavvertite) o da una logora speranza nel futuro. Domani, ancora domani, solo domani.

Il loro autunno tedesco permanente, una pazienza inspiegabile e ostinata. La grande città li aveva accolti, un istante, solo per ricacciarli più lontano. Dopo Essen, Marut aveva smantellato la compagnia e con Elfriede aveva cercato fortuna a Berlino, inutilmente. La Neue Bühne aveva reclutato i due sposini con un ingaggio da fame, pochi soldi. La Bühne batteva le piazze di Slesia, Pomerania, Prussia Orientale senza grandi pretese, aspettative. I due sposini non piantavano radici in nessun luogo. Lui era sempre irascibile e annoiato; lei non sapeva star senza di lui. Marut, il dio dei venti, odiava la bonaccia di quei giorni. Era un’irreale e sospetta calma piatta. Varcare la linea d’ombra, ricrearsi, diventare se stessi, cioè qualcosa. Forse si era messo in trappola da solo, forse doveva soltanto andare via. Certe sere, in una di quelle scalcagnate pensioncine dove la troupe si acquartierava sulla via, guardava Elfriede dormire e la pigra serenità di lei lo spaventava. Anguste stanzette dalle pareti verde acqua e strette finestre con gli spifferi, due lettini gemelli, un lavandino smaltato in bianco e azzurro, erano la loro alcova abituale. “Per te le assi del palcoscenico non sono che assi…”: guardava la moglie assopita e ripensava alle terrificanti pagine del Meister come a una profezia quasi avverata. Chi ha scelto un “mestiere senza vocazione” può tollerare, forse, quasi tutto, ma chi ha un talento, e questo viene schifato, non inteso, soffre sempre le pene dell’inferno.

Che fuori covasse una guerra nemmeno lo vedeva, preso com’era da queste fitte di tiepida autocommiserazione e di sconforto. L’Europa andava in malora gaiamente e ancora si dilettava con l’operetta e col café chantant. Marut, il guitto, era sintonizzato sulle stesse ipocrite frequenze. Per spezzare il sortilegio ci sarebbe voluta un’esplosione. Se aspettava un segnale fu accontentato. Nel suo diario segreto, dopo mesi di insulse dichiarazioni poetiche e futili lamenti da frustrato – questo suo autismo da artista fallito è esasperante – Marut ritorna in superficie e guarda fuori. Il 16 settembre del 1911, l’indizio di un cambio di ritmo, si rialza il vento. La cronaca quotidiana, un episodio, risveglia la sua rabbia arrugginita.

L’aerostato numero 6 di Zeppelin è andato a fuoco nel

suo hangar. Di sette aerostati questo è il quinto che si

spacca ma i bravi tedeschi sono entusiasti di Zeppelin

come non mai… è un popolo strano che si entusiasma

sempre al momento sbagliato, come quando il numero

quattro rovinò giù a Echterdingen e in tutta la Germania

si dette inizio a una colletta gigantesca… tutti davano

qualcosa. Io mi rifiutai dichiarando che non davo nulla

per scopi militari. Ho ancora dinnanzi agli occhi le

espressioni di disprezzo che accolsero le mie parole…

tutti quei milioni, adesso in fumo. E per cosa? Ah!… una

nuova arma per la patria.

E’ un ribelle che inizia a scuotersi dal torpore, un narciso depresso che ormai non ne può più del piccolo stagno in cui si sta ormai inutilmente specchiando da un bel po’. Le fitte chiacchierate con Mühsam, in quella gabbia di matti su ad Ascona, dovevano avere lasciato il segno. Una decina di giorni più tardi è ancora all’erta:

C’è una bella notizia da annotare. A Berlino si sono verificati

grossi assembramenti di operai e di casalinghe che

hanno cercato lo scontro con i crumiri in occasione di

una rivolta di lavoratori del carbone nel quartiere di Moabit.

