Poesia per Vittorio Arrigoni

29 aprile 2011
Pubblicato da

di Carlo Cuppini

18 aprile 2011

Caro Andrea,
lo choc e il dolore per l’assassinio di Vittorio Arrigoni, dopo ore e giorni di mutismo incredulo, mi ha imposto di cercare le parole.
come scrivere una poesia “in memoria”, che sia vera, ma non sia orrendamente retorica, e che soprattutto sia una poesia e non un proclama?
si può scrivere una poesia con uno scopo e un contenuto?
non lo so.
per me la poesia è lo scontro tra la necessità soggettiva, corporale, umorale, di dire qualcosa (‘quel’ qualcosa, e non altro) e l’oggettività e l’estraneità del piano del linguaggio, ogni segmento del quale vive di vita propria, e ci è riconsegnato così com’è dalla società e della storia, e anche dalla natura, e noi non possiamo governarlo, ma solo combatterci cercando di spuntarla in qualche modo…
vabbe’, non so perché mi sono lanciato in queste considerazioni di poetica.
in ogni caso vorrei farti leggere questa cosa che è uscita, non fosse altro che per condividerla anche con te
un caro saluto
Carlo

*

mettono una accanto all’altra le teste

le nostre poi le fanno scoppiare che dice

dice non si va dal veterinario che i bimbi

i bambini non si curano ormai i bambini

i pezzi di bimbi non si rimettono a posto i bambini

dovranno giocare al dottore da soli che dice che

neanche parlare si può oramai ché una volta

scoppiate le teste non ha senso il parlare non ha

non ha voce la storia non ha lessico

il cuore o la mente e quei pezzi di testa

scoppiati nel vuoto ronzio di telecamere rotative

che non ricordano l’odore dello zolfo né sanno

chi è stato e noi qui non

se una corda o un sacchetto di plastica o cosa

se chiediamo perché o chi mai o

chi altri mai se non

noi rimasti senza chi senza

l’ombra di di un uomo che era

la voce di un uomo che buono e coraggio e

scelta che scelta di vita la vita che voce che volto

che umile buono coraggio non è affatto poco

nel fare nel dire non è

affatto poco che ora qui non

non sappiamo che dire che fare che noi

ricordare non basta ma che

ricordare Vittorio non basta

Tag: , , ,

15 Responses to Poesia per Vittorio Arrigoni

  1. dome il 29 aprile 2011 alle 08:35

    bravo carlo,

    dome

  2. sparz il 29 aprile 2011 alle 08:40

    mi pare che tu abbia risposto assai bene alla domanda “si può scrivere una poesia con uno scopo e un contenuto?”. Molto bella, grazie.

  3. Carlotta il 29 aprile 2011 alle 08:56

    molto intense anhe le parole che accompagnano questa poesia del cuore.
    grazie
    c.

  4. silvia il 29 aprile 2011 alle 09:28

    è bellissima, Carlo.

  5. véronique vergé il 29 aprile 2011 alle 15:28

    Scrivere con il lessico dell’innocenza-
    senza lui- la chiave della poesia-
    Scrivere con il lessico della guerra
    senza la presenza di un ragazzo
    sognando la pace
    Bellissima la poesia di Carlo Cuppine
    snocciola la mancanza
    per dare
    un senso pieno di vita ricomparsa.

    Grazie a Carlo Cuppini e Andrea di avere condiviso con noi questa poesia.

  6. fabio teti il 29 aprile 2011 alle 16:56

    sì, si può scrivere. e forse, chiudendo su “ricordare non basta”, pur restando – come è giusto – una poesia per Arrigoni, potrebbe essere una poesia per molti, molti di più.

    grazie, Carlo

    f.t.

  7. lorenzo galbiati il 29 aprile 2011 alle 17:18

    Io non voglio fare una critica, perché non ne ho i mezzi, mi esprimo solo a livello di sensazioni personali, e confesso che sono rimasto molto perplesso dopo aver letto, con fatica, questa poesia.

    Ma credo sia importante quanto scritto dall’autore come premessa perché ci riporta a una dimensione che abbiamo vissuto, condiviso in tanti in rete nelle ultime due settimane. E questo è significativo se si considera quanto la conoscenza di Vittorio fosse per quasi tutti esclusivamente o prevalentemente virtuale.

