lo sai che tratto solo amori impossibili

25 aprile 2011
Pubblicato da

di Chiara Valerio

Quando si è giovani si è già immortali e basta. Ci sono giorni che odio Sandokan, Yanez, Tremal-Naik, il Corsaro Nero proprio perché continueranno a vivere senza di me. Io non posso più farli morire, neanche se voglio. Una volta non potevo perché avevo bisogno di loro per raccontare nuove storie. Adesso (…) li sento che ridono di me, i personaggi, la notte. Stanno sul ballatorio e ridono. (…) Ma io mi sono vendicato. Li ho fatti invecchiare: Yanez, anche Sandokan. I cinquanta, i sessanta, sono arrivati anche per loro. Sono rosicchiati dalla malinconia. Ingrassano. Disegnare il vento (Einaudi, 2011) di Ernesto Ferrero ricostruisce gli ultimi anni della vita di Emilio Salgari attraverso una ronda di personaggi, di testimoni oculari o quasi, di lettori appassionati e sparsi, e lo fa con un gesto di natura centripeta – gli accadimenti, i testimoni vagolano in un intorno della casa dello scrittore, sono i figli, il medico, la moglie, la lavandaia, la figlia del produttore di liquori, nessuno viaggia per i mari del Borneo, nessuno parte, nessuno confabula in una lingua altra rispetto a un dialetto piemontese, e le avventure del Verne italiano, per le quali tutti coloro che sono stati chiamati a parlare, hanno palpitato, stanno tutte confinate su centinaia di schede in una scatola di latta – e con una ossessione bambina – le pagine, una dopo l’altra, somigliano a quei giochi di ruolo con le statuine di bronzo, assemblate e dipinte a mano una per una, e che, una per una, rievocano un intero mondo di spade, agguati, amori, sorprese.

Mi ci affogherei, nell’acqua, non fosse che sono un buon nuotatore. Se il gesto centripeto consente a Ferrero un cambio di prospettiva, quasi dimostrativo e quasi salvifico – non è lo scrittore che si muove alla ventura, ma le avventure che arrivano allo scrittore – l’ossessione miniaturista gli permette di costruire un ritratto a pannelli di Emilio Salgari, dove ogni pannello, ogni persona parlante, è descritta attraverso un differente tono narrativo – Angiolina/Saturnina/Superina tiene un diario ed è attraverso il diario che la conosciamo, Adelina Binello, casalinga, 50 anni ci si presenta con un flusso di coscienza, privo di punteggiatura e pieno di sobria ma incontenibile disperazione… Non sono di quelle che dicono che loro lo sapevano e l’avevano detto anche se è pieno il mondo di gente con la faccia perbene che invece salta fuori all’improvviso che hanno ucciso e rubato ma erano mesi che sentivamo litigi e alterchi la voce di lei soprattutto… – e dove Emilio Salgari, l’eroe di questo mondo e quell’altro, dell’infanzia di generazioni intere, ne esce umorale, intristito dalla miseria nella quale lo tengono gli editori, innamorato della regina d’Italia, delle biciclette, profeta sbagliato della quattro ruote che non arriveranno alla fine del secolo surclassate da scoperte scientifiche mirabolanti, conoscitore di botanica e di nomenclature marittime, raccontatore di storie, legato al tavolo delle sue avventure, fermo con una sigaretta a guardare il torrente e le rane e il cane Niombo e i successi di De Amicis e altro quotidiano misurabile su una carta geografica sulla quale le rotte sono le abitudini. Ma per viaggiare su barche di carta costruite in quell’arsenale dei folli che sono le biblioteche, per viaggiare senza muoversi di casa, con la sola compagnia di un pacchetto di tabacco e di una bottiglia di marsala, bisogna avere un talento, una pazienza, una rabbia che non ce l’ha nemmeno Yanez.

Disegnare il vento è un oggetto narrativo, colto e documentato, che mescola verità e finzione, dati e ipotesi, libri propri e libri di altri, biografia di Salgari e biografia dell’autore – nella bandella di quarta si legge Ernesto Ferrero vive a Torino nel caseggiato di corso Casale che fu l’ultimo domicilio di Emilio Salgari – che pretende una appartenenza e che trasforma il rapporto di Emilio Salgari con Angiolina/Saturnina/Superina – la ragazza zeppa di letture che piano piano diventa gli occhi di un Salgari cieco e l’aria fresca di una Salgari asfissiato da sé – in un calco struggente di grandi eroine come la perla di Labuan, o Capitan Tempesta, o Minnehaha. È un libro che, in un modo che per me è innamorato, o, come ho scritto sopra, quasi salvifico, dice che ognuno è le storie che racconta, che se la letteratura è tale, trasforma in sé qualsiasi cosa tocca, che la letteratura tocca, che è avventuroso in sé pensare che le parole salvino tutto, che spesso le parole salvano tutto anche se questa salvezza non dura per sempre e questo tutto non è abbastanza. L’Emilio organizzava bande di Greci e Troiani che scendevano a battaglia in mezzo alle baracche e ai pollai, le mura di Ilio, con spade di legno e coperchi delle pentole usati come scudi. Lui era il capo dei Troiani. Tutti volevano stare con lui. I Greci invasori erano detestati, come adesso gli inglesi e i francesi colonialisti. I Troiani vincevano sempre.

