Il posto fisso

29 aprile 2011
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Il posto fisso / Ugo Coppari

Era il compleanno di Marta, compiva trentadue anni. Della vecchia compagnia ne erano rimasti pochi, alcuni si erano sposati, altri avevano deciso di spegnersi. Gli unici rimasti erano per l’appunto Marta, Marco e Stefano. Stefano da dieci anni si era convinto che il modo migliore per non morire giovani era quello di non giudicare il prossimo. Marta invece preferiva limitarsi nell’unica cosa che le riusciva bene. In mezzo c’era Marco, un ragazzo vivace che aveva gli occhi ancora accesi. Da cinque anni era stato assunto alle Poste, coi primi stipendi si era potuto comprare una mongolfiera a rate.

Era venerdì pomeriggio quando i tre amici si incontrarono in mezzo al parco, dove Marco aveva portato la sua mongolfiera. Aveva deciso di regalare alla sua amica l’ebbrezza del volo, alzarsi dal suolo per mezzo di un pallone colorato. In compenso Stefano aveva portato due bottiglie di spumante secco, prese in offerta al supermarket sotto casa. Marta era stata saggiamente bendata: lo stupore della sorpresa avrebbe riempito il suo cuore tutto d’un fiato.

Al calar della sera i tre sono pronti a partire, brinderanno ad una nuova vita. La mongolfiera li avrebbe fatti volare in alto, ne erano proprio sicuri. Indossano giubbini coprenti e cappelli di lana, e si assicurano di aver preso tutto il necessario per prendere il volo. S’infilano nella stretta cesta di vimini ed eseguono tutte le procedure opportune per dar vita al grande pallone che s’alzerà sopra le loro teste. Marta dice di essere davvero eccitata, Stefano fa finta di niente. Nel frattempo Marco comincia a maledire il cielo, le bombole del gas sembrano del tutto esaurite. Così Marta, che non si perde mai d’animo, consiglia a Marco di mantenere la calma e riprovarci ancora. Ma dopo un’ora si rendono conto che non c’è altro da fare, bisogna rinunciare al volo. E ormai la notte incombe, meglio farsene una ragione.
I tre cominciano a discutere del più o del meno, ridono e scherzano sui casi strani della vita. Poi si addormentano. Nel frattempo un uomo in sella a un motorino Bravo passa lungo la strada imbrecciata che costeggia il parco.

Al risveglio i tre si ritrovano sospesi in cielo, la mongolfiera li sta trasportando lontano. Si guardano stupefatti, credono di essere ancora dormienti. Ma Stefano riesce a parlare: e come al solito consiglia di stare calmi. Dopo le prime preoccupazioni, i tre decidono di starsene muti e arrendersi una volta per tutte. Poi uno dei tre tira fuori un panino con la mortadella e se lo divora, gli altri due lo osservano. Passano le ore, e i tre sorridono per la meraviglia del caso. La mongolfiera s’è portata via tutto, i loro corpi e le loro stupide vite. La leggerezza del viaggio li spinge a parlare d’amore: Marta dice di essersi innamorata soltanto una volta, Marco racconta di una volta in cui pianse una notte intera pensando ad una ragazza senza cuore: le aveva regalato un gran bel fiore, e lei all’uscita dalla scuola gliel’aveva strappato davanti agli occhi. Stefano invece pianse e basta.

Passata la commozione e asciugate le lacrime del ricordo, i tre cominciano a chiedersi quanto avrebbe potuto durare quel viaggio. La notte sembra interminabile, e la meraviglia iniziale si tramuta in angoscia. Passano giorni e settimane, ma la mongolfiera continua a volare alta nel cielo. Attraversa città, paesi, interi continenti. In poco più di due anni i tre amici ammireranno tutta la bellezza del mondo. Cominceranno a riconoscere i luoghi più noti e affollati, prendendo per familiari terre che mai avevano visto prima. In dieci anni fecero il giro del mondo per più e più volte, al punto tale da venirgli a noia.
Nacque in loro il desiderio di scendere e parlare con qualcuno là a terra, ma i venti non smettevano di soffiare, e non c’era altro modo per atterrare se non attendendo. Pensarono perfino di tagliare le corde che tenevano legato il cestino al pallone, ma questo non avrebbe risolto nulla: sarebbero morti di sicuro. Così escogitarono un piano: decisero di svegliarsi.

Al mattino, quando si risvegliarono, la mongolfiera non c’era più, e un gruppo di ragazzini stava giocando a pallone sopra le loro teste. Addirittura uno tra i più sbruffoni aveva preso in prestito i loro giubbini per farci le porte. I tre amici erano quasi morti dal freddo.

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4 Responses to Il posto fisso

  1. Michele il 29 aprile 2011 alle 10:56

    A proposito di posto fisso…
    http://michelenigro.wordpress.com/paronomasie/

  2. véronique vergé il 29 aprile 2011 alle 15:57

    Mi piace questo racconto, mi sembra tra sonno e sveglia. Mi rammenta viaggi bellissimi che faccio in sogno. Il volo è lo più potente, anche se nuotare anche è un sogno straordinario. E’ un racconto dello spaesamento- del disorientamento, cosa che mi accade sovente- sono in una città straniera, con rumori, visione- mi sveglio- sono in una camera
    del norte con l’immaginario a sud, credo avvertire la presenza del mare o di un giardino. Non so che ora è.
    In questo racconto mi piace il silenzio dell’esperienza, il silenzio del volo, il sogno in comune.

  3. andrea serti il 29 aprile 2011 alle 16:21

    Per quanto mi riguarda lo trovo mediocre. Non lascia nessuna traccia di originalità. Sembra Macondo nella solitudine dei numeri primi. Un mélange indigesto. Sa di già letto, le frasi corti, i nomi, il brutto vizio di scrivere sulla suggestione di libri altrui.

  4. Teresa il 5 maggio 2011 alle 17:30

    Bellissimo. E’ scritto davvero divinamente. Ed è triste e bello come un sogno di cui non si coglie pienamente il senso, con la logica del risveglio.



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