Si è giunti alla sparatoria, la folla ha attaccato la polizia…

una chiesa è stata presa d’assalto dalla folla, si è sparato

dalle finestre… il proletariato tedesco non si lascia

calpestare a piacere… si può di nuovo aver fiducia nel

buon istinto libertario del popolo… gli operai sono

molto più avanti dei loro capi, questi piagnucolosi capibranco

della socialdemocrazia.

Anche le note più intime e personali adesso mostrano il timbro di una voce diversa, più spontanea. Marut ha smesso di raccontarsi favole da solo.

Dovrò essere sincero anche con lei. Abbiamo vissuto da

perfetti sonnambuli, più ipocriti, più convenzionali di

tutti questi borghesi che detestiamo. La passività di

Elfriede è figlia di un perbenismo micidiale, tutte le sue

mute richieste mi ricattano. Ci limitiamo a vicenda, ci

amputiamo. Perché non dovrei dirlo? Perché siamo così

cauti noi che abbiamo scelto l’arte più come forma di vita

che come mestiere e pretendiamo la sincerità assoluta

anche in amore? Per non parlare poi di questo lavoro.

Continuo a girare per queste vuote sale forse soltanto per

compiacere lei ma è evidente che è una faccenda finita,

un’idiozia. Ha ragione Mühsam: un’arte consapevole,

un’arte veramente rivoluzionaria, ha bisogno di altre

forme, altre parole. Il cabaret, dovrò dedicarmi al cabaret.

E scrivere queste storie che mi frullano in testa da una

vita. Basta con tutte queste farse…

Così inizia a scrivere tardi – ha più di trent’anni adesso, quale che sia la sua vera data di nascita non cambia – ma è da subito lui, l’uomo-mistero. Se lo stile deve ancora precisarsi, la voce è già quella di B., afona e grezza, pacatamente diretta, qualche volta eccessiva, senza fronzoli. Racconti come Originalità o Gli ingannatori sono un’autobiografia crudele e lapidaria e il congedo da un’identità consumata, un vecchio Io.
Prima di giustiziare il mondo, B. (Marut) deve sbarazzarsi della sua logora pelle di serpente (…mettiti pure addosso una faccia diversa, un nuovo volto, ma prima getta la maschera di ieri…). Altri racconti prendono le misure a una società che ormai gli va stretta come una camicia di forza per dementi. Ci sono satire sul compiaciuto mondo degli artisti e invettive antimilitariste o contro i preti. Ci sono brevi apologhi e denunce. Ci sono allarmanti, spettrali, angosciate descrizioni di città che diventano ospizi per vecchi o asili-nido. Tra questi brevi testi giovanili spicca in particolare un brano di imbarazzante, precoce e visionaria intensità. In quattro risicate paginette Marut già anticipa quello che sarà il leitmotiv di tutta una vita. è sorprendente. Ha appena iniziato a scrivere e già alimenta il tema dello scrittore fantasma, senza nome.

La mia visita allo scrittore Pguwlkschrj Rnfajbzxlquy (1912) è un esperimento di spiritismo che, retrospettivamente, mette i brividi. Pguwlkschrj Rnfajbzxlquy: già il nome, impronunciabile, è un segnale. L’io narrante è un giovane alla ricerca di questo leggendario autore misterioso di cui nessuno ha mai visto neanche il volto. Perché P.R. nessuno sa dove e chi sia. L’aura del suo segreto è impenetrabile. Questo “gigante intellettuale… regna dalle altezze infinite della sua inavvicinabile solitudine… nessuno l’ha mai incontrato di persona”. Notizie contrastanti rimbalzano per ogni dove, come in una sarabanda di bugie. Un giorno “si sparse la voce che P.R. giacesse malato e fosse in punto di morte senza nessuno al suo fianco a confortarlo”.
Altri però sostenevano che fosse stato arrestato come spia e qualcuno mormorava fosse già morto. Il narratore è convinto di averlo rintracciato – “sembrava vivesse in una regione boscosa, lontano dal clamore delle città, dopo essersi deliberatamente escluso dalla malevola curiosità del mondo” – ma la sua affannosa ricerca non porta a nulla. P.R. resta semplicemente inafferrabile. è già il mito di B. che prende forma.

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