E allora, chi è la tigre della Malesia, anche di una Malesia di carta, che importa!, si metta in fila qui sotto. La fila è lunga (basta leggere la nota a Disegnare il vento, da Berto Bertù, a Giovanni Arpino, a Emanuele Trevi, a Michele Mari, a Mario Spagnol) ma c’è posto.

E. Ferrero, Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del Capitano Salgari, Einaudi (2011), pp. 186, 19,50 eu.

A latere

1. Quando incontro Gianni per la prima volta quindi ho undici anni, ho appena finito di leggere Le Tigri di Mompracem e non faccio altro che urlare, a una inesistente Marianna Guillonk detta Perla di Labuan, La tigre è morta e per sempre! Mio padre e mia madre mi sorridono senza preoccuparsi troppo, solo un giorno, mentre a casa dei miei nonni sferro un attacco contro il baronetto Rosenthal con una canna di fiume, mia madre piomba me la sfila di mano e mi racconta la storia di Enrico che adesso vive a Milano ma che da ragazzo ha perso un occhio a causa di una canna di fiume. Io sostengo che non c’è pericolo perché le armi del baronetto Rosenthal non sono canne da fiume e che se io lo acceco non è poi tanto male visto che stava per sposare la perla di Labuan e se non fosse arrivato Sandokan sai che pericolo. Mia madre sbuffa, spezza la canna, scava un buco, la sotterra e dice Adesso basta. Io mi arrabbio moltissimo e mentre esco dal giardino incontro Gianni. Gianni è un amico dei miei genitori che ha l’età dei miei nonni e che racconta storie molto belle, quasi quanto quelle di Salgari, più avvincenti. Gianni mi sorride e mi scompiglia i capelli. Fuma la pipa come mio padre, ha i capelli bianchi e odia le camicie a maniche lunghe. Anche d’inverno, sotto i maglioni, Gianni indossa camicie a maniche corte o magliette di cotone. Gianni mi chiede perché sono imbronciata, gli rispondo che mamma mi ha disarmato e ora non potrò liberare la perla di Labuan, ha spezzato la canna che avevo in mano e l’ha sotterrata. Gianni mi accarezza di nuovo la testa e mi racconta di un mago, naufrago su un’isola con la figlia, un paio di servitori, che incontra uno spirito dell’aria e un mostro. Io lo guardo stranita perché a parte Miranda, gli altri, protagonista compreso, hanno nomi molto strani. Fino a quando Gianni non racconta la storia di Prospero che prima di lasciare l’isola sotterra la bacchetta non capisco bene perché abbia cominciato a parlarmene. Ma capita, certe volte Gianni divaga, è anche un grande passeggiatore. Io penso che non ha capito che la canna da fiume non era una bacchetta magica ma una spada. Certo, se fosse stata una bacchetta magica, avrei potuto far scomparire quel verme di Rosenthal. Chiedo a Gianni dove sono Prospero e Miranda, Gianni mi risponde Nel libro di un inglese, lo guardo con sospetto, incrocio le braccia e sostengo di non conoscere inglesi. Gianni sostiene che non è possibile, che in giro c’è Miss Frances, che se anche io non posso saperlo, camminava sulla spiaggia la mattina presto quando mamma mi portava a prendere il fresco del mare e io ero in carrozzina. Forse Miss Frances si era anche curvata più volte sulla mia carrozzina per vedermi dormire. Chi sa se Miss Frances amava i bambini. (Spiaggia libera tutti, Laterza, 2010)

2. Da oggi e per i prossimi quindici giorni lavorativi, dalle 16 alle 16.30, Radio3 – Ad Alta voce manderà in onda la lettura di Gabriele Vacis de Le Tigri di Mompracem. Vacis, con tono piano, passo invariabile, e con una sfumatura vocale appena torinese, restituisce, insieme agli echi delle avventure, anche metaforiche, che accompagnano il nome di Sandokan, i particolari di una prosa minuta, piena di tarsie, che ritorna su se stessa come un feuilleton. Ascoltando Vacis, torna in mente l’osservazione, forse il desiderio, di Des Eissentes in A Rebour, quando Dopo i fiori finti che imitavano i fiori veri, voleva i fiori veri che imitavano quelli finti. Così dopo i fiori finti, il passo prosastico, il tono ameno, gli stivali rossi di Yanez, la battuta di caccia con la perla di Labuan, e quel mare che cambia umore secondo che Sandokan decida o meno di andare in battaglia, abbiamo pensato che la colonna sonora della lettura poteva includere musiche di Bollywood. E così abbiamo fatto.

3. Leonardo Colombati ha fornito un contrappunto musicale alle vanterie letterarie di Salgari. Leggete.

4. Quanto Salgari, quanto anticolonialismo, quanta giovinezza e liberazione c’è in Troppo umana speranza (Feltrinelli, 2011) di Alessandro Mari?

5. dal commento tendenzioso e con indirizzo email ANOMINO (e che dunque non ho approvato) lasciato da tal Renzo apprendo che è appena uscita per i tipi di Bur la biografia Emilio Salgari, La macchina dei sogni di C. Gallo e G. Bonomi, e pertanto volentieri la segnalo.

Tag: , , , , , , , , ,



indiani