  8. debora il 29 aprile 2011 alle 18:24

    E’ vero è faticosa questa poesia.
    In lei c’è un andare e uno stazionare a tratti in un flusso continuo.
    Ed è bellissimo il verso:
    “non sappiamo che dire che fare che noi”

    d

  9. Virgilio Sieni il 30 aprile 2011 alle 10:50

    nella bellezza sempre antica che ci fa vivere nell’azione. Cosi Vittorio Arrigoni è presente nella poesia. Grazie Carlo

  10. véronique vergé il 30 aprile 2011 alle 12:10

    Lorenzo Galbiati

    Virtuale? Forse no, perché la poesia scritta da Carlo Cuppini è fatta da un cuore che ha risposto a una subita mancanza. Non è bisogno di incontrare nella realtà un uomo o una donna per sentire la luce che accendeva la sua vita. Era un privileggio di conoscerlo, questo ragazzo,
    com’è sempre un privileggio accompagnare una donna, un uomo che crea nella sua vita uno spazio di coraggio, di umanità.
    Pochi saranno ricordare come Vittorio Arrigoni rideva, dormiva, ma ciascuno puo delineare il suo impegno, intuire la sua speranza, immaginare i suoi occhi neri lucidati, il paesaggio contenuti negli occhi:
    il mare, la terra, la luce. Per fare ostacolare la morte si deve immaginare
    il mondo come avrebbe immaginato lui.

  11. lorenzo galbiati il 30 aprile 2011 alle 14:30

    Véronique,
    credo che stiamo dicendo la stessa cosa. Forse occorrerebbe coniare una parola diversa da “virtuale” per indicare la conoscenza che si ha solo tramite web. Per me è interessante notare come il dolore del lutto per una simile conoscenza sia molto simile, se non uguale, a quello che si può provare per una persona conosciuta in carne o ossa. Potere del web? O potere dell’impegno di Vittorio? Forse entrambi.

    Non so se ci sia un filmato in cui si vede Vittorio ridere con spontaneità, e se non c’è è un peccato, perché era bello vedere Vittorio ridere e sorridere.

  12. carlo cuppini il 30 aprile 2011 alle 21:05

    cuore e fatica… bellezza e flusso… riconosco tutto questo nel fare (questa) poesia. il cuore fa fatica a venire alle labbra. e una volta fattosi fiato parlante va incontro al proprio cristallizzarsi – alla propria rovina – al primo contatto con l’aria: con l’atmosfera che è compromessa, impura, imbastardita da ciò che non ci appartiene, non ci riguarda: l’utero (linguistico) che prescinde da noi, prima e dopo noi. nella fatica e nell’attrito tra l’intenzione e l’impossibile – intenzione di dire, come se la parola fosse gesto trasformante, e impossibilità di essere parola se non ‘a parole’ – c’è forse la scintilla fuori controllo della poesia. che si ritorce contro il nostro corpo: schiaffeggiandoci come vento che gira all’improvviso, come cane che si rivolta contro il suo padrone. parole – schegge impazzite di quel vaso sacro e sputtanato che è il linguaggio che ci è dato. che non siamo noi a creare, ma che forse, piuttosto, ci crea, ci parla addosso come sparasse, senza scrupoli; ci muta mentre si conficca nella nostra pelle. e noi che ci ostiniamo a volerlo ‘usare’ come fosse un utensile, per comunicare… non ci capiremo mai: nemmeno ciascuno se stesso. questa è la fortuna che mi induce a confidare nella poesia: rapida incursione militare della grazia in quella realtà sfigurata e irriconoscibile che ci accoglie per tutta la durata del giorno e della notte.

  13. renatamorresi il 1 maggio 2011 alle 11:31

    notevole, e bella

  14. véronique vergé il 2 maggio 2011 alle 08:42

    Bellissimi i due commenti di Lorenzo Galbiati, che ringrazio per la risposta attenta e il magnifico fervore di Carlo Cuppini per una lingua indomabile.
    La poesia attraversa il corpo, corsa magnetica.

  15. Jacopo Lubich il 3 maggio 2011 alle 11:20

    Complimenti! Una costruzione perfetta per il messaggio. Ho avuto i brividi, quelli belli.
    Jacopo



